«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

martedì 30 giugno 2020

Azzolino

Per caso, qualche giorno fa, parlando con un amico, è sorta una questione interessante: se io fossi il ministro della pubblica istruzione Azzolina, a parte mettermi un rossetto meno brillante, come riformerei la scuola? Anzi, lasciando perdere i dettagli tecnici, ci siamo limitati alle materie: che materie metteremmo nel programma scolastico?

Chiaro che non sono consigli per l’attuale governo: la tendenza più recente (v. la “Buona Scuola” di Renzi) è infatti quella di usare la scuola non per formare individui ma della manodopera a basso costo: individui con limitate capacità tecniche nel proprio campo e orizzonti ideali ancora più limitati, che non aspirino a una società migliore ma che si accontentino degli avanzi che quella attuale offre loro (v. I buoni libri).
È quindi palese che i miei suggerimenti per nuove materie sono completamente avulsi dalla realtà di cose sarebbe effettivamente fattibile ma sono un esercizio puramente teorico…

A mio avviso ci sono delle materie che vengono completamente ignorate e che invece sarebbero utilissime per formare l’individuo.
Sicuramente introdurrei psicologia alle superiori, magari nel biennio, 3 ore a settimana.
Capire come funziona l’uomo dovrebbe essere alla base di tutte le scienze sociali: «Il fondamento dell'economia politica e, in generale, di ogni scienza sociale, è evidentemente la psicologia. Potrebbe venire il giorno in cui saremo in grado di dedurre le leggi della scienza sociale dai principi della psicologia.» (Vilfredo Pareto).
Nel triennio passerei poi a sociologia e psicosociologia, direi 2 ore a settimana, al posto di psicologia: è infatti fondamentale che gli studenti siano consci di quanto facilmente la società possa venire manipolata ed eterodiretta.
Nel biennio, 2 ore a settimane, metterei elementi di economia mentre nel triennio passerei a elementi di macroeconomia: non perché questa sia intrinsecamente più importante che, per esempio, la microeconomia, ma perché influisce direttamente sulla società: è l’anello di congiunzione fra politica ed economia. Il cittadino, che con il voto deve scegliere il meglio per il proprio paese, ne deve avere una minima comprensione altrimenti verrà raggirato dal primo giornalista che farnetica di inflazione a due cifre e debito pubblico fuori controllo…

Non so se educazione civica sia ancora nel programma scolastico ma io la potenzierei portandola a 2 o anche 3 ore per settimana: vi includerei il funzionamento della giustizia, della democrazia (votare informandosi chi propone il programma migliore e dà maggiori garanzie di attuarlo), delle elezioni, degli enti statali e delle loro funzioni, di come funziona un comune, una provincia (o come l’ha ribattezzata Renzi) o una regione e anche, ovviamente, dei vari trattati europei e della UE. Mi piacerebbe che gli studenti avessero un’idea ben chiara non solo dei loro diritti e doveri come cittadini ma anche di come funziona, almeno a grandi linee, tutta la macchina burocratica e amministrativa pubblica: credo che li responsabilizzerebbe molto sapere a cosa serve il loro voto.

Invece un’ora di ecologia al biennio o al triennio dovrebbe essere sufficiente per avere un’idea generale delle problematiche più importanti. Per esempio di cosa implichi il consumo/risparmio di acqua o di corrente con una comprensione delle reali dimensioni del problema e quindi delle priorità: capire per esempio che, stando attenti a lavarsi consumando poca acqua, porta a un risparmio di X litri d’acqua ogni anno ma che se l’acquedotto pubblico perde il 40% dell’acqua che trasporta allora si perdono Y milioni di litri d’acqua ogni anno. Capire insomma quali dovrebbero essere le priorità aiuterebbe i futuri cittadini a non essere facilmente manipolati. Insomma che è importante fare singolarmente attenzione ma che sarebbe di vari ordini di grandezza più utile prendere a pedate nel sedere chi dovrebbe gestire e mantenere la nostra rete idrica...

Poi limiterei lo studio dei Promessi Sposi a 1 ora ANNUA, insomma a una lezione. Si tratta infatti di un libro diseducativo che, in pratica, insegna a non preoccuparsi se la società va in malora perché tanto ci pensa la “divina provvidenza” a fare giustizia. Invece no! Se qualcosa nella società non funziona bisogna impegnarsi in prima persona per risolvere il problema!
Al posto dei dannosi Promessi Sposi metterei, magari all’ultimo anno, la lettura di “Saggio sulla Liberta” di John Stuart Mill che è di gran lunga il testo più formativo che io abbia mai letto.

Abolirei poi storia della filosofia che è una materia puramente nozionistica e, come tale, completamente inutile e la sostituirei con filosofia della giustizia e morale che invece è utilissima e permette di comprendere quali siano nella loro essenza i massimi temi sociali. Direi che un 2 ore la settimana dovrebbero essere sufficienti. E ovviamente quando parlo di superiori intendo anche gli istituti tecnici non solo i licei classici o scientifici!

Anche lo studio dell’italiano andrebbe cambiato: darei molto più spazio alla creatività degli studenti. Non solo temi quindi ma gli insegnerei anche a scrivere racconti, poesie, articoli di giornali, magari un blog per classe in cui a turno tutti gli studenti dovrebbero scrivere un articolo…

Lingue: sempre due lingue straniere (in totale 4 ore settimanali) più una terza opzionale (altre 2 ore). “Ma a che servono tutte queste lingue? Basta l’inglese!” mi si obietterà.
La lingua è la porta per capire le altre culture: studiare solo l’inglese equivale a sottomettersi alla cultura americana comprese tutte le sue degenerazioni; studiare cinese, russo, arabo o magari una lingua africana, aiuterebbe invece a entrare in contatto anche con culture molto diverse dalla nostra e a comprenderle meglio. Non solo scimmiottamenti degli aspetti più volgari della cultura americana ma una comprensione più globale delle altre.
Lo scopo dello studio di questa seconda lingua non sarebbe tanto la semplice comunicazione (per quella c’è l’inglese) quanto la comprensione, la tolleranza, il rispetto e l’apertura mentale verso il resto del mondo che, è bene ribadirlo, non è fatto solo dai paesi anglosassoni o europei occidentali.
Magari lo studio della seconda lingua potrebbe essere solo nel triennio mentre nel biennio si potrebbe inserire qualcosa di propedeutico, una linguistica generica, magari che insegni anche a pronunciare la miriade di suoni non presenti in italiano. Lo so occorrerebbero laboratori adatti: ma sto parlando in teoria tanto...

Dai licei poi eliminerei latino e greco che non hanno ragione d’essere: sì, possono avere una loro vaga utilità ma, come abbiamo visto, ci sarebbero altre materie molto più importanti.

Il sabato poi lo metterei di festa ma allungherei l’anno scolastico a 11 mesi magari con periodi di vacanze più lunghe distribuite lungo tutto l’anno.
Il motivo è che la pausa di tre mesi nell’apprendimento è troppo lunga: gli studenti perdono l’abitudine a imparare (non lo dico io: si tratta di ricerche che ho letto da qualche parte). Sì, in estate fa caldo, lo so. Beh, pazienza: fa caldo anche nelle fabbriche e negli uffici: male male si potrebbero installare dei condizionatori anche nelle scuole. Sì, lo so, non ci sono soldi e gli edifici scolastici sono fatiscenti: ma io sto parlando in teoria!

Tutte queste modifiche le apporterei alle superiori perché necessitano di una certa maturità da parte dello studente. Ma anche alle elementari e medie porterei delle modifiche.
Ad esempio metterei 4 ore settimanali di musica: 1 di teoria e 3 di pratica. Similmente anche 3 ore di disegno: 1 teoria e 2 di pratica. Magari inserirei anche altre materie artistiche che aiutino a sviluppare la creatività: la scultura con i martelli sarebbe probabilmente troppo pericolosa per le dita dei piccoli alunni, ma magari lavorare con la creta o l’argilla sarebbe fattibile. O magari realizzare vasi o ceste e cappelli di vimini: anche il lavoro manuale è importante per la costruzione dell'individuo.

Sarebbe da valutare l’introduzione di una materia di “cultura straniera” che insegni, almeno a grandi linee la storia e la cultura di altri paesi magari, quando possibile, coinvolgendo le famiglie dei bambini stranieri: non so, credo che studiare un po’ di storia del Senegal o della Cina aiuterebbe i bambini ad aver maggior rispetto e comprensione delle proprie diversità. Certo non sarebbe facile da gestire: occorrerebbe molto buon senso che, come sappiamo, è totalmente incompatibile con la burocrazia italiana.

Un’altra materia da introdurre a partire dalle elementari dovrebbe essere informatica: non tanto sull’uso dei calcolatori (molti giovani probabilmente se la caverebbero meglio dei propri insegnanti) ma sui pericoli che questa comporta a partire dalla esposizione dei propri dati personali. Credo che 1 ora la settimana sarebbe sufficiente.
Ah! e per contrastare l'abuso di Internet, con i problemi che porta connessi allo scarso uso della memoria, farei imparare a memoria ai bambini delle elementari e medie tutta una serie di nozioni: non solo poesie ma anche date storiche, informazioni di geografia, dati scientifici, etc... Non perché sia utile sapere a mente queste informazioni ma proprio per allenare la memoria e renderla poi più capace di rattenere le informazioni utili.

Non posso poi fare a meno di menzionare una mia vecchia idea (v. Puericoltura base e anche Scelte e decisioni): ci dovrebbe essere una materia, ma anche tutta la didattica dovrebbe tenere sempre presente il problema, che insegni agli studenti, fin dalle elementari, a prendere decisioni: come si prende una decisione, valutare i pro e i contro, che tipo di decisioni esistono, cos’è la responsabilità, come si rimediano gli eventuali errori e cose di questo genere. Non so se esista una teoria al riguardo ma sarebbe fondamentale far capire ai giovani che, prima o poi, dovranno prendere le proprie decisioni ed è quindi bene che si abituino a farlo e che sappiano come fare.

E poi tante materie facoltative per il pomeriggio: fotografia, scacchi, danza, canto e tanta attività sportiva diversificata. Sì: sarei per un tempo pieno o, almeno, semipieno...

Un’altra bella idea, di nuovo per le superiori, sarebbe quella di inserire qualche ora settimanale di attività sociale: qualcosa di propedeutico al volontariato vero e proprio: non so… ad esempio la pulizia dei giardini, aiuto agli anziani e altre attività che permettano ai giovani di quanto sia bello e in fondo anche facile aiutare gli altri.

