«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

sabato 21 ottobre 2017

"Dor-mi tu!"

La solita serendipità: oggi ho guardato una pellicola su Netflix intitolata “1922” che sembrava fortemente ispirata da un racconto di Poe/Lovecraft. In realtà era tratta da una storia di Stephen King ma sono convinto che lui si sia volutamente divertito a imitare lo stile dei suoi illustri predecessori.
Soprattutto il senso di colpa del protagonista, che si manifesta in una progressiva follia e che si materializza nei ratti vendicatori, sembra proprio nella maniera di Poe/Lovecraft (mi viene in mente “I ratti nel muro” di Lovecraft del quale c'è probabilmente proprio una citazione con un esercito di muridi che escono da un muro!) con l'aggiunta di una certa truculenza e di un finale modesto in puro stile King (*1)...

Ma, a parte che per la straordinaria coincidenza (proprio oggi avevo scritto il pezzo La follia di Poe (e Lovecraft)), ho accennato alla pellicola per un altro motivo: qua da mio padre guardo molta tivvù e, siccome odio fare una sola cosa per volta, contemporaneamente mi esercito con la chitarra. Chiaramente, senza il mio calcolatore con i relativi programmi musicali, non posso fare le mie normali esercitazioni ma mi limito a un sottoinsieme di esercizi senza metronomo o altri supporti.
Quando poi sono più stanco (o annoiato) suono delle note a casaccio (ma in genere in una specifica tonalità) per poi ricominciare da capo con altri esercizi. Non so se questo tipo di pratica mi sarà utile (ricordo che il maestro mi disse che era poco proficuo allenarsi in maniera troppo “libera”) ma sicuramente sarà meglio che non fare niente...
Comunque la cosa interessante è che, spippolando a casaccio sulla tastiera, ho riconosciuto le note di “dormi tu” della melodia di “San Martino campanaro” e ho quindi deciso di provare a ritrovare anche tutte le altre note.

Di seguito il testo e le relative note (tutte sulla sesta corda tranne quelle con un segno meno (“-”) davanti che saranno sulla quinta).

San (9) Mar (10) ti (12) no (9), Cam (9) pa (10) na (12) ro (9)
dor (9) mi (10) tu (12), dor (9) mi (10) tu (12)
suo (12) na (14) le (12) cam (10) pa (9) ne (-10)
suo (12) na (14) le (12) cam (10) pa (9) ne (-10)
din (-12) don (-9) dan (-10)

Che, a occhio, dovrebbe essere una tonalità di RE maggiore.
Sono sicuro di aver fatto molti errori ma comunque un po' assomiglia alla canzone originale: soprattutto è la dimostrazione che, seppur lentamente, sto migliorando. Anni fa sarebbe stato impensabile riuscire a ricostruire anche una canzoncina, seppur semplice come questa, guardando una pellicola alla tivvù!

Queste sono i miei appunti originali che, come spiegato, iniziano dal “dormi tu”!

E ora, ovviamente, vado a controllare quali sono le note vere...
Bo... come immaginavo la tablatura che ho trovato (Fra Martino TAB) non assomiglia per niente alla mia (*2): ovviamente è un'ottava più bassa ma anche sottraendo 12 ai miei numeri ancora non ci siamo. Ah! C'è da dire che è una settimana che non accordo la mia chitarra e quindi potrebbe essere scordata di 1 o 2 semitoni...

Conclusione: sono stato bravo lo stesso! E se ho sbagliato qualche nota è colpa di Stephen King...

Nota (*1): del quale non sono assolutamente un' entusiasta, vedi Re Stefano...
Nota (*2): sì, adesso ho notato che il titolo corretto della canzone è Fra Martino e non San Martino, però il mio errore mi pare divertente e quindi non lo correggo...

venerdì 20 ottobre 2017

La follia di Poe (e Lovecraft)

In questi giorni sono di nuovo da mio padre (ecco perché scrivo poco) e, avendo dimenticato l'attuale a casa, ho un nuovo libro “per il bagno” preso dalla sua libreria.
Si tratta di un volume che ricordo bene “I Racconti” di E. A. Poe, Ed. Feltrinelli, 1970, trad. Giuseppe Sardelli.
L'ho sempre visto nella biblioteca di casa perché ci ha sempre seguito nei numerosi traslochi. Soprattutto la bella copertina, un inquietante disegno di Louis James in cui si intravede un vecchio maniero, dovette colpire la mia immaginazione di bambino. Lo lèssi quando facevo le medie, ma trovai i racconti un po' noiosi, e poi al liceo quando la professoressa G. (v. La prof G) ci fece leggere qualche racconto.

Fra le pagine ho infatti ritrovato dei miei vecchi appunti di scuola: mi hanno impressionato.
La carta è infatti tutta ingiallita e ha sentito il trascorrere degli anni. Eppure io mi ricordo bene di quei fogli di carta che usavo: non mi piacevano perché erano sottilissimi e quello che scrivevo traspariva sull'altra faccia cosicché ne potevo usare un solo lato. Eppure all'epoca erano tutti bianchi, ora invece hanno preso il colore giallastro (che in realtà è più un marrone chiarissimo) del tempo. E l'odore leggero di muffa e carta (la precedente casa di mio padre era molto umida e i suoi libri ne hanno tutti un po' sofferto) che in realtà non mi dispiace ma che mi pare così strano sentire sui miei appunti...
Che poi la mia calligrafia è sempre la stessa invece: brutta, irregolare, infantile, procline agli errori, una miscela di corsivo e maiuscolo e, in genere, tutta storta: per questo preferivo usare i quaderni a quadretti piccoli, per seguirne le linee e farci grafici o elenchi puntati con maggiore precisione. In realtà in queste paginette ritrovate avevo scritto ben dritto, ma era l'eccezione non la regola.
La struttura degli appunti è interessante e ricorda molto il mio stile attuale. Le note sono estremamente sintentiche, solo delle parole chiave, e i vari concetti sono legati insieme da delle frecce che ne evidenziano le relative relazioni logiche o temporali.
Alcuni concetti potrebbero sembrare estremamente profondi e forse lo sono veramente. Ma non è “farina del mio sacco”: si tratta invece di una sintesi di quanto la professoressa G. cercava di inculcarci, praticamente dettandoci, durante le sue lezioni. Quindi quello che appare nei miei appunti è solo una selezione, la ricombinazione di un sottoinsieme degli appunti scolastici su Poe, attinente agli specifici racconti letti.
Li ho trovati sparsi per il libro ma leggendoli si capisce che si riferiscono ai racconti “Il cuore rilevatore” e al “Gatto nero”: ne ho quindi approfittato per rileggerli e scoprire cosa ci avrei notato adesso, a una seconda lettura 30 anni dopo.

I racconti continuano a non entusiasmarmi, in particolare per le trame troppo lineari: però ora apprezzo lo stile curato, la ricca scelta dei vocaboli e le descrizioni vivide, precise ma non pesanti.
In entrambi i racconti il soggetto è la lucida follia del protagonista: e, proprio il fatto che sia unita alla razionalità, la rende inquietante. Perché alla fine qual è la differenza fra una persona folle e una sana di mente? Se togliamo la razionalità allora rimane ben poco.
Una chiave di interpretazione è che in noi tutti, nell'umanità cioè, alberga un germe di follia che, in particolari situazioni, può emergere fino a prendere il controllo dell'individuo. Una follia segreta e strisciante e, proprio per questo, sottile e pervasiva.
Non ho potuto fare a meno di confrontarla con quella di Lovecraft (*1). La follia nei racconti di Lovecraft segue un'evoluzione simile a quella dei personaggi di Poe: cresce lentamente ed è sempre lucida e razionale. Ma esiste una differenza sostanziale: in Lovecraft la follia è pienamente giustificata perché è la realtà stessa a essere così orribile da schiacciare col suo peso le menti di chi riesce a vedere attraverso i suoi inganni e parvenze esteriori. Il mondo di Lovecraft è infatti popolato dagli antichi dèi, creature eterne, malvagie, ostili o semplicemente indifferenti all'uomo. Per questo il protagonista di Lovecraft, più comprende l'orrore della realtà, e più la sua follia diviene forte.
Poe invece non si preoccupa di spiegare il motivo vero della follia: essa è infatti connaturata nell'uomo e per questo ne dà solo delle giustificazioni più o meno speciose. Le origini della pazzia sono infatti nel “cuore rivelatore” l'occhio del vecchio e, nel “gatto nero”, l'alcoolismo. Ma, a mio avviso, parte dell'orrore sta proprio nella mancanza di ragioni concrete che la facciano emergere: questo infatti significa che potremmo essere tutti potenziali vittime della follia.

Da due soli racconti mi pare eccessivo cercare di ricavarne altre considerazioni generali: nei miei appunti si parla anche di senso di colpa, di autopunizione, di sadomasochismo. In effetti sono elementi presenti in questi due racconti ma mi sembrano aspetti più secondari rispetto invece alla natura ed evoluzione della follia. Non so: mi sembrano degli espedienti per terminare le storie con un “colpo di scena” ma magari, leggendone altri, rendendomi conto della loro ricorrenza, potrei considerarli più significativi...

Riguardo i dettagli dei miei appunti mi ha colpito (a parte la ripetizione di “sessuale”!) la spiegazione del sadismo in cui “l'uomo arriva alla soddisfazione sessuale infliggendo dolore sessuale alla donna”. Mi chiedo se questa asimmetria fra uomo e donna fosse un mio pregiudizio dell'epoca oppure se provenisse dagli appunti della mia professoressa (e fosse quindi un suo pregiudizio!). Per capirlo dovrei ritrovare gli appunti originali (che in pratica erano dei dettati) ma sfortunatamente non li ho più...

Conclusione: ora sto leggendo “Berenice” perché mi piaceva il titolo, sono curioso di vedere se ci sarà follia ed, eventualmente, di che tipo...

I miei appunti:


Nota (*1): che all'epoca, forse proprio in opposizione all'imposizione scolastica di leggere Poe, era divenuto un mio punto di riferimento letterario. Anche se, pensandoci meglio, probabilmente lo lessi a causa della citazione sulla copertina dell'album “Live after death” degli Iron Maiden.

domenica 15 ottobre 2017

Leggi immorali

Qualche giorno fa, ma ora non ricordo più dove, pubblicai un breve aforisma:
“Se la legge non è fondata sulla morale inevitabilmente la viola”

Il suo significato più superficiale è piuttosto evidente: quando una legge non si fonda su principi morali diviene solo un caso che non ne infranga qualcuno. La soluzione della giurisprudenza a questo problema è di aggirarlo: ogni legge deve rispettare la costituzione e non ci si preoccupa di eventuali dilemmi morali. Suppongo si assuma che, a sua volta, la costituzione rispetti la morale ma, ovviamente, non è la stessa cosa...

Il significato più interessante è però a mio avviso il reciproco della frase iniziale, ovvero: ogni legge puramente “tecnica” è probabilmente immorale. Ad esempio le leggi sul bilancio e l'economia, quelle che regolano aspetti tecnici” della società come le comunicazioni, il lavoro o la sicurezza: in pratica la maggior parte delle leggi...
Si dimentica quindi l'uomo e i suoi diritti, si favoriscono pochi a danno di molti o dell'intera collettività.
E siamo così assuefatti a leggi che non si basano, e che anzi non si preoccupano della morale, che spesso non ci rendiamo conto di quanto siano immorali, ovvero dei numerosi principi che violano.

In fin dei conti questo è il motivo per cui la “legge” non ha niente a che vedere con la “giustizia”.

Conclusione: a mio avviso andrebbe ripensato l'intero meccanismo con cui si scrivono le leggi ma si tratta di un'idea realizzabile nell'ambito di un progetto molto più ampio. Ma ne scriverò nell'epitome.

venerdì 13 ottobre 2017

Su Licurgo, Solone e Plutarco

Leggendo le biografie dei due legislatori Licurgo e Solone mi ha colpito una similitudine: 1. Licurgo convince prima un gruppo ristretto di persone fidate della bontà delle proprie idee e, con l'aiuto di questi, riesce poi a imporle a tutta la popolazione; 2. Solone per avere il sostegno sia dei ricchi che dei poveri fa credere (erroneamente) ai primi che non modificherà i debiti e ai secondi che rispartirà le terre.
In entrambi i casi le nuove leggi sono approvate non per l'esclusiva bontà della loro essenza ma grazie a questi “trucchi” politici. Questi episodi, sebbene personalmente mi facciano storcere il naso, sono però molto realistici e plausibili.
Ma, proprio perché aggiungono una nota stonata nell'opera principale della vita dei due protagonisti, hanno anche il merito di mostrare la distanza che Plutarco mantiene dagli uomini che descrive, non limitandosi a narrarne gli aneddoti più idealizzati, e la sua oggettività di storico antico.

Contrabbandieri - 13/10/2017
Fra le varie parole che ho imparato a memoria (v. Anki, Ank'io e successivi...) c'è anche Sicofante, ovvero il delatore, colui che denuncia gli altri per ottenere un vantaggio personale.
E tra le cose inutili che imparo c'è anche l'etimologia che, non so perché, trovo sempre affascinante: in questo caso su Treccani.it è spiegato che la parola “sicofante” è composta da “fico” + “mostrare” e “secondo un'antica interpretazione” indicava chi denuncia l'esportazione clandestina di fichi.
E sapete da dove proviene questa “antica interpretazione”? Esatto, da Plutarco!
«[Siccome il cibo prodotto dai campi nei dintorni di Atene non è sufficiente a sfamare la popolazione della città, allora Solone consente l'esportazione esclusivamente dell'olio e non degli altri prodotti alimentari. Plutarco fa però notare che una legge simile già esisteva.] Però non bisogna tor fede del tutto a quelli che dicono esser proibizione antica dello strarre [esportare] fichi fuori dall'Attica, e che gli accusatori degli straenti erano cognominati sicofanti.» (*1)

Nota (*1): da “Le vite parallele” Vol. I, di Plutarco, trad. Marcello Adriani il Giovane, Salani Editore, 1963.

Nell'indifferenza... - 13/10/2017
[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.4.0 "Leida").

Ieri mi sono "sforzato" di leggere l'ultimo articolo su Goofynomics (Allarme Stasi) non perché non sia d'accordo con ciò che dice ma perché mi peggiora l'umore (*1)...

L'articolo riprende un tema che mi sta molto a cuore: la riduzione della riservatezza (e quindi della libertà) individuale in Rete.
Il motivo generale di questa tendenza ([E] 14.2) è quello di diminuire l'autonomia della democratastenia e, di conseguenza, aumentare la forza dei parapoteri. Più nello specifico ho affrontato il tema della libertà in Rete nel nuovo capitolo [E] 9.5: ovvero ridurre la comunicazione D→D e aumentare quella D→P ([E] 9.1 e 9.3) (*2).

Vabbè, non mi va di (ri)farmi cattivo sangue: andate a leggere direttamente l'articolo su Goofynomics... oltretutto è scritto come al solito in uno stile brillante e divertente...

Nota (*1): e di solito non ne ho bisogno...
Nota (*2): in questo caso specifico non viene diminuita la D→D ma solo incrementata la D→P.

Quella strega di sua madre - 15/10/2017
Qualche giorno fa una domanda mi assillava: come si chiama la mamma di Calibano nell'Ultima tempesta di Shakespaere?
Ricordavo un nome simile a Styrax, che però sapevo essere un genere di piante perché ne ho imparate ben due: lo “storace” (o Styrax Officinalis) odore balsamico di vaniglia, bla bla bla e il “benzodino” scoperto da Ibn Battuta etc...
Un altro nome che mi veniva in mente era Sticazz, ma ovviamente in questo caso l'origine era meno nobile...
Alla fine, per la frustrazione, ho riletto l'Ultima tempesta: la strega si chiama Sycorax.

Touré brulé - 20/10/2017
Dalla Gazzetta.it: Man City, Yaya Touré patente ritirata: "Ma non so come ho consumato alcol"

La riprova che anche all'estero (e non solo in Italia) talvolta, quando l'imputato è un potente o un famoso, si può assistere alla sospensione dell'incredulità: al calciatore Touré è stata sospesa la patente per 18 mesi per guida in stato d'ebrezza ma il tribunale ha riconosciuto che egli non ha volontariamente bevuto. Come sia possibile non si sa: e non credo che a un omarino di 1m e 89cm basti mangiare un cioccolatino al liquore per ubriacarsi...

addendum: mi sembrava di ricordare che Touré fosse stato anche sospettato di dopaggio in passato e così ho controllato su Wikipedia. Al riguardo non ho trovato niente ma la versione dell'episodio summenzionato è ben diversa da quella proposta dalla Gazzetta.it
In particolare: “Touré said he had not "intentionally consumed alcohol", telling the court he had consumed diet cola from a jug at a party, not realising there was brandy in it. He conceded that his drink tasted "odd" and that he felt tired after consuming it, but did not suspect he was drunk. Judge Gary Lucy said it was "inconceivable" that he was unaware that he was drinking alcohol. Touré was banned from driving for 18 months, and was fined £54,000 – the largest fine for drink driving in British legal history.
In altre parole il giudice non ha assolutamente affermato di credere all'involontarietà dell'ebrezza di Tourè ma la ha definita “inconcepibile” e gli ha anzi affibbiato la multa più alta della storia legale inglese!

giovedì 12 ottobre 2017

Lezione XCII: velocità

Dopo secoli (beh, dopo oltre sei mesi: v. Lezione XCI!) ho finalmente avuto una nuova lezione di chitarra. Colpa mia che, allenandomi a singhiozzo e con lunghi intervalli senza maneggiare la chitarra, non mi sentivo mai pronto per incontrare il maestro...
Stavolta avevo preparato tutto il materiale in una epistola ma, prima ho voluto ricontrollare di aver scelto gli archivi giusti, poi sono stato distratto da altri messaggi, e alla fine mi sono dimenticato di premere il tasto “Invia”!
Di conseguenza abbiamo dovuto accontentarci di quello che mi ricordavo e degli appunti che mi ero portato con me...

In sintesi attualmente sto studiando sei brani più un esercizio di riscaldamento e uno di improvvisazione. In ben tre brani su sei il mio problema è la velocità: non riesco ad andare abbastanza veloce, o magari ci vado ma perdo la sincronia fra mano destra e sinistra col risultato di sbagliare le note...

Ma procediamo con ordine:

Riscaldamento: non ne abbiamo parlato: rimane il solito...

Pentatomica o Improvvisazione: stufo di allenarmi sui soliti tasti ero autonomamente passato a suonare le note della relativa tonalità su tutto il manico: vedi Richitarro. Ho anche chiesto al maestro come mai della tonalità mi faceva suonare solo sei note e non tutte e sette: il motivo era semplicemente che eravamo partiti dalla pentatonica con cinque note e lui voleva farmi familiarizzare con i nuovi tasti in maniera progressiva!
Tanto per la cronaca ho smesso di esercitarmi sul brano in Em e sono passato a suonare sopra Unholy Paradise in Gm. Il MIO metodo multicolorato è eccezionale!

Unholy Paradise: l'avevo ripreso qualche mese fa: senza troppi problemi avevo rimemorizzato le varie battute e, anzi, mi sembra di essere nettamente migliorato in scioltezza e sicurezza. Il problema sono le battute veloci: siccome me le ricordavo le abbiamo riguardate col maestro.
Il problema della velocità è complesso e il maestro mi ha spiegato che dovremo lavorarci affrontandolo da più fronti. Mi ha dato i seguenti consigli generali:
1. Il mio primo problema è la postura della mano destra: dovrei cercare di tenerla non curvata a gru ma parallela, quasi aderente, alla chitarra. Poi potrei plettrare sia muovendo l'avambraccio che il polso tenendo però presente che la plettrata con il braccio è meno precisa e quindi non sempre la più adatta a ciò che si vuol suonare.
2. Il plettro: io ho un'impugnatura molto alta e quindi meno precisa (e quindi meno veloce). Mi ha consigliato di provarne a prenderne uno di quelli di dimensioni ridotte (non ricordo come si chiamano) in maniera da essere forzato a tenerlo vicino alla punta. Mi ha poi spiegato che se il plettro è troppo sottile, piegandosi, mi rallenta: mi ha invece suggerito di comprarne uno spesso circa 1mm e di plettrare di taglio.
3. La plettrata: mi ha dato una nuova regola: non staccare mai il plettro dalla corda. Questo mi obbligherà a fare movimenti più corti e quindi più veloci (*1).
4. Le dita della mano sinistra devo invece cercare di tenerle più vicino alle corde in maniera che anche queste non debbano fare movimenti troppo lunghi.
Ascoltandomi suonare si è accorto poi che sulle note più “difficili” rallento e su quelle più "facili" (la corda a vuoto) accelero. Per provare a superare questo ostacolo mi ha detto di scomporre la battuta: prima dovrò suonare cinque note (quattro volte quella a vuoto più quella sul tasto) alla stessa velocità, poi sei, sette, etc... Vedremo: ho qualche dubbio!

The Final Countdown: anche qui c'è una serie di tre battute veramente troppo veloci per me. Sono consapevole che non riuscirò mai a suonarle alla loro velocità reale ma mi piacerebbe comunque migliorare.
Un amico mi aveva detto che avrei dovuto usare una tecnica chiamata di sweep picking ma il maestro mi ha consigliato una tecnica più semplice.
Innanzi tutto, siccome le corde da suonare sono sempre le solite due (la 1° e la 2°) e sono adiacenti mi ha detto di usare una tecnica che consiste nel tenere il plettro sempre fra queste due e plettrare quindi la 2° verso l'alto e la 1° verso il basso.
Le note hanno poi una struttura del seguente tipo: (15° tasto, 2° corda), (14° tasto, 1° corda), (17° tasto, 1° corda) e (14° tasto, 1° corda) (*2). Il maestro mi ha suggerito di plettrare solo le prime due note e di eseguire con un hammer on la terza (che invece nel mio spartito andrebbe plettrata) e con un pull off la quarta.
Proverò ma è difficile metabolizzare queste variazioni su brani che ho già imparato in maniera diversa perché oltre a imparare devo anche dimenticare ciò che già sapevo...

Aces High: anche qui avevo un problema di velocità in una specifica battuta in cui la difficoltà principale sta nel fatto che una nota è molto lontana sul manico e ci arrivo solo con estrema fatica se mantengo la posizione con l'indice (se invece lo sollevo ovviamente rallento troppo). La soluzione consiste nel cambiare semplicemente la diteggiatura e la nota lontana diviene vicina: ci avevo pensato anch'io ma pensavo fosse comunque utile cercare di sforzarmi ma secondo il maestro in questo caso non ne vale la pena. D'accordo: sono curioso di vedere di quanto posso migliorare...

Sincronia: infine il maestro mi ha dato un nuovo esercizio specifico per sincronizzare la mano destra con la sinistra. Si tratta di uno di quegli esercizi noiosi in cui si esercitano tutte le coppia di dita facendole via via scorrere lungo il manico. L'esercizio è piuttosto semplice ma descriverlo a parole sarebbe troppo complicato. Magari, una volta che l'avrò inserito in Guitar Pro vedrò di riproporlo qui...

Il maestro mi ha poi suggerito due nuovi brani che ripropongono le difficoltà tecniche di The final countdown ma che, essendo più lenti, sono più abbordabili. Si tratta di:
Wrathchild degli Iron Maiden, solo l'inizio della chitarra di accompagnamento.
e
Wasted years, sempre degli Iron Maiden, di cui però non ricordo cosa devo imparare!

Hard Rock Halleluja: non ci sono novità. Venerdì vedrò di registrarmi per farvi ascoltare i miei progressi e poi lo metterò da parte per un po'.

She is my sin: il maestro mi ha corretto un errore nella battuta 136 (ho imparato le prime 135!) che mi bloccava (semplicemente uno slide che non c'era frutto, probabilmente, di qualche vecchio errore di conversione fra Tuxguitar e Guitar Pro). La tentazione sarebbe “togliere” anche questo brano ma mi piacerebbe anche imparare completamente una canzone e in questa non mi sembra ci siano poi ostacoli insormontabili. Deciderò in base al tempo...

Scissor, Paper and Rock delle Indica. Un brano pop-rock decisamente più facile dei brani che studio di solito e che ho aggiunto autonomamente qualche mese fa. Non avendo ricevuto i miei archivi non abbiamo potuto guardarlo nel dettaglio. Mi ricordavo però la diteggiatura di uno “strano” accordo: il maestro mi ha detto che è un accordo rivolto e mi ha suggerito di semplificarlo in un bicorde. Bo... deciderò che fare una volta che arriverò a studiarlo...

Conclusione: spero di riuscire ad allenarmi con regolarità in maniera da poter fissare una nuova lezione in un mesetto... vedremo...

Nota (*1): a una conclusione analoga ero arrivato autonomamente: in ottica zen avevo pensato di immedesimarmi con la punta del plettro ed essere sempre ben conscio della sua relazione (posizione relativa) con la corda!
Nota (*2): questa sequenza di note si ripete più volte nella battuta e viene traslata di qualche tasto nelle seguenti...

mercoledì 11 ottobre 2017

Quel solone di Solone

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.4.0 "Leida").

La mia visione, ancora relativamente fluida, della giustizia l'ho riassunta in un capitolo ([E] 17) intitolato volutamente “Legalità” in maniera da non confondere i due concetti ben diversi: non è detto che ciò che sia legale sia giusto e che ciò che è giusto sia legale.

Oltre a ribadire quanto la legalità sia lontana dalla giustizia, spiego che la legge è divenuta il mezzo principale con cui la società rende realtà multisoggettive i propri protomiti. Ma quando scrivo società intendo il governo che la guida che è sempre consistito in parapoteri (di forme anche molte diverse attraverso le epoche e le società). In altre parole le leggi umane sono da sempre state ([E] 17.1) espressione dei parapoteri e, per questo, fra i loro scopi c'è stato sempre quello di tutelarli.
Anche nel mondo moderno l'uguaglianza di ogni uomo davanti alla “Legge” è solo un mito ([E] 17.2): basta pensare al fatto che gli avvocati migliori (e quindi più cari) riescono mediamente a ottenere sentenze più favorevoli (altrimenti non sarebbero considerati bravi avvocati!) e quindi chi ha il denaro per assumerli può aspettarsi un trattamento “migliore” da parte della “Giustizia”. Nel passato questo era ancora più vero: l'equità della legge esiste solo quando deve giudicare fra individui appartenenti allo stesso gruppo o a gruppi di forza equivalente (*1).
La riprova la si ha dal fatto che, da quando l'istituzione della “Giustizia” è “nata”, ha poi sempre prosperato visto anche la sua effettiva utilità ed efficacia nel mantenere l'ordine sociale. Evidentemente non ha mai intralciato più di tanto la possibilità dei parapoteri di perseguire la propria crescita ([E] 5.2).

Al giorno d'oggi, con la globalizzazione, i parapoteri sono entità dalla forza smisurata: in pratica i governi dei paesi più grandi e ricchi, le multinazionali e le grandi banche.
In passato però, quando il sistema di potere in cui prosperava una singola società era molto più circoscritto ([E] 4.3), i parapoteri non erano delle istituzioni ma veri e propri essere umani come i ricchi e potenti di un'antica polis greca.

Proprio ieri ho trovato in Plutarco un passaggio che riassume in poche frasi tutto il mio pensiero: si tratta di uno scambio di battute fra Solone (il famoso legislatore di cui Plutarco narra la vita) e il suo amico Anacarsi a cui poi segue il commento dello stesso autore.

«[Solone è impegnato a preparare le leggi per Atene] La qual cosa intendendo Anacarsi si rise della sua impresa, che pensasse di raffrenare l'ingiustizia e l'avarizia de' suoi cittadini con leggi scritte, le quali rassomigliarsi dicea alle tele de' ragnateli, le quali arrestano i piccoli e deboli; ma i potenti e ricchi le rompono. A che... ...replicò in questa maniera Solone: “Gli uomini pur osservano il contenuto ne' contratti, per non esser utile la trasgressione d'essi né all'una né all'altra parte; così accodomerò io le leggi a' miei cittadini in guisa, che sembrerà loro migliore la giustizia che la violazione.” Ma riuscì nell'avvenire più la comparazione d'Anacarsi che la speranza di Solone.» (*2)

Non c'entra niente col pezzo odierno ma ecco anche il parere di Anacarsi sulla democrazia: «Ancora disse Anacarsi in pubblica adunanza di maravigliarsi, che i savi della Grecia proponessero, e gl'ignoranti giudicassero.» (*2)

Giudichino i lettori se aveva ragione Solone o Anacarsi...

Conclusione: FUORI TEMA (per non scrivere un corto!) nelle pagine dove tira le somme e soppesa le vite parallele di Licurgo e Numa, Plutarco ritorna sulle donne spartane e dà il suo parere: dal suo punto di vista esse erano troppo libere e indipendenti. In particolare riporta un paio di epiteti con i quali erano conosciute: “fenomeridi” (“che mostrano le cosce” a causa della tunica che si apriva sul fianco all'altezza della vita) e “andromani” (“pazze d'amore per gli uomini” a causa della relativa libertà sessuale e, probabilmente, per il fatto che Licurgo impose che dovessero sposarsi solo in età adulta, quando anch'esse desiderassero il maschio, e non da bambine come, ad esempio, poteva avvenire fra i romani). Inutile dire che soprattutto “fenomeride” mi è piaciuto molto!

Nota (*1): per la precisione: la forza di un individuo è pari a quella del proprio gruppo divisa per il numero dei suoi membri. Di conseguenza l'appartenente a un gruppo debole (aperto e quindi numeroso) avrà una forza pressoché insignificante.
Nota (*2): da “Le vite parallele” Vol. I, di Plutarco, trad. Marcello Adriani il Giovane, Salani Editore, 1963.

martedì 10 ottobre 2017

La superbia di KGB

Qualche giorno fa ho iniziato a scrivere un pezzo, completandolo pure al 90%, ma poi non mi è sembrato più così degno di nota e ho lasciato perdere: dopo aver terminato la nuova versione dell'epitome sono in una fase di stanca e non ho molta voglia di scrivere...
Oggi però, mentre ero in macchina e stavo andando a fare la spesa, ho fatto delle riflessioni che sul momento mi sono parse interessanti: adesso in realtà mi sembrano un po' troppo autoreferenziali ma, dopo tutto, questo è un viario (che nella mia fantasia significa Virtuale dIARIO: v. anche Italianismi) personale e quindi ci sta che ogni tanto vi finiscano anche dei monologhi interiori con i miei dubbi...

La riflessione odierna è nata da uno scambio epistolare avvenuto ieri: analizzando scherzosamente i sette vizi capitoli scrivevo a un amico che, sicuramente, il mio vizio principale è la superbia.
L'amico, piuttosto stupito, mi replicava che io non gli sembravo assolutamente superbo... e qui sarebbe toccato a me replicare ma non gli ho ancora riscritto...

Così oggi in macchina ripensavo alla mia superbia e al suo genere molto particolare.
È una superbia strana perché, paradossalmente, mi rende molto longanime (*1) nei confronti del prossimo.
Provo a descrivere le mie sensazioni (e sono consapevole che sono tali e quindi, potenzialmente, erronee): mi sento circondato da bambini non troppo svegli che capiscono un decimo di ciò che dico e faccio; anche chi mi apprezza non lo fa con la giusta consapevolezza dei miei meriti ma comunque mi sottostima. Ma sono talmente abituato a queste sensazioni che, non solo non mi turbano, ma non ci faccio neppure caso. Immaginatevi di andare a tenere un discorso in una classe delle elementari: voi dite qualcosa di molto arguto e intelligente ma i bambini, magari distratti da un aeroplanino, non solo non apprezzano le vostre sottigliezze ma neppure vi ascoltano. Vi arrabbiereste forse con i bambini? Che colpa ne hanno se avete espresso dei concetti che non arrivano a comprendere?
Ecco: io sono tollerante con il prossimo non perché ne rispetti l'intelligenza ma perché do per scontato di aver a che fare con un cretino! Questa è la mia superbia... (*2)

In effetti, me ne rendo conto adesso, la prima cosa che faccio quando parlo con qualcuno, è cercare di comprendere “quanto capisca” in maniera da adattarmi per poterci interagire più facilmente (*3).

La riflessione di oggi era semplicemente la domanda “E se mi sbagliassi?”. E se io fossi molto meno sveglio e intelligente di quanto non creda? Dopotutto molte ricerche psicologiche spiegano che, in genere, chi si crede più intelligente della media è invece più stupido mentre, proprio chi è più intelligente, avendo molti più dubbi e remore, non se ne rende conto.

Allora mi sono fatto un rapido riassunto mentale dei “dati” a mia disposizione.
Ho ripensato a quando piccolissimo: a 2-3 anni il babbo aveva comprato un libro con un esame per valutare l'intelligenza dei bambini che ancora non sapevano leggere. Io però percepii che si trattava di un qualcosa per “misurarmi” e non volli farlo, forse per paura di deluderlo.
A circa 8 anni quando, dopo i primi anni molto incerti, iniziai ad andare bene a scuola ricordo una discussione fra i miei genitori (io ero in un'altra stanza) la mamma diceva che dalla pagella risultava che io fossi “super dotato” mentre mio padre diceva che al massimo ero “dotato”.
Alle medie (*4) iniziò la mia personale rivolta contro la stupidità dei miei insegnanti: smisi di aprire libro e iniziai ad andare relativamente male (anche perché mi ero preso di punta con la severissima e influentissima professoressa di inglese e vice preside!).
A liceo e università bene e male: davvero sarebbe troppo lungo spiegare i pro e contro di ciò che influenzò il mio rendimento e, comunque, l'ho già scritto altrove (*4).

