«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
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3. L'ultimo corto è questo

sabato 28 novembre 2020

Il nuovo razzismo

[E] Attenzione! Per la comprensione di questo pezzo è necessaria la lettura della mia Epitome (V. 1.7.0 "Trampata").

In verità mi sembrava di aver già affrontato questo tema: ho provato a fare una ricerca per “razzismo” e “diseguaglianza” ma non ho trovato niente. Può darsi che avessi già avuto questa idea senza però aver trovato l’occasione giusta oppure, semplicemente, non ho ritrovato dove ne avevo già scritto!

Comunque l’idea è semplice: di solito associamo il termine razzismo al colore della pelle, ovvero avere dei pregiudizi negativi e discriminare altre persone in base alla loro epidermide.
Ebbene credo che questa definizione sia inesatta o comunque superata (quindi corretta in passato ma non ora) e che vi sia una forma di razzismo più sottile, invisibile ai più e quindi non ritenuto tale, di cui quello “classico” è spesso solo una mera conseguenza incidentale.

Prima di spiegare di cosa si tratti devo però fare un passo indietro: nella mia Epitome spiego che, praticamente in tutto il mondo occidentale, è in atto una deriva morale ([E] 14.3) causata da numerosi fattori (troppo complesso riassumere tutto qui: chi è interessato può scaricarsi gratuitamente l’Epitome). La conseguenza è un cambiamento dell’etica: la misura del bene è sempre meno l’uomo e sempre di più il denaro. Qualcosa è buona giusta se porta un profitto non se dà benessere agli individui. I diritti degli individui stanno cedendo il passo al diritto del profitto: per esempio l’accesso alla salute o all’acqua sono subordinate alla logica che permetta al privato di guadagnarci.

Ma cosa succede se consideriamo la deriva morale applicata al razzismo?
Quando il bene si valutava coll’uomo ci potevano essere delle interpretazioni distorte che andassero a misurare gli aspetti esteriori dell’individuo: c’era un’illusione di razionalità nel valutare inferiori delle persone a causa delle loro caratteristiche fisiche o mentali (*1).

Adesso invece la misura del bene di un uomo è data da quanto denaro egli possieda.
Il nero ricco e famoso non è vittima del razzismo: a meno che il “razzista” non lo riconosca e/o non si accorga che è ricco!
Al contrario è il povero a essere discriminato: certo questa discriminazione non è chiamata “razzismo” e, anzi, a causa della deriva della morale ciò è generalmente considerato giusto e normale ma, in realtà, sempre di discriminazione si tratta: non per il colore della pelle ma per quello del conto in banca.
I neri o i nordafricani vengono discriminati essenzialmente perché poveri o percepiti tali: al saudita che viene in Italia col seguito di mogli, figli e servitù varia gli italiani baciano i piedi perché è ricco e porta ricchezza, ovvero il bene (*2).
La riprova l’abbiamo osservando come viene trattato il bianco povero: automaticamente dovrà accontentarsi di servizi, salute, giustizia e istruzione minori della media perché tutta la società è ormai organizzata per garantire solo sulla carta pari diritti a tutti mentre invece il denaro dà accesso a soluzioni che il povero non riesce neppure a immaginarsi.

Guardiamo come vengono considerati con disprezzo i populisti/sovranisti dalle élite dominanti: tutti ignoranti, rozzi, intellettualmente e moralmente inferiori. E non sono questi dei pregiudizi?
Non sono rare, per esempio, le proposte di limitare il voto con un “patentino” basato sull’istruzione dell’individuo. Sfugge che in genere il populista è tale perché divenuto povero e, quindi, arrabbiato con un sistema che non sembra far più i suoi interessi ([E] 13.2 e 13.3). Sfugge che il livello d’istruzione è dato dalla ricchezza: discriminare in base all’istruzione equivale a discriminare in base al censo.
Questo atteggiamento contro i poveri non si chiama razzismo ma nell’essenza lo è.

Ovvio che il lettore potrà trovare nella cronaca numerosi esempi di razzismo “tradizionale”: quella che io ho esposto è infatti una tendenza, forse addirittura al momento minoritaria, ma che sicuramente nel tempo crescerà sempre più.

Discorso ancora diverso è quello del rapporto fra poveri: tutta la popolazione è ugualmente influenzata dalla deriva morale. Il povero è considerato malvagio: gruppi sociali diversi di poveri non si considerano “fratelli” ma nemici. Facilmente si accuseranno a vicenda della loro povertà. Anche in questo caso il razzismo “tradizionale” è solo incidentale. Se i migranti sui barconi arrivassero carichi di denaro sarebbero accolti a braccia aperte ma invece, a torto o a ragione, vengono percepiti come zavorra sociale come persone che quindi toglieranno risorse ai poveri italiani.

Conclusione: il nuovo razzismo è quello contro i poveri, indipendentemente dal loro colore, ed è spesso istituzionalizzato. È particolarmente pericoloso perché è percepito come giusto e inevitabile e, quindi, sfugge al dibattito politico e mediatico non venendo considerato né un problema né una vera ingiustizia. Il razzismo “tradizionale” sicuramente ancora esiste ma in parte è solo apparente (spesso cioè razzismo “economico” o è un aspetto della “guerra fra poveri”) e, credo, in costante diminuzione via via che i principi della deriva morale divengono più forti.

Nota (*1): per quanto queste ultime siano ancor più sfuggenti e difficili, forse impossibile, da misurare.
Nota (*2): e lo stesso vale per altre forme di discriminazione: è enormemente più probabile che la donna, l’anziano o l’omosessuale venga discriminato se è povero piuttosto che se fosse ricco.

venerdì 27 novembre 2020

Ancora Proust

Nel corto Ritmo antico avevo accennato a una mia intuizione sul rapporto fra Proust e il tempo (e il lettore!).
Partendo da un riferimento all’ora solare mi ero reso conto che il lettore si deve adattare a un cambiamento di ritmo, a una narrativa che avanza con le sue more.

Ebbene proseguendo nella lettura mi sono accorto di un altro fenomeno legato al tempo compatibile, anzi, probabilmente connesso al precedente.

ATTENZIONE SCIUPATRAMA!

La fuggitiva inizialmente segue due trame collegate fra loro: la storia della relazione fra il protagonista e Albertine, la fidanzata/convivente, che lo ha lasciato e le vicissitudini interiori del protagonista che si ingegna per farla tornare a sé ponderando a tavolino le azioni da compiere.
Proprio quando sembra che il protagonista abbia avuto successo e che Albertine stia per tornare ecco che gli giunge la notizia dell’improvvisa morte di lei causata da una banale caduta da cavallo.
A questo punto la prima trama, diciamo quindi il resoconto delle azioni del protagonista sul piano reale si sospende (con l’eccezione di qualche breve resoconto estemporaneo non collocabile temporalmente), e rimane solo la seconda trama, ovvero la descrizione del suo tormento interiore, le sue riflessioni, le sue emozioni e ossessioni legate all’amore per sempre perduto e soprattutto i suoi ricordi.
Ecco, in queste pagine, mi sono reso conto che si perde completamente il senso del tempo: dopo aver letto una decina di pagine non so più se siano passati pochi giorni dalla scomparsa di Albertine oppure mesi o addirittura anni (si accenna infatti alle emozioni rievocate dal passaggio delle stagioni). Chiaramente è un effetto voluto dall’autore a cui io però faccio particolarmente caso perché quando leggo qualcosa (oppure guardo un film etc.) cerco sempre di tenerne traccia per valutare la verosimiglianza della trama: molto spesso ci scoprono delle evidenti inconsistenze…
Credo che, proprio per questa perdita della nozione del tempo, il lettore debba avere ancora più pazienza nella lettura del libro: egli, come se facesse una crociera nella mente del protagonista, non deve aspettarsi di arrivare a una qualche conclusione/destinazione ma deve invece limitarsi ad apprezzare il viaggio e i panorami che l’autore gli mostra.
Del resto il concentrarsi sui giorni di ferie rimasti piuttosto che nel piacere della vacanza sono il risultato della concezione moderna del tempo con la vita dell’uomo scandita e controllata da esso: e non mi riferisco ai ritmi naturali del tempo, quelli dettati dal sorgere e dal tramontare del sole, ma a quello ossessivo, preciso al millisecondo, di orologi e telefonini…

Visto che come “corto” sono andato “lungo” ne approfitto per presentare delle considerazioni del protagonista che mi hanno lasciato perplesso. Oltretutto sono concentrate in due-tre pagine lette ieri sera: magari rappresentano l’inizio di una nuova fase del romanzo in cui dalla semplice descrizione dello stato d’animo del protagonista si passa a delle riflessioni che cercano di porvi ordine, di generalizzarle e di comprenderle. Se fosse così troverei il romanzo molto più interessante!
Comunque ecco i tre passaggi che mi hanno colpito (ricordo che il protagonista è afflitto per la perdita dell’amata Albertine):
1. «Certo, avevo conosciuto persone di intelligenza maggiore [rispetto ad Albertine]. Ma l’infinito dell’amore, o il suo egoismo, fa sì che gli esseri che amiamo sian quelli la cui fisionomia intellettuale e morale sia per noi la meno oggettivamente definita.» (*1)
2. «E allora provavo, insieme a una grande pietà per lei, la vergogna di sopravviverle. Mi pareva, infatti, nelle ore di minor sofferenza, di beneficiare in qualche modo della sua morte, perché una donna è di maggior utilità per la nostra vita se, invece d’esser un elemento di felicità, è uno strumento di afflizione; e non ne esiste alcuna il cui possesso sia prezioso quanto quello della verità ch’essa ci rivela facendoci soffrire.» (*2)
3. «Quando parliamo della “grazia” di una donna, forse ci limitiamo a proiettare all’esterno il piacere che proviamo a vederla, come i bambini che dicono: “Mio caro lettino, mio bel piccolo cuscino, miei cari piccoli biancospini”. Questo spiega, d’altra parte, che gli uomini non dicano mai di una donna che non li inganni: “È tanto cara”, mentre lo dicono tanto spesso di una donna che invece li inganni.» (*3)

Il significato di 1 mi pare di intuirlo anche se non sono sicuro di condividerlo.
Il significato di 2 è chiaro ma non riesco a comprendere l’apparente antinomia.
Il significato di 3 invece proprio mi sfugge…

Proverò a chiedere agli amici/conoscenti su FB: anche se di solito non ottengo granché…

Conclusione: vediamo… se adesso il romanzo cambia ritmo e diventa più “filosofico”, con riflessioni profonde su amore e lutto, potrebbe iniziare a interessarmi maggiormente… sempre ovviamente che riesca a seguirlo visto che queste prime frasi citate mi hanno lasciato sostanzialmente perplesso!

Nota (*1): Tratto da “La fuggitiva” di Marcel Proust, (E.) CDE spa, 1996, trad. Franco Fortini, pag. 84.
Nota (*2): ibidem, pag. 84
Nota (*3): ibidem, pag. 85

martedì 24 novembre 2020

Ritmo antico

Stamani leggendo le mie consuete due paginette di Proust ho avuto un’intuizione.
In un passaggio scrive che il tempo è definito “dalla posizione del Sole”: oggi si direbbe “dalle lancette dell’orologio” o, chi è più moderno di me, “da quanto indicato dal telefonino”.

Basare il trascorrere del tempo sulla posizione del Sole è tipico del medioevo: solo piuttosto recentemente (dal XIX secolo?) con la diffusione massiccia degli orologi la vita dell’uomo, e quindi la società, hanno preso un ritmo completamente indipendente da quello solare: solo utilitaristicamente ci ricordiamo del Sole col periodico passaggio dall’ora legale a quella solare e vice versa.

Ecco allora la mia intuizione: Proust va letto senza fretta, fuori dal tempo, bisogna navigare con calma, lasciandosi trasportare dalla descrizione delle emozioni e dei pensieri dei suoi personaggi. Va letto senza la frenesia dell’uomo moderno che si aspetta fatti concreti e non impalpabili emozioni per il tempo che investe nella lettura.

Braccino - 28/11/2020
Ormai sono passate due settimane dalla crisi che mi aveva lasciato col braccio destro completamente dolorante: probabilmente un gomito del tennista dovuto alla cattiva postura al calcolatore.
Inizialmente, per 2-3 giorni, smisi di usarlo; poi comprai un tutore che mi fece subito benissimo: in pratica a metà della prima settimana mi era passato il dolore alla spalla e al polso rimanendo solo alla zona gomito (*1).
Dalla scorsa settimana ho iniziato a fare impacchi di ghiaccio due volte al giorno e un po’ di ginnastica molto leggera. Siccome sto continuando a migliorare per il momento non mi farò visitare…

Ah! Sto continuando a usare il topo con la mano sinistra ma scrivo con entrambe...

Nota (*1): infatti credo che al gomito del tennista si sia sovrapposto altro: al momento mi fa infatti male il bicipite vicino all’attaccamento al gomito. Poi a questo dolore se ne erano aggiiunti molti altri.

Vittoria e sconfitta - 30/11/2020
Vittoria!
Anzi sconfitta…
Perché la vittoria di alcuni e la sconfitta di altri.

Mesi fa avevo indicato una tendenza nella narrazione della gestione della pandemia: uno scaricabarile da parte del governo verso altre entità con l’obiettivo finale di scaricare la colpa di non essere riusciti a contenere l’epidemia sulla popolazione.

