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domenica 24 novembre 2013

Rosa-Croce

Nella scelta dei libri che leggo mi piace affidarmi alle coincidenze: qualche mese fa mi capitò di vedere una serie televisiva dove veniva nominata la società segreta dei Rosa-Croce così quando ho visto il volumetto Rosa-Croce: santi illuminati e mistici (di Paul Sedir, Fratelli Melita Editori, 1988) ho deciso d'istinto di leggerlo.

Il libro è stranissimo ed è bene premettere che fu scritto prima del 1926, anno di morte dell'autore. Da questo punto di vista la mia edizione è un po' carente e non fornisce né il titolo originale dell'opera, né l'anno di pubblicazione né il traduttore. Comunque da Wikipedia (versione francese) si scopre che l'autore, Paul Sédir, nacque nel 1871 e morì nel 1926; è citata anche l'opera Les Rose-Croix, che credo sia il mio libro, ma senza l'anno di pubblicazione; infine da quel poco che posso capire e scorrendo i titoli delle sue opere Sédir era scrittore e filosofo ma soprattutto appassionato di esoterismo.
Tutto questo però l'ho scoperto a lettura conclusa...

Come ho detto si tratta di un'opera molto strana: dal titolo si penserebbe che l'argomento principale siano i Rosa-Croce ma, su sette capitoli, solo l'ultimo è dedicato a essi e in tutto si tratta di appena 17 pagine...
I capitoli sono infatti i seguenti: “I Santi”, “Giovanna d'Arco”, “Biagio Pascal o il Filosofo mistico”, “Il curato d'Ars”, “Un ignoto”, “Jacob Böhme” e “I Rosa-Croce”.
A dire il vero gli ultimi due capitoli non sembrano avere niente a che vedere con i precedenti: non mi stupirei se questo saggio fosse un'opera postuma dove è stato messo insieme, quasi a casaccio, il materiale che sarebbe dovuto appartenere a due opere diverse: la prima che affronta i diversi aspetti della santità da un punto di vista filosofico mentre la seconda mistica ed esoterica dove il collegamento con la precedente, molto esile, è dato dall'aspetto religioso di Jacob Böhme e dei Rosa-Croce...

Il primo capitolo è di gran lunga il più interessante e mi ha spinto a leggere anche il resto del libro compresa l'incomprensibile parte finale.
Gli spunti dati dal capitolo iniziale sono molteplici ma mi limiterò a due brevi riflessioni.

La prima. Proprio nelle pagine iniziali l'autore si immagina che nell'universo esistano altri mondi ricolmi di vita e che anzi in molti di essi possano vivere creature «... milioni di volte più belli, più intelligenti, più potenti, più puri dei nostri più grandi genii.»
Grazie a questa stessa linea di pensiero il prof. Harari (v. W Harari!) aveva mostrato il punto di forza delle religioni politeistiche rispetto alle monoteistiche: le religioni politeistiche infatti non escludono un Dio assoluto e onnipotente solo che per la sua natura universale questa entità non ha motivo di accordare particolare interesse al nostro pianeta o, tanto meno, ai singoli individui: alla Terra ci pensano le divinità locali minori che, proprio non essendo onnipotenti, possono interessarsi e accogliere con favore le richieste degli uomini. Da un altro punto di vista si capisce l'assurdo, ad esempio, del Dio dell'Antico Testamento, unico e onnipotente che, con tutto l'universo a sua disposizione, è particolarmente interessato alla sorte di uno specifico popolo e alle vicende di una minuscola nazione del Medio Oriente.
Ecco Sédir, partendo dalle stesse premesse, arriva alla conclusione opposta di Harari e non mette assolutamente in dubbio la tradizionale idea monoteistica, anzi: «E i più elevati fra questi esseri, tuttavia, sono lontani al pari di noi dal Regno eterno. E il Cristo li supera tutti infinitamente, come l'unità supera lo zero.»

La seconda. Nelle pagine finali l'autore accenna alle religioni orientali, delle quali mi pare di aver capito fosse un esperto, e in particolare al buddhismo. Spiega come il cuore di ogni uomo si possa paragonare a una pietra il cui elemento saliente è la loro “passione comune”, la “passione della sofferenza” o “il dono delle lagrime”. Ora lo scopo ultimo del buddhismo è invece l'eliminazione del dolore che si ottiene tramite la rinuncia a ogni desiderio (il cosiddetto nirvana).
Ecco, per questo immagino, con mio stupore Sédir conclude con «Il nostro cuore spirituale può essere un ciottolo grossolano: tale il cuore della generalità dei malvagi; può essere un diamante splendente di taglio e di limpidezza: così il cuore del Budda, tanto vicino a quello di Lucifero.»!!

In generale, oltre a questi due esempi, non condivido per niente la visione del mondo di Sédir. Eppure ho comunque apprezzato la sua fede sincera e convinta, la bellezza delle sue immagini, la determinazione nel trasmettere qualcosa ai suoi lettori e il suo entusiasmo per la santità. Messa così sembra troppo poco per leggere un libro ma in verità, almeno per me, è stato abbastanza!

I capitoli successivi sono meno interessanti perché troppo difficili da seguire: di Giovanna d'arco infatti non ripercorre la vita (perché, dice, tanto tutti la conoscono) ma si sofferma su vari aneddoti che a fatica inquadravo storicamente perché, a causa della mia ignoranza, conoscevo la sua vita solo grazie a qualche pellicola cinematografica!
Per Pascal è ancora peggio: di nuovo non ne ripercorre la vita (perché, dice, tanto tutti la conoscono) e per me, non sapendone niente, i salti fra i vari episodi sono quasi incomprensibili.
Un po' meglio per il “Curato d'Ars” e “Ignoto” (che secondo le note sarebbe tale “Maestro Filippo di Lione”) dove ne racconta, seppur approssimativamente, le varie gesta...

Poi ci sono i due capitoli finali quasi completamente inintelligibili. Cioè per la biografia non ci sono problemi ma quando si passa a spiegare la dottrina... «Eccone i punti principali: Dio Tri-Uno esiste da ogni eternità; la sua inesauribile attività in sé, è la Natura essenza, che contiene Sophia, la Saggezza, la Tintura ecc...»
Dove per Natura si intende «Vi è una Natura eterna che è l'operazione delle sette sorgenti spirituali in forme e che è la madre dei tre principii. La Natura temporale è il nostro mondo fisico che è chiamato d'altronde a fondersi nella natura eterna dopo l'ultimo Giudizio.»
Definizione che, a sua volta, rimanda a quella dei tre principii: «Nel nostro mondo, si chiamano Sale, Zolfo e Mercurio; sono pervertiti.»
Per finire la definizione di Sofia: «Non è la Vergine Maria, ma in lei si è incarnata, è lo spirito dell'elemento puro, lo specchio di Dio, la forza della tintura, l'amore essenziale, l'occhio il cui splendore sfida ogni descrizione. Abita dovunque; il suo sposo è l'anima dell'uomo, essa corporeizza tutte le produzioni celesti, è il grande sabbato, il velo traslucido attraverso il quale noi possiamo percepire Dio.»
Non vado oltre perché penso che già queste definizioni abbiano dato una chiara idea della loro arbitrarietà: non dubito che ci sia una logica che leghi insieme tutti questi concetti ma sicuramente è ben nascosta...

Ancora più criptico è il capitolo sui Rosa-Croce dove non c'è praticamente niente di comprensibile...

Nel complesso quindi un libro strano, diviso in due parti chiaramente distinte, la prima interessante (non mancano poi belle citazioni nei primi capitoli e specialmente in quello su Giovanna d'Arco) la seconda totalmente incomprensibile.

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