C'è anche da menzionare un fenomeno curioso: durante tutta la mia “carriera” scolastica, università compresa, tutto quello che mi veniva spiegato l'avevo già intuito. Tranne rarissime eccezioni mi è sempre sembrato tutto logico e conseguente, per molti versi banale. Sapevo già dove voleva arrivare l'insegnante quando iniziava a dire “Attenti a...” perché avevo già compreso non solo quanto spiegato ma anche le sue conseguenze: mi era quindi banale rispondere a eventuali domande di comprensione (*5). Non ho idea se questa sensazione sia comune e cosa possa significare (*6): di certo quando dico che la mia intuizione è superiore alla mia intelligenza non scherzo...

In quegli anni comunque avevo un'ottima opinione di me stesso ma non sapevo come raffrontarmi al “resto del mondo”. Davo però per scontato che ci fossero tante persone più intelligenti e in gamba di me. A casa mia madre mi esaltava e stravedeva per me mentre il babbo era molto più critico (*7). Ero nella fase in cui, secondo gli psicologhi, le persone intelligenti combattano con i loro dubbi e incertezze finendo per sottovalutare le proprie capacità.

Ah, poi finita (faticosamente!) l'università feci l'esame del Mensa, essenzialmente per avere qualcosa da aggiungere nella sezione “Club e attività” del modello di Word per i CV!
Il risultato non fu particolarmente negativo ma io tendo a vergognarmene sempre un po' e raramente ne parlo: comunque ci scrissi il pezzo La solitudine del pamviro...

Però il mio cambiamento di prospettiva avvenne un po' dopo quando mi capitò di lavorare qualche anno come consulente esterno all'ESA (l'Agenzia Spaziale Europea) in Olanda.
Da sempre mi ero immaginato che solo le persone più eccezionali e dotate vi lavorassero tanto che non avevo mai neppure aspirato a entrare a farne parte!
Lavorandoci però dall'interno mi resi conto che questi miei colleghi erano tutt'altro che fenomenali: intendo di un'intelligenza che, dal mio punto di vista, valutavo marginalmente sopra la media e, anzi, con una percentuale significativa degli onnipresenti idioti. Giustamente mi hanno fatto notare che io lavoravo in una sezione amministrativa e che quelle tecnico/scientifiche sono di un altro spessore. Suppongo che sia vero ma se il buon giorno si vede dal mattino...

Ecco è più o meno da allora che, potendomi confrontare con il “top”, e trovandolo deludente, ho preso consapevolezza delle mie capacità. E la mia superbia, in realtà sempre presente, da, diciamo “personale” è divenuta più assoluta.

E quindi? Qual è la mia conclusione?
Non credo ci possa essere una risposta ben motivata logicamente e, tutto sommato, non mi interessa neppure cercarla. Ho una consapevolezza (v. La montagna dell'albagia) e questa mi basta e non mi va di sprecare energie per scoprire qualcosa che, alla fine, comunque non mi cambierebbe niente...

Conclusione: trovo particolarmente vero l'evangelico “nessuno è profeta in patria”... e quindi per apprezzarmi servirebbero gli extraterrestri!

Nota (*1): comprensivo, tollerante e paziente...
Nota (*2): e quando giocavo a scacchi questa mia superbia era particolarmente evidente, direi quasi comicamente. Negli scacchi non si deve calcolare solo le proprie mosse ma anche le migliori che il nostro avversario potrebbe giocare. Quando l'avversario fa qualcosa che non abbiamo previsto allora deve suonare un campanello d'allarme perché i casi sono due: 1. non ha giocato la mossa migliore e quindi, forse, c'è la maniera per incrementare il nostro vantaggio; 2. ci era sfuggita la mossa migliore che, invece, è stata trovata e giocata dal nostro avversario.
Io ero sempre sicuro, assolutamente certo, di essere sempre nel caso 1. Non avete idea di quante partite io abbia perso sottovalutando in questo modo il mio avversario... Decisamente la cosa non depone a mio favore!
Nota (*3): in un altro pezzo, forse quelli sulla scuola media, mi pare di aver anche raccontato di quanto fossi bravo a manipolare il prossimo e di come abbia improvvisamente smesso ritenendolo immorale.
Nota (*4): sulla mia “carriera” scolastica ho scritto una nutrita serie di pezzi ma non mi va di cercarli: chi è interessato può usare i marcatori “elementari”, “medie”, “liceo” e “università” per ottenere la lista dei relativi pezzi...
Nota (*5): della fastidiosa regola che mi ero autoimposto di contare (lentamente) fino a tre per dar modo di rispondere anche ai miei compagni ho già scritto...
Nota (*6): ad esempio, ai tempi del liceo, la ritenni una conferma dell'esistenza dell'iperuranio di Platone, il mondo delle idee, al quale “evidentemente” ero particolarmente collegato...
Nota (*7): e, mentre ritenevo l'opinione di mia madre ininfluente, probabilmente quella di mio padre mi pesava molto di più...

venerdì 6 ottobre 2017

Licurgo

Ieri sera ho finito di leggere la “terza” vita di Plutarco, ovvero quella di Licurgo. È veramente interessante!! E, come previsto, mi sono abituato all'italiano arcaico usato nella traduzione...
Della vita di Licurgo in realtà dice relativamente poco (non sono sicuro che sia un personaggio storicamente esistito (*1)): ciò che invece mi ha molto colpito è la dettagliata descrizione di come il famoso legislatore avrebbe organizzato le leggi e la società di Sparta. In pratica realizzò a tavolino una società all'apparenza utopistica ma che, nella pratica, durò per molti anni (Plutarco scrive per “cinque secoli” ma dubito che i suoi calcoli siano attendibili! (*1)) e che portò Sparta all'egemonia sulla Grecia.

La logica di Licurgo è ferrea: egli vede l'origine di ogni vizio nella cupidigia e, partendo da questo principio, organizza la società in maniera che, quasi “fisicamente”, non ci sia spazio nella vita degli spartani per il desiderio di ricchezze o di beni materiali. Da questo punto di vista mostra anche un acuto intuito psicologico che usa astutamente per rafforzare i meccanismi sociali che ha ideato.
E se i cittadini sono virtuosi allora non c'è necessità di leggi complesse e articolate perché essi tenderanno a fare spontaneamente, senza cioè esserne costretti, ciò che è bene e giusto. In caso di discordia poi meglio affidarsi al buon senso di un giudice saggio piuttosto che all'interpretazione del codice scritto.
Significativo al riguardo il seguente passaggio: «[Licurgo non volle leggi scritte...] Perché quel che più importa e ha maggiore efficacia per rendere una città felice, credeva stampato ne' costumi e ne' cuori de' cittadini dover rimanere immobile e stabile nella lor buona volontà, che è legame più forte della necessità, e per via di buona instituzione introduce nell'anima di ciascun giovane disposizione di legislatore. I leggieri contratti intorno al dare e all'avere, i quali or in una or in altra maniera secondo il il bisogno si mutano, pensò essere meglio non legare con necessità di scrittura... ...ma lasciargli alle occasioni e all'arbitrio d'uomini ben istruiti per aggiungere o levare secondo il lor giudizio. » (*2)
Sono d'accordo con Licurgo: adesso però non potremmo fare a meno delle leggi perché l'animo di molte persone è corrotto e non tende spontaneamente al bene. Ma il ruolo della legge moderna intesa come giustizia è spesso illusorio perché il suo compito principale è quello di essere il meccanismo per obbligare al rispetto di alcuni epomiti (le leggi): e tali epomiti, nel loro complesso, sono orientati alla tutela dei parapoteri e dello status quo, non della giustizia.

Qualche legge di Licurgo per dare l'idea di come ideò e modellò la società spartana.
- Per prima cosa ridistribuì la terra a tutti gli spartani in parti uguali capaci di produrre grossomodo la stessa quantità di beni.
- Gli uomini poi non cenavano in casa propria ma, tutti insieme, lo stesso cibo e nella stessa quantità in maniera che non si sviluppasse la golosità che reca con sé la voglia di avere di più.
- Eliminò l'oro e l'argento e fece coniare monete di ferro che avevano (poco) valore solo a Sparta: fu quindi impossibile accumulare una grande ricchezza visto che sarebbe stata ingombrante e che, probabilmente, sarebbe arrugginita rapidamente. Inoltre con monete di ferro non si potevano comprare i beni prodotti in altre città.
- Le case private poi dovevano avere la porta d'ingresso di legno grezzo e, allo stesso modo, il “palco” (non sono sicuro di cosa fosse, ma doveva trattarsi di un altro mobile): l'idea è che se uno spartano aveva la porta e il “palco” tagliati con l'accetta allora non avrebbe voluto avere altri mobili più raffinati perché sarebbero apparsi ridicoli a loro confronto: e se tutto l'arredamento era modesto allora anche le vesti raffinate non sarebbero state ritenute compatibili con esso e si sarebbero preferiti quindi gli abiti più semplici. E in questa ottica quindi tutto il lusso e il superfluo avrebbero avuto poco senso.
- I bambini che alla nascita non sembravano abbastanza forti venivano abbandonati in una grotta. E sembra che fosse ammissibile una certa promiscuità per cui il marito anziano era lieto che la sposa più giovane avesse un figlio da un guerriero vigoroso con l'idea che ciò avrebbe reso Sparta più forte.
- A sette anni i bambini venivano poi allevati tutti insieme con una organizzazione quasi militare dove ai più piccoli veniva insegnato dai ragazzi più grandi che, a loro volta, imparavano dagli spartani più anziani (suppongo che gli uomini fossero impegnati in altre attività). Oltre all'addestramento marziale l'insegnamento prevedeva che i giovani fossero in grado di rispondere con efficacia e sinteticità a domande molto complesse e filosofiche: chi non vi riusciva o era troppo prolisso veniva punito severamente. Da qui l'aggettivo “laconico”. Molto interessanti i numerosi esempi di famose risposte laconiche riportati da Plutarco. Tipo: il re Agide a un ateniese che commentava la strettezza delle strade di Sparta, rispose «E pure aggiunghiamo i nimici con esse.» (*2)
- Gli spartani non lavoravano (lo facevano gli iloti per loro) ma si dedicavano solamente all'esercizio e all'addestramente militare che sospendevano solo quando in guerra tanto che, paradossalmente, essa era quasi un riposo per loro...
- E poi le donne! Anche le fanciulle non dovevano restare chiuse in casa: tutte insieme invece si allenavano duramente: con la corsa, il getto del peso e del disco, la lotta, il tiro con l'arco... L'idea era di renderle meno effeminate, più resistenti al parto e capaci di procreare figli più forti.
- In alcune occasioni e feste le ragazze danzavano e giocavano nude davanti ai giovani: l'idea non era solo quella di non renderle inutilmente pudiche ma di fare in modo che queste schernissero e lodassero opportunamente i ragazzi perché «... 'l morso de' motti, accompagnato da giuoco, non era men pungente delle correzioni severe...» (*2) e questo spronava i ragazzi a imprese di valore.

Sempre riguardo le donne Plutarco scrive una frase che mi ha colpito perché non so bene come interpretare: egli scrive infatti che le spartane, a causa del loro contributo attivo nel mantenere vivi gli ideali della loro società, “credono” di essere partecipi, al pari degli uomini, di virtù e onore. Ecco mi chiedo il significato di quel “credere”: nell'italiano attuale si intenderebbe con un “credono ma si sbagliano” ma nell'italiano antico (XVI secolo) in cui è tradotto Plutarco si può anche interpretare questo “credere” con un “essere giustamente consapevoli”.
Probabilmente il significato corretto è proprio il secondo: poco dopo infatti è riportato un aneddoto che vede protagonista Gorgone (avete presente “300” e la moglie di Leonida? Ecco, è quella Gorgone!) che avrebbe poco senso. L'aneddoto: una forestiera disse a Gorgone «Voi sole, Spartane, comandate agli uomini» e lei replicò laconica «Perché noi sole partoriamo uomini.» (*2)

Ci sarebbero tante altre leggi e curiosità da segnalare ma non voglio dilungarmi oltre!

Conclusione: veramente una lettura piacevole! Ora sto leggendo la vita di Numa Pompilio: onestamente il nome non mi diceva niente ma anche questa non è male: forse un corto ci potrebbe scappare...

Nota (*1): Anche Wikipedia ha dubbi sulla storicità del personaggio che, comunque, porrebbe a cavallo del IX e VIII secolo a.C. ovvero, come indicato da Plutarco, circa cinque secoli prima del declino di Sparta. Ma non sarà una data basata proprio su quanto scritto da Plutarco?!
Nota (*2): Passaggi tratti da “Le vite parallele” Vol. I, di Plutarco, trad. Marcello Adriani il Giovane, Salani Editore, 1963.

giovedì 5 ottobre 2017

Ecco "Leida"!

Zitto zitto, quatto quatto, ho completato la nuova versione dell'Epitome: si tratta della 0.4.0 e il suo nome in codice è “Leida”!

La novità maggiore è senza dubbio il nuovo capitolo 9 aggiunto alla seconda parte dell'epitome.
Si tratta di una decina di pagine piuttosto dense (con parecchie note) e soprattutto basate su materiale completamente inedito: in altre parole non avevo affrontato la materia (“La comunicazione”) in pezzi sul viario se non per qualche accenno sporadico: invece il nuovo capitolo è ricco di idee interessanti e che permettono un ulteriore passo avanti nella comprensione della nostra società moderna.
Un capitolo non solo centrale nella sua collocazione nell'epitome ma anche concettualmente: ne sono decisamente soddisfatto!

Varie correzioni per tutta l'epitome e una revisione piuttosto approfondita del capitolo 2 dove ho approfondito maggiormente il concetto di protomito fuorviante differenziandolo da quello di protomito errato. Ah, ho poi corretto una nota ormai superata e sostanzialmente errata nel capitolo 3.2: per chi fosse curioso si tratta della nota 59 di “Aporia” divenuta la nota 67 in “Leida”...

Inoltre ho tolto dall'epitome la tabella di conversione fra i capitoli delle diverse versioni dell'epitome e l'ho trasferita su un PDF separato: l'idea è che per chi si stampa l'epitome per leggerla non gliene importa niente delle versioni precedenti; al contrario chi fosse interessato a leggere i miei vecchi pezzi su questo viario (lo so è un po' inverosimile!) può stamparsi semplicemente le sei paginette del nuovo PDF...

Comunque, sempre riguardo ai contenuti, nonostante le 6 pagine in meno di appendice si passa dalle 151 pagine di Aporia alle 162 di Leida!

Ah, poi ho aggiunto al glossario i collegamenti ai capitoli nel testo in cui il relativo argomento è affrontato. Molto noioso per me ma mi sembrava utile farlo...
Ovviamente per il dettaglio dei cambiamenti rimando alla pagina dell'Epitome.

Per il futuro, invece della solita revisione generale (che porterebbe alla revisione 0.4.1), credo che aggiungerò direttamente un capitolo nella parte III e un nuovo sottocapitolo nel capitolo 13: ma come al solito vedremo, per adesso non garantisco niente...

mercoledì 4 ottobre 2017

Ultima previsione

Dopo sette giornate è tempo che, come promesso in Mercato chiuso, io faccia le mie previsioni definitive perché, se aspetto ancora, diventerebbe troppo facile!

Per i primi tre posti avevo piazzato: 1° Juventus, 2° Napoli e 3° Inter. Partiamo da queste squadre.

La Juventus pare accusare più del previsto (data la partenza di Bonucci) problemi in difesa, soprattutto fuori casa, con Allegri che sembra non aver ancora trovato una linea difensiva che lo convinca. Da questo punto di vista gli acquisti della Juventus mi hanno deluso: Bonucci è andato via a inizio mercato e c'era quindi tutto il tempo per comprare un sostituto all'altezza: invece si sono illusi che Rugani andasse bene, poi hanno cercato di avere in anticipo sui tempi Spinazzola dall'Atalanta (che dubito sia il campione che avrebbe fatto la differenza) e infine hanno preso un vecchio giocatore dalla Premier (mi pare!)...

Il Napoli va meglio dell'anno scorso (alcune partite che la stagione precedente avrebbe pareggiato è invece riuscito a vincerle) ma rimango con tutte le mie perplessità: 1. rosa corta (Milik si è già fatto male); 2. poche rotazioni (vedi punto precedente); 3. ma soprattutto il gioco spettacolare di Sarri nel lungo periodo rischia di non pagare con le piccole col risultato di lasciare punti proprio sui campi dove avrebbe dovuto essere più facile farli... E in un campionato squilibrato come quello italiano sono poi queste ultime partite a fare la differenza...

Nel complesso resto convinto che la Juventus arriverà davanti al Napoli. Però se prima la mia stima per le probabilità di vittoria finali erano 80% Juventus e 20% Napoli, adesso sono passato a un 70% Juventus e 30% Napoli. Come detto la Juventus ha qualche problemino difensivo in più del previsto mentre il Napoli sembra maturato psicologicamente.

L'Inter, seppur un po' fortunosamente, mi pare sia terza anche nella classifica attuale. Mi pare che Spalletti stia ancora assestando la squadra: lo dimostra il fatto che Icardi ancora non segni con regolarità mentre, di solito, nelle squadre di Spalletti gli attaccanti vanno benissimo.
Ultimamente non l'ho vista giocare ma ho la sensazione che i centrocampisti proveniente dalla Fiorentina non siano proprio i fenomeni che fanno fare il salto di qualità alla squadra. Borja Valero è intelligente e disciplinato e Spalletti lo tiene davanti alla difesa per impostare e, all'occorrenza, a ricoprire altre funzioni tattiche. Vicino è il solito: un serio professionista ma un po' lento. Con Spalletti ha già fatto un gol ma non sono sicuro che l'allenatore ne sia entusiasta. Difficile dire di più perché non ho visto le partite più recenti...
Però, se nel mercato di gennaio arriveranno dei veri rinforzi, il terzo posto dovrebbe essere garantito.

Per il 4° posto avevo molti più dubbi: la Roma mi sembrava notevolmente indebolita nella rosa e non conoscevo il nuovo allenatore Di Francesco; sulla Lazio c'erano le consuete incertezze sui rimpiazzi sconosciuti; sul Milan i miei dubbi erano tutti sull'allenatore e sulle risorse finanziarie; infine le mie due possibili “sorprese” erano Atalanta e Torino.

Riguardo la Roma ho la sensazione che Di Francesco sia un buon allenatore: di partite ne ho viste poche (sicuramente Milan-Roma) ma lo deduco dal rendimento di Dzeko. L'attaccante bosniaco non segna automaticamente in qualunque maniera lo si faccia giocare ma si devono sfruttare le sue caratteristiche fisiche: non tutti gli allenatori sono capaci di sfruttarlo adeguatamente quindi bravo Di Francesco. Nel complesso rimango però dell'idea che la Roma in generale nella rosa, e soprattutto con la perdita di Salah, si sia indebolita.

La Lazio sembra aver come al solito (formidabile la dirigenza che sembra non sbagliare mai un colpo!) indovinato gli acquisti per sostituire le importanti cessioni. Rimane però una squadra che non conosco quasi per niente e mi è quindi impossibile valutarla esattamente.

Il Milan mi sembra stia andando benino: la partita con la Roma era stata in equilibrio fino al primo gol, anche la sconfitta con Lazio (4-1) è stata di una proporzione maggiore di quanto visto in campo. Solo la sconfitta con la Sampdoria è dura da digerire. Insomma mi pare che oggettivamente non ci siano i motivi per mettere già in discussione Montella (*1): mi pare cioè che il nervosismo della dirigenza tradisca una preoccupazione che sia extra sportiva...
Anche del Milan ho visto pochissime partite: la mia sensazione è che Montella non abbia ancora le idee chiare su quale debba essere la formazione titolare (soprattutto in attacco). Ogni settimana prepara una zuppa scegliendo a casa gli undici ingredienti: siccome i prodotti che ha a disposizione sono tutti buoni è difficile che venga fuori un minestrone immangiabile però, talvolta, ottiene un piatto che ha poco sapore. Secondo me si spiega così la sconfitta con la Sampdoria: contro una squadra ben organizzata, chiusa in difesa e pronta a colpire in contropiede il gioco (o la mancanza di esso?) un po' improvvisato del Milan fatica a prevalere e, anzi, rischia di venire punito...
Comunque Cutrone è un grande giocatore: ho seguito poco il Milan ma i suoi gol li ho visti e non sono casuali. Secondo me dovrebbe essere il titolare, sostituendolo o all'occorrenza affiancandogli André Silva e tenendo Kalinic come panchinaro di lusso.

Il Torino mi sta un po' deludendo nei risultati: mi aspettavo di più. Ho sentito molte critiche all'allenatore serbo ma onestamente non so cosa pensare. A Firenze non mi piacque ma avevo avuto la sensazione che con le esperienze successive fosse cresciuto divenendo un discreto allenatore... Magari è davvero lui che non riesce a sfruttare il potenziale, soprattutto offensivo, del Torino... Certo che se i gol di Belotti non arrivano diviene più difficile vincere le partite...
Insomma sono piuttosto perplesso sul Torino e prendo solo atto che va peggio di quanto pensassi senza però cercare di capirne i motivi...

Al contrario l'Atalanta è una bella sorpresa: dopo tutte le cessione fatte in estate non ero sicuro che riuscisse a confermarsi al livello dello scorso anno. Nelle partite che ho visto la differenza la fa Gómez che quest'anno è partito fortissimo: eppure la sicurezza nel gioco complessivo della squadra, nei passaggi rapidi e precisi, deve provenire anche dall'allenatore. Quindi bravissimo Gasperini!

Per il 4° posto quindi dico (confermo) Roma anche se la Lazio resterà in lotta fino all'ultimo. Il 6° posto dovrebbe spettare quindi al Milan ma se, come credo, le cose andranno male e Montella non riuscirà a sbrigliare la matassa della squadra potrebbe scivolare ancora più indietro...
Quindi al 6° posto metto l'Atalanta (anche se è molto Gómez dipendente con quindi tutte le incertezze del caso), per il 7° posto Milan, Torino e magari qualche “sorpresa” che ora mi sfugge (bo, magari la Sampdoria...)

E la Fiorentina? Bo... direi che è da metà classifica: Chiesa è l'unico veramente forte, altri giocatore sono discreti (tipo Gil Dias o Sportiello) ma altri piuttosto scadenti (vedi Biraghi). Il mio timore più grande, nonostante ne senta parlare sempre bene, è che Simeone non sia all'altezza. E alla fine se l'attaccante principale non segna la squadra fa fatica (vedi il Torino)...

Conclusione: della mia previsione di classifica finale ho dubbi solo sulla Lazio: come detto non conoscendola non riesco a valutarla bene e così non mi stupirei troppo se riuscisse ad arrivare anche sostanzialmente più avanti (magari al 3° posto) di quanto io abbia pronosticato...

Nota (*1): cioè a me Montella non piace però se la dirigenza lo ha confermato dall'anno scorso per la nuova stagione evidentemente dovrebbe avere ancora fiducia in lui dopo così poche partite...

martedì 3 ottobre 2017

Briganti ed epomiti

Ormai diverse settimane fa ho terminato la lettura delle ultime due monografie di L'uomo romano a cura di Andrea Giardina , Editori Laterza, 1993 (e anzi adesso non ritrovo il libro e scrivo a memoria!).

La penultima monografia era sulla figura del brigante ma complessivamente non l'ho trovata particolarmente interessante: per la natura del suo soggetto infatti aggiunge poco alla comprensione della società romana. Mi spiego meglio: i briganti non costituiscono un gruppo (o un potere) all'interno della società romana ma al contrario formano una microsocietà parallela con i propri valori e regole (protomiti specifici dei briganti).
Il condividere gli stessi spazi geografici porta a l'interazione fra la società romana e i briganti: questi ultimi infatti rapinano e rapiscono i viaggiatori e lo stato romano cerca di reprimerli, senza troppo successo (*1), con la forza e leggi durissime (tanto per confermare il concetto di società parallela, i briganti non sono considerati dalla legge cittadini romani).
Queste società hanno anche prevedibilmente altri punti di contatto: appoggi nei villaggi di origine dei briganti con possibilità di approvvigionarsi, ricettatori e, sorprendentemente, ricchi cittadini che necessitano di un piccolo esercito personale per gestire situazioni di “sicurezza privata”.
Questa conferma di microsocietà parallele a quella romana rafforza la mia intuizione sugli schiavi: v. Schiavitù romana 1 e 2.
In particolare scrivevo:
«È chiaro che gli schiavi di questo periodo siano un elemento fortemente instabile della società romana: le rivolte del II e I secolo a.C. non sono un caso. Invece, nei secoli ancora successivi, gli schiavi che scapperanno dal padrone malvagio non cercheranno di organizzare rivolte (come vedremo non avrebbero avuto successo) ma diverranno briganti, ovvero si porranno in totale opposizione alla società romana (cioè fuori di essa) ma senza più una propria identità culturale di gruppo (*2).»
In questo paragrafo evidenzio due possibilità: premesso che gli schiavi in fuga non si riconoscono in un gruppo della società romana (evidentemente il gruppo degli “schiavi” non gli va bene!) ci sono 1. gli schiavi ancora “freschi di schiavitù”, quelli delle grandi rivolte, che quindi ricordano, conoscono e credono in una società (protomiti) diversa da quella da cui fuggono e a cui aspirano a tornare; 2. gli schiavi ribelli isolati che però non cercano più di tornare nella propria patria ma si accontentano di vivere nella microsocietà dei briganti.

Della seconda monografia non ricordo il titolo: l'autore impiega quasi due pagine per spiegare di cosa intenda parlare. Gli mancano infatti dei concetti chiave e deve fare quindi dei lunghi giri di parole per spiegarsi.
In pratica l'argomento della monografia è l'evoluzione di alcuni epomiti nell'impero romano nel corso dei secoli. Chi ha letto la mia epitome sa che il concetto di “epomito” è basilare e su questo ci ho scritto tutto il capitolo 6: provando a esprimerlo in poche parole “epomito” indica un concetto/un'idea/ un valore caratteristico e caratterizzante di una specifica società in una specifica epoca.
In teoria, una volta capito cosa aveva in mente l'autore, l'argomento sarebbe anche stato interessante ma non ricordo di avervi trovato grandi sorprese: ho letto più o meno quello che mi aspettavo di leggere...
Comunque, appena ritrovo il libro, darò un'occhiata alle mie note e, se trovo qualcosa di rilevante che adesso mi sfugge, vedrò di segnalarlo!
Ah, ricordo anche che curiosamente questo studioso dei romani sembra avere un giudizio estremamente negativo su di essi, o forse è solo la sua maniera per farsi notare, non so...

Conclusione: la qualità delle monografie di L'uomo romano è estremamente variabile comunque nel complesso, sebbene sia una lettura molto impegnativa, è un ottimo libro.

Nota (*1): nel mondo antico le zone propriamente controllate dallo stato erano solo le città e le zone immediatamente limitrofe. Anche l'uso delle legioni (guerra asimmetrica?) non aveva avuto grosso successo.
Nota (*2): «...ma senza più una propria identità culturale di gruppo.» questo passaggio è errato/fuorviante. Quello che avevo in mente è che nella fase delle rivolte gli schiavi erano consapevoli delle proprie origini e quindi della propria identità culturale, quando invece si uniscono ai briganti abbracciano i valori della banda e rinunciano, se ancora li avevano e non erano ad esempio nati schiavi, ai protomiti della propria società di appartenenza originale. In altre parole, come ripetuto in questo pezzo, i briganti erano una microsocietà e quindi avevano i propri protomiti e quindi “un'identità culturale di gruppo”!

lunedì 2 ottobre 2017

Sulla Catalogna

In questi giorni ho seguito vagamente le notizie provenienti da Barcellona ma non ho la pretesa di volere entrare nei dettagli degli eventi perché non ho idea di cosa abbia preceduto questo ultimo tentativo di consultazione popolare.

Ovviamente avevo delle vaghe idee che, più o meno, coincidono con quelle di una catalana “sentita” per interposta persona: da circa una decina di anni il sentimento indipendentista stava crescendo ma la politica del muro contro muro non ha portato a niente. Da una parte il governo di Madrid, forte della costituzione del 1978, sostiene che la Spagna è indivisibile, dall'altra la comunità catalana (il 16% della popolazione spagnola) aspira all'indipendenza in virtù di una propria identità culturale e linguistica. Ah, dagli articoli letti sembra che la Catalogna sia una delle regioni più ricche dell'intera Spagna...

Ma non è della cronaca attuale che voglio scrivere: per dare un giudizio ponderato mi occorrerebbero molte più informazioni che invece non ho letto né cercato...
Piuttosto voglio proporre un paio di considerazioni rifacendomi alla mia stella polare per quanto riguarda la libertà: John Stuart Mill (v. Libertà d'opinione 1 e 2).

Secondo JSM la democrazia non consiste nel semplice governo della maggioranza ma nel governo della maggioranza nel rispetto della minoranza. In altre parole la maggioranza è libera di governare come crede meglio ma dovrebbe tenere conto del parere delle minoranze: secondo JSM il pericolo insito nella democrazia è infatti che la maggioranza opprima una minoranza.

Ecco quindi che propongo due domande:
1. Il governo centrale di Madrid ha agito con rispetto della minoranza Catalana?
2. Il governo di Madrid ha oppresso la minoranza Catalana?

Non conoscendo gli eventi che hanno preceduto questo tentativo di referendum non mi ritengo sicuro al 100% ma la mia sensazione è che la risposta sia “sì” a entrambe le domande.
Non so se ci siano state precedenti provocazioni da parte della Catalogna al governo di Madrid ma mi pare che, comunque, niente di pacifico come un referendum giustifichi una risposta così violenta dello Stato centrale. Va poi da sé che sparare proiettili di gomma contro cittadini pacifici, rappresentativi di un'intera popolazione, equivalga a opprimerla.

La vera questione è quindi dove sia il confine fra il diritto della maggioranza di imporre la propria volontà e il rispetto verso la minoranza. Io credo che la risposta vari in base alla decisione da prendere e che, più o meno, tenda ad assestarsi sulle percentuali delle relative popolazioni.
C'è però un'eccezione: se la questione è proprio la volontà della minoranza di far parte di una comunità più ampia. In questo caso la maggioranza, solo in virtù del proprio numero e della forza, non certo con motivazioni di giustizia, può imporre tirannicamente la propria decisione alla minoranza.

Non mi stupisce che in UK, là dove la cultura democratica è più viva, non si facciano tragedie all'ipotesi di una possibile indipendenza della Scozia e, anzi, un referendum su questa possibilità sia stato permesso dal governo inglese e tenuto qualche anno fa.
Il governo spagnolo si appella alla propria costituzione che sancisce l'indivisibilità della Spagna ma ciò dà alle sue repressioni una giustificazione legale, non certo morale.

Conclusione: per aver conferma delle mie sensazioni aspetto che gli illuminati politici italiani (vedi Gentiloni, Boldrini, Monti...) prendano posizione con “fermezza” al fianco del governo di Madrid... Perché è chiaro che in piccolo, ciò che va ora in scena in Spagna, potrebbe ripetersi nel caso di nazioni che volessero uscire dalla EU e/o euro: la UK era troppo forte per dirle di no ma, pensando al futuro, è bene iniziare a ribadire il concetto (protomito) che dalle "comunità" non si può uscire se tutti non sono d'accordo... (ovvero mai)

giovedì 28 settembre 2017

Nuove nove

Solo per dire che lo sviluppo dell'Epitome procede a buon ritmo.
Da quando ho ripreso a lavorarci ho convertito una paginata di note (dal mio quadernone con idee, bozze, etc...) in 3/4 nuove pagine nell'epitome. Dopo la pausa di circa una settimana (quando sono stato ad assistere mio padre) ho iniziato un nuovo capitolo: inizialmente ho scritto contro voglia, imponendomi di andare avanti, ma da oggi ho preso ad appassionarmi. Mi pare stia venendo un ottimo lavoro!
Finito il nuovo capitolo (che sarà il 9°, facendo così scorrere di una posizione tutti i successivi) dovrò decidere che fare: nel frattempo ho infatti accumulato un'altra pagina di appunti sul mio quadernone e, volendo, avrei da scrivere un altro nuovo capitolo...
Conoscendomi però, visto che mi piace subito pubblicare il nuovo materiale quando è pronto, penso che non scriverò altro, però, sempre conoscendomi... non si può mai dire!

“Scopri la tua etnia” - 3/10/2017
Ieri sera ho fatto tardissimo guardando video su Youtube di persone (spesso tubofili) che hanno fatto l'esame genetico e scoprono per la prima volta “in diretta” i risultati. Sembra sia una moda partita da un singolo tubofilo e che poi si sia diffusa esponenzialmente... Provate a cercare con le chiavi "ancestry dna italia"...
Qualche considerazione sparsa:
1. i video sono in genere piuttosto divertenti
2. soprattutto gli afroamericani hanno grosse sorprese
3. mentre in USA la moda sembra spontanea in Europa l'esame viene regalato tramite un concorso ai tubofili
4. evidentemente le compagnie specializzate sperano in un bum commerciale anche nel vecchio continente.
5. questi esami per scoprire le proprie origini genetiche sono pochi significativi (v. DNA Ethnicity Results Aren't What You Think)
6. rimango convinto che siano esami pericolosissimi per la riservatezza non solo personale ma anche di tutta la propria famiglia. Vedi: Saremo schiavi e Allarme schiavismo

Strana acconciatura - 11/10/2017
Ieri notte ho fatto uno strano sogno: mi guardavo allo specchio e avevo capelli nerissimi e un bella barbetta curata. Ed ero l'io attuale: il resto della mia faccia era il solito con le usuali rughe di espressione e occhiaie.
La cosa buffa è che nel sonno non mi stupivo del fatto che mi fossero ricresciuti i capelli e che non avessi un solo pelo bianco: piuttosto mi stupiva il loro taglio moderno che però adesso non saprei descrivere.
Solo una volta sveglio mi sono ricordato che saranno ormai passati almeno 20 anni da quando avevo tutti quei capelli!

La Ferrari (ri)scopre la qualità - 12/10/2017
Ascoltato di sfuggita passando vicino alla tivvù: la Ferrari ha assunto un nuovo dirigente esperto di qualità perché "non è possibile perdere gare per un pezzo che costa 59€”.
Bene: la Ferrari scoprirà che la qualità non è solo nel processo e nelle cose ma, forse soprattutto, nelle persone; qualità quindi in tutto il personale: dalla mano d'opera alla dirigenza.
Ma per avere qualità bisogna saper giustamente premiare il merito: non dubito che alla Ferrari non cerchino gli ingegneri più bravi ma è il sistema Italia che ormai è marcio a tutti i livelli: di conseguenza chi ha qualità (e quindi merito), soprattutto se giovane, se ne va all'estero: in queste condizioni assumere chi è veramente capace diventa come trovare un ago nel pagliaio.

Paradox - 12/10/2017
La Paradox persevera nell'illusione che il suo recente successo sia dovuto alla sua strategia commerciale invece che alla crescita esponenziale del mercato grazie alla diffusione di Steam.
Per questo insiste a sfornare espansioni di qualità e contenuti scarsi a prezzi assolutamente non commisurati.
Sono curioso di scoprire se già quest'anno avrà una flessione nelle vendite oppure no: sono però sicuro che con il loro prossimo gioco (che io sappia non è ancora stato annunciato) si accorgeranno quale sia il costo di aver deluso le aspettative dei propri clienti...

mercoledì 27 settembre 2017

Le elezioni tedesche

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.3.1 "Aporia"). In particolare i capitoli: 4, 5, 10 e 11.

Sì, lo so: c'è stato il voto in Germania ma non l'ho seguito minimamente.
Ormai ho assimilato la lezione olandese (v. Intuizione corretta e soprattutto Previsione a posteriori) che a sua volta si basa su quanto scritto in [E] 11, ovvero:
1. I partiti tradizionali sono tutti più o meno simili fra loro nel senso che subiscono (e magari cercano) le pressioni dei parapoteri economici e finanziari e, con essi, sono abituati a trattare e confrontarsi. Come spiegato in [E] 10.2 questo è sempre successo ma, negli ultimi anni, a causa della globalizzazione la forza dei parapoteri è cresciuta esponenzialmente e adesso è divenuta preponderante con grave danno alla democratastenia ([E] 4.4).
2. Alternative populiste ([E] 11.2 e 11.3) sono possibili solo dove le condizioni di vita siano peggiorate sensibilmente: solo in questa maniera l'elettore si renderà conto che gli epomiti (ed equimiti) della sua società hanno contenuti fuorvianti, ovvero che sono menzogneri e, contemporaneamente, vincerà la sua paura del cambiamento (causata dalla legge della conservazione, [E] 5.1).

Sapendo che la Germania, come Stato e a livello dei suoi parapoteri economici, si è arricchita notevolmente grazie agli squilibri causati dall'euro, supponevo che il livello medio di vita dei suoi abitanti non potesse essere peggiorato.
Di conseguenza, dal mio punto di vista, avrebbe vinto la Merkel o comunque un politico di un altro partito tradizionale che, per quanto detto al punto 1, sarebbe stato sostanzialmente equivalente all'attuale cancelliere. Ero parimenti sicuro che non avrebbe vinto, neppure lontanamente, un partito populista di qualsiasi genere.

Data la mia incompetenza economica mi mancava un dato fondamentale: in Germania, nonostante la grande ricchezza, è mancata un'equa redistribuzione della stessa con la conseguenza che, soprattutto nel'ex DDR, ci sono circa 5 milioni di elettori poveri tedeschi.
E questi milioni di elettori, in accordo con le teorie esposte nell'epitome, hanno colto l'occasione per votare una forza populista, non ho idea se reale o apparente ([E] 11.3).

Su Goofynomics è puntualmente stata pubblicata un'analisi che corrobora la mia teoria: QED 84: AfD (quei nazisty dei poveri)

NB: spero che quanto ho scritto finora in questo pezzo non venga frainteso. Non vorrei che qualcuno arrivasse alla non conseguente conclusione del tipo: “KGB non era interessato alle elezioni tedesche perché sapeva già che i neonazisti non avrebbero vinto. Quindi KGB tifava per i neonazisti”.
Solo la prima parte di questo ragionamento immaginario è corretta, non la sua conclusione.
Dal mio punto di vista di italiano, completamente impotente e inerme, che vinca la Merkel o un altro politico tradizionale non cambia niente: la Germania continuerà comunque nella sua politica europeista (che distrugge il resto dell'Europa). Le elezioni tedesche mi avrebbero interessato nel caso avesse potuto vincere un partito populista perché questo avrebbe potuto portare dei cambiamenti che si sarebbero ripercossi anche in Italia e quindi su di me.
Più in generale per me un populismo di qualsiasi tipo (ovviamente reale e non apparente) non corrisponde automaticamente a qualcosa di positivo, che porterà cioè benefici alla democratastenia, ma solo a dei potenziali cambiamenti: cambiamenti che potranno essere sia positivi che negativi (tutto questo è già spiegato in [E] 11.3 ma mi sembrava opportuno ribadirlo).

Conclusione: In realtà la domanda da porsi a monte delle mie considerazioni sopra esposte è se la Germania sia una democrazia o una criptocrazia ([E] 10.5): nella democrazia (come negli USA) il potere politico mantiene la sua indipendenza dai parapoteri economici (anche globali) nonostante che (come da sempre succede) ne sia influenzato; nella criptocrazia (come in Italia) il potere politico ne è invece totalmente succubo. La mia sensazione è che la Germania sia ancora una nazione sostanzialmente democratica (lo si capisce indirettamente dalla tutela della libertà individuale che ancora resiste, nonostante le idiosincrasie col nazismo e simili). Di conseguenza fra la Merkel e un altro politico di un partito tradizionale ci sarebbero state in realtà delle differenze: solo non sostanziali. Resta poi il fatto che il populismo di turno non avrebbe avuto comunque i numeri per vincere.

martedì 26 settembre 2017

Amazzoni, toscani, etc...

Da qualche giorno ho iniziato a leggere un libro che pregustavo da tempo: Le vite di Plutarco, in realtà un bel cofanetto con quattro volumi dalla copertina rigida estremamente curati e, ovviamente, appartenuto a mio zio.
La lettura non è facilissima: la traduzione è infatti di Marcello Adriani detto il giovane (per distinguerlo dall'omonimo nonno) che visse fra il 1553 e il 1604; curiosamente di tale studioso non si sa praticamente niente visto che non è menzionato dagli storici e scrittori coevi.
Ma secondo l'introduzione, che sicuramente non tira l'acqua al proprio mulino, la sua traduzione anche se datata è la migliore... sarà...

Nelle Vite (in genere) Plutarco scrive le biografie di un personaggio greco e di uno romano che hanno tratti simili. Plutarco spesso indulge negli aneddoti più colorati e quindi la narrazione è particolarmente gradevole. A me interessavano le biografie dei personaggi storici ma il libro inizia con le vite parallele di Teseo e Romolo! Ho deciso comunque di non saltarle perché così posso familiarizzarmi con il linguaggio: per esperienza ormai ho capito che mi occorrono un paio di capitoli per abituarmi all'italiano arcaico...

Comunque ho già notato degli spunti interessanti:
- Nella vita di Teseo l'autore si rifà (ovviamente) ai miti tramandati dagli autori precedenti, come ad esempio la leggenda del Minotauro metà uomo e metà toro: eppure Plutarco, pur non arrivando a dire che tali storie fossero solo frutto di fantasia («...ne' libri più favolosi...»), ne dà un'interpretazione realistica, spiegandoli come metafore o allegorie.
Plutarco (rifacendosi ad altri autori) spiega che il labirinto era in verità una semplice prigione, che un tale Tauro («...un uomo non punto grazioso, né di mansueti costumi...») capitano di re Minosse semplicemente "maltrattò un po'" i suoi giovani prigionieri e, infine, che questi non venivano uccisi ma divenivano servi.
- Mi hanno poi colpito i numerosi riferimenti alle amazzoni: sono convinto che debba essere realmente esistito un popolo governato da donne guerriere. Voglio vedere cosa ne dice Wikipedia... bo, la pagina italiana le considera semplicemente pura mitologia... ma resto dell'idea che ci siano troppe fonti concordi per essere solo frutto di fantasia: credo che sia la nostra mentalità sostanzialmente maschilista, soprattutto dei secoli passati, a farci ritenere che non siano mai esistite...
- Eppure la mitologia talvolta si trasforma in realtà come nel celebre caso della città di Troia. Ma ci sono anche altri esempi: forse ne ho scoperto uno nella vita di Romolo.
Secondo Plutarco i toscani (ovvero gli etruschi) provenivano dalla Tessaglia passando per la Lidia (...i Toscani passati prima di Tessaglia in Lidia, e di Lidia in Italia.). La Lidia era la regione interna della penisola anatolica mentre la costa era colonizzata dai greci: e qualche anno fa mi era capitato di leggere (non ricordo né dove né i dettagli) che da analisi genetiche si era trovata una relazione fra toscani e turchi!
- Secondo Plutarco l'usanza di fare entrare in casa la propria moglie portandola in braccio (evidentemente già in voga al tempo dei romani) è una rievocazione propiziatoria del ratto delle sabine (considerata positivamente in quanto dette origine alla stirpe dei romani e finì con la riconciliazione con i sabini) quando le giovani rapite furono trasportate con la forza nelle case («Dura parimente ancor oggi l'uso di non entrare la sposa da se stessa sopra la soglia della camera, ma si lascia di peso portare, perché le Sabine in quella guisa vi furono per forza condotte.»).

Conclusione: sembra che le Vite saranno una lettura molto interessante: non prometto però di farne degli aggiornamenti regolari perché ho notato che spesso questi, da piacevoli divertimenti, mi si trasformano in fastidiosi obblighi.

lunedì 25 settembre 2017

Evoluzione variabile

Qualche giorno fa, mentre stendevo i panni (attività che odio), ripensavo ai documentari sui dinosauri visti quando ero a casa di mio padre.

Hanno qualcosa che mi sorprende sempre: spesso si parla di specie animali che per milioni di anni sono rimaste immutate, mentre altre sembrano apparire (relativamente) all'improvviso.
Quel che non capisco è che secondo i principi dell'evoluzione di Darwin i cambiamenti dovrebbero avvenire continuamente e, grazie alla selezione naturale, le novità favorevoli alla specie propagarsi alle generazioni successive.
Quindi perché alcune specie di dinosauri sono rimaste immutate per milioni di anni? e se invece che “immutate” tali specie sono cambiate ma solo molto lentamente (ovvero la velocità dell'evoluzione è MOLTO lenta), allora come si spiega l'apparizione improvvisa (relativamente) di nuove specie?

Per spiegare questo fenomeno ho postulato tre ipotesi:
1. Quando una specie è estremamente efficace, cioè molto diffusa e con numerosissimi individui, allora la selezione naturale diviene inefficace: le modifiche spontanee, anche se favorevoli, si perdono nella massa degli individui e, magari si annullano, con altre sfavorevoli. Quando i T-Rex dominavano la terra, evidentemente senza troppi problemi a procurarsi il cibo, allora anche una modifica che rendeva un singolo T-Rex più abile a cacciare non faceva differenza nella selezione naturale.
Vice versa in un piccolo gruppo di animali che deve lottare per sopravvivere anche una piccola modifica può essere significativa e, contemporaneamente, dato il minor numero di individui essa potrà essere assimilata più rapidamente dalla specie.
2. Le modifiche significative avvengono con un meccanismo diverso (che al momento non riesco a immaginare) da quello delle modifiche casuali e della successiva selezione naturale ma estremamente più rapido.
3. I casi 1 e 2 insieme.

Come al solito dovrei saperne di più per fare ipotesi più accurate. Probabilmente già la mia prima ipotesi è sufficiente a spiegare l'apparente stranezza delle specie che sembrano non cambiare mai e di quelle che sembrano apparire “all'improvviso”. Probabilmente sapendone di più scoprirei che l'apparizione “all'improvviso” di una nuova specie richiede comunque il suo milione di anni...

Paradossalmente quando una specie è troppo “vincente” la sua evoluzione sembra cessare, con le modifiche positive che non riescono a imporsi. Al contrario se una specie è sottoposta a una dura lotta per la sopravvivenza allora l'evoluzione ne è accelerata. L'evoluzione non procederebbe ugualmente per tutte le specie animali ma avrebbe velocità variabili.

Credo che questa teoria la si possa applicare anche all'intero genere umano.

Conclusione: probabilmente questa mia idea è già stata postulata anni (o secoli) fa... ma dopotutto stavo solo stendendo i panni!

domenica 24 settembre 2017

La cattiva scuola

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.3.1 "Aporia"). In particolare i capitoli: 10 e 13.

Come spiegato altrove non seguo quotidianamente il sito Goofynomics: non è che non mi trovi d'accordo con le sue posizioni, anzi! Il problema è che mi deprimo: il Bagnai è in una fase in cui è sempre più conscio di tutti i problemi italiani (non solo quelli economici, micro e macro, del lavoro e simili, ma, grazie alle segnalazioni dei suoi lettori, anche di altri campi: informazione, salute, ricerca, istruzione, etc...) però non fornisce alcuna speranza per risolverli.
Io sono già consapevole delle tendenze in atto ([E] 13) e quindi, a parte la conoscenza dei casi specifici segnalati, non apprendo niente e mi faccio cattivo sangue: e per farmi cattivo sangue osservando come tutto venga mandato in malora non ho bisogno di aiuto, lo faccio benissimo da solo.

Però ritengo (anche questo già scritto svariati mesi fa) che informarsi debba essere un dovere e non un piacere e quindi, periodicamente, torno a controllare i nuovi articoli su Goofynomics dai quali poi, puntualmente, prendo spunti per scrivere dei miei pezzi.

Anche stavolta è andata a questo modo: ho aperto il sito e ho letto le prime righe dell'articolo del momento (che pochi giorni fa era questo: La lavagna); ho letto solo le prime 3-4 righe poi, intrigato dall'argomento, sono subito saltato all'articolo citato senza volutamente leggere l'opinione di Bagnai per non condizionarmi. L'articolo a cui sono approdato era di qualche giorno precedente: La sinistra e l'istruzione. Si tratta del commento di un lettore che si lamenta di come uno studente, probabilmente universitario, critichi un libro perché non dà abbastanza aiuti mnemonici (suppongo, schemi, quadri riassuntivi, anche la stessa formattazione del testo) e le sue cartine sono grigie invece che ricche di colore. L'obiezione dell'autore del commento è che i testi variopinti, ricchi di schemi/tabelle e aiuti mnemonici, privano lo studente dello sforzo di pensare con la propria testa e di rielaborare ciò che studia in maniera personale: in conclusione lo studente apprenderebbe più facilmente le nozioni ma senza però comprenderne pienamente il significato più profondo.

Nei commenti poi il discorso si amplia e va a coinvolgere tutto il sistema dell'istruzione italiana: la sensazione predominante fra i lettori, argomentata con vari esempi, è che lo si voglia volutamente smantellare. L'idea è che altrimenti la scuola potrebbe produrre cittadini che pensano con la propria testa e che quindi si opporrebbero alla deriva che sta prendendo la nostra società.

Come sapete, non ricordo esattamente dove ma sicuramente ne ho scritto, io ho un po' il dente avvelenato con i testi, universitari e non, scritti da autori italiani. Ai tempi dell'università avevo la sensazione nettissima che gli autori italiani volessero fare sfoggio della propria cultura e preparazione piuttosto che abbassarsi a esprimersi in un linguaggio facilmente comprensibile dai propri studenti. Dal mio punto di vista lo scopo precipuo dei professori avrebbe dovuto essere quello dell'insegnare nella maniera più efficace possibile mentre invece la norma era quella di sacrificare la chiarezza a una precisione formale troppo spesso sterile e autoreferenziale.
Questa mia sensazione era poi rafforzata dal contrasto con i testi di studio anglosassoni (credo americani) che invece mi sembravano, forse anche grazie ai loro “aiuti mnemonici” (*1), infinitamente più chiari: delle vere boccate di aria fresca...

Personalmente sono quindi convinto che i testi con gli “aiuti mnemonici” siano quindi effettivamente utili allo studente che debba studiarli. L'obiezione che sopra questi testi “colorati” si rifletta meno mi sembra semplicemente infondata: io potrei benissimo riflettere molto più a lungo su un singolo grafico che sulle pagine di testo che lo spiegano nel dettaglio ma non lo visualizzano. Anche gli “aiuti mnemonici” possono stimolare la riflessione critica dello studente: anzi, personalmente, per il mio tipo di intelligenza, sono più portato a cogliere anomalie (e quindi a investigarle e riflettere autonomamente) in dei dati schematici piuttosto che in lunghi discorsi ambigui e interpretabili in più maniere....

Ritengo però che nella sostanza tutta la questione sia irrilevante: per avere una buona scuola/istruzione non servono buoni testi ma buoni insegnanti: un bravo insegnante sarà perfettamente in grado di far ragionare i propri studenti indipendentemente dal testo utilizzato. Viceversa un cattivo insegnante, anche se adotta il miglior testo del mondo, non riuscirà a insegnare niente ai propri allievi.

Ma la questione che mi sta veramente a cuore, quella per cui ho deciso di scrivere questo pezzo, è la domanda se il sistema scolastico italiano stia venendo scientemente smantellato.
Le implicazioni infatti, dal mio punto di vista, ovvero da quello della mia Epitome, sarebbero notevoli. Sull'esistenza dei cosiddetti “poteri forti”, comunemente intesi come l'aggregazione coordinata di rappresentanti dell'alta finanza e del potere economico mondiale in genere, non mi sono infatti mai pronunciato. Non mi sono cioè mai soffermato sull'eventualità dell'esistenza di un “cervello” che guidi a livello mondiale l'involuzione della società occidentale a cui stiamo assistendo. In [E] 10.3 mi limito a fare presente come la presenza di schemi e tendenze globali non implichi automaticamente l'esistenza di una mente mondiale che cerchi di raggiungere specifici obiettivi: è infatti un risultato della teoria degli automi cellulari quello che unità indipendenti, che seguono però le stesse regole, possano generare degli schemi globali pur senza cooperare attivamente fra loro. In altre parole se tutte le grosse aziende cercano di massimizzare il proprio profitto a ogni costo, allora il complesso delle loro interazioni con la società potrebbe comunque generare gli schemi globali a cui stiamo assistendo.

Ora bisognerebbe valutare attentamente quali sono tutti gli elementi che stanno abbassando il livello qualitativo della scuola italiana: si possono considerare come l'effetto indiretto della pressione, non coordinata, di diversi parapoteri interessati solo ad aumentare il proprio profitto oppure no?
Se così non fosse la conseguenza sarebbe l'esistenza di una vera e propria volontà di smantellare l'istruzione pubblica italiana. Una volontà evidentemente frutto non di combinazioni casuali ma di un vero cervello: un potere forte internazionale che, per raggiungere i propri obiettivi (che a questo punto andrebbero al di là del mero interesse economico), non esiterebbe a ordinare che il sistema scolastico di un paese, che deve essere smantellato e spartito, sia scardinato in maniera da minimizzare gli ostacoli “democratici”, nella forma di potenziali elettori pensanti, che potrebbero frapporsi al raggiungimento del suo scopo.

L'esistenza o meno di un'organizzazione mondiale di questo tipo non sarebbe una questione di poco conto: c'è una grandissima differenza fra un sistema malato che involontariamente evolve in una certa direzione e l'esistenza di una volontà che indirizza l'evoluzione della società mondiale in specifiche direzioni.

Quindi adesso anche KGB è divenuto un complottista?
No. Come detto bisognerebbe osservare attentamente l'involuzione del nostro sistema scolastico: individuarne tutti i fattori e, per ciascuno di essi, cercare di scoprire se possa essere il risultato di semplici tagli di spesa asinini (come in realtà sospetto) che, per quanto esecrabili, non sarebbero però la prova di una volontà esterna mirante alla diseducazione dei giovani italiani.

Conclusione: sicuramente sarebbe un'analisi da fare. La mia sensazione è che sarebbe comunque inconcludente per mancanza di dati: però, se raccolgo abbastanza volontà, proverò a investigare anche in questa direzione... dopotutto, come detto, la questione di per sé sarebbe fondamentale...

Nota (*1): trattandosi di testi sostanzialmente matematici di “aiuti mnemonici” non ce ne potevano essere molti: la chiarezza stava piuttosto nella cura dell'impaginazione, nella scelta dei caratteri più leggibili, nei numerosi esempi che accompagnavano le definizioni, nel linguaggio piano e diretto...