Beh, il governo, ovviamente coadiuvato dai media compiacenti, è riuscito nel suo intento.
Su FB mi è capitato ormai diverse volte di vedere associati a foto di persone in fila all’aperto, con mascherine in volto e distanziate fra loro commenti del tipo “Ecco, vedi come ce l’andiamo a cercare!”/“In questa maniera ovvio che diventeremo zona rossa” e simili.

Si dà quindi la colpa a comportamenti innocui o comunque a bassissimo rischio e si dimentica la totale presa di contromisure durante l’estate da parte dell’autorità centrale nonché quali siano probabilmente i veri centri di diffusione del virus: scuole, mezzi pubblici, luoghi di lavoro al chiuso.

Si crede invece alla favola che la colpa sia degli italiani che in realtà, per la massima parte, hanno sempre ottemperato alle indicazioni sulle precauzioni da seguire (evidentemente inutili o comunque insufficienti).

Vittoria quindi della disinformazione e sconfitta dell’obiettività.

La iatrogenesi di Taleb

[E] Attenzione! Per la comprensione di questo pezzo è necessaria la lettura della mia Epitome (V. 1.7.0 "Trampata").

Ieri mi sono rimesso a ricontrollare le parti già lette di “Antifragile” nel tentativo di arrivare a una sintesi utile per un pezzo: mi sarebbe stato utile per aiutarmi a memorizzare i vari concetti incontrati.

Mi sono però reso conto di essere ormai già troppo avanti: ho riempito due pagine di note ed ero ancora a 1/4 forse 1/3 dell’intero libro (mentre a leggerlo sono a metà). Allora ho deciso di limitarmi a un singolo argomento piuttosto che a una panoramica generale (comunque solo rimandata).

Il soggetto di oggi sarà quindi la iatrogenesi, un termine medico dal significato ben preciso e (credo) limitato, al quale però Taleb dà un valore molto più ampio: provocare dei danni nel tentativo di aiutare (*1).
Secondo Taleb i medici, soprattutto in passato, con i loro interventi rischiano più di danneggiare che di curare. Il medico da una parte procede un po’ per tentativi e, da un’altra, ha troppa fiducia nella propria scienza (v. anche Istruzione e ricchezza). Secondo una statistica, negli USA i morti per errori medici sono circa 5 volte tanti quelli causati da incidenti automobilistici.
I casi famosi non mancano: uno l’avevo trovato anche nel corso sulla rivoluzione americana: George Washington fu ucciso dal suo medico che “prontamente” applicò le cure del tempo al suo paziente che, nel caso specifico, erano però assolutamente dannose in combinazione con la sua patologia.
Anzi, secondo Taleb, proprio i medici personali sono particolarmente perniciosi: l’effetto è provocato da un limite psicologico dell’uomo. L’uomo, specialmente nell’occidente, tende a premiare l’azione evidente non l’inazione (in oriente invece, grazie al tao, c’è almeno la consapevolezza che azione e inazione debbano equilibrarsi e che nessuna delle due è più importante dell’altra). Per questo un medico personale, per giustificare il proprio stipendio, è portato a intervenire sul suo paziente ancor più spesso del normale e, così facendo, si moltiplicano le possibilità di iatrogenesi.

Il fenomeno è comunque tuttora reale: per esempio si sottostimano i pericoli dei farmaci sul lungo periodo (dieci e più anni) concentrandosi sui benefici a breve termine.
«Dobbiamo preoccuparci dell'incitamento a somministrare cure inutili da parte di aziende farmaceutiche, lobby varie e gruppi di interesse particolare, e dei danni che non appaiono subito rilevanti e che non vengono dunque considerati “errori”. […] La iatrogenicità è aggravata dal […] “problema del mandatario e del mandante”, che si verifica quando una delle parti (il mandatario) [la casa farmeceutica] ha interessi diversi da quelli di chi utilizza i suoi servizi (il mandante) [il malato/cliente].» (*2) (*3)
Ho evitato di copiare un passaggio intermedio dove Taleb propone l’esempio degli psicofarmaci prescritti ai bambini per il trattamento di “patologie” comportamentali che in passato non erano neppure considerate tali. Gli stessi ragionamenti si sarebbero potuti traslare parola per parola ai vaccini ma, prudentemente, Taleb si tiene fuori da questa polemica dove gli interessi in gioco sono giganteschi e chi osa esprimere un’opinione fuori dal coro rischia l’immediata gogna mediatica.

Strettamente collegato alla iatrogenesi è quello che Taleb chiama “l’interventismo ingenuo”.
Il cercare di regolare rigidamente un qualsiasi sistema (che può essere la società, un’azienda, lo stesso corpo umano etc.) rischia solo di renderlo più fragile: magari resistente alla piccola volatilità degli eventi comuni ma, nel lungo termine, molto più vulnerabile ai cigni neri, gli eventi rari e imponderabili che hanno così conseguenze ancor più catastrofiche.
È chiaro infatti che la volontà di chi interviene sia (in genere!) quella di proteggere il sistema ma in realtà l’effetto che si ottiene è quello di renderlo solo apparentemente più forte ma in realtà più vulnerabile.
L’antifragilità di un sistema è infatti ottenuta distribuendo gli eventi (positivi e negativi) fra le sue sottoparti ridondanti. Le sottoparti seguono poi una logica evolutiva: solo quelle che sopravvivono si riproducono rendendo il sistema, nel suo complesso, ancora più forte.
Ovviamente questo meccanismo è possibile solo se c’è sufficiente variabilità fra le diverse parti: l’idea non è infatti quella che tutte debbano sopravvivere (questa sarebbe la robustezza) ma che lo facciano in un numero sufficiente da poter mantenere il sistema in vita e, col tempo, rinforzarlo. Se tutte le componenti di un sistema fossero uguali allora un evento esterno avrebbe la possibilità di spazzarle via tutte insieme distruggendo così l’intero sistema (*4) (*5).

Alla base dell’interventismo ingenuo vi è probabilmente la sopravvalutazione dell’accademia e delle sue certezza (v. Istruzione e ricchezza). Volendo la possiamo interpretare come una fiducia eccessiva nei risultati della scienza; la sopravvalutazione di ciò che è certo è la sottostima dell’incerto.
Un caso particolarmente attuale e clamoroso è quello di cui ho già scritto nel corto Virologi fragili: l’affidarsi alle indicazioni dei virologi per gestire tutti gli effetti della pandemia nasconde una molteplicità di aspetti e di interazioni della società che, sommate insieme, rischiano di avere un impatto molto maggiore del virus stesso. Il virologo per forma mentale, come qualsiasi esperto di una singola materia, vede infatti solo il suo “orticello” e, almeno che non sia particolarmente illuminato, non è in grado né di prevedere né immaginare tutte le conseguenze estranee al suo ambito di lavoro.

In realtà sono giunto alla conclusione che Taleb nell’attuale tendenza all’“interventismo ingenuo” vede l’effetto ma non la causa e, pertanto, l’interpreta erroneamente.
La tendenza globale all’“interventismo ingenuo” è provocata dalla degenerazione delle democrazie occidentali: tale “interventismo” infatti non è ingenuo ma semplicemente è orientato non all’interesse di tutti ma di pochi.
Per esempio la gestione maldestra della pandemia secondo me ha, almeno come significativa concausa, l’interesse delle case farmaceutiche a vendere i loro vaccini: la crisi è stata gestita male sotto la pressione delle lobbi interessate a vendere a prezzi altissimi farmaci “salva vita” quando, sempre mia teoria, sarebbe stato molto più utile la vitamina D e/o la distribuzione gratuita di mascherine FFP2 (v. Divagazioni insalubri).

Conclusione: vabbè, come ho spiegato volevo solo evidenziare uno dei tanti concetti interessanti forniti da “Antifragile” di Taleb: questo della iatrogenicità mi pare utile e, soprattutto, attuale.

Nota (*1): esiste poi la iatrogenesi inversa: aiutare cercando di danneggiare. Un esempio possono essere le critiche verso libri o simili che si trasformano in involontaria pubblicità.
Nota (*2): Tratto da “Antifragile” di Nassim Nicholas Taleb, (E.) Il Saggiatore, 2013, trad. Daniela Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Alessandra Repossi, pag. 133.
Nota (*3): ovviamente io vi noto anche le analogie con la mia legge della rappresentatività ([E] 5.4)
Nota (*4): ovviamente io vi vedo il pericolo causato dalla legge dell’omogeneizzazione ([E] 5.15) a livello globale ([E] 20.3).
Nota (*5): intendiamoci, per Taleb esiste anche l’interventismo non ingenuo e, anzi, talvolta doveroso per proteggere i più deboli: essenzialmente deve andare contro la tendenza all’omogeneizzazione della civiltà moderna e a quella che lui chiama la “velocità” che io tradurrei con marcata prudenza e prevenzione verso i possibili effetti imprevisti (tipo abbassare la velocità in autostrada per diminuire i rischi di incidenti).