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giovedì 30 novembre 2017

Non si dice «caz##»

Ho appena terminato il libro “da bagno” Non si dice «piacere» di Sibilla della Gherardesca, Ed. Sperling & Kupfer, 2000. Si tratta di un libro di buone maniere pensato per chi lavora in un'azienda: apparteneva a mia mamma e, come al solito, ero curioso di vedere cosa vi avesse sottolineato.
Il concetto alla base del libro, ovvero l'importanza delle buone maniera sul lavoro, è condivisibile: col nostro modo di fare e di presentarci diamo una prima impressione di noi stessi al nostro interlocutore: se questa è positiva tutto viene poi più facile...

Il problema è che partendo dal principio del rispetto del prossimo si travalica spesso in formalismi che mi sembrano fini a se stessi: comportamenti considerati educati non per loro caratteristiche intrinseche ma per pura convenzione.
Mi aspettavo quindi che l'autrice, conscia di questo relativismo culturale, ovvero che ciò che è considerato come buona educazione non è un qualcosa di assoluto ma dipende dal livello e tipo di educazione del nostro interlocutore, ne traesse dei principi generali, tipo: avere pazienza ed essere tolleranti, evitare comportamenti che potrebbero venire fraintesi, infastidire o mettere l'altro in difficoltà, etc...
Questi sono infatti norme di buon comportamento universali, valide cioè in ogni cultura e in ogni tempo. Invece spesso il libro si concentra in dettagli formali la cui validità è molto relativa: se infatti il mio interlocutore non li conosce né li adotta allora probabilmente neppure li apprezzerà; anzi è anche possibile che, percependo la “diversità” del nostro comportamento rispetto al suo, ci giudichi altezzosi o, comunque, ne sia infastidito: e questo è proprio ciò che si vorrebbe evitare in primo luogo.

Insomma molti piccoli dettagli sul comportamento da tenere mi sembrano piuttosto fini a se stessi e comunque arbitrari: anzi non escludo che alcuni di essi siano già superati visto che il libro ha ormai quasi vent'anni...

Comunque mi sono divertito a leggere le indicazioni sul modo corretto di vestirsi: infatti, nonostante io mi ritenga abbastanza educato, personalmente non do particolare importanza all'aspetto esteriore e agisco, ovvero mi vesto, di conseguenza. In pratica ho due mucchi: quello degli abiti puliti (raramente, quasi mai, stirati) e quello degli abiti sudici che, prima o poi, finiscono in lavatrice. Capisco che un abbigliamento molto al di sotto delle aspettative del mio interlocutore possa essere interpretato come una mancanza di rispetto nei suoi confronti ma confido anche, forse ingiustificatamente, nell'intelligenza del prossimo, ovvero che, parlando con me, riesca ad andare oltre le mie trasandate apparenze.

Ma veniamo a qualche dettaglio...

Camice: “bianche o celesti”, “classiche”, “col polsino che fuoriesce di qualche centimetro dalla giacca”...
Beh, questi consigli non mi toccano molto: ormai da anni non indosso più camice essenzialmente perché: 1. mi fa fatica abbottonarle; 2. andrebbero stirate.

Cravatte: …
Odio le cravatte: mi sembrano dei guinzagli e non servono a niente. Penso di averne due o tre (regali) e di averle indossate quattro/cinque volte. Comunque avevo imparato a farci il nodo anche se il risultato era abbastanza casuale...

Maglioni: “colori sobri”, “comodi”, “caldi”.
In questo caso sono perfettamente educato! Anche a me piacciono i maglioni dai colori sobri, comodi e caldi...

Giacche e pantaloni: tante, tante indicazioni sui tessuti e lo stile...
Beh, ovviamente di solito non porto giacche: ne ho una scura che indosso per matrimoni e funerali e un'altra in armadio che non credo di aver mai messo. I pantaloni invece sì!
In genere solo jeans ma è solo un problema di circonferenza: sono gli unici di cui ho 2-3 paia che non mi strizzano mortalmente...

Cinture: “Evitare i cinturoni con grosse fibbie più o meno griffate...”
Beh, ho un cinturone con una grossa fibbia: non credo che sia griffato ma sicuramente è graffiato...

Calzini: “Assolutamente lunghi”, “evitare quelli bianchi”, “attenzione ai buchi”...
Qui ci sono... beh, quasi...
Odio i calzini corti perché mi piace avere i polpacci ben stretti e coperti. Quelli bianchi li usavo solo quando andavo in palestra, anche se a volte erano rosa a causa della lavatrice. Sui buchi ci sto attento ma il discorso è complesso: in genere ne combino due per piede in maniera che i buchi non si sovrappongano, oltretutto il doppio strato mi protegge dal freddo.
Ah, e poi sto attento ad abbinarli insieme: cerco di non mischiare calzini troppo diversi fra loro sia come colore che lunghezza. Ma ovviamente non mi ci fisso ed evito di perderci più di dieci secondi in questa ricerca: vedi la foto della busta dove tengo i miei calzini puliti...

Cappello: “va bene se... ...proporzionato alla persona”, “di buona qualità”, “non tenere al chiuso”.
Non so se i miei cappelli siano proporzionati alla mia persona: di sicuro avendo la testa grande (sono molto intelligente) tendo a sceglierli di ampia circonferenza. Ne avevo uno a cui ero molto affezionato: era bianco, da vecchio pescatore... ma l'ho perso! Poi ne ho uno nero, vinto con i punti della Q8... Recentemente ne ho comprato uno verde ma ho sbagliato le misure e mi stringe troppo. Ah, e poi ho un berretto blu scuro, di lana, per l'inverno. Uno da cow boy che porto poco perché troppo stretto. E uno che, in teoria, forse andrebbe bene anche all'autrice: credo sia un incrocio fra un fedora e... bo... qualcos'altro... però adesso, indossandolo quando lavoro in giardino o nel bosco, è tutto sciupato e sporco...
Comunque sicuramente non li porto al chiuso: li indosso infatti d'estate per proteggermi dai raggi del sole e d'inverno per il freddo. Tutto questo perché mi manca, sigh, la naturale protezione di una folta chioma.

Scarpe: …
Vabbè, la voglio fare corta: io ormai indosso praticamente solo quelle da ginnastica. Sono comode e se ho bisogno di correre posso farlo senza problemi.
Ah, e ne ho anche un paio “buono” che uso insieme alla giacca scura per matrimoni/funerali.
A mia discolpa posso dire che ho la pelle delicatissima: le scarpe che non siano super comode mi fanno venire delle dolorose escoriazioni finché, in genere dopo una decina di giorni, non mi ci abituo. Ma perché soffrire, anche se per un tempo limitato, quando posso comprarmi delle scarpe da ginnastica che non mi danno problemi?

Borse: …
Che me ne faccio di una borsa? In caso di necessità ho uno zainetto di plastica verde, regalo di un'agenzia di viaggi, munito di cinghie che posso portare sulla schiena, lasciandomi così le mani libere e facendo meno fatica...

Occhiali: …
Non li porto.

Orologi: “escludendo quelli digitali in plastica nera...” vanno un po' bene quasi tutti...
E qui si capisce che l'autrice ce l'ha con me: il mio orologio è infatti digitale e di plastica nera. Però ha anche delle rifiniture di plastica grigia e un bottone arancione: quindi, forse, può essere considerato molto raffinato e curato nei dettagli...
Però, a essere sinceri, recentemente mi ha perso un pezzo: una specie di riquadro (di plastica) su cui era scritto a cosa servivano i sottostanti pulsanti. Adesso me ne è rimasto attaccato all'orologio solo metà...

Conclusione: temo che se Sibilla mi incontrasse le verrebbe un colpo... oppure, se le porgessi la mano in maniera errata, mi farebbe l'elemosina...

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