Vabbè, ho scoperchiato un pozzo senza fondo: mi stanno venendo in mente così tante altre idee che dovrei scriverci sopra altri due pezzi. Fortunatamente per gli studenti non sono io il ministro della pubblica istruzione ma l’Azzolina e quindi possono stare tranquilli che non cambierà assolutamente niente…

Conclusione: dal mio punto di vista la scuola dovrebbe formare degli individui capaci di comprendere come funziona il mondo e con la volontà concreta di una società migliore e l’idea, magari solo teorica, di cosa e come cambiarla. Dei cittadini molto più consapevoli e, quindi, automaticamente anche molto più difficili da manipolare. Ovvio che la politica attuale vada nella direzione opposta: verso dei cittadini acquiescenti, che lavorino per poco senza lamentarsi, che non si accorgano di venir privati di libertà e diritti, facili da manipolare e distrarre, ma che siano solo dei docili e ingenui consumatori.

sabato 27 giugno 2020

Fra due mondi un unico mondo

[E] Attenzione! Per la comprensione di questo pezzo è necessaria la lettura della mia Epitome (V. 1.6.0 "BW").

Vabbè, oggi ho voglia di scrivere (ho già pubblicato il pezzo Speciale Coronavirus 20) e quindi mi cimento col pezzo che avevo in mente stamani. Voglio quindi fare il punto su quanto ho scoperto sulla rivoluzione americana.

Come ho spiegato in Premesse sociali alla rivoluzione americana il mio interesse era molto teorico: mi ero infatti chiesto come mai la costituzione americana dà così tanto potere all’individuo (mentre le successive imitazioni europee sono molto più annacquate)?
Non sapendo niente di storia americana avevo ipotizzato che questa fosse stata scritta da poteri medi: ovvero da persone espressione dei poteri medi. Al contrario in Europa c’era da secoli una stratificazione sociale di parapoteri che evidentemente voleva conservare i propri privilegi (e quindi contraria a dare troppo potere all’uomo comune).

Così ho iniziato a seguire un corso su Youtube sulla rivoluzione americana. Nelle prime lezioni la professoressa Freeman ha illustrato la situazione sociale delle colonie a metà del XVIII secolo: dai suoi accenni ho compreso che la mia teoria era sostanzialmente corretta.
Ora non voglio ripetere quanto già scritto in Premesse sociali alla rivoluzione americana ma il succo è che i parapoteri esistevano anche nelle colonie solo che erano molto più vicini, soprattutto come mentalità, ai poteri medi, alla gente comune cioè: altra caratteristica delle colonie era infatti la mancanza di una classe sociale di poverissimi (*1). In altre parole la classe media tendeva a coincidere con la democratastenia.
La grande mobilità sociale mi aveva poi portato a un’intuizione importante: i parapoteri delle colonie non avevano i propri epomiti locali (in genere distinti dagli epomiti globali della democratastenia) ma condividevano quelli della classe media da cui in buona sostanza provenivano loro stessi o i loro genitori.

In particolare mi aveva colpito un aneddoto raccontato dalla Freeman dove si viene a sapere che alcune delle persone più influenti del Maryland si erano letteralmente fatte da sole: arrivando in America come servi erano poi riuscite ad arricchirsi e a salire la scala sociale fino ai suoi vertici.
Ipotizzavo che una di queste persone avrebbe anche potuto vedere con simpatia un giovane, magari poverissimo, ma in cui rivedeva se stesso.

Proprio ieri leggendo Le radici psicologiche della diseguaglianza di Chiara Volpato ho trovato un paio di passaggi che corroborano questa mia intuizione.
«Chi conquista una nuova e più prestigiosa identità non potrà mai condividere fino in fondo il patrimonio del nuovo ambiente, sarà sempre un essere in transizione...» e poi «Il problema di chi cambia classe è legato alla persistenza di una duplice appartenenza: sarà un individuo tra due mondi, privo della possibilità di aderire perfettamente a uno dei due; un individuo che si sentirà distante sia dal mondo d’origine sia da quello di arrivo...» (*2).

In altre parole, dal punto di vista della mia teoria cioè, questo conferma che il membro di un parapotere che si è “fatto da solo” conserva parte degli epomiti (principi, valori, ideali) tipici della sua classe di provenienza.
C’è poi da aggiungere che tutte le classi sociali alti delle colonie erano formate da individui di questo tipo o comunque lo erano stati i loro genitori o, al massimo, i nonni. Questo significa che non vi era stato ancora il tempo per una diversificazione significativa dei loro epomiti locali.
Quindi anche i parapoteri delle colonie condividevano gli stessi valori della classe media: i membri dei parapoteri erano ovviamente già allora più “forti” del resto della popolazione (democratastenia) ma ancora non avevano piena coscienza di sé come gruppi separati: si sentivano sostanzialmente identici alle altre persone.

Questo mi porta a ipotizzare che proprio per quanto visto sopra, alla stesura della costituzione, essi non abbiano posto veti nel tentativo di tutelare i propri privilegi perché essi stessi si sentivano uguali agli altri. Comunque queste ipotesi le verificherò nelle prossime lezioni.

Un rapido accenno alla religione.
Fra i vari fattori che la professoressa Freeman elenca fra quelli che hanno contribuito a creare il clima della rivoluzione vi è il “Grande risveglio” un movimento religioso proveniente dall’Europa ma che ebbe il suo massimo impatto proprio nelle colonie.
I predicatori arringavano la folla dipingendo un Dio severo e ansioso di punire i peccatori ma anche pronto a perdonarli se questi si fossero pentiti (*3).
Ecco, nel libro della Armstrong questa immagine di Dio antropomorfizzato (nelle prediche Dio era raffigurato mentre teneva l’uomo per un piede sopra le fiamme dell’inferno pronto a lasciarcelo cadere se non si pentiva) è la più primitiva: lontano sia dal Dio lontano e incorporeo dei filosofi che da quello universale dei mistici.
Non so bene cosa questo implichi: mi dà la sensazione di una fede superficiale, basata su precetti e regole più che su principi profondi. E una fede poco profonda è facilmente sostituita da un’altra: ad esempio quella nel denaro…
Ma si tratta solo di ipotesi: spero che l’Armstrong affronti anche la concezione di Dio nel XVIII secolo. Per adesso siamo arrivati al XIII secolo! Vedremo...

Conclusione: alla fine non avevo grandi novità da aggiungere a quanto già scritto ma mi sembrava utile sottolineare anche questi nuovi dettagli...

Nota (*1): in realtà, soprattutto, nelle colonie del sud vi erano molti schiavi e questi sì, erano poverissimi. Ma da un punto di vista politico, proprio poiché non contavano quasi niente, non hanno influenzato la stesura della costituzione americana: quando si dice che ogni uomo deve essere libero di ricercare la propria felicità era scontato che non si intendevano gli schiavi!
Nota (*2): frammenti tratti da Le radici psicologiche della diseguaglianza di Chiara Volpato, Editori Laterza, 2019, pag. 184.
Nota (*3): influì sulla cultura delle colonie perché ribadiva la capacità del singolo di prendere in mano il proprio destino; promuoveva l’uguaglianza fra gli uomini ed era un movimento guidato da persone schierate contro l’autorità costituita.

venerdì 26 giugno 2020

Speciale Coronavirus 20

Oggi volevo scrivere un po’ di sociologia integrando insieme ciò che sto imparando dal corso sulla rivoluzione americana e dal libro della Volpato (con una curiosa intromissione dal libro di religione della Armstrong). La cronaca mi riporta però al covid-19.

Come al solito sono rimasto indietro con i video di MedCram (quelli più seri e completi sull’argomento) anche se ho visto che non ne sono usciti moltissimi: evidentemente il dottore è piuttosto impegnato in California…

Mi limiterò quindi a varie osservazioni sparse…

Della famosa ricerca epidemiologica che si proponeva di testare gli anticorpi a un campione significativo della popolazione italiana (come fosse una sorta di sondaggio) per capire chi avesse preso (in passato) il covid-19 non ho saputo più niente. Ero rimasto alla notizia che si stavano contattando le persone da analizzare e basta: è anche possibile che la notizia dell’esito della ricerca sia poi passata sotto al mio radar ma, bo…
Una mia congettura è che manchi la volontà politica di portare avanti questa ricerca: il motivo? Fate voi… forse si ha già una stima affidabile della situazione oppure semplice incompetenza e superficialità o… bo… evitiamo le ipotesi più fantasiose sul voler tenere appesa sulla libertà degli italiani una spada di Damocle...

Sul calcio ho già scritto ma dopo la prima giornata ho qualcosa da aggiungere.
Inizialmente le norma sulla ripresa dell’attività agonistica erano così assurde che l’avevo interpretate come il segnale di non voler realmente concludere il campionato: soprattutto a causa della regola che avrebbe fatto mettere in quarantena per due settimane ogni squadra che avesse trovato nelle proprie fila anche un solo contagiato. Norma cambiata in fretta e furia alla notizia del primo caso in serie B. Ennesima dimostrazione di scarsa serietà e/o competenza: se la norma era inutile non sarebbe dovuta essere neppure introdotta e, in caso contrario, non avrebbe dovuta essere poi cambiata a due giorni dall’inizio del campionato di serie B.
Comunque fra le varie norme che regolano lo svolgimento delle partite c’erano quelle sul distanziamento sociale e sull’uso delle mascherine. Qui l’ipocrisia era palese: ovvio infatti che in allenamento e lontano dagli occhi indiscreti i calciatori sicuramente le avrebbero ignorate: un po’ perché inevitabile e un po’ perché la tendenza dei giovani è quella di fregarsene.
Ma vi è in questa ipocrisia anche un aspetto tremendamente diseducativo: essa non viene neppure rispettata!
I giocatori si abbracciano dopo aver segnato, si scambiano bottigliette d’acqua, in panchina/tribuna non indossano le mascherine o le indossano male (solo sulla bocca e non sul naso)…
Che poi oltretutto gli arbitri non sanzionano questi comportamenti né i giornalisti li sottolineano: l'ipocrisia delle regole era tale che pare una mancanza di gusto farla notare...

Che messaggio si dà ai milioni di italiani che guardano queste partite?
Che le misure sono solo una pagliacciata, che non c’è bisogno di precauzioni: e forse è solo una coincidenza ma ieri in città avrò contato solo un pugno di persone che indossavano la mascherina correttamente: c’era chi la portava al mento o alla pappagorgia, i più bravi solo sulla bocca ma non sul naso. Solo nei bar e nei negozi c’era una parvenza di attenzione ma poi ai tavolini all’aperto o in fila regnava il caos.

Ah! sul temporaneo contenimento della malattia, che sembra essere “meno aggressiva”, ho una teoria che stupidamente ho formulato solo nei giorni scorsi (mentre invece avevo tutte le informazioni per farlo già da inizio maggio).
Adesso con le giornate di sole gli italiani si stanno imbottendo di vitamina D (ho sentito che il 90% di tale vitamina viene prodotta/assimilata stando al sole e non dall’alimentazione) e, da una ricerca indonesiana (non so se verificata dai pari), sembra che il 90-95% dei casi gravi di covid-19 avessero carenze di vitamina D.
La vitamina D, lo ricordo, stimola genericamente l’efficacia del sistema immunitario: è quindi probabile che aumentando la vitamina D nella popolazione diminuiscano le frequenze di contagio.
Sono curioso di vedere se questa ipotesi verrà fuori anche da fonti più autorevoli di me stesso: le case farmaceutiche infatti trepidano per impadronirsi del business del vaccino e sarebbero molto seccate se si scoprisse che la vitamina D è già di per sé sufficiente per limitare notevolmente la diffusione della malattia…
Fortunatamente il covid-19 non ha coinvolto solo l’Italia ma anche nazioni non completamente subalterne agli interessi delle case farmaceutiche: in altre parole la verità sull’utilità o no della vitamina D per prevenire la diffusione del virus dovrebbe venire fuori...

Infine, abbandonando la limitata prospettiva italiana, bisogna ricordare che nel resto del mondo il covid-19 è ancora in fase di espansione: soprattutto nelle Americhe e in Africa ma anche in tanti altri stati europei. Aprire i confini indiscriminatamente e senza controlli sulla salute di chi arriva è DEMENZIALE. Possiamo quindi già prevedere cosa farà al riguardo il nostro illuminato governo: nulla.

Notizie di ieri sono poi la notizia di un focolaio in Campania, se ho ben capito in un edificio sovraffollato da immigrati bulgari e, soprattutto, di un focolaio a una sede del corriere Bartolini. Per circoscrivere il focolaio andrebbe isolato l’intero comune ma, come al solito, lo Stato (non credo che una ragione abbia gli strumenti per imporre una quarantena) latita o affronta il problema con superficialità sottovalutandolo: una delle lezioni che si sarebbe dovuto imparare è quella di non correre rischi ma invece...
Soprattutto il focolaio alla Bartolini è preoccupante perché, nel loro lavoro, i corrieri incontrano molte persone diverse quotidianamente e possono quindi propagare moltissimo la malattia. Chiaramente andrebbero controllati prontamente tutte le persone con cui sono venuto in contatto i corrieri: dubito che sia stato fatto...

L’altra mia preoccupazione è che non vorrei fosse come questo febbraio col primo malato: ci si illude che tutto vada bene, non si fanno controlli, e poi si scopre che la malattia in Italia era già diffusa da dicembre. In altre parole non vorrei che questi focolai fossero la punta dell’iceberg e che per questi due individuati ce ne fossero un’altra decina di cui non si sa niente.

Conclusione: l’incompetenza non è solo dannosa ma anche mortale.

mercoledì 24 giugno 2020

Piccole lezioni

Tempo fa pubblicai un pezzo (non importa quale) con una serie di battute e chiesi ai miei conoscenti di dirmi quale avevano preferito.
Con mia sorpresa ognuno aveva gusti diversi: le battute ritenute banali da uno erano invece apprezzate da altri oppure persone diverse ritenevano gli stessi frizzi a volte cervellotici e a volte intelligenti.

La mia conclusione fu che i gusti sono gusti ma ciò ebbe anche un impatto sul mio modo di scrivere: inutile chiedere il parere di una singola persona (o anche di poche) e quindi tanto vale affidarsi al proprio gusto. È impossibile soddisfare tutti e quindi è meglio essere se stessi.

Recentemente mi è capitato qualcosa di analogo con un pezzo più serio (Il destino dell’uomo): un’amica me lo aveva criticato aspramente mentre un’altra (che non sapeva niente del giudizio della prima) l’ha riempito di lodi.

Conclusione: anche dove non costa niente (come sulle battute) è futile cercare di inseguire un'ideale di perfezione perché esso semplicemente non esiste.

Allarme mascherine - 29/6/2020
Anche le mascherine sono pericolose ma nessuno lo dice: per esempio bisogna stare sempre molto attenti a non ingoiarle quando si sbadiglia!

Grane - 29/6/2020
Da luglio sarò costretto a usare la nuova versione di Blogger (che non ho voluto provare in anticipo: non mi va di scovare i problemi per gli altri…) e, sono sicuro, mi darà non pochi grattacapi.
Se per qualche giorno non scriverò potrebbe esserne questo il motivo.

Musica lène - 2/7/2020
Ieri notte ho sognato della musica bellissima, evidentemente inventata dal mio inconscio. Mi era già capitato poche altre volte ma sempre ne rimango estremamente colpito.

Ne avevo ancora un vago ricordo ieri mattina quando mi sono alzato ma oggi, onestamente, non ricordo niente della musica in sé. Probabilmente, fosse possibile registrare i sogni, a riascoltare tale musica da sveglio non ne sarei ugualmente impressionato: forse mi accorgerei che è banale o che è scopiazzata da altre opere note… o forse no?

Quello che mi impressiona è l’apparente maggior capacità e creatività dell’inconscio rispetto alla normale coscienza...

Sotto i calzini niente - 7/7/2020
Ieri mi apprestavo a fare la doccia. Mentre pigramente mi spogliavo sono giunto a togliermi i calzini scuri. Scrivo genericamente “scuri” perché erano di colore diverso: l’ho già scritto in passato, ormai non mi preoccupo di dettagli che giudico irrilevanti come indossare calzini uguali.
Però ieri sono andato oltre: mentre li toglievo ho pensato distrattamente “certo che solo un maniaco psicopatico li porta uguali!”. Pochi istanti dopo ho però superato un reality check (*1) e mi sono ricordato che non è così: il 99% delle persone sta bene attento ad appaiare correttamente i propri calzini…
Però buffo! Mi sembra che la dica lunga sul mio modo di pensare…

Nota (*1): i reality check nei giochi di ruolo sono dei lanci dei dadi che servono a verificare se un personaggio è rimasto in contatto con la realtà: per esempio un mago nemico ci lancia contro un incantesimo di controllo della mente e il giocatore deve lanciare il dado per vedere se resiste o no; oppure in un mondo lovecraftiano vediamo per la prima volta un orrore indicibile: ecco di nuovo un reality check per verificare se si perdono i sensi o se si fa un passo verso la pazzia…
Per curiosità ho cercato la traduzione: oltre al terribile “controllo della realtà” c’era un buon “rimanere con i piedi per terra” che in certi contesti, ma non il mio, è più che adeguato.

lunedì 22 giugno 2020

La steppa non stopposa

Uno dei racconti di Cechov che più mi ha colpito è “La steppa”.
Dal mio punto di vista nella trama succede poco o nulla: un ragazzino viene mandato dalla madre a vivere in un’altra città per studiare, lo zio e un prete lo accompagnano. Il viaggio dura diversi giorni e, ovviamente, si svolge attraverso la steppa russa.
Ora in realtà il racconto dura ben 105 pagine, un romanzo breve in pratica, quindi evidentemente qualche cosa succede: ma si tratta di piccoli episodi, di incontri lungo la via, di tramonti, temporali e pennichelle sotto un carro!

Il fatto è che io, nel mio piccolo, quando penso a una trama ho ben chiaro in mente cosa dovrà accadere: da A arrivo a B attraverso gli episodi C, D ed E. In questo racconto invece da A si arriva ad A: sì, il ragazzino arriva a destinazione, ma di per sé nessun episodio del viaggio è stato significativo: un incontro avrebbe potuto esserci oppure no e per il ragazzino non sarebbe cambiato niente.

Eppure la storia funziona e mi è piaciuta: mi torna in mente la poesia Itaca dove si ricorda che nella vita non è importante la sua fine, la morte, quanto il percorso, quello che si compie.

L’atmosfera che Cechov riesce a costruire è estremamente realistica: è facile immaginarsi le dimensioni sterminate della steppa russa (soprattutto col temporale!) e, di conseguenza, a vivere un’esperienza fantastica che colpisce e affascina.

E poi si ha l’idea, in questa steppa senza fine, di un viaggio senza tempo: del resto quando scompaiono i punti di riferimento in una pianura sempre uguale a se stessa si perde anche il senso della velocità e, di conseguenza, del tempo.
Ma per questa caratteristica del racconto ho un esempio concreto: il ragazzino è stato momentaneamente affidato a una carovana di mercanti; a sera al vecchio del gruppo viene chiesto di raccontare una storia ed egli narra una sua vecchia avventura. Non entro nei particolari (un’osteria in cui vengono uccisi e derubati i clienti) ma la storia del vecchio potrebbe far tranquillamente parte di un racconto del Decameron. Qui vi è qualcosa di profondamente radicato nella natura umana, nel riunirsi insieme intorno a un fuoco la notte per raccontarsi storie: non è solo il calore del fuoco che l'uomo ricerca ma anche quello della compagnia dei propri simili. Potrebbe essere un episodio del XIX secolo come del XIV come di 2000 anni fa.
Anzi avrei anche un altro esempio: a un crocicchio lungo la strada c’è una vecchia croce; non ricordo i dettagli ma viene accennata la storia di due mercanti rapinati dai briganti: uno muore mentre il figlio riesce a scappare e mi sembra (ma potrei sbagliarmi!) poi si vendichi degli assassini che giacciono quindi nei paraggi insepolti. Anche questa storia potrebbe essere un racconto narrato da qualsiasi viaggiatore a una croce abbandonata lungo la strada.

Dal non tempo fisico esteriore si passa a un non tempo interiore dei singoli individui: anche loro non cambiano, sembrano cristallizzati nei loro stereotipi, persi nella dimensione senza tempo della steppa.

Conclusione: Cechov scrive bene. Le sue trame, dal mio punto di vista materialistico, sono prive di sostanza ma, forse proprio per questo, senza queste zavorre logiche, riescono a innalzarsi come palloni aerostatici nell’immaginario del lettore, a colpirlo profondamente.

sabato 20 giugno 2020

Intuizioni americane (mie)

[E] Attenzione! Per la comprensione di questo pezzo è necessaria la lettura della mia Epitome (V. 1.6.0 "BW").

Oggi ho visto la quinta puntata del corso sulla rivoluzione americana della professoressa Freeman. Speravo approfondisse la guerra del 1760 combattuta da inglesi e coloni contro francesi e indiani ma in realtà l’ha saltata a piè pari!

Ne sono rimasto sorpreso perché nelle prime puntate aveva più volte ripetuto come tale guerra rappresentasse un punto di svolto nell’evoluzione della visione che i coloni avevano di loro stessi e dei loro rapporti con l’Inghilterra. Io avevo subito drizzato le mie orecchie perché nell’Epitome ([E] 3.4) spiego che eventi che coinvolgono una parte significativa di una società hanno la capacità di variarne gli epomiti. Facevo proprio l’esempio della guerra (avendo in mente la II guerra mondiale): «...se ai soldati che combattono in guerra viene detto che lo fanno per la patria (protomito), per la libertà (protomito), per la giustizia (protomito) o per la democrazia (protomito) essi finiranno per convincersi che sia realmente così e, di conseguenza, attribuiranno grande importanza a tali protomiti. Quindi, anche al termine della guerra, continueranno a considerare precipui i principi e gli ideali (protomiti) per i quali, o perlomeno di questo persuasi, hanno combattuto e rischiato la propria vita.
Grandi eventi, che coinvolgono fasce significative della popolazione, hanno la possibilità di variare l'importanza che i singoli danno a specifici protomiti e contribuiscono così a dare un'impronta ideologica all'intera società.
In definitiva il valore attribuito ai diversi protomiti non è fisso ma varia costantemente nel tempo e queste variazioni possono essere significativamente condivise da gran parte della popolazione.
»

Possibile che qualcosa di analogo fosse accaduto anche per i coloni americani del XVIII secolo?
Io ero fortemente convinto che fosse così ma la professoressa, saltando completamente tale guerra, non mi ha dato molti elementi da valutare…

Indirettamente però qualcosa l’ho comunque intuita con una buona attendibilità. Prima però devo riassumere la situazione.

Nel 1760 l’Inghilterra e i coloni sconfiggono Francia e indiani in nord America. L’Inghilterra si ritrova però negli anni seguenti con un pesante indebitamento e, per questo, alza le tasse in tutto il regno. Nelle colonie è rimasto un esercito inglese che, almeno in teoria, dovrebbe proteggere i coloni da francesi e indiani così il ministro delle finanze inglesi Grenville pensa bene di far contribuire al costo del suo mantenimento anche i coloni. Per questo prende nel corso degli anni 1764 e 1765 vari provvedimenti che culminano con lo “Stamp Act”: ovvero una tassa sulla carta che colpisce avvocati, giornalisti, editori, mercanti, armatori… (*1)
I coloni protestano sì per l’aumento delle tasse (c’era stato anche lo “Sugar Act” che imponeva dazi sulle merci importate dall’Europa) ma anche perché si sentivano discriminati dai cittadini inglesi: essi non avevano rappresentanza nel parlamento inglese ma questo imponeva la propria volontà sulla loro. Oltre alle tasse era stato, per esempio, vietata la stampa di moneta nelle colonie (“Currency Act”) e nei processi per contrabbando gli imputati venivano tutti processati ad Halifax (con tutte le spese a loro carico) in Canada dove non vi era poi un normale processo con giuria ma solo un giudice.
Come concluse la professoressa nella sua prima lezione paradossalmente i coloni si ribellarono all’Inghilterra per il diritto di essere pieni cittadini inglesi!

Ecco, io credo, ma questa è una mia ipotesi, che gli inglesi per attirare volontari che combattessero al loro fianco contro francesi e indiani avessero puntato molto sull’insistere che i coloni fossero pari a cittadini inglesi e che ne avessero gli stessi diritti e doveri: in particolare il dovere di combattere al fianco dei soldati di Sua Maestà Giorgio II-III. Ma gli inglesi non potevano richiamare al dovere senza allettare i coloni con i diritti…
Ecco quindi che, sotto queste ipotesi, la mia teoria sullodata spiegherebbe bene l’improvvisa attenzione dei coloni ai propri diritti come “sudditi inglesi” e, quindi, la loro fortissima reazione a vederli violati pochi anni dopo la fine della guerra.

Mi sembra un’ipotesi altamente credibile ma, sfortunatamente, non ho elementi concreti per confermarla: magari farò qualche ricerca su altre fonti…

Ho poi avuto un’altra intuizione interessante. Curiosamente la professoressa non ne accenna minimamente ma io, che non ho problemi di modestia, la ritengo ugualmente valida.
La terza ragione per cui i coloni protestavano contro lo “Stamp Act” era anche la difesa della loro libertà: la libertà era strettamente legata alla proprietà ed essi ritenevano che soltanto chi paga una tasse debba avere il potere di imporla.
La professoressa Freeman lega questo ideale di libertà al sentirsi soggetti inglesi pieni, ovvero con tutti i diritti, ma secondo me c’è un altro fattore.
È da notare che le proteste erano, in genere, guidate dal Massachusetts (capitale Boston) quasi la più settentrionale delle colonie americane; però, la famosa dichiarazione sulla libertà di Patrick Henry (“Datemi la libertà o datemi la morte”), fu fatta in Virginia, che invece è al sud.
La differenza è che al nord gli schiavi erano relativamente rari (1 su 35 nel New England), in genere domestici indiani, mentre al sud rappresentavano una fetta consistente della popolazione (mi pare che nella Carolina del sud fossero addirittura la maggioranza): qui i grandi proprietari terrieri sfruttavano gli schiavi di origine africana nelle loro piantagioni.
Ma cosa distingue uno schiavo dal suo padrone? La libertà. Ecco perché, questa è la mia ipotesi, soprattutto nelle colonie del sud (Virginia compresa) l’ideale della libertà era particolarmente sentito: era ciò che rendeva i coloni diversi dai propri schiavi. Quando gli inglesi intaccarono la loro libertà essi dovettero sentirsi particolarmente minacciati (*2).

Questo mi fa tornare in mente un’argomentazione della Freeman che mi aveva molto colpito: in realtà, a causa della mia solita modestia, l’avevo tacciata per “caz###” ma comunque ho continuato a ruminarci sopra.
La professoressa nello spiegare le differenze fra coloni e inglesi porta tre argomentazioni: la prima di queste è il “carattere” dei coloni: chiunque intraprendesse il pericolo del trasferirsi in una nuova terra al margine della civiltà, lontano da parenti e amici, doveva essere qualcuno che amava il rischio, ricco di intraprendenza e volontà di migliorare il proprio status sociale.
Io ero perplesso perché questo argomento sottintende a un’ereditarietà di alcune caratteristiche psicologiche: i coloni erano più intraprendenti dei loro cugini inglesi perché discendenti di persone che amavano il rischio ed erano coraggiose.
È vero che alcune caratteristiche psicologiche sono ereditarie ma l’argomento mi puzza di eugenetica spicciola in cui basta troppo poco per selezionare specifiche qualità individuali.
Credo invece che l’argomento della professoressa sia basato sullo stereotipo attuale dell’americano intraprendente: si confonde la cultura e le possibilità date dalla società più ricca del pianeta e gli si dà una pseudo-spiegazione genetica (*3). Insomma non mi convince molto.
Mi è tornato in mente questa particolare teoria perché essa può essere “utile” per spiegare l’attuale realtà americana: i discendenti di chi è immigrato volontariamente negli USA è intraprendente per ragioni genetiche ma allora cosa si può dire di chi invece vi è stato portato come schiavo? Certamente gli afroamericani non hanno quindi l’intraprendenza e lo spirito d’iniziativa che caratterizza il resto della popolazione: questo potrebbe essere un argomento usato per giustificare la loro maggiore povertà.

Evidentemente l’argomento della schiavitù è un qualcosa che, magari sotto la superficie, è sempre ben presente nel quotidiano riflettere degli americani: sotto forma di pregiudizi, stereotipi o improbabili spiegazioni. Ma qui è la mia intuizione che parla a ruota libera…

Conclusione: il corso continua a essere molto bello ma l’aver “saltato” la guerra del 1760 è stata una grande delusione.

Nota (*1): tutta gente con una grande capacità di influenzare l’opinione pubblica: mossa non molto astuta quindi…
Nota (*2): del resto la schiavitù crea una precisa dissonanza cognitiva ([E] 1.3): il padrone deve convincersi di essere diverso dal proprio schiavo. Se questa sicurezza viene minacciata è ragionevole attendersi una forte reazione in sua difesa….
Nota (*3): mi sembra un esempio di postvalutazione: vedi [E] 1.4.

venerdì 19 giugno 2020

Il color azello

Oltre trent’anni fa, un giorno a lezione, la professoressa cercò di spiegare alla classe quale fosse il colore azello. Ma “spiegare” un colore a parole non è facile e infatti dopo poco cercò di darcene un esempio concreto: si mise quindi a esaminare gli occhi di ciascun studente ma (quel giorno eravamo pochi) non ne trovò alcuno di tale colore. Sicuramente quindi l’azello non era il marrone o una sfumatura di blu…
Io rimasi con la curiosità e, come sapete, per ciò che mi colpisce ho una discreta memoria.

Nel corso degli anni sicuramente avrò cercato anche su qualche dizionario (il problema è che usando un monolingua avevo sempre e solo la descrizione del colore che, come detto, è relativamente utile) ma senza arrivare a certezze.

Per un certo periodo mi convinsi che l’azello fosse un marrone chiaro, cioè un nocciola: del resto sia Google che WordReference traducono hazel con “nocciola”.
Eppure, non ricordo come, riuscii poi a escludere che l’azello fosse un semplice sinonimo del colore nocciola...

Finalmente qualche giorno fa ho avuto uno di quei guizzi di "intelligenza" che mi contraddistinguono: “Oh!” ho pensato “ma Google dà anche le immagini!”.

Ho quindi cercato hazel su Google per immagini e il mistero si è in un attimo risolto!
Meglio ancora è cercare hazel eyes perché vengono presentate foto che confrontano occhi diversi.

Come è facile comprendere l’hazel non ha un corrispettivo in italiano e per questo era così difficile da spiegare a parole: per lo stesso motivo ho inventato il neologismo “azello”.
Si tratta in pratica di un miscuglio di colori: si parte da una base marrone o nocciola e vi si aggiunge spruzzi di blu, verde o grigio. Ecco l’azello!
Oltretutto, essendo l’azello un miscuglio di colori distribuiti sull’iride, quando la pupilla si dilata o si contrae il colore dell’occhio cambia perché possono predominare sfumature diverse.

Insomma l’azello è una combinazione di colori difficilmente identificabili a causa della maniera fitta e irregolare con cui le diverse tinte sono distribuite: personalmente lo userei per indicare non solo il colore degli occhi ma anche i mantelli dei gatti composti da più colori, non chiaramente delimitati, e senza disegni identificabili come, per esempio, delle righe. Magari si potrebbe indicare la sfumatura predominante: tipo "azello rosso" o "azello grigio"…

Oltretutto questo nuovo colore mi toglie da un grave imbarazzo: gli occhi color azello non sapevo bene come identificarli. In genere gli italiani con gli occhi azello dicono di averli verdi o grigi ma io storcevo il naso a causa delle ovvie contaminazioni…

Conclusione: non vedo l'ora di poter dire a una donna "Che belli i tuoi occhi di color azello!" per vedere cosa mi risponde!

martedì 16 giugno 2020

Premesse sociali alla rivoluzione americana

Ricordate la mia “intuizione” sulla nascita della costituzione americana (v. Spunti per Epitome)?

La mia ipotesi per spiegare l’innovativa peculiarità della Costituzione americana era che questa fosse stata scritta non da parapoteri ma da poteri medi: per questo motivo essa dava la massima libertà all’individuo il che, indirettamente, corrisponde a forza per la democratastenia.

Però appunto era solo un’ipotesi: non sapevo praticamente niente su questa parte della storia degli USA. La mia era solo un tentativo di immaginarmi le cause che avrebbero potuto portare a un determinato effetto.

Poi, lo sapete, alcuni problemi mi appassionano e allora li studio più a fondo. L’amica che speravo potesse indirizzarmi su qualche buon testo era sfortunatamente specializzata su un periodo successivo ma, fortunatamente, ho trovato un bellissimo corso dell’università di Yale pubblicato su Youtube: Introduzione e successivi della professoressa Freeman.

Al momento ho seguito solo tre puntate (su 25!) ma le premesse sembrano tutte confermare la sostanziale correttezza della mia intuizione.
Così, per esercizio, cercherò di riportare qui di seguito tutti gli indizi in mio favore (ho preso degli appunti MOLTO accurati).
- Intorno al 1750 il 60% dei maschi bianchi possedeva un proprio appezzamento di terreno: questi erano relativamente benestanti e a essi si univano artigiani e commercianti delle città. Complessivamente i coloni vivevano meglio che in Europa, erano più in salute (uomini e donne erano mediamente più alti di 5 cm rispetto ai cugini inglesi) e meglio nutriti.
- Nelle colonie rispetto all’Inghilterra mancano sia le classi altissime che quelle poverissime: i nobili importanti non emigrano nelle colonie (magari lo poteva fare il terzo o quarto figlio che sapeva che non avrebbe ereditato niente in patria) e i poveri, compresi quelli che non potevano pagarsi il biglietto, dopo un periodo di servitù volontaria per 5-7 anni, ricevevano un appezzamento di terreno (la terra era molto abbondante: nel 1770 i coloni erano appena 2 milioni distribuiti su tutta la costa atlantica). La maggioranza dei coloni era più simile a una grande classe media.
- Ampia mobilità sociale: da un aneddoto si ricava che alcune delle persone più potenti del Maryland erano partiti come servi volontari: si erano quindi letteralmente “fatti da soli”.
- Anche nelle colonie c’erano famiglie più potenti e ricche delle altre ma il confine con la classe “media” era meno marcato: i ricchi stessi si mescolavano con la gente comune e, talvolta, si erano fatti da soli. [KGB] coincidenza fra epomiti locali dei parapoteri ed epomiti globali.
- La differenza fra un colono ricco e uno povero era infinitamente minore che fra un nobile inglese e un contadino.
- Il potere politico e d’influenza dei coloni ricchi era in proporzione minore rispetto a quello dei ricchi inglesi.
- Il momento chiave per la trasformazione dei coloni da leali sudditi a ribelli fu il 1760 dopo la guerra, a fianco degli inglesi, contro francesi e indiani. [KGB] Eventi comuni che variano l’importanza di alcuni protomiti (in particolare quelli per cui si è combattuto).
- Chi possedeva terra poteva votare: grande partecipazione popolare nella politica che oltretutto, essendo su base locale, era facilmente comprensibile da tutti. In Inghilterra nel 1760 solo il 20% degli uomini bianchi poteva votare, nelle colonie tale percentuale oscillava invece fra il 60 e l’80%.
- Le colonie avevano una struttura sociale con una significativa classe media (anche se c’erano i molto ricchi). In Inghilterra il 50% degli uomini non aveva terra e lavorava stipendiato; nelle colonie il 66% possedeva terra. Anche il contrasto fra ricchi e poveri era minore rispetto all’Inghilterra.
- Nel 1760 esisteva nelle colonie una riserva di politici/amministratori espressione delle élite locali.

Queste le mie note (dalla 2° e 3° lezione) che vedo come significative per il quesito che mi sta a cuore. Alcune di queste affermano che in realtà anche nelle colonie (del resto era ovvio) esistevano dei parapoteri locali ma è altrettanto chiaro che questi non fossero separati dalla popolazione locale.
In particolare è geniale (modestamente!) la mia osservazione “[KGB] coincidenza fra epomiti locali dei parapoteri ed epomiti globali”.
In parole povere, senza cioè usare la mia terminologia, questa osservazione significa che i membri delle colonie condividevano gli stessi principi e ideali del resto della popolazione: Questo è fondamentale in quanto la conseguenza è che cercando di fare il proprio interesse (dandosi, per esempio, la massima libertà) facevano anche quello della gente comune.
In Europa i ricchissimi erano ormai da generazioni ben separati dalla gente comune: le classi alte europee condividevano dei principi e aspirazioni distinte da quelle della gente comune. Avevano una mentalità tutta incentrata su come mantenere e, ancor meglio, aumentare il proprio potere: nell’eventualità che queste persone fossero chiamate a stabilire una nuova costituzione questa sarebbe nata strutturata in maniera tale da garantire lo status quo ovvero, in primo luogo, i loro interessi.

Questo almeno è come si sta delineando il mio ragionamento: sono sicuro che con le prossime lezioni esso si perfezionerà ulteriormente e, magari, ne verrà fuori un nuovo sottocapitolo per la mia Epitome…

Conclusione: quasi quasi mi guardo la quarta puntata!

lunedì 15 giugno 2020

FAQ Epitome

Avvertenza! Come indicato dalla vignetta “Facezia” il seguente pezzo è ironico, frutto dell’immaginazione: di per sé l’Epitome “vorrebbe essere” un’opera seria…

Qualche giorno fa sono stato ospite della Lilly Gruber a “8 e ½” per un’intervista sull’Epitome: ovviamente c’erano anche un paio di giornalisti piddini di disturbo che mi interrompevano e mi parlavano sopra. Nel complesso però la Gruber è stata corretta e mi ha dato il giusto spazio proponendomi anche delle domande estremamente argute e profonde.
Per questo motivo ho deciso di stilare una lista di FAQ sull’Epitome basata sulle domande che mi sono state poste e, ovviamente eliminando i vari salamelecchi introduttivi (all’inizio e fine della trasmissione) e i frizzi, spesso fuori luogo e maleducati, degli ospiti piddini...

D: Perché dovrei leggere l’Epitome?
R: Per attrarre, come me, in maniera irresistibile le donne.

D: Cioè? Non capisco…
R: Chi legge l’Epitome diviene come profumato miele e attira le donne come mosche: che però poi ti rimangono appiccicate addosso. Citando Dante: «Il lène miel ibleo pania si fece / per le labili e perse donne / malanno simile a persa pece»

D: Ma se sono una donna? O se, per assurdo, fossi una giornalista?
R: Allora ti farà crescere il “pipi”.

D: Qualche animale è stato maltrattato durante la realizzazione dell’Epitome?
R: Nessun bambino è stato molestato per la creazione dell’Epitome.

D: Una risposta un po’ evasiva…
R: No, perché?

D: A proposito di bambini: è possibile usare l’Epitome come anticoncezionale?
R: Beh, non sarebbe il suo uso proprio, però se la si legge prima di mettersi a letto… Del resto l’Epitome NON andrebbe mai letta prima di guidare o avviare macchinari pesanti o strisciare fra le morse di una pressa idraulica attiva…

D: Quindi leggere l’Epitome concilia il sonno?
R: Per la precisione non basta leggere questo tomo: prima bisogna averlo un letto.

D: Le voci secondo cui sia addirittura pericoloso leggere l’epitome sono infondate?
R: ...ehm… mi secca ammetterlo ma in effetti l’Epitome può avere un effetto simile a quello del Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred: chi la legge rischia di impazzire o peggio. In effetti anche l’Epitome rivela all’umanità delle verità tali che la mente non riesce a tollerarle. Ma secondo me è anche colpa del fatto che chi la legge di fretta salta delle note…

D: Ma allora è necessario leggere anche tutte le oltre mille note dell’Epitome?
R: L’Epitome è un’opera che fonde insieme molti argomenti diversi come fosse una grande sinfonia musicale: e in una sinfonia ogni nota è importante.

D: È vero che l’Epitome contiene centinaia di profezie?
R: L’Epitome ripercorre la storia dell’uomo quindi è corretto dire che contiene centinaia di profezie che si sono già realizzate.

D: Ah… ok… ma contiene anche nuove profezie? Magari delle terzine?
R: Beh, tecnicamente è possibile aprire a caso l’Epitome tre volte per leggerne altrettante frasi e ottenere quindi un numero arbitrario di profezie in terzine.

D: Può darcene un esempio?
R: «Da quanto visto deriva / diversità e uniformità: / gli interessi dei parapoteri.»

D: Bella! {Qui gli ospiti piddini si sono messi a ululare scemenze} Ma da un punto di vista strettamente culturale ed educativo è davvero utile leggere l’Epitome?
R: Beh, l’Associacione dei Medici Dentistici Italici ha condotto numerosi esperimenti: sembra che grazie alla lettura il pene maschile si allungasse permanentemente di circa 1mm alla settimana.

D: E cosa accadeva al pene femminile?
R: I tecnici dentistici hanno riscontrato una diminuzione della cellulite soprattutto su glutei e cosce.

D: Ah! Le darò un’occhiata… Ma a proposito di peni maschili e pene femminili, una domanda faceta: se l’Epitome fosse un porno di che genere sarebbe?
R: Sicuramente un interrazziale gay: l’Epitome mette tutto nero su bianco...

D: Come e quanto si differenzia l’Epitome da altre opere analoghe come la Bibbia o il “Manifesto del Partito Comunista”?
R: Beh, l’Epitome è di circa 930 pagine più breve della Bibbia e di circa 200 pagine più lunga del “Manifesto del Partito Comunista”.

D: Ho già letto la vecchia versione XXX dell’Epitome: c’è molta differenza con la più recente?
R: È chiaro che ciò che è scritto nelle precedenti versioni dell’Epitome non è sbagliato; è però anche vero che l’ultima versione perfeziona quanto già spiegato e in più vi aggiunge dei concetti nuovi. Per capirci le vecchie versioni dell’Epitome corrispondono al Vecchio Testamento mentre la più recente al Nuovo.

D: Ma, in definitiva, l’Epitome è un’opera ispirata o rivelata?
R: L’Epitome è mezza ispirata e mezza rivelata: essenzialmente è generata e non creata.

D: È vero che l’Epitome è l’opera scritta più importante di tutti i tempi?
R: Beh, lo dicono e lo pensano in molti ma io non esagererei… diciamo che la posizionerei fra le prime cinque: comprese la scoperta del fuoco, l’invenzione della ruota, l’agricoltura e la manutenzione delle caldaie…

Poi braci e abbracci e i complimenti, particolarmente graditi, di piddini commossi e (momentaneamente) convertiti…

Conclusione: E ora mi devo preparare per “Che fresco che fa” di Fabio Fazio: fra l’altro chiacchierando con la Gruber ho scoperto che lei non partecipa a tale trasmissione (che infatti è della RAI) ma la giornalista, credo ospite fissa o semifissa, è una tale Littizzetto...

domenica 14 giugno 2020

Cinguettii zittiti

Sempre alla medesima cena (v. Comprensibili incomprensioni) abbiamo toccato anche l’argomento Zuckerberg quando mi sono trovato nel ruolo, per me inedito, di suo difensore.

Coerentemente con la mia posizione contro la censura le ho detto che ero d’accordo con lui sul fatto che Twitter non dovesse censurare i cinguettii dei suoi utenti, Trump compreso.

Lei mi ha risposto: 1. i cinguettii non vengono censurati ma ad alcuni viene aggiunto un “bollino” con un collegamento a un altro articolo; 2. Twitter è una piattaforma privata che gli utenti usano gratuitamente: se il padrone di Twitter decide una certa politica gli utenti sono liberi di andarsene o di adeguarsi a essa.

Il secondo punto mi ha colpito perché era lo stesso argomento usato da un mio amico per giustificare la censura di FB (e io allora ero contro FB: non si può dire che non sia coerente!). Vediamo se ritrovo il pezzo in cui ne scrissi... ecco qui: Le catene della Apple e Confronto sulla censura.

Sfortunatamente pur percependo immediatamente l’argomentazione come errata non sapevo esplicitare le mie perplessità e quindi lasciai cadere l’argomento (o arrivò la pizza, non ricordo…).
L’idea che il “padrone” possa fare come gli pare e piace mi sembra molto liberista, anche troppo direi...

In effetti già in Abitudine e necessità avevo trovato un’interessante obiezione all’idea che il padrone di un servizio potesse farci quello che vuole…
In breve spiegavo che l’abitudine genera necessità e quindi, per gli utenti di FB, tale piattaforma era divenuta una necessità e, quindi, un servizio di pubblica utilità senza alternative. Come servizio di pubblica utilità avrebbe dovuto rispettare certe norme e il suo padrone non avrebbe potuto fare sempre o comunque di testa propria.
Un’argomentazione sicuramente elegante ma con dei passaggi non proprio solidi…

Ieri però ho trovato un’argomentazione molto più forte e semplice: la società ha il diritto di regolamentare l’attività di un’azienda privata quando questa possa danneggiarla.
La censura danneggia la società e quindi questa ha il diritto di regolamentarla e, per esempio, vietare in toto l’azione dannosa.
Un governo può quindi regolamentare le politiche di una rete sociale che ritiene essere dannose per la popolazione.
Un po’ come un’azienda chimica deve rispettare certe norme di sicurezza per minimizzare i rischi per le popolazioni limitrofe.

L’unico passaggio opinabile è che la censura sia un pericolo per la popolazione: a me pare ovvio ma molti si limitano a immaginarsela applicata solo contro chi la pensa diversamente da loro e, per questo, la ritengono corretta e giustificata, non dannosa ma benefica. Non si rendono conto che essa sia sbagliata in sé, spesso anche controproducente.
Non ho voglia di ripetere per la milionesima volta le argomentazioni di John Stuart Mill sulla libertà di pensiero e d’espressione e di come lasciare esprimere a tutti anche un’idea sbagliata, anche avendo l’assoluta certezza che sia sbagliata, sia non solo errato ma anche controproducente.
Per chi è interessato rimando a Libertà d’opinione (2/2).

Come regolamentare la censura? La censura “buona” non esiste: quindi andrebbe semplicemente vietata sempre e comunque…

Ah! avevo dimenticato la questione del “bollino”: non è vera e propria censura ma è comunque un evidente segno di discriminazione che distingue fra cinguettii di serie A e B. Questo lo rende dannoso e quindi da vietare.

Conclusione: magari risentirò la mia amica esperta di legge per vedere cosa ne pensa di questa nuova idea...

Angoscia permanente

Riflettevo che voglio finire rapidamente di leggere i pochi racconti di Cechov che mi mancano…

Il problema è che mi mettono ansia a causa dell’onnipresente senso di tragedia incombente che li pervade: che poi non si tratta di una tragedia improbabile e rara ma di un qualcosa di inevitabile, immanente alla vita che, quindi, come la morte, finisce per colpire tutti. E questa inevitabilità la rende ancora più drammatica perché non dà speranza: è solo una condanna che, al massimo, si riesce a rinviare per un po’.

Cambia tutto - 14/6/2020
Beh, il cambiamento nella regola sull’isolamento di un singolo positivo per un periodo limitato di tempo e non di tutta la squadra per due settimane (che avrebbe inevitabilmente bloccato il campionato) ha cambiato le carte in tavola su cui avevo fatto la mia previsione (v. il corto Grande ottimista).

Adesso credo che se non ci saranno brutti peggioramenti nella situazione covid-19 (ancora non ho notizie della famigerata indagine epidemiologica) forse potrebbero anche finire il campionato: certo che se viene un agosto di quelli bollenti sarà parecchio dura per i giocatori...

Follia italiana - 14/6/2020
Senza parole: Project Gutenberg inaccessibile dall'Italia da it.wikinews.org (25/5/2020)

Da quel poco che si capisce la guardia di finanza ha “sequestrato” (*1) il sito perché sospettato di facilitare la condivisione di quotidiani italiani.

Sorvolo sulla misura che impedisce l’uso legittimo del sito (io l’ho scoperto oggi perché volevo cercarci dei vecchi libri del XVIII e inizio XIX secolo) e che mi pare equivalere a cercare di uccidere una zanzara a cannonate. Ma mi chiedo: chi sono i mentecatti masochisti che sono interessati a piratare i quotidiani italiani??? Io dovrei essere pagato per leggere un Corriere della Sera o un La Repubblica e, sicuramente, mi darebbero la nausea…

Nota (*1): sequestrato un ca### perché il server si trova fisicamente in un paese libero e non in Italia: semplicemente hanno bloccato l’accesso dai DNS italiani...

Ipotesi salgariana - 22/6/2020
Stamani riflettevo che i personaggi più famosi di Salgari, Sandokan e il Corsaro Nero, sono due criminali. Mi chiedevo se ci potesse essere qualche ragione psicologica.

Entrambi i suoi eroi non sono accettati dalla loro società e, anzi, sono in perenne lotta contro di essa: mi chiedo quanto ci possa essere di Salgari…
Anche lui era in perenne lotta con la società del suo tempo, che non gli riconosceva i suoi meriti e che sfruttava la sua capacità e fantasia pagandolo una miseria.

Ho la sensazione che le battaglie di Sandokan e del Corsaro Nero siano quelle che l’autore non ha mai potuto combattere. Erano la sua fiacca vendetta alle sconfitte e umiliazioni quotidiane…

Linguaggio e pensiero - 22/6/2020
In questi giorni ho continuato a riflettere su quanto mi ha detto un’amica: in breve che negli ultimi anni la qualità dei pezzi che scrivo su questo mio ghiribizzo è peggiorata (v. Comprensibili incomprensioni).

Ho ipotizzato che la responsabilità di questa trasformazione sia in parte da attribuire alla mia Epitome: da quando ci lavoro cerco costantemente di inquadrare tutto nel contesto della sua teoria: vuoi per trovare conferme che per perfezionarla (o almeno correggerla!).

Ieri però ho avuto una nuova intuizione: può anche essere lo stile adottato un elemento che ha contribuito a cambiare il mio modo di pensare e scrivere?
Nell’epitome cerco infatti di adottare un registro stilistico che non mi è proprio: scrivo in prima persona plurale e sono molto assertivo. Tendo a scrivere “Le cose stanno così e così” senza lasciare troppo spazio ad alternative.

In effetti già da tempo ho seri dubbi che sia stata una scelta corretta esprimermi in questo modo: alla fine mi sembra sempre di simulare un’autorità che non ho, una pretenziosità intellettuale superficiale e ridicola.
Ecco, mi chiedo, è possibile che da questo stile una certa arroganza di pensiero sia effettivamente scivolata anche nel mio scrivere o, peggio, pensare quotidiano?

sabato 13 giugno 2020

Comprensibili incomprensioni

Ieri sera ho fatto l’annuale uscita a cena fuori per una pizza con un’amica.
Come al solito abbiamo parlato del più e del meno: dalla lingua hindi allo stile urbanistico del quartiere dove abitava Eichmann a Linz passando per la neurologia del sonno. Mi era stato anche preannunciato un problemino matematico che però si è rivelato un po’ troppo facile per essere interessante…

Ovviamente non poteva mancare l’accenno ai miei pezzi su questo sito: ma non si è trattato di complimenti, anzi, mi ha tirato le orecchia. Mi ha spiegato che ancora qualche anno fa si divertiva a leggere quello che scrivevo (escludendo alcune tipologie di pezzi come quelli sulla matematica o il calcio) mentre adesso non più.
Io mi sono subito incuriosito perché, seppure con accenti diversi, avevo ricevuto critiche analoghe da parte di un amico.
Chiaramente le ho chiesto di spiegarmi bene quale fosse il problema dal suo punto di vista ma lei non mi ha risposto con un motivo chiaro ma mi ha descritto la sensazione che provava: quella che io “inscatolo” tutto, vedo un “ape che vola” e dico “guarda che bell’ape” e poi l’inscatolo; oppure. Mi, ha detto, “leggi le teorie superate di Freud e su queste premesse, nonostante siano fallaci, costruisci le tue teorie”; precedentemente mi aveva detto di aver iniziato a leggere un pezzo dove accuso i giornalisti di piaggeria e servilismo verso il potere (credo intendesse Il destino dell’uomo) ma di non averlo completato perché seccata per la mia dura presa di posizione a suo parere troppo assoluta e contemporaneamente semplicistica.
Mettendo insieme queste osservazioni ho cercato di individuare un filo conduttore: ho ammesso subito di essere divenuto più deciso e convinto delle mie idee e questo mi ha portato subito a un indiziato: la mia Epitome.

Nell’Introduzione della versione 0.5.1 dell’Epitome si può leggere un paragrafo, poi rimosso sembrandomi irrilevante, molto significativo:
«Anche se i lettori sono stati pochissimi questo enorme sforzo mi è stato, almeno personalmente, molto utile: questa opera di rielaborazione mi ha infatti portato a comprendere molto meglio la mia stessa teoria!
Adesso, quando mi confronto con una nuova problematica, mi è immediatamente chiaro la sua collocazione approssimativa nella struttura generale che ho elaborato: ho quindi la consapevolezza immediata di quali siano le relazione e connessioni con tutti gli altri aspetti della mia teoria; questo mi permette di comprendere e affrontare nuove questioni più rapidamente e facilmente.
»

Ecco, è proprio questa maggiore “chiarezza” con cui osservo tutto ciò con cui vengo in contatto che mi porta a inquadrare ogni problematica all’interno della mia teoria e, di conseguenza, a esprimere giudizi netti e talvolta definitivi che, immagino, possono portare i lettori a storcere il naso.
A questo punto credo di aver capito cosa intendesse la mia amica accusandomi di “inscatolare tutto”: ormai quando mi imbatto in una teoria ho la tendenza automatica a confrontarla con quanto ho scritto nella mia opera. Dal mio punto di vista si tratta di una maniera per capire se e dove posso/debba ritoccare quanto ho scritto o di trovare conferme più o meno autorevoli su quanto mi sono immaginato senza avere conoscenze pregresse in materia.
Del resto questo sito riflette il mio modo di pensare: adesso quando incontro nuova conoscenza tutto il mio interesse è nel cercare di inquadrarla nella mia teoria, ovvero nell’Epitome. L’Epitome è tutt’altro che perfetta! È al contrario una specie di mostro di Frankestein che cresce sempre di più e al quale periodicamente aggiungo nuovi “pezzi”/teorie…

Così, dove in precedenza ero cauto nei miei giudizi perché io per primo ero incerto su come valutare un fatto o una persona, adesso non ho esitazioni perché, non sempre ma molto più spesso di prima, l’inquadro immediatamente nel contesto teorico fornito dalla mia Epitome.

In effetti nei pezzi in cui faccio riferimento all’Epitome premetto la seguente nota:
«[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 1.6.0 "BW")

Poi, quando uso qualcuno dei “miei” termini, cerco sempre di inserirlo in un contesto da cui se ne possa comunque intuire il significato ma mi rendo conto che ciò non è sufficiente. Intuire poco e male il significato di un termine non significa comprenderlo: se io scrivo “parapotere” intendo un “gruppo chiuso e autonomo” e tutta una miriade di relazioni con altre entità che definisco e spiego nell’Epitome. Se il lettore invece quando legge “parapotere” se lo traduce semplicemente con “potere forte” ecco che tutto il senso di ciò che scrivo può venire frainteso e distorto e io, ovviamente, sembrare il matto delle giuncaie che blatera di complotti e ingiustizie varie…

Ma non potrei evitare questi miei neologismi che, in pratica, io sono il solo a capire pienamente?
Potrei e l’ho fatto: prima dell’Epitome quando mi capitava di affrontare un argomento complesso era tutto un inserire collegamenti a pezzi precedenti dove c’erano “frammenti di ragionamenti” e riflessioni che richiamavo per usare nel nuovo contesto.
Ma ciò era ovviamente difficoltoso e noioso per me: dovevo ricordarmi dove avevo scritto cosa, ricercarne il collegamento e farne una rapida sintesi. In questa maniera riempivo facilmente mezzo pezzo di premesse.
L’Epitome nacque infatti proprio per “risolvere” questo problema! Io volevo espandere le mie riflessioni senza dover ogni volta rispiegare da capo il mio punto di vista.

Sempre dalla mia Introduzione all’Epitome (v. 0.5.1):
«[Novembre 2016] Ultimamente, sempre più spesso, quando scrivo sul mio viario un pezzo di una certa complessità, mi trovo nella necessità di citare me stesso: di ricordare cioè ai lettori osservazioni, ragionamenti, intuizioni, teorie o idee che ho elaborato nel corso degli anni e sui quali ho già scritto qua e là.
Il risultato è che sono obbligato ad aggiungere svariati collegamenti ad altri miei pezzi e questi, a loro volta, ne richiamano altri. È chiaro come in questa involontaria confusione il lettore occasionale finisca per perdersi, confondersi e, probabilmente, annoiarsi. Ma anche per i lettori più affezionati può comunque essere difficile orientarsi nell'ambage dei riferimenti intrecciati che si richiamano l'un l'altro.
Di conseguenza, nonostante i miei sforzi per essere chiaro e comprensibile da tutti, finisco per apparire criptico o comunque troppo complicato.
È per ovviare a questo problema che ho deciso di scrivere questo documento.

L'idea è quella di riassumere tutte le mie riflessioni più importanti in maniera organica e strutturata: una sorta di epitome del mio pensiero. Molto di quanto propongo qui infatti l'ho già scritto nel corso degli anni sul viario. Ma tali riflessioni non erano però pubblicate seguendo un preciso criterio logico ma, piuttosto, erano stimolate e scritte in risposta a un qualsiasi avvenimento casuale: in altre parole, sul mio viario, l'ordine cronologico di pubblicazione non coincide con quello logico.
»

È ovvio che dopo aver fatto lo sforzo di realizzare questa poderosa sintesi la usi come base di partenza per analizzare nuove problematiche.
Ma come al solito il diavolo, che in questo caso sarei io, fa le pentole ma non i coperchi: non avevo previsto che anche i lettori più fedeli si perdessero non riuscendo più a seguire i miei pensieri. Io, modestamente (!), sono come un'aquila che si lancia nel cielo dall’alto di un picco roccioso mentre i miei lettori mi osservano dal basso della valle e vedono solo in lontananza le mie evoluzioni nell’aria. Chiaro che non possono comprendere i dettagli e le sfumature di quello che scrivo: è normale che a loro appaia insopportabilmente categorico quando tutte le mie incertezze, con i relativi “se” e “ma”, sono descritte altrove…

In pratica l’Epitome ha avvelenato questo ghiribizzo: essa mi ha aiutato ad andare oltre al mio pensiero ma i miei lettori, anche quelli più indefessi, non sono riusciti a seguirmi.
Perché poi, inevitabilmente, anche nei pezzi dove evito di inserire la mia avvertenza sulla lettura dell’Epitome è ovvio che essa è sempre nei miei pensieri e condiziona comunque il mio modo di ragionare: magari non accenno a “protomiti” o alla strana “democratastenia” ma io ormai ragiono con queste categorie ormai ben chiare nella mia mente. Inevitabilmente il mio scrivere ne risente…

Che fare quindi?
Non so… sicuramente aggiornerò l’avvertenza in questo modo:
«[E] Attenzione! Per la comprensione di questo pezzo è necessaria la lettura della mia Epitome (V. 1.6.0 "BW").»

L’avviso era vecchio quanto la prima versione dell’Epitome ma ormai la sua teoria ha trasceso quanto scrivo su questo sito: è giusto quindi riflettere tale cambiamento anche nell’avvertenza. Del resto meglio non essere letto che frainteso: si evitano fastidiose incomprensioni.

Ovvio che questa soluzione è solo un palliativo: di certo non posso fingere che le mie idee siano meno complesse ed evolute di come sono divenute nel corso di questi anni. Non credo che mi riuscirebbe neppure se mi venisse la folle idea di provarci.
L’unica soluzione è che il lettore legga la mia Epitome: da parte mia posso solo dare il massimo risalto a tale inevitabile necessità.

Conclusione: sono contento di aver compreso questo problema ma triste perché non vi vedo facili soluzioni. L’Epitome non è più un aiuto alla lettura di questo sito ma un’ingombrante necessità per la sua comprensione.

venerdì 12 giugno 2020

Icone ineffabili

Sto aspettando una telefonata per uscire e andare a riprendere la mia macchina (ne scriverò in un corto a parte, penso) e devo decidere cosa fare. Mi piacerebbe iniziare un corso di videolezioni sulla rivoluzione americana che ho visto su Youtube: la professoressa mi è parsa molto brava (gli americani sono bravi a fare introduzioni che incuriosiscono!) e il suo corso dovrebbe toccare proprio gli elementi che mi stanno a cuore (v. Spunti per Epitome) però, non sapendo bene quanto tempo ho a disposizione, preferisco darmi un compito in cui un’interruzione sia meno fastidiosa.

Per questo ne approfitto per qualche riflessione sparsa su ciò che sto leggendo. Di nuovo sono incerto se scrivere del libro di religione o di quello di sociologia: per alternare un po’ passerò a Storia di Dio di Karen Armstrong.

L’autrice ripercorre l’idea di Dio attraverso i secoli e al punto di vista delle tre grandi religioni monoteiste.
Il capitolo che sto leggendo in questi giorni parla del misticismo, vissuto in maniera estremamente diversa in occidente e in oriente. In occidente era un percorso quasi doloroso, in oriente un’esperienza soave. Curiosamente i mistici greci (diciamo intorno al VI secolo d.C.) avevano riscoperto autonomamente delle pratiche di preghiera molto simili alle tecniche yoga e basate anch’esse sulla respirazione e sulla postura.
Da qui l’autrice ha accennato alle icone, le immagini sacre della chiesa d’oriente. In esse l’artista non mirava al realismo ma cercava di riproporre l’esperienza percettiva dei mistici. Non ricordo le parole esatte dell’autrice (il libro è in bagno!) ma le icone erano per i fedeli “visioni di un sogno”.

Le icone divennero così importanti che presto scoppiò la polemica. L’argomento dei contrari alle icone era più o meno questo: Dio non è rappresentabile quindi le immagini mostrano solo l’aspetto umano di Cristo, ma questo corrisponde a separarne completamente la parte divina come nel nestorianesimo (seconda cui la natura divina e umana di Cristo erano nettamente divise), quindi anche le icone erano “eretiche”.

Inciso: ciò che trovo più divertente della religione sono le sottigliezze delle eresie contrapposte all’ortodossia. Non saprei dire il perché: forse mi diverte lo spreco di intelligenza su questioni che mi sembrano così microscopiche e secondarie…

Questo per dire che a leggere di “eresia” avevo subito (metaforicamente) drizzato le orecchie.
Pensavo che io avrei difeso le icone con il seguente argomento e dimostrazione pratica. Avrei obiettato che anche il linguaggio è limitato eppure lo si usa per discutere della natura di Cristo: il disegno ha limiti ma anche una capacità espressiva diversa rispetto al linguaggio: un’immagine può esprimere concetti sulla natura divina che sfuggono alla lingua scritta.
La dimostrazione sarebbe stata la seguente: al mio avversario iconoclasta avrei fatto descrivere a parole, il più precisamente possibile, un disegno. Leggendo la descrizione dieci artisti avrebbero cercato di realizzare l’immagine originaria. Sono sicuro che, nonostante gli sforzi dell’iconoclasta, le dieci immagini sarebbero venute anche molto diverse le une dalle altre.
Questo, secondo me, avrebbe dimostrato che l’espressività di linguaggio e disegno sono diverse, che entrambi hanno i loro limiti e i loro pregi e che, soprattutto, il disegno, per quanto inadeguatamente, avrebbe potuto, così come la parola scritta, tentare di fornire una rappresentazione del divino.

Nella pagina successiva si accenna alla musica e questa è forse ancora più ineffabile del disegno: provate a descrivere a parole una sinfonia!
È così assurdo pensare che la musica possa esprimere concetti al di là delle possibilità del linguaggio?

Nel frattempo è arrivata la telefonata che aspettavo: adesso devo uscire e ne approfitto quindi per chiudere il pezzo su questa “profonda” domanda…

Conclusione: meglio un lungo corto che un corto lungo.

mercoledì 10 giugno 2020

Pezzo ammezzato

In questi giorni sto giocando a un gioco di strategia ambientato nel III secolo a.C. secolo più secolo meno. Durante il caricamento appaiono vari apoftegmi antichi. Di questi uno di Sallustio mi aveva particolarmente colpito.
Lo riporto a memoria perché non l’ho ricopiato e non posso farlo riapparire a mio piacere:
«Gli uomini non aspirano realmente alla libertà ma preferiscono avere un padrone» - Sallustio

Inoltre ho ripreso la lettura de Le radici psicologiche della diseguaglianza di Chiara Volpato (il libro di religione adesso è in bagno!). Ieri sera ho iniziato un capitolo intitolato “Dalla parte degli svantaggiati: la colonizzazione della mente”: si tratta di 4-5 pagine che introducono e riassumono in poche parole l’argomento dei vari sottocapitoli successivi.

In questa introduzione viene presentato il paradosso della servitù volontaria ideato nel XVI secolo da Etienne de la Boetie. L’idea di fondo è che i poveri e gli oppressi spesso collaborano con i propri oppressori al mantenimento del loro stato di sudditanza.
A me pare l’altra faccia della medaglia di quello che ho chiamato “Il paradosso della disparità” ([E] 4.5): nella società (sia a livello globale che all’interno delle singole nazioni) esiste uno squilibrio immenso di ricchezza, com’è possibile che la stragrande maggioranza degli individui a cui toccano le briciole lo tollerino?
La mia risposta è la legge della diseguaglianza ([E] 7.2) ma spostando leggermente la prospettiva essa può divenire: “perché le persone volontariamente accettano, e anzi proteggono, l’ingiustizia che colpisce loro stessi”, ovvero il paradosso della servitù volontaria.

Alla base della servitù volontaria sono quattro elementi:
- la formazione culturale, specialmente infantile e famigliare, dove viene insegnato che la società è giusta.
- la propaganda culturale (al giorno d’oggi soprattutto i media che proteggono lo statu quo)
- la convenienza personale: accontentarsi delle briciole, soprattutto se ce ne toccano più che agli altri, è più facile che rischiare tutto opponendosi allo stato delle cose.
- la maschera del potere che nasconde i suoi veri intenti e beneficiari.

Chi ha letto la mia Epitome vi riconoscerà certamente dei fattori che anch’io ho preso in considerazione: la plasmabilità infantile ([E] 1.4), la comunicazione attuale ([E] 10.3), gli intellettuali organici ([E] 9.6) e legge della conservazione ([E] 5.1), la criptocrazia ([E] 12.1, 12.2 e 12.6)…

In seguito l’autrice riporta altre ricerche, anche recenti, che rincarano la dose. Cito un breve paragrafo tanto per darne un esempio: «...i processi di interiorizzazione dell’inferiorità sociale… ...fanno sì che i gruppi sfavoriti non solo accettino la loro condizione, ma si trasformino spesso in agenti attivi a sostegno del sistema che li penalizza.» (*1)

Ecco, questo è il punto del pezzo, io trovo particolarmente difficile comprendere questa “interiorizzazione dell’inferiorità sociale” che, suppongo, in qualche passaggio si trasformerà in inferiorità personale.
Il motivo è che quando formulo le mie teorie lo spunto di partenza viene dall’analisi di me stesso: “io faccio così perché...” e poi generalizzo. Mi viene facile e istintivo. Il problema è che ci sono dei motivi psicologici che mi sono molto lontani, per non dire alieni, e di questi rischio di non rendermi pienamente conto della loro esistenza o, magari, non gli attribuisco la giusta importanza. Il sentimento di inferiorità verso gli altri mi è molto lontano (mentre non ho problemi a comprendere la superbia!) e davvero faccio fatica a immaginare delle persone che si sentano inferiori ad altre.

Però evidentemente questo fenomeno esiste: la storia, ma anche l’attualità, ce lo dimostra quotidianamente.
Sono quindi curioso di scoprire e identificare i vari passaggi di questa “interiorizzazione” per comprenderli, almeno intellettualmente, e farli miei. Vedremo nei prossimi sottocapitoli.

Da un punto di vista storico, mi riferisco alla mia storia personale, inizialmente pensavo che le persone prendessero decisioni sbagliate (contro il proprio interesse intendo) solo per mancanza di informazione corretta oppure per errori di logica, di ragionamento cioè.
Mi resi conto che non poteva essere così solo recentemente nel 2014: all’epoca ero attivista nel M5S e ai banchini ai quali mi imponevo di partecipare (*2) ebbi modo di intuire che il problema non fosse così semplice.
All’epoca scrissi il pezzo Gli intelligenti e onesti del PD/PDL (*3). Com’era possibile che moltissime persone si ostinassero a votare per partiti che andavano contro i loro stessi interessi? Possibile che fosse solo un problema razionale? Alla fine arrivai alla conclusione che il motivo non era una pecca di logica/informazione ma psicologico.
Proprio da questo pezzo è scaturita la teoria del limite dell’anti-resipiscenza ([E] 1.1): ne riconosco ancora vari frammenti copiati e incollati nell’Epitome!

Mi chiedo quindi se e quanto la mia anti-resipiscenza abbia a che fare con l’interiorizzazione dell’inferiorità che faccio così fatica a immaginare.
Per la cronaca in una nota all’anti-resipiscenza scrivo: «Alcune delle semplificazioni a cui l'uomo ricorrere per comprendere la realtà, e riuscire così a prendere decisioni, è quella di ricorrere a dei miti (v. 2.3), ovvero ad articolate mistificazioni della realtà. Questi miti possono assumere un'importanza tale per l'individuo da divenire centrali nella costruzione della sua stessa identità». E poi nella stessa nota: «...ammettere che il mito, l'illusione sulla quale ha basato la propria esistenza e ha costruito la propria personalità, è fallace equivale ad ammettere di aver sprecato la propria vita o, comunque, buona parte di essa.»
In questi frammenti ho scritto “costruzione della sua stessa identità” e “costruito la propria personalità”: concetti che mi fanno pensare di non essere troppo lontano da quella che dovrebbe essere l’interiorizzazione di cui accenna il testo...

Mi chiedo quindi se questa mia teoria (anti-risipescenza) sia sufficiente a spiegare tutto oppure se ci sono altri elementi che mi sfuggono (probabile). Credo che sia possibile che io abbia tralasciato qualcosa: come detto si tratta di un fenomeno che faccio fatica a comprendere.

Conclusione: come anticipato dal titolo questo pezzo è ammezzato: dovrò proseguire la lettura del saggio della Volpato per chiarire i miei dubbi! Ah, dimenticavo la citazione di Sallustio: buffa serendipità, vero?

Nota (*1): tratto da Le radici psicologiche della diseguaglianza di Chiara Volpato, (E.) Laterza, 2019, pag. 155.
Nota (*2): tale contatto sociale era completamente opposto alla mia natura ma lo consideravo un dovere: il mio piccolo contributo per cercare di ottenere una società più giusta.
Nota (*3): ho riletto questo mio vecchio pezzo: lo trovo ancora validissimo. L’unica affermazione su cui ho cambiato idea è sulla bravura e preparazione dei parlamentari pentastellati. I vari parlamentari furono sostanzialmente scelti a caso e quindi c’erano sia ragazzi in gamba che altri solo felici di essere stati miracolati. Insomma bravi e non sono distribuiti a macchia di leopardo. Nell’ultima legislatura poi sono entrati anche i furbi: quelli che dei principi (apparenti!) del movimento non importa niente ma che hanno provato a partecipare alla lotteria per ottenere un seggio in parlamento e l’hanno vinta...