«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

giovedì 30 luglio 2020

Solo per i miei occhi!

Attenzione! Arrivato a metà della stesura di questo pezzo mi sono reso conto che esso è praticamente di nessun interesse per tutti eccetto me: per questo motivo vi ho aggiunto il marcatore “Peso”!
In effetti si tratta di una specie di bozza di idee aggrovigliate fra loro per la mia Epitome che, probabilmente, solo io posso capire. Perché allora lo pubblico? Ormai l’avevo scritto...

La rilettura/correzione su carta dell’Epitome, sebbene lenta, è molto proficua: noto dettagli che leggendo a video mi sfuggivano…

Uno dei capitoli “storici”, ovvero presente fin dalla prima versione pubblicata, è il 3.1 intitolato “Strutture e Ruoli”. Se non erro il tutto si basava su un qualche mio vecchissimo articolo del ghiribizzo…
Il punto è che, mentre il concetto di “ruolo” lo uso abbondantemente per tutta l’opera, quello di “struttura” è praticamente presente solo in questo sottocapitolo. Più volte avevo infatti pensato anche di eliminarlo del tutto eppure una vocina interiore mi tratteneva dal farlo: dentro di me, evidentemente, percepivo che si trattava comunque di un concetto utile.

Ebbene, mentre correggevo la mia versione cartacea, ho avuto un’intuizione al riguardo!
In questo pezzo cercherò di mettere nero su bianco quello che ho pensato in maniera da avere già le idee chiare quando poi andrò a modificare l’Epitome.

Il punto è che un ruolo è definito da protomiti esterni e interni. I protomiti interni sono le idee che il gruppo, ovvero chi svolge tale ruolo, ha di se stesso. Come, per esempio, gli avvocati vedono se stessi, il proprio lavoro, etc…
I protomiti esterni sono le idee che la società ha sul gruppo in questione: ovvero, per esempio, come la società vede gli avvocati e il loro lavoro.
L’insieme dei protomiti interni ed esterni definiscono la posizione del gruppo nella società e il suo grado di autonomia.

Ebbene lo stesso parallelo lo si può avere con le strutture.
In questo caso i protomiti esterni sono come la società vede una certa istituzione, per esempio i tribunali. I protomiti interni invece sono i regolamenti e gli statuti dell’istituzione, per esempio le procedure di un tribunale.

La struttura è quindi l’equivalente di un gruppo senza, ovviamente, essere composta da individui. Volendo è equivalente a una persona giuridica rispetto a una persona reale. Per altri versi è l’equivalente materiale di una realtà multisoggettiva.
Ciò che distingue una struttura da un gruppo è che questa manca di una propria volontà.

Immagino che per il lettore questa sottigliezza, anzi tutto l’articolo, avrà poco senso. Eppure è importante per me: mi permette di inquadrare questo concetto di “struttura” nel contesto generale dell’Epitome.

In alcuni capitoli dove scrivo di protomiti riferiti a un’entità astratta (o comunque non formata da individui) in realtà potrei usare il termine “struttura”.
Quando scrivo dei protomiti che definiscono, per esempio, la “democrazia” potrei usare il termine struttura. E automaticamente avrei struttura = protomiti interni + protomiti esterni. Ovvero, per esempio, come protomiti interni avremo la costituzione e come protomiti esterni la visione che la società ha della democrazia.

Insomma è un concetto che dovrò “ruminare” ancora un po’ ma mi pare evidente che arricchisca e normalizzi la mia teoria.

Prendiamo per esempio la mia definizione di “complessione”: «Il complesso di miti, protomiti, distorsioni, ruoli, strutture e le specifiche relazioni fra questi definiscono la forma di una particolare società in uno specifico momento. Questa visione statica della società la definiamo complessione.»
Sparisce un’incongruenza “filosofica”: in una realtà sostanzialmente illusoria definita da varie forme di protomiti queste “strutture di mattoni” stonavano e sembravano fuori posto. La verità è che anche le strutture sono fatte della stessa sostanza dei gruppi.

Il ruolo si può vedere come una particolare istanza di un gruppo.
Un altro esempio molto importante di struttura è una multinazionale: anch’essa definita da protomiti interni ed esterni. I protomiti interni sono le regole della multinazionale, il suo organigramma, la sua missione. I protomiti esterni è come la società, e magari le compagnie rivali, vedono la stessa.
In questo caso la struttura multinazionale potrebbe anche avere una sorta di propria volontà rappresentata dal suo consiglio di amministrazione e dagli alti dirigenti. In quest’ottica allora svanirebbe l’unica differenza sostanziale fra gruppo e struttura come in effetti indirettamente emerge già dal mio pensiero (sia nell’Epitome che forse, maggiormente, qui sul ghiribizzo).

Conclusione: ovviamente ci dovrò ragionare ancora un bel po’ ma le linee generali mi sembrano già ben tracciate...

mercoledì 29 luglio 2020

Non si butta via nulla

Mi conoscete (forse) e sapete che sono pigro: se compio la fatica di scrivere qualcosa mi piace sfruttarla bene…
Stamani volevo pubblicare un commento rapido sul mio profilo FB ma mi è venuto un testo abbastanza articolato: mi dispiace che vada perso nell’intestino crasso di FB e voglio dargli quel minimo di visibilità in più qui sul ghiribizzo.
Per capirne l’introduzione devo aggiungere che su FB avevo inizialmente pubblicato la citazione in italiano chiedendo ai miei amici/conoscenti di indovinarne l’autore: ad ogni tentativo avrei aggiunto un suggerimento. Mi sembrava divertente. Avrei potuto chiedere a Bisba ottenendo più soddisfazione…
Ho ricevuto infatti solo un “mi piace” e un commento del tipo “Sono ignorante e non lo conosco”.

«Ok, dato che non ci sono altri tentativi svelerò l’origine e la storia della citazione «La necessità immediata rende facili molte decisioni che però, se prolungate nel tempo, degenererebbero in oppressione. La convenienza e il diritto sono cose differenti.» che pubblicai qualche giorno fa.

Essa è la mia traduzione di «Immediate necessity makes many things convenient, which if continued would grow into oppressions. Expedience and right are different things.»
tratto da “Common Sense” di Thomas Paine, pubblicato in una sua prima versione a dicembre del 1775. È importante specificare anche il mese perché a luglio del 1776 sarà dichiarata l’indipendenza delle 13 colonie inglesi dalla madre patria inglese.
Questo opuscolo (è infatti relativamente breve) è considerato uno dei fattori decisivi che portarono alla rivoluzione americana. Ancora nel 1775 l’idea di aperta ribellione all’Inghilterra era impensabile e gli sforzi delle colonie erano tesi verso la riconciliazione.
“Common Sense” invece diffuse la prospettiva della ribellione nel quotidiano dell’americano medio: l’opuscolo ebbe infatti un’incredibile diffusione e portò l’argomento dell’indipendenza letteralmente in ogni casa.

Le idee di “Common Sense” non sono particolarmente nuove ma sono semplicemente la sintesi del pensiero illuministico del XVIII secolo. L’opuscolo ha però il merito di riuscire a diffondere molti concetti filosofici (Locke, Bacone, Rousseau, etc), generalmente riservati a pochi, alla maggior parte della popolazione americana attraverso un linguaggio semplice, chiaro e diretto.

La citazione che ho scelto va inquadrata proprio in questo contesto. La paura del tiranno che abusa e si appropria del potere è infatti un’idea tipicamente illuministica. Del resto è il secolo delle monarchie assolute così come il seguente sarà quello delle rivoluzioni.

Paine si riferiva al 2° Congresso Continentale (un’assemblea alla quale tutte le colonie avevano mandato i propri rappresentanti e che si ritroverà poi a gestire l’intera rivoluzione) e ammoniva quindi che le decisioni prese in un momento di grave emergenza, sebbene sul momento giustificate dalle contingenze, se protratte nel tempo possono divenire pericolose. Come spiega Paine infatti la convenienza è nemica del diritto. Difficile aggiungere altro o essere più chiari.

A me pare che l’insegnamento illuministico di Paine sia tuttora valido. Il problema è che la sensibilità democratica degli italiani d’oggi è molto minore di quella degli americani della fine del XVIII secolo: manca interesse e attenzione su questioni di principio fondamentali. L’abitudine alla libertà ce la fa dare per scontata anche se ormai, dopo decenni di “austerità”, dovrebbe essere chiaro a tutti che i diritti si conquistano in anni di lotte ma si perdono in un attimo.
»

Non ho fatto riferimenti diretti a Conte ma mi sembra chiaro per chiunque abbia un minimo di sensibilità politica riconoscere le analogie con la situazione attuale.

Conclusione: magari farò un pezzo a parte su Conte & C. ma per il momento mi limito a questo che avevo pubblicato su FB è che è un utile premessa al mio pensiero.

martedì 28 luglio 2020

Umilissima

La nuova versione dell’Epitome procede alla velocità di un bradipo di quelli lenti.
Il motivo è che dovendo riportare sull’archivio di testo le correzioni/modifiche fatte prima su carta mi ci vuole quasi il doppio del tempo!

Comunque, a parte molte piccoli correzioni (più del solito), ho anche trovato un erroretto concettuale: niente di drammatico ma mi contraddicevo. Era un frammento vecchissimo che evidentemente, leggendolo a video, davo per scontato fosse corretto senza prestaci abbastanza attenzione.

La lunghezza complessiva non è cambiata: ho sì aggiunto ma ho anche tolto. C’è da dire che per adesso non ho inserito il materiale che mi ero appuntato. Anzi non so bene neppure come fare perché se inizio a fare modifiche al testo poi la copia cartacea che uso per le correzioni non gli corrisponde più…
Probabilmente dovrò fare le modifiche segnandomi sul cartaceo dove ho cambiato qualcosa: sì, così non dovrebbe essere un grosso problema.

Procedendo a questa velocità (un capitolo ogni due giorni) mi occorrerà ancora oltre un mese: senza considerare poi le modifiche che mi ero ripromesso di fare. Quasi sicuramente si andrà a settembre...

Pesi e misure - 29/7/2020
Notizia: In Turchia approvata legge anti-social da Ansa.it

Giusto.
Peccato che quando lo stesso lo faccia l’UE si parli di lotta alle bufale...

Suocera - 30/7/2020
Notizia: Non crede al Covid-19 e organizza una festa in famiglia: tutti contagiati e muore la suocera da HuffingtonPost.it

Solo io vi vedo un piano geniale e non un incidente?

Topi e uomini - 3/8/2020
«Ascoltami! Ora ti spiego meglio con degli esempi. I topi tradiscono perché è nella loro natura: hanno un concetto della morale tenue e superficiale, non se ne rendono neppure conto, poi magari piangono e si disperano, ma è una farsa: non farti impressionare...»
«Ma...»
«Zitto e ascolta! I ratti invece quando ti tradiscono lo fanno per bene: una pugnalata alle spalle e ti fregano. Li guardi e, anche se li vedi con ancora il coltello il mano, non ti capaciti del loro tradimento...»
«Però...»
«Poi ci sono i sorci: ci cresci insieme, pensi di conoscerli bene, ma anche loro ti tradiscono per qualche strano motivo imperscrutabile che solo loro conoscono. Hai capito adesso?»
«Ma io nonnino pensavo di essere il tuo nipotino preferito!»
«Certo che lo sei: ma sei anche una piccola pantegana che mi vuoi far assaggiare questo pezzo di formaggio dall’odore strano trovato chissà dove!»

NdA: recenti ricerche hanno scoperto che sono i membri più vecchi (e quindi sacrificabili) delle colonie di topi ad assaggiare i cibi ignoti. Se dopo 48 ore il vecchio topo è ancora vivo allora anche il resto della colonia si ciba della novità.

Profilati - 4/8/2020
Riflettevo che, così come FB cerca di profilari i suoi utenti dai pezzi e soprattutto dai “mi piace” che pubblicano, lo stesso fanno, e con una precisione di un paio di ordine superiore gli amici/conoscenti fra di loro.

Bastano un paio di pezzi e si inquadrano le nostre conoscenze senza problemi: ed ecco che se Tizio (che ho inquadrato come terrapiattista) o Caio (che ho inquadrato come spammatore pentastellato) scrivono “Leggete questo articolo perché interessantissimo!!” io mi guardo bene dal farlo perché voglio evitare di perdere tempo.

Questo pregiudizio fra i conoscenti abbassa ulteriormente il potenziale di comunicazione positiva delle rete sociali.

sabato 25 luglio 2020

Vecchi classici

Anni fa, non ricordo se una zia o un’amica, qualcuno mi fece un’osservazione che da allora rimase a vagolare nel mio cervello. Un’idea alla quale avevo associato il marcatore “su questa devo riflettere” ma che, avendo una bassa priorità, rimandavo e dimenticavo.

La frase era qualcosa del tipo “non dovresti leggere dei libri vecchi” sottintendendo che alcune idee erano superate e che opere più recenti sarebbero state più complete.

Sicuramente in questa osservazione c’è del merito: è vero sia che i vecchi saggi hanno idee superate sia che altre opere più recenti siano più ampie e aggiornate.

I motivi per cui mi ostino nelle mie letture sono altri.

Se leggo un vecchio classico so di stare leggendo, appunto, un classico mentre lo stesso non si può dire per un libro/autore che non abbia superato la prova del tempo.

La cultura poi si basa sulla stratificazione del sapere: conoscere le basi è quindi utile per capire meglio le idee più recenti.

Poi c’è un semplice motivo di opportunità: spesso si tratta di libri che ho già in libreria: posso quindi provare a leggerli e, se non mi piacciono, abbandonarli dopo qualche pagina. E se invece mi piacciano perché non finirli?

Il motivo più profondo è però un altro: cosa mi dà la lettura di un autore?
Per Plutarco la conoscenza non è un secchio da riempire ma un fuoco da accendere: condivido in pieno.
La lettura mi dà degli spunti, delle idee, che mi colpiscono e che assorbo: a mia volta poi li riadopero per arrivare a nuovi concetti e teorie. La lettura, almeno nel mio caso, non è un processo passivo in cui mi limito a memorizzare ciò che afferma l’autore. Chi mi segue lo sa: spesso quando commento un libro letto ne evidenzio anche i passaggi che non mi hanno convinto. La mia è quindi una lettura attiva, piuttosto lenta infatti, in cui rimugino continuamente sul pensiero dell’autore.
Ma vi dirò di più, e questo è anche un esempio concreto di ciò che intendo per “far mia” un’idea altrui, John Stuart Mills nel suo difendere la libertà di opinione usa un argomento fondamentale e apparentemente paradossale: anche le idee che si sanno essere sbagliate sono utili (e quindi non andrebbero censurate) perché, per esempio, permettono di evidenziare e comprendere meglio la verità: ecco io credo che anche nei vecchi classici, che dopotutto sono delle forme di espressione, anche dai loro passaggi più vieti e superati è possibile imparare molto. Più volte ho avuto intuizioni brillanti rendendomi conto dei fattori che hanno condotto a un errore di valutazione una grande mente del passato.
Quindi sì, il fatto che un vecchio libro non sia aggiornato alle ultime novità della materia che tratta è certamente un difetto ma, contemporaneamente, soprattutto per chi legge in maniera attiva e propositiva, è anche un vantaggio.

Fatta questa lunga premessa oggi volevo proporre ai miei lettori una citazione, tratta da Common Sense di Thomas Paine del 1776 (*1): opuscolo ormai vecchio di quasi 250 anni e quindi una lettura obsoleta e inutile stando alla mia amica/zia, giusto?

Beh, cosa ne pensate di questa citazione da me tradotta dall’inglese:
«La necessità immediata rende facili molte decisioni che però, se prolungate nel tempo, degenererebbero in oppressione. La convenienza e il diritto sono cose differenti.»

Solo io leggo in queste parole una certa attualità con la situazione politica italiana? Per la precisione col desiderio del primo ministro di prorogare lo stato di emergenza sanitaria?

Poi, chiaro, si può pensare che Thomas Paine sia un cretino imparruccato di altri tempi: sicuramente re Giorgio III e l’Inghilterra tutta la pensavano così. Poi però la storia ha dato ragione a Paine e molte delle sue previsioni (alcune davvero notevoli) si sono realizzate in pieno.

Conclusione: fra un classico e il best seller del momento è cento volte più istruttivo il primo...
Rileggendo questo pezzo mi è tornato in mente un proverbio russo: "Il vecchio che non si conosce ci appare come se fosse nuovo". Banale ma vero.
Altro finale (pensato in seconda lettura): il Common sense ci suggerisce di leggere i libri buoni!

Nota (*1): poi ho deciso di leggerlo (l’aveva presentato la professoressa Freeman nel corso sulla rivoluzione americana) e ieri l’ho finito. Probabilmente ci scriverò un pezzo: ci sarebbero molte cose interessanti da evidenziare...

venerdì 24 luglio 2020

Speciale Coronavirus 23

Una volta tanto sono rimasto in pari con i video di MedCram: li ho guardati scrupolosamente via via che uscivano.
Un paio di volte sono stato tentato di dare delle informazioni che mi sembravano piuttosto importanti ma il materiale era un po’ scarso e così non ne ho fatto di niente.

Che poi non so quanto senso abbia scrivere dei pezzi in cui mi limito a fornire il “mio riassunto” (con tutti gli errori di interpretazione che posso farvi in quanto non medico) di questi video. Ormai chi è interessato a queste informazioni può seguire direttamente il relativo canale: se non vi aggiungo niente altro che senso ha?
Vabbè, sarà un’altra delle tante cose senza senso che faccio…

94° 10/7/2020
Non grandi notizie:
- curiosamente gli asmatici sembrano meno soggetti al covid-19 della popolazione non asmatica. Le ipotesi (più o meno corroborate da ricerche) sono: 1. gli asmatici hanno meno ricettori ACE2 attaccati dal covid-19; 2. l’effetto antivirale degli inalatori (fra i quali sembra particolarmente efficace il Ciclesonide).
- Citate varie ricerche sull’antiossidante NAC (consigliato da Sehuelt basandosi sulla sua teoria che il covid-19 sia una malattia dell’endotelio oltre che su una ricerca italiana del 1997 in cui si afferma che allieva i sintomi dell’influenza).

95° 13/7/2020
Ancora meno notizie:
- Accenno all’aumento delle morti in USA (l’aumento del numero dei contagiati era da tempo evidente ma il numero di morti continuava a essere stabile).
- Autopsie confermano presenza di microtrombi nei polmoni: altra conferma della teoria di Sehuelt.
- Ricerca analizza i fattori di rischio del covid-19: Sehuelt nota che tutti questi sintomi si possono ricondurre alla presenza di microtrombi nel sangue.

96° 15/7/2020
Poche novità con però una teoria interessante:
- da questo video in poi Sehuelt smette di menzionare la situazione USA: mi chiedo se sia un caso o se non voglia provocare allarme costatando l’aumento delle morti. Curioso però.
- Citata ricerca russa che, secondo me, è completamente basata sui video di Sehuelt (lui fa finta di nulla!).
- Altre ricerche assortite confermano teoria di Sehuelt.
- La ricerca “interessante” è dell’1/7/2020 e NON è verificata dai pari. In pratica il covid-19, se raggiunge il sangue, può attaccarsi anche ai globuli rossi che hanno i loro ricettori ACE2: al virus ciò non serve a niente (i globuli rossi non hanno nucleo e quindi il virus non può sfruttare tali cellule per riprodursi) ma così facendo potrebbe trasformarsi in una specie di collante fra più globuli rossi contribuendo quindi alla formazione di microtrombi. Il farmaco Ivermectin che protegge i globuli rossi dal covid-19 in uno studio in retrospettiva sembra diminuire la mortalità del 40%.
- Il vaccino di Moderna sembra promettente ma ancora siamo nelle fasi iniziali (nonostante queste siano state accelerate).

97° 16/7/2020
Interessante.
- La vitamina D è fondamentale: non solo nel contribuire a prevenire i virus che colpiscono i polmoni ma anche per cuore e cancro! Il punto è però che la soglia di efficacia è di 45-60 nmol/l. Da notare che in Europa si è abbassata qualche anno fa la soglia di “carenza” da vitamina D da 50 a 25 nmol/L.
- Altro studio suggerisce che la vitamina D protegga l’endotelio (attaccato invece dal Covid-19).
- La vitamina D sembra poi aumentare l’immunità (non ricordo più se in senso preventivo o favorendo la persistenza degli anticorpi sviluppati contro il covid-19 nel sangue!).
- E questa è forse l’affermazione più interessante: “Una delle spiegazione proposte sulle variazioni periodiche di infettività del covid-19 è che possano essere dovute alle variazioni stagionali di 25(OH)D (la forma utile di vitamina D) che tocca i minimi in inverno. Molti studi hanno confermato questa ipotesi”. Ovviamente questa teoria mi piace perché io stesso, pur non sapendo né leggere né scrivere (almeno di medicina) avevo fatto la stessa ipotesi qualche mese fa per spiegare come mai la situazione in Italia non stesse peggiorando ma sia sostanzialmente stabile!
- La mia sensazione è che la somministrazione massiccia di vitamina D ai soggetti, a rischio e non, sarebbe decisamente efficace quasi quanto un vaccino: sfortunatamente sulla vitamina D le case farmaceutiche ci guadagnerebbero troppo poco quindi…

98° 20/7/2020
Molto interessante.
- Qualche giorno fa in Download del barile accennai alle mie perplessità su come si ipotizza di riaprire le scuole in Italia. I genitori devono divenire dei medici in grado di certificare giornalmente l’assenza di covid-19 nei loro pargoli: l’unico strumento a loro disposizione il termometro.
Considerando che la febbre non viene a tutti i malati e, specialmente ai giovani, mi sembrava che questa politica fosse solo un ennesimo scarica barile di responsabilità: noi si riapre la scuola poi se gli studenti si passano il virus tra loro, e di conseguenza alle relative famiglie, allora la colpa è dei genitori che non hanno vigilato.
Oggettivamente c’è da dire che io non avevo proposte migliori da suggerire se non delle vaghe idee che avevano comunque il loro carico di difetti.
Ma lo stesso problema vi è, ovviamente, anche in USA. La proposta dei virologi americani è molto concreta e, credo, sarebbe ottima anche per l’Italia.
Prima di spiegare questa proposta c’è da fare una breve premessa sugli esami per individuare il covid-19. Basarsi sulla semplice temperatura è ovviamente una sciocchezza visto che individuerebbe una frazione minima degli studenti contagiati e quindi non servirebbe sostanzialmente a niente.
Si dovrebbero fare quindi degli esami veri e propri per testare chi abbia il virus o no: il test più raffinato oggi disponibile è relativamente costoso (sui 100$) e per saperne il risultato c’è da attendere a lungo (nell’ordine di diversi giorni). Esistono da tempo degli esami istantanei (risultato in 10 minuti) e poco costosi (circa 1$) che però hanno il difetto di essere poco sensibili.
Ora, il punto del virologo americano, è che non sia importante la sensibilità perché quello che ci preme sapere è se uno studente è contagioso non se è contagiato: e per individuare se un individuo è contagioso allora è sufficiente l’esame poco costoso (perché la carica virale è talmente alta in quei giorni iniziali della malattia che anche questi esami riconoscono il 100% degli infetti).
L’idea sarebbe quindi di testare con l’esame poco costoso giornalmente gli studenti e isolando a casa quelli contagiosi visto che i contagiati asintomatici che scarse probabilità di infettare gli altri non sarebbero un grosso problema.
- Aggiungo che l’idea si potrebbe applicare non solo al mondo della scuola ma anche del lavoro: con questi esami, se regge la premessa che sono in grado di individuare i contagiosi, si potrebbe contenere facilmente la pandemia.
- Il succo è che è meglio controllare spesso e rapidamente piuttosto che raramente seppure con grande accuratezza. Il virologo stima che in USA si passerebbe dall’individuare il 5% degli “untori” all’85%…

99° 23/7/2020
Abbastanza interessante. La puntata è tutta dedicata a chi è stato malato di covid-19 e, dopo mesi, ha ancora dei sintomi. Citata anche una recente ricerca italiana che ha verificato lo stato dei sintomi di circa 150 pazienti a due mesi dalla “guarigione”.
- Ebbene il 32% di essi ha ancora 1 o 2 sintomi mentre ben il 55% ne ha più di tre!
- Fra i sintomi che più tendono a rimanere abbiamo: 1. Fiacchezza; 2. Difficoltà di respiro; 3. Dolori articolari; 4. Dolori al petto.
- L’osservazione aneddotica di Sehuelt e altri conferma: 1. Dolore al petto; 2 . Fiacchezza; 3. Difficoltà di respiro; 4. Depressione (che nella ricerca italiana non era presa in considerazione).
- La fiacchezza potrebbe poi indicare problemi al cuore causati dai famosi microtrombi provocati dal covid-19.
- Da questo punto di vista è preoccupante una recente ricerca europea che verifica con ecocardiografia la salute del cuore di malati di covid-19. Ebbene su 1216 pazienti il 95% aveva un’ecocardiografia anomala. Di questi il 15% erano piuttosto gravi. E di questi pazienti, in un terzo dei casi, i medici hanno cambiato trattamento grazie all’esame fatto.
- Ho trovato il video interessante perché alcuni sintomi sono compatibili con la mia situazione (compresa l’ipotesi di depressione) e mi danno da pensare.

Conclusione: ancora non ho notizie dei super-anticorpi di cui ho letto qualche titolo nei media italiani. Sicuramente, se non si tratta di una bufala completa, verrà fuori anche su MedCram…

mercoledì 22 luglio 2020

Dubbio deprimente

Mi è venuto il dubbio di essere depresso.
Di solito ho un carattere sereno e allegro, pur non avendo alcun buon motivo per essere sereno o allegro…

Certo il giorno in cui mi alzo col piede sbagliato ci può stare ma in genere è solo quello, un giorno massimo due. Invece è almeno da una settimana che sono di cattivo umore, nervoso, impaziente.

Le ragioni? Niente di specifico, e questo è lo strano, ma tutto mi sembra dieci volte più pesante e insopportabile. Ciò che mi irritava 1 adesso mi irrita 10, ciò che mi turbava 2 ora mi turba 20, etc…

Però ho anche un dubbio: normalmente chi è depresso non credo che si accorga di esserlo, almeno non così prontamente come è successo a me. Oltretutto credo di aver già avuto una mezza depressione nel 2006-2007 con la morte di mia madre: ma l’ipotesi di essere stato depresso la feci solo anni dopo, sul momento no.

Ma del resto le mie anormalità rispetto alla norma comune sono la normalità. Come si comportano gli altri è solo vagamente indicativo di come mi potrei comportare io in situazioni analoghe…

Una sensazione che si fa sempre più opprimente è quella di essere circondato dalla stupidità, a tutti i livelli. Volendo potrebbe essere una variante della comune sensazione di essere incompresi, non so.
Eppure al non essere compreso ormai ci sono abituato: lo do per scontato, non credo sia questo il problema. E che rispetto a prima la stupidità non mi lascia più indifferente: invece mi annoia, mi irrita, mi toglie energie, mi fa sembrare ogni mia azione, ogni mia parola, del tutto inutile.

Va bene, direte voi: “tu credi di essere intelligente circondato da stupidi: ma NON è così! Ci sono tantissime persone più capaci e migliori di te.”
Può darsi: ma la mia sensazione è invece quella di essere circondato da ragazzini delle medie e, comunque, di quello che pensano gli altri, nel bene o nel male mi è sempre importato poco (nulla cioè).
Insomma se la mia sensazione è questa non è importante quale sia la realtà: a meno che non mi si convinca che la mia sensazione sia sbagliata, Ma mi ci vorrebbe qualche argomentazione convincente non banalità o frasi fatte. Poi non è che non veda altre persone intelligenti: è che per ognuna di esse conto almeno un migliaio di imbecilli.

C’è da dire che diversi indicatori psicologici sarebbero positivi: mi sembra di essere sempre curiosissimo di nuove conoscenze, il mio umorismo mi pare ai soliti livelli e l’apatia beh… è difficile distinguerla dalla mia usuale pigrizia. La voglia di frequentare gli altri è sempre bassissima: ma questo è il mio carattere iper-mega-turbo-introverso. Anche qui è difficile notare differenze rispetto al mio “solito”.

Ah, anche l’insonnia credo sia un sintomo indicatore di depressione: e in effetti in questi mesi ho avuto problemi di sonno sebbene li abbia attribuiti a fattori esterni…

Oppure, idea avuta in questo momento, questa mia sensazione è un presagio per un qualche evento luttuoso che mi attende: il tempo circolare. Scusate il commento precedente che non ho voglia di spiegare. Mi sono appena ricordato che qualche giorno fa scrissi un’epistola a una mia amica in cui le parlavo di questa sensazione che provo: anche con lei finii per parlare della differenza fra tempo lineare e circolare! La lingua batte dove il dente duole: e alla fine anche il pensiero ripercorre i sentieri che gli sono familiari…

Ah! un ultimo “sintomo” è la depressione politica! Non so se esista: in effetti non ne ho mai sentito parlare. Di solito chi segue la politica si appassiona e magari si arrabbia se le cose non vanno come spera. Io invece mi deprimo: vedo gli italiani che come tanti lemming si gettano nel mare e nuotano verso il largo credendo di arrivare chissà dove. Onestamente non mi importerebbe neppure più di tanto se l’analogia fosse più aderente alla realtà: ma però questi lemming mi trascinano mio malgrado con loro verso il nulla: è questo che mi fa sentire impotente e sconfitto.

I volti sorridenti di politici incapaci mi danno la nausea: mi manca quasi l’albagia della Boldrini. Alla fine la sua antipatia era spontanea e sincera: tutto sommato era divertente osservarne la sua naturale sicumera spesso al limite e oltre il ridicolo. Adesso abbiamo l’ipocrisia della maschera, del volto sorridente di chi ti sta per pugnalare alle spalle ma, non contento, vuole ricevere anche gli applausi per il suo tradimento.

Quindi? Quindi non lo so: ho il dubbio di essere depresso, non la certezza. Magari domani mi sveglierò e sarò giulivo come un’oca. Vedremo.

Conclusione: o forse questa apparenza di depressione è solo una controindicazione non segnalata del mio antiacido per lo stomaco!

martedì 21 luglio 2020

Vari corti lugliesi

Dovrei scrivere ben cinque corti ma, come sempre mi accade in questi casi, il tempo extra richiesto dal pubblicarli separatamente mi fa preferire scriverli tutti insieme in un unico pezzo. E poi non ho l’assillo della lunghezza massima (che comunque, in realtà, già da tempo seguo meno rigidamente) e, se necessario, posso dilungarmi quanto voglio su qualsiasi idea possa venirmi in mente mentre scritto: circostanza del resto tutt’altro che rara.

1. Il pixel (o “quadrello”!) rotto
Da qualche settimana si è rotto un quadrello al mio schermo: la componente blu è sempre accesa al massimo. Oltretutto in una posizione anche molto centrale.
Anni fa mi avrebbe fatto impazzire e avrei subito colto l’occasione per comprarmi un nuovo schermo magari più grande. Adesso invece mi importa il giusto, un po’ magari anche perché mi è calata la vista (non solo da vicino ma anche a distanza “schermo”; sicuramente colpa degli occhiali), ma soprattutto psicologicamente.
Ricordo, più o meno 20 anni fa, mi comprai uno dei primi schermi LCD della Philips: arrivato a casa mi accorsi che a circa 1 cm dal bordo inferiore c’era un quadrello rosso sempre acceso. Aspettati a sfruttare la garanzia per essere a ridosso dei due anni (infatti me lo cambiarono) ma per l’anno e mezzo che lo tenni lo odiai costantemente.
Adesso invece sono più sul “toh, è rotto: pazienza...”!
Credo che le implicazioni psicologiche siano interessanti: ma rimando le mie illazioni a una prossima occasione.

2. I “mi piace” di FB
Stamani mi sono svegliato con l’idea (una vecchia idea in realtà) che FB volutamente proponga solo il tasto “mi piace” al materiale pubblicato dagli utenti.
Come ho scritto altrove un tasto “non mi piace”, magari anonimo, paradossalmente migliorerebbe la comunicazione su FB.
Al contrario la disponibilità del solo “mi piace” spinge gli utenti che condividono le stesse idee a polarizzarle, ovvero a estremizzarle, convincendosi che “tutti” i loro amici la pensano come loro.
Ad esempio Gino pubblica “Salvini XXX e Conte YYY”: adesso su un totale di 200 amici Gino riceve 20 “mi piace” e qualche commento di approvazione → Gino si convince di aver ragione e che tutti la pensano come lui.
Col “non mi piace”, per lo stesso contenuto, Gino riceverebbe i soliti 20 “mi piace” ma anche 50 “non mi piace” anonimi: mi pare plausibile che Gino si renderebbe conto che la maggioranza dei suoi conoscenti non la pensa come lui: probabilmente potrebbe fare autocritica e rivalutare più oggettivamente la propria idea. Alla fine questo sistema aiuterebbe Gino e i suoi conoscenti a maturare e magari a dialogare e capire anche le idee diverse dalle proprie.
FB però non è interessata a promuovere lo sviluppo produttivo della comunicazione fra gli utenti ma semplicemente a profilarli per vendere a terzi la pubblicità mirata (nel migliore dei casi). Da questo punto di vista la polarizzazione permette di identificare con estrema facilità gli interessi e le tendenze di ogni utente: per questo dubito che vedremo mai un tasto “non mi piace” o qualcosa di analogo…

3. Epitome
Ho quasi voglia di iniziare una nuova versione: ho del materiale interessante da aggiungere e la rilettura/correzione su copia cartacea non è più un incubo ma è invece piacevolissima.
Il dubbio che mi trattiene è che ancora devo decidere se voglio abbassarne un po’ il registro stilistico: essenzialmente in questa prima fase mi limiterei a passare dalla prima persona plurale, che decisamente non mi appartiene, alla normale e modesta prima singolare. Ho paura che sia un lavorone (pure noioso) e questo mi spaventa.
Magari potrei provare a fare un esperimento su un singolo capitolo per verificare sia come suonerebbe sia l’impegno/tempo richiesto per questo cambiamento.
Vedremo…

4. Il Gaviscon
E la medicina che non mi faceva dormire (v. Reflusso di stupidità)??
Sto continuando a prenderla: contemporaneamente ho smesso quasi di bere tè perché non ne sento più il bisogno (da 5 o più a 1 o 2). Continuo comunque a dormire malissimo: sono leggerissimo e non ristoratore. Spesso sento una grande stanchezza che però non si traduce in sonno. Sintomi molto analoghi a quelli che mi provocava il sale iodato.
La riprova sarà fra qualche giorno quando finirò la “cura” sempre che non sopraggiungono altri fattori come, per esempio, il gran caldo…

5. Odor di simonia
Articolo: Il Vaticano alle parrocchie: 'Via le tariffe per le Messe' da Ansa.it

La mentalità liberista colpisce i parroci: anche la religione deve seguire la legge della domanda e dell’offerta. Il Vaticano giustamente si oppone: i parroci devono dare il buono esempio, al cattivo ci pensano gli alti prelati.

6. Applausi alla scala
Spesso mi diverto a raccontare delle mie trovate bizzarre e balzane: un po’ è autoironia e un po’ rendono bene l’idea della mia creatività. Però magari per giusto equilibrio ogni tanto dovrei segnalare anche qualche mia idea buona.
Per esempio in questi giorni sto “potando” (ovvero tagliando brutalmente) l’alloro i cui rami toccano e superano il tetto di casa (una vera autostrada per formiche). La scala è molto traballante e instabile e io devo salire molto in alto: non avendo nessuno che me la possa tenere alla base ho avuto la seguente banale idea: con una corda ne ho legato la cima ai rami dell’allora (ovviamente a quelli che non vado a tagliare!). Idea semplice ma che ha dato una grande stabilità alla scala, quindi sicurezza a me e quindi mi ha agevolato e velocizzato molto il lavoro.

Conclusione: ecco, ce l’avrei fatta anche con dei corti… ma, vabbè, in questa maniera ho scritto più rilassato, non me ne pento quindi...

lunedì 20 luglio 2020

Tonfo e trionfo

Questa è la prima pagina di HuffingtonPost.it sul mio navigatore Brave (*1):

Viene presentato un fatto concreto: da trent’anni la ricchezza dell’Italia è andata a picco. E fin qui siamo d’accordo.
Come si spiega questo crollo? Sicuramente ci dovranno essere delle ragioni macroeconomiche per spiegare una tendenza così netta e prolungata, no?

Macché!
I motivi sono i soliti luoghi comuni (“Sì, la crisi siamo noi” = è colpa degli italiani):
1. Privatizzazioni deludenti
2. La corruzione
3. Profitti verso l’estero

L’autore del titolo (ma non ho letto l’articolo) si è dimenticato di citare la mafia e l’evasione fiscale…
Modificato 20/7/2020: e gli "sprechi"! = Spesa pubblica = Spesa per stato sociale. Del resto è uno dei mantra del neoliberismo... come pure la libertà dei capitali che possono così "fuggire" dove più conviene a chi li possiede...

Ma qui stiamo dimenticando gli ordini di grandezza: se ricordo bene, considerando la crescita del PIL fino agli anni ‘90, si sono persi circa 400 miliardi di PIL. Una generazione bruciata.
Questo buco non può essere stato causato né dalle privatizzazioni né dalla corruzione: sui “profitti verso l’estero” mi chiedo di quali profitti si stia parlando: se si tratta di delocalizzare e reinvestire all’estero allora almeno ci si avvicina al vero problema…

La causa di questo fallimento italiano è infatti macroeconomica: e non potrebbe essere diversamente!

Cos’è successo dagli anni ‘90 in poi a livello macroeconomico? In breve:
1. Il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 → perdita di controllo sul debito pubblico e aumento della diseguaglianza economica grazie alla ridistribuzione delle risorse dal sociale al finanziario.
2. L’entrata dell’Italia nello SME “credibile” (1987) → cambio praticamente fisso, situazione poi esacerbata con l’euro → perdita competitività (e quindi vantaggio in delocalizzazione) → scaricamento dei costi per la competitività sullo stato sociale (*2).
(*3)

Conclusione: su questo argomento potrei scrivere a lungo ma non ho voglia di farmi ulteriormente cattivo sangue: il tonfo italiano è dovuto al trionfo del neoliberismo. Da notare che mentre l’Italia si impoveriva i super-ricchi hanno accresciuto la loro ricchezza → maggiore diseguaglianza economica.

Nota (*1): per adesso mi trovo benissimo: elimina automaticamente tutta la pubblicità, protegge la riservatezza e così facendo è velocissimo. Poi a TOR incluso (basta premere Alt+Shift+N)…
Nota (*2): e qui ci sarebbe da accennare alla temporanea uscita dell’Italia dallo SME nel 1992 con l’economia che riprende immediatamente fiato…
Nota (*3): e ci sarebbe poi da aggiungere la progressiva influenza della UE sulla politica economica e non italiana e/o della globalizzazione… ma lasciamo stare: ovviamente è tutto interconnesso ma i fattori principali sono comunque i primi due...

La trappola - 22/7/2020
Articolo: Recovery Fund: tutte le condizionalità dei 209 miliardi di Giuseppe Colombo su HuffingtonPost.it

L’articolo è chiarissimo ed esauriente: ne consiglio la lettura.

Il succo è che i soldi verranno erogati solo se il programma di spesa verrà approvata dalla Commissione Europea secondo le direttive da essa stabilite; inoltre ci saranno verifiche anche sul “durante”.

Questo significa: riforma del lavoro e del fisco, riduzione spesa pubblica ovvero, in parole povere, austerità che, come abbiamo provato sulla nostra pella ha funzionato “benissimo” negli ultimi decenni.

Non è come mettersi in casa la troika ma poco ci manca.

Poi c'è l'incognita del "freno d’emergenza": un qualunque paese della UE potrà dire che "l’Italia non fa abbastanza" e mettere il veto all'erogazione del prestito. Onestamente non mi è chiaro se ci siano dei criteri per vincolare questo veto o se sia totalmente arbitrario. Sicuramente lo scopriremo il prossimo anno...

La non oggettività - 23/7/2020
Spesso mi lamento di quanto i giornalisti non siano obiettivi: spesso vi vedo anzi piaggeria e ipocrisia perché non riesco a credere che siano sinceri nelle loro parole: il loro errore di giudizio mi è così palese che mi è impossibile pensare che non se ne rendano conto. Sicuramente devono avere un interesse a raccontare una cosa per un’altra.

Ma in realtà inizio a pensare di sopravvalutare le capacità oggettive di valutazione razionale ed equilibrata altrui.

Il seguente titolo (non ho letto l’articolo) ne è la prova: Ribery spicca nella mediocrità collettiva. Castrovilli… di Redazione VN su ViolaNews.com

Ma quale partita hanno visto? Quella contro l’Inter è stata la peggiore partita in assoluto che Ribery ha giocato con la maglia viola.
In genere è fra i migliori in campo ma ieri non glie n'è riuscita una! Non ha saltato un uomo, non ha fatto passaggi incredibili, niente. Lui stesso se ne deve essere reso conto: nel secondo tempo ha iniziato a giocare facile scegliendo spesso il passaggio indietro e alla sostituzione non ha fatto la solita tragedia…

Ora mi pare evidente che in questo caso i giornalisti non abbiano niente da guadagnarci a scrivere che Ribery ha “spiccato” nella partita di ieri quindi, evidentemente, si tratta proprio di incapacità nel giudicare un fatto, una prestazione, che dovrebbe invece essere abbastanza facile da valutare oggettivamente.

Da questo ne ricavo che su situazione più complesse, in cui si intrecciano passioni politiche e ideologiche, possa anche non esserci malizia nel prendere fischi per fiaschi.

Curioso effetto indiretto - 28/7/2020
Non avendo l’acqua potabile a casa compro regolarmente confezioni di acqua gassata e naturale al supermercato. In genere tengo una scorta di 6/8 confezioni e compro ogni volta una confezione di gassata insieme a uno di naturale.
Oggi andavo a fare la spesa e ho controllato i miei pacchi: mi sono accorto che avevo quasi finito l’acqua gassata! Il motivo?
Di solito bevo quella gassata e la naturale la uso solo per il tè: ma nelle ultime settimane, grazie al Gaviscon, avevo praticamente smesso di bere tè!
Da qui l’eccesso di acqua naturale...

Uffa!! - 28/7/2020
Questo pezzo l’avevo già scritto ieri ma oggi mi sono accorto di non averlo pubblicato e, quindi, lo riscrivo da capo…

Dopo 4 giorni che avevo smesso di prendere il Gaviscon finalmente avevo fatto una bella dormita: già dopo la prima notte, pur avendo dormito male, mi ero finalmente alzato riposato; la notte successiva, causa caldo, avevo ridormito male e mi ero alzato rintontito e stanco (come sempre col Gaviscon!) ma dopo un’oretta stavo bene (mentre col Gaviscon rimanevo stanco e fiacco per tutto il giorno)…

Più o meno questo è quello che avevo scritto. Aggiungo che stanotte ho invece fatto un’ottima dormita!

Calco PC

Prevedo che questo sarà un pezzo piuttosto corto: ho ben chiaro ciò che voglio dire e non credo che avrò troppe cose da aggiungere mentre le scrivo. Vediamo…

C’è una questione che da molti anni mi lascia perplesso: se non erro iniziò a svilupparsi negli anni ‘80-’90: ho un vago ricordo che la questione arrivò in Italia sulla scia di una pellicola cinematografica. Mentre scrivo mi viene in mente il titolo “Mississippi Burning”. Ho controllato su Wikipedia: è un film del 1988 con una trama molto impegnata e potrebbe quindi essere davvero questa la pellicola che ricordo. Se non lo è non importa: il mio argomento è più generico.

Negli anni ‘80, almeno in Toscana, non si vedevano molti immigrati di colore. All’epoca arrivarono i primi senegalesi che vennero etichettati col termine “vu’ comprà”: così infatti chiedevano quando cercavano di vendere le loro merci in un italiano stentato.

Fu allora che iniziò in Italia una battaglia terminologica che a me, già allora, sembrava priva di senso.
In italiano la parola “negro” non aveva nessuna connotazione di significato negativa: ancora la si trova comunemente negli articoli degli anni ‘60 e, mi pare, ‘70. In un testo di scuola degli anni ‘50 di mio padre (v. Camiti) si usava tale termine senza attribuirgli particolari sfumature denigratorie: semmai un certo razzismo lo si può trovare nella descrizione stereotipata del nero africano definito come “un fanciullone allegro, leggero e imprevidente” ma non di per sé nel termine “negro”.

Il punto è che in Italia “negro” era un termine neutro, né dispregiativo né razzista.
Negli USA la storia era invece ben diversa: il termine “nigger”, l’equivalente del nostro “negro”, era associato alla durissima schiavitù nelle piantagione degli stati del sud (degli USA). “Nigger” aveva, e ha, quindi una fortissima connotazione razzista negli USA: era sinonimo di schiavo, quindi inferiore e/o subumano.

Non ho fatto verifiche ma ho la netta sensazione che in Italia, nel doppiaggio dei film americani, si fosse fino ad allora tradotto “black” con nero o negro abbastanza indifferentemente. Del resto sia “negro” che “nero” vengono dal latino “niger”: sono varianti della stessa radice senza una netta distinzione fra i due (situazione molto diversa in inglese dove anche etimologicamente “black” e “nigger” sono completamente diversi).
Ora suppongo che la pellicola “Mississippi burning” toccasse anche questa differenza di significato fra “nero” e “negro”: scrivo “suppongo” perché non lo ricordo. È possibile, mi viene in mente adesso, che invece di “nero” si usasse “di colore” cioè “coloured”: ma, comunque fosse, ciò non cambia la sostanza della mia argomentazione.

Insomma la pellicola portò all’attenzione dei media italiani anche l’uso di “negro” e “nero” (o forse “di colore”). E qui avvenne il passaggio (illo) logico che mi lascia perplesso: «siccome “nigger” in inglese è fortemente offensivo/razzista allora anche la sua traduzione italiana deve esserlo».
La mia obiezione è che il significato delle parole italiane lo decidono collettivamente gli italiani: se una parola NON ha in italiano un significato negativo allora perché attribuirglielo arbitrariamente?

Che dire? Era giunto in Italia il politicamente corretto che, ora mi è chiaro, è un fanatismo idealista molto superficiale e, spesso, nemico del buon senso.
A mio avviso senza una buona ragione si è cambiato il significato di una parola italiana: si è deciso a tavolino che non poteva più essere usata perché razzista. Si è aggiunto quindi un significato di offesa mortale a una parola che non l’aveva solo perché esso era invece presente nell’analogo termine inglese (“nigger”): questo l’ho definisco “calco politicamente corretto” in analogia col “calco semantico” in cui due parole uguali (o molto simili), appartenenti a lingue diverse, si scambiano un significato, anzi un “passaggio” di significato visto che un’accezione dell’una viene attribuita all’altra (per esempio il significato di “prova” dell’“evidence” inglese viene attribuito alla nostra “evidenza”). Nel caso di “nigger”/“negro” le parole sono perfino piuttosto diverse e inoltre non si tratta di un passaggio spontaneo ma artificiale: per questo l’ho chiamato “calco politicamente corretto”.

Che poi l’intelligenza non deve rifulgere nelle menti politicamente tanto corrette quanto obnubilate: qualche anno dopo aver imposto “nero” o “di colore” al posto di “negro” si resero conto che anche questi termini (cioè la loro traduzione!) negli USA non erano più ritenuti corretti. Ecco quindi che si virò verso “afro-americano” che aveva però il “leggero” difetto da non essere immediatamente applicabile ai nostri vu’ cumprà dato che essi di “americano” avevano poco…

Riepilogando: in italiano si è cambiato il significato di una parola perché la sua traduzione in un’altra, l’inglese, aveva un significato negativo. A me sembra pura stupidità: colonialismo culturale della peggior specie.
Perché se poi la cosa la facciamo per l’inglese allora dovremmo farlo con tutte le altre lingue, no?
Se fra qualche anno viene fuori, per esempio, che “calmo” in cinese significa “assassino”, allora che facciamo? Passiamo a usare solo “pacato”? E se “pacato” in un qualche dialetto africano significasse “schiavo”?
Un’alternativa, che comunque non condivido ma che ritengo avere il pregio dell’onestà, è quella di ammettere la totale sudditanza, anche linguistica, alla cultura egemone americano con tutto ciò che ne consegue: ovvero, in questo caso, cambiare all’occorenza il significato di parole italiane. “Negro” no, “nero” nì, “di colore” meglio di no, “afro-americano” forse e, già che ci siamo, non “bianco” (che legittimerebbe “nero”) ma “caucasico” (*1).

Ovviamente ormai il termine “negro” ha acquistato anche in italiano il nuovo significato razzista che gli è stato imposto anche da noi e, quindi, è divenuto giustamente sbagliato usarlo (anche se i più anziani neppure lo sanno!). Quello che contesto io è il processo che è stato utilizzato: non per il naturale sentire della popolazione ma per imposizione dall’alto, tramite il canale ufficiale della società ovvero con la transustanziazione dell’arbitrio, e in questo caso della stupidità, in legge.

Conclusione: che poi mi aspetto che presto si arrivi a censurare anche Dante che qua e là usa “negro” nel significato di nero. Del resto i geni del politicamente corretto stanno iniziando a vietare Shakespeare in USA: la tentazione per i nostri epigoni locali deve essere fortissima…

Conclusione2: che poi l’insostenibile leggerezza del politicamente corretto emerge lampante davanti al suo silenzio verso le diseguaglianze economiche che sono la principale origine dei mali della società compreso il razzismo. L’“afro-americano” a bordo di una Ferrari e col Rolex d’oro al polso sarà comunque mille volte più rispettato del povero senza tetto. Per il politicamente corretto infatti la disparità economica non è un problema: per il politicamente corretto il povero è tale per colpa sua e il ricco lo è perché se lo merita. Questa è la morale politicamente corretta del nostro tempo.

Nota (*1): Scusatemi l’ironia: ma se degli “afro-americani” “di colore” emigrassero nel Caucaso??

sabato 18 luglio 2020

Download del barile

Articolo: "Movida maleducata": l'Amministrazione decide la chiusura anticipata dei locali del centro di Monica Campani su ValdarnoPost.it

Cronaca locale, anzi localissima, ma significativa di una tendenza sempre più comune sia ad alto livello (governo) che basso: non aggredire la causa ma l’effetto e scaricare le responsabilità (e nel nostro esempio anche i costi) su altri.

La storia (ella) è semplice: nella piazza principale del paese i giovani fanno confusione anche la sera tardi. La logica vorrebbe che, se il comune decide di intervenire, si mandino i vigili a zittire i giovani che urlano troppo: io credo che non ci sarebbe bisogno neppure di fare multe, basterebbero degli avvisi verbali per una settimana e tutto sarebbe risolto. Stiamo parlando infatti di un piccolo paese: il problema è quella piazza e basta, tutt’intorno è il deserto…
Invece no: troppo complicato ed educativo insegnare ai giovani a non eccedere e a rispettare i residenti che vivono appetto alla piazza e, magari, vorrebbero poter dormire con le finestre aperte. Più facile scaricare la responsabilità sel rumore sui commercianti della piazza...

Mi sono preso la briga di segnalare questo articolo (apparso sulla mia pagina FB mentre bevevo il tè del mattino) perché mi ha ricordato una conversazione avuta il giorno prima con un amico.
Non che si faccia chissà quali conversazioni politiche, del resto la mia Epitome mi ha messo un po’ contro tutti, ma dopo giochi, famiglia e salute l’argomento covid-19 è salito alla ribalta. Lui che segue abbastanza questo ghiribizzo si ricordava di un mio pezzo (Speciale Coronavirus 21) dove mi dicevo particolarmente preoccupato del focolaio che aveva colpito il corriere Bartolini e così mi ha dato qualche informazione ulteriore: con le nuove norme post-covid (“post” per modo di dire vista la tendenza) il lavoratore che ha un minimo di febbre dovrebbe rimanersene a casa. Il problema è che i trasportatori Bartolini sono una cooperativa: chi non lavora non guadagna. Inevitabilmente chi ha una linea di febbre invece di perdere la giornata o settimana (non so come sono organizzati) di entrate preferisce prendere della tachipirina (nel caso vi fossero dei controlli sulla temperatura alla sede, non ne ho idea) e andare a lavoro. Il 99,9% delle volte non succede niente ma lo 0,1% si diffonde il virus a colleghi e, temo, clienti (percentuali messe a casaccio per rendere l’idea).
In questo caso lo stato dovrebbe: 1. sostenere economicamente il lavoratore che non va a lavoro perché potrebbe avere il covid-19; 2. fare l’esame col tampone per verificare immediatamente se si tratti di covid-19 o no.
Invece lo stato delega ai lavoratori e magari alle aziende il compito di certificare la propria salute ovviamente con costi diretti e indiretti a carico di lavoratori e aziende.

Qualcosa di analogo accadrà con la scuola: lo stesso amico mi ha spiegato che col prossimo anno scolastico i genitori per portare i figli a scuola dovranno certificarne la salute. La laurea in medicina non serve, basta avere uno o più figli in età scolare. Lui obiettava che se i genitori lavorano entrambi, non potendo lasciare il bambino solo a casa, nell’ipotesi spesso corretta che abbia poco o nulla, lo mandano comunque a scuola. Certo si tratta di un comportamento errato, seppure comprensibile (di nuovo pensiamo a una coppia dove chi non lavora non guadagna), ma la scelta dello Stato è addirittura peggiore.
Di nuovo lo scarica barile: centralizzare i controlli nelle scuole, sanificare spesso gli ambienti, applicare un vero distanziamento nelle classi e simili, sarebbe troppo costoso (pagamento straordinari, costi aggiuntivi per la sanificazione e l’acquisto di barriere, etc..) e, temo, inutile (visto che gli studenti comunque si frequenteranno come se niente fosse all’entrata e all’uscita della scuola).
Ma, insomma, invece di trovare delle alternative accettabili lo Stato decide di giocare a fare lo scaricabarile: ai genitori la responsabilità di evitare i contagi nelle scuole…

La paura di questo mio amico è che un lavoratore della sua azienda si ammali e la stessa venga quindi bloccata in quarantena per due settimane se non un mese. Ovviamente senza nessun aiuto da parte dello Stato per coprire le spese impreviste.
Ah, sì, per la sanificazione obbligatoria, lo Stato aveva messo a disposizione dei fondi: per richiederli via Internet era stata data una settimana di tempo e si poteva ottenere circa 500€ per dipendente. Chiaramente il mio amico (che aveva sostenuto spese di sanificazione per varie migliaia di euro) ne aveva fatto richiesta nell’arco di detta settimana.
Ebbene i fondi sono andati esauriti immediatamente e per immediatamente, stando ai log che il mio amico ancora conserva, si intende nel primo decimo di secondo dall’inizio dell’accettazione delle domande!
Anche qui vi vedo una forma di scarica barile da parte dello Stato: viene messa a disposizione una quantità di denaro evidentemente irrisoria e ridicola per le necessità del paese in maniera da poter dire di aver fatto qualcosa e si prendono in giro il 99,9% delle aziende…
Che poi se si sapeva che i fondi erano insufficienti allora si poteva distribuirli divisi per fasce di quantità e/o mediante una lotteria invece che premiare i più veloci in quella che poi NON era stata presentata come una gara di velocità (*1).

Ma perché tutta questa fissazione sul rimpallarsi le responsabilità?
Perché lo notai il 10 febbraio 2020 nel pezzo Lo scarica virus: io ero già in grande allarme per il covid-19 mentre il governo, ben più saggio di me e coadiuvato da esperti ben più esperti di me, affrontava il problema con distaccata superficialità. Ecco, già allora, notai la tendenza della politica a scaricare le responsabilità su altri, nel caso specifico sulle ASL che, con fantomatici controlli, avrebbero individuato con facilità il virus nella remota eventualità che questo apparisse anche da noi…

Mi chiedo quindi se questa tendenza a coprirsi le parti basse e posteriori, di solito usando un’autocertificazione, sia il fastigio politico del solo nostro primo ministro o se sia una caratteristica degli avvocati in genere che confondono insieme legge, certificati, dichiarazioni e realtà.

Conclusione: vabbè, ho un po’ vagolato qua e là ma sostanzialmente sempre intorno al concetto dello “scarica barile”. Concetto che presuppone una visione della politica come apparenza: non si cerca di fare il bene comune (spesso troppo difficile da realizzare o contrario agli interessi politici di parte) ma qualcosa che possa venire dichiarato essere il bene potendone poi dare la colpa ad altri quando, passate settimane o mesi, inevitabilmente si dimostra non esserlo.

Nota (*1): secondo me, ma lo sapete che io sono sospettoso e paranoico, gli amici degli amici erano stati avvisati di far presto per richiedere i fondi… oppure le richieste sono state inserite “informaticamente” al momento opportuno… ma sono solo io che, chissà perché, non mi fido di uno Stato che aderge lo scarica barile a dottrina politica...

giovedì 16 luglio 2020

2°CC e CdRI

[E] Attenzione! Per la comprensione di questo pezzo è necessaria la lettura della mia Epitome (V. 1.6.0 "BW").

Sono giunto alla 12° lezione del corso sulla rivoluzione americana: la parte iniziale, che analizzava gli aspetti sociali mi aveva particolarmente interessato e mi era piaciuta molto. Però, via via che ci si avvicinava agli eventi bellici, fatti e date particolari iniziano a prendere il sopravvento: temevo quindi di non scoprire più spunti particolarmente utili per la mia Epitome.

Invece mi sono dovuto ricredere: probabilmente con un po’ di arguzia e maggior prontezza mentale avrei potuto rendermene conto da solo invece ci ho “sbattuto” il naso contro all’improvviso quando la sua evidenza era già sotto i miei occhi da un po’ (qualche lezione?).

Bisogna ricordare che le colonie non avevano particolari legami fra di loro, anzi spesso erano in competizione o avevano interessi contrastanti, e il legame diretto con UK era molto più intenso.
Come possono quindi tecnicamente mettersi d’accordo e collaborare insieme per un qualcosa di così complesso come la conduzione di una guerra? A livello di strutture istituzionali non vi era nulla: ogni colonia aveva la propria assemblea e il proprio governatore inglese ma non vi era una struttura che riunisse insieme le varie colonie.

Nel 1774 ci fu il 1° Congresso Continentale a cui parteciparono i delegati di tutte le colonie (e alcune non mandarono rappresentanti perché troppo costoso!). Ancora non si parlava per niente di indipendenza e lo scopo del congresso era semplicemente quello di trovare una risposta comune per riconciliarsi con UK.
Nel maggio del 1775 ci fu il 2° Congresso Continentale: i rapporti con UK si erano ulteriormente degradati e stavolta tutte le colonie mandarono, con criteri diversi (numero, deleghe e durata mandato) i propri rappresentanti.
In pratica questo organo improvvisato si troverà a gestire la guerra con UK e rimarrà in carica fino al 1781 quando verrà ratificata la nuova costituzione (e quindi prime elezioni, primo presidente degli USA, etc…).

Ora nella mia Epitome vi è (fra le tante altre!) una teoria molto importante che ho chiamato la Legge della Rappresentanza ([E] 5.4). Essa postula che quando un gruppo delega a un altro il potere di rappresentarlo e di farne gli interessi ciò avverrà solo quanto più non siano verificate le “Condizioni di Rappresentatività Imperfetta” (CdRI per gli amici).
In altre parole se le CdRI sono verificate gli obiettivi del gruppo delegato divergeranno da quelle del gruppo rappresentato e quindi, almeno potenzialmente, il secondo potrebbe non fare sempre (e coscientemente) gli interessi del primo.
Al contrario se le CdRI non sono verificate allora gli obiettivi di gruppo delegato e rappresentato tenderanno a coincidere e, proprio per questo, i membri del potere delegato cercheranno di fare gli interessi di coloro che rappresentano.
Il governo di un paese democratico è un caso ovvio: il governo è il potere/gruppo delegato mentre la popolazione è il potere/gruppo rappresentato.

In questo caso l’assemblea del 2° Congresso Continentale era il potere delegato mentre le colonie (*1) erano il potere rappresentato.
È quindi fondamentale chiedersi se e quando le cinque CdRI fossero verificate: esaminiamole una ad una.
1. «I membri del gruppo delegato non provengono dal gruppo rappresentato».
Non verificata: i delegati erano politici (di esperienza variabile) delle varie colonie.
2. «Lungo mandato dei membri del gruppo delegato».
Assolutamente no. I delegati erano in carica da poco più di un anno quando fu dichiarata l’indipendenza. Inoltre, con criteri diversi per ogni colonia, ci furono molte rotazioni fra i delegati: per esempio quelli della Virginia erano famosi per essere cambiati spessissimo.
3. «Scarso controllo dei rappresentati sui delegati».
Assolutamente no: i delegati dovevano spesso conferire con i “governi” delle relative colonie di appartenenza per decidere cosa fare e come votare.
4. «I membri del gruppo delegato non credono sinceramente al protomito della loro rappresentanza.»
No! Ci credevano moltissimo. Il clima che si era creato li rendeva degli eroi agli occhi della popolazione (che ad esempio accorse per salutarli e scortarli quando quelli del nord, là dove stazionava l’esercito inglese, scesero verso sud per andare alla sede del congresso a Philadelphia) ed essi sentivano chiaramente il peso della propria responsabilità e dovere.
5. «La non trasparenza e la scarsa comunicazione».
Relativamente: per l’epoca la trasparenza e comunicazione fu buona ma chiaramente limitata dai mezzi tecnici del tempo.

In pratica 4 condizioni e mezzo su 5 NON sono verificate: questo significa che, per la mia teoria, il 2° Congresso Continentale cercherà di realizzare col massimo impegno gli interessi dell’insieme delle colonie.

Sarebbe interessante ripetere questo esercizio col parlamento inglese (potere delegato) e colonie (potere rappresentato). Vabbè è facile: rapidamente…
1. «I membri del gruppo delegato non provengono dal gruppo rappresentato».
Verissimo: nessun colono faceva parte del Parlamento inglese.
2. «Lungo mandato dei membri del gruppo delegato».
Non lo so ma immagino che ormai in Inghilterra vi fossero politici specializzati di lungo corso. Quindi sono abbastanza sicuro che questa condizione sia verificata.
3. «Scarso controllo dei rappresentati sui delegati».
Le colonie non avevano nessun controllo sul Parlamento inglese.
4. «I membri del gruppo delegato non credono sinceramente al protomito della loro rappresentanza.»
Anche qui non sono sicuro ma ho la sensazione che i parlamentari inglesi sentissero di avere un dovere verso l’UK piuttosto che verso i coloni. So che c’erano un paio di rappresentanti che avrebbero dovuto fare gli interessi di tutte le colonie dell’impero britannico ma, ovviamente, immagino che questo loro dovere fosse solo sulla carta e non particolarmente sentito.
5. «La non trasparenza e la scarsa comunicazione».
Sì. Più volte nei miei appunti ho aggiunto note “[KGB]”, che stanno a indicare le mie riflessioni su quello che sto leggendo/ascoltando in quel momento, dove evidenzio la mancanza di comunicazione fra UK e colonie. Pochi sapevano e capivano le motivazioni reali delle azioni inglesi.

Insomma il Parlamento inglese, non sorprendentemente, aveva potenzialmente degli obiettivi molto diversi dalle colonie che, almeno teoricamente, avrebbe dovuto controllare. Senza aggiungere che vi erano vari livelli di distanza politica con i governatori reali nel mezzo (oltre che fisica, con l'oceano Atlantico).

Altro discorso ancora è se e quanto gli interessi delle colonie, ovvero del potere politico che le rappresentava, coincidessero con quelli della popolazione comune.
Qui il discorso sarebbe molto più ampio e complesso (andrebbero considerate le singole colonie che potevano avere caratteristiche anche molto diverse fra loro) ma la mia netta sensazione, per quanto appreso nelle lezioni precedenti, è che la convergenza di opinioni e volontà fosse comunque molto alta. Magari proverò ad affrontare questa specifica problematica in un pezzo a parte…

Ovviamente che il potere delegato abbia sinceramente a cuore gli interessi del potere rappresentato non significa assolutamente che la sua politica riuscirà a raggiungere tale scopo ma, di sicuro, ne è condizione necessaria.

Come al solito, ma io sono un po’ di parte, mi sembra un’altra conferma indiretta alla bontà della mia teoria.

Conclusione: per adesso continuerò a seguire le lezioni della professoressa Freeman anche se il fatto di non essere neppure a metà corso inizia a spaventarmi!

Nota (*1): credo che sia più corretto parlare di colonie piuttosto che della loro popolazione dato che i delegato non furono, almeno in genere, eletti direttamente dalla popolazione ma scelti dalle varie assemblee coloniali. Incidentalmente la legge dei gradi di distanza ([E] 5.5) postula che maggiore è la distanza fra gruppo rappresentato e delegato e più si differenziano i relativi scopi e obiettivi.

mercoledì 15 luglio 2020

Tribalismo?

Articolo: Se il tribalismo colpisce anche il NY Times di Mauro Suttora su HuffingtonPost.it

Si scrive tribalismo ma si legge censura.

Parole - 15/7/2020
Mi chiedevo perché nell’articolo citato nel corto precedente si è usato il termine “tribalismo” invece che “censura”.

La mia ipotesi è che la censura, ormai apertamente propugnata da importanti organizzazioni politiche e non, quando manifestamente errata come in questo caso non debba essere identificata per quello che è: si usano allora degli espedienti per chiamarla e definirla in maniera diversa. In questo caso in USA ci sono le “tribù” che però non si “censurano” (perché la censura è buona visto che serve a difendere il popolino ignorante dalle bufale cattive) ma, bo, si combattano fra loro silenziandosi a vicenda. Ho controllato ma anche nel corpo dell’articolo l’autore non usa la parole “censura”: i giornalisti si dimettono o sono licenziati sotto la pressione delle “tribù”. Ma non è censura perché la censura è buona.

L’accoppiata vincente... - 15/7/2020
...censura e demenza artificiale: visto quanto scritto nei due corti precedenti, presento un altro mirabile esempio di censura palesemente ingiustificata e di demenza artificiale: Youtube Takes Down CHESS PODCAST for Being HARMFUL or DANGEROUS dal canale agadmator's Chess Channel

Un video di scacchi, da un canale con 791.000 seguaci, viene improvvisamente censurato (era trasmesso in diretta) perché giudicato “Dannoso e pericoloso”!!
L’autore è veramente mortificato: non sa perché il suo video è stato rimosso e perché lui abbia ricevuto un “avvertimento ufficiale” (al primo non succede niente e al secondo ti chiudono il canale). Ipotizza che un qualche controllo automatico abbia intercettato una frase del tipo “Il nero qui è inferiore e il bianco sta sempre meglio”: ma frasi del genere sono presenti in praticamente tutti i video di scacchi!

Il suo appello è stato bocciato in 4 minuti (evidentemente di nuovo effettuato da un’altra demenza artificiale) ma fortunatamente questo successivo video ha raggiunto una visibilità tale da richiamare l’attenzione di un “umano” che, ovviamente, ha “assolto” il precedente video incriminato...

Altre rivoluzioni - 16/7/2020
Dopo aver scritto 2°CC e CdRI riflettevo che sarebbe interessante fare una verifica analoga fra potere politico a capo della ribellione e CdRI per rivoluzione francese e risorgimento italiano.
Sfortunatamente non conosco abbastanza nessuna delle due per potermi esprimere con certezza.

La mia SENSAZIONE è che nella rivoluzione francese le CdRI non fossero particolarmente verificate e che quindi possa essere un esempio di buone intenzioni con cattivi risultati (penso agli anni del regno del terrore).
Nel risorgimento italiano c’è invece un elemento perspicuo e precipuo: il governo piemontese! Inoltre anche le varie società segrete erano molto elitarie espressione di una particolare parte della società, diversa dall’uomo comune che, infatti, era per certi versi disprezzato. Questo significa diversità di obiettivi fra vertici rivoluzione e interessi popolari.
Non stupisce che per la gente comune l’unità italiana abbia rappresentato di più un cambiamento di bandiera che di sostanziale miglioramento della qualità di vita: altri poteri (e/o parti sociali) ne hanno tratto vantaggio.

La vastità - 17/7/20
Su PrimeVideo ho riscoperto una serie che avevo iniziato a guardare su Netflix prima che venisse tolta: The expanse.
Guardai le prime due stagioni in gran fretta perché sapevo che le stavano per eliminare e probabilmente “l’indigestione” me le fece apprezzare meno di quanto valevano.
In particolare le navi spaziali mi sembravano troppo ampie: ho sempre avuto la sensazione che lo spazio nelle astronavi fosse prezioso e che quindi non potesse essere sprecato. Ovviamente è solo la mia idea di astronave ma il risultato era che mi sembrava di guardare delle scenografie un po’ grezze e tirate via.
E poi c’era una puntata (ma in realtà lo si nota spesso) in cui le proporzioni fra astronave e lune di Giove è totalmente sballata: le lune sembrano delle grosse palle colorate…

Queste banalità mi avevano portato a sottovalutare la serie ma, in realtà, è proprio fatta bene: ottima trama e ottimi personaggi, ottima storia di fondo con l’umanità divisa in tre fazioni ed effetti speciali buoni (a parte il problema delle proporzioni che qua e là riappare).

Una curiosità, ma magari mi sbaglio: da una puntata nella terza stagione le astronavi sembrano muoversi a marcia indietro ovvero nella direzione da cui il motore emette la sua luce colorata. La mia teoria è che la serie sia basata su dei romanzi e che nei libri, per qualche motivo, il movimento delle astronavi sia proprio questo. Gli appassionati/esperti devono aver fatto notare l’errore e la produzione ha corretto a metà della serie questo dettaglio.
Ma magari si tratta di una mia allucinazione: proverò a ricontrollare le puntate iniziali...

Buon senso

Oggi ho voglia di scrivere ma non so di cosa: idealmente mi servirebbe un argomento non troppo impegnativo… a ecco! Penso di avere trovato l’idea giusta…

Un’intera lezione della professoressa Freeman sulla rivoluzione americana è stata dedicata a un libro/opuscolo chiamato “Common Sense”. Ovviamente deve essere un’opera famosissima, sicuramente negli USA, ma io che sono ignorante non l’avevo mai sentito nominare.

Eppure si tratta di un’opera importantissima perché influenzò notevolmente l’opinione pubblica delle colonie: ancora a ridosso dallo scoppio delle ostilità con l’UK la maggioranza della popolazione non prendeva neppure in considerazione l’idea di ribellarsi da quella che consideravano la loro patria originale. I coloni erano in realtà diventati qualcosa di diverso dagli inglesi ma ancora non se ne rendevano conto.
Come scrisse un commentatore dell'epoca Common sense ebbe la capacità di esprimere apertamente e chiaramente quelle “idee che i coloni avevano percepito ma ancora non pensato”.
Le idee di Paine su una società democratica e libera non erano nuove: ma a lui va il merito di aver saputo renderle accessibili anche alla gente comune e non particolarmente istruita.

È quindi interessante scoprire come riuscì questa opera a cambiare così nettamente l’orientamento dell’opinione pubblica delle colonie.

I fattori sono ovviamente molteplici: il primo è che Thomas Paine (un inglese immigrato negli USA da appena 14 mesi!) sapeva scrivere bene e aveva un’innata capacità di coinvolgere i lettori. Per esempio nella prima parte dell’opera attacca direttamente re Giorgio III, cosa impensabile, equivalente a vero e proprio tradimento, ma così facendo rapisce immediatamente l’attenzione del lettore che diviene curioso di conoscere le sue argomentazioni.

Un’altra grande intuizione di Paine è stilistica: siamo alla fine dell’illuminismo e gli altri opuscoli sull’argomento, erano molto tecnici e aridi, spesso erano incentrati su sottili disquisizioni legali sulla validità della costituzione inglese e sul rapporto fra madre patria e colonie. Invece Paine è già un romantico: non si basa solo su argomentazioni logiche (il “buon senso” del titolo) ma anche su immagini colorite, coinvolgenti ed emozionanti. Un paio di esempi che mi sono appuntato: “gli americani sono il popolo benedetto da Dio” (questa però probabilmente non è una citazione ma una sintesi) oppure “Abbiamo la possibilità di scrivere la più nobile e pura costituzione sulla faccia della Terra”, “La nascita di un nuovo mondo è a portata di mano”.

Paine decide poi che il suo pubblico di riferimento sarà l’uomo comune: colui che sa leggere e poco più. Adotta quindi uno stile semplice, con frasi corte e non articolate. Lo stesso per il vocabolario: per esempio usa pochissimi latinismi (!) e in questi casi ne fornisce sempre la traduzione in inglese. Inoltre adopera un sarcasmo intelligente e pungente.

Il risultato fu un’opera che ebbe un successo incredibile: nelle prime settimane vendette ben 125.000 copie e rapidamente iniziò a essere ristampata in altre colonie (per confronto, circa 15 anni dopo, un quotidiano di successo vendeva sulle 1000 copie). Anche chi non la lesse vi entrò in contatto tramite altre persone che ne parlavano perché stimolò la gente a ragionare, lasciando perdere i vecchi pregiudizi, sull’ipotesi dell’indipendenza. In altre parole quelle che prima erano sottili disquisizioni politiche divennero argomento di comune conversazione sulla bocca di tutti.

Mentre seguivo la lezione, in parallelo, mi divertivo a paragonare Common sense alla mia Epitome. Vediamo le mie conclusioni.

In realtà, anche avendo la voglia e le capacità per riscrivere la mia opera diversamente, ci sono dei problemi di fondo.
Molte delle mie idee, direi un 75%, sono nuove, per quanto ne so inedite: non ho quindi la possibilità di semplificare un qualcosa di già esistente per renderlo accessibile a tutti. Semplicemente banalizzerei le mie idee senza però renderle credibili a un’analisi attenta.
Anche per questo motivo non mi rivolgo a tutti: in realtà non mi sono neppure posto il problema di chi debba essere il mio lettore ma evidentemente non potrà essere una persone comune: probabilmente dovrebbe avere una base culturale di storia, psicologia e sociologia. Un pizzico di filosofia, politica ed economia non farebbero poi male. Ancora più importante dovrebbe poi avere una mentalità aperta: capace di apprezzare e comprendere delle idee nuove che obbligatoriamente sono abbozzate, imperfette, non levigate da decenni di confronti con opinioni diverse e contrarie.
Quindi sì, potrei forse semplificare il mio stile (anche se già adesso mi sembra di usare frasi piuttosto semplici da comprendere) ma non potrei rinunciare a quello che è forse lo scoglio più grande per il lettore occasionale: i miei neologismi. Non cerco di riassumere idee preesistenti ma ne definisco di nuove: i neologismi mi sono essenziali per la chiarezza espressiva necessaria per spiegare le mie novità.
Un altro problema è che la maggior parte dei lettori si annoiano nella lettura e smettono di seguirmi nei primissimi capitoli della mia opera: cosa succederebbe quindi se, per esempio, spostassi gli argomenti più forti dell’Epitome dai capitoli 12°, 13° e 14° al primo? Diventerebbe tutto incomprensibile! Le mie argomentazioni si basano su strumenti e idee che introduco metodicamente nei capitoli precedenti: invertire tutto non avrebbe senso.
E anche il sarcasmo, sfortunatamente (visto che ne abbondo), non lo posso inserire nell’Epitome: mi pare sia incompatibile con l’introduzione sistematica di nuove idee con le loro relative definizioni. Rischierei di confondere il lettore che potrebbe non capire cosa prendere sul serio e cosa no.

Insomma posso applicare poco o nulla dell’esperienza di Common sense alla mia Epitome: finalità e pubblico di riferimento sono completamenti diversi. Io miro solo a spiegare con la massima chiarezza la mia teoria, come se scrivessi un libro di scuola, a chi ha la voglia, il tempo e la pazienza di conoscerla; Paine invece puntava a passare poche teorie, vecchie ma buone, alla maggioranza della popolazione…

Però un’idea me l’ha data: come detto mi è impossibile modificare o riscrivere l’Epitome per renderla più abbordabile al grande pubblico (col problema aggiuntivo che neppure la nicchia di lettori che potrebbe apprezzarla la conosce!) però potrei provare a scrivere un opuscolo separato da essa che ne evidenzi i contenuti più importanti, evitando di fornire spiegazioni dettagliate, usando così come fece Paine uno stile semplice e romantico: con l’idea di colpire più il cuore che il cervello dei lettori, non la ragione ma le emozioni.
L’idea mi diverte: potrei davvero provarci. Alla fine non sarebbe qualcosa di troppo complesso: verrebbe fuori l’equivalente di 3-4 pezzi lunghi immagino…

Potrei usare un linguaggio semplice, evitare neologismi, infilarci il mio umorismo e mi divertirei a scatenare il mio romanticismo frustrato e appassionato.

Conclusione: Vedremo! Come al solito o più idee che voglia/tempo per realizzarle... Intanto ho già scaricato "Common sense"...

lunedì 13 luglio 2020

Lavoro manuale

Probabilmente chi mi segue l’avrà già capito ma, effettivamente, sono una persona che ama la teoria, i problemi astratti, la matematica, certe questioni filosofiche e via discorrendo.
Sfortunatamente la vita, di tanto in tanto, mi propone dei problemi pratici che odio e temo: in questo caso si tratta della manutenzione del tetto di casa.

In genere me la cavo sostituendo qualche tegola, niente di difficile in questi casi. Quest’anno però mi sono deciso a sostituire le tegole che sono sotto le quattro diagonali del tetto (immaginatevi una casa a base quadrata dove il tetto è una piramide con quattro spigoli: questi sono quelli che io chiamo le “diagonali”). In questo caso la situazione è più complicata perché devo smurare, sostituire e rimurare.

Come al solito sono partito qualche giorno fa affrontando quella che mi pareva la “sostituzione” più semplice: l’idea è che così facendo ho modo di riprendere confidenza con la calce e con il tetto. Non ci furono intoppi e, così, ieri passai alla seconda “sostituzione” più facile.

Stavolta si trattava di un paio di coppi in un punto del tetto dove era relativamente facile lavorare: in teoria niente di complicato.
Quando però ho iniziato a metterci le mani, togliendo del muschio che cresceva su una tegola, mi sono accorto che anche un embrice era spaccato: il problema è che con un embrice rotto avrei dovuto smurare molto di più. Inoltre avrei dovuto sostituire l’embrice, a causa della particolare posizione sotto la diagonale, non con uno nuovo intero ma con solo una sezione di esso.

Lo conoscete il mio motto: “quando odi una tegola aspettati una zebra”. Non mi sono quindi fatto prendere dal panico ma, con mente aperta, ho affrontato il nuovo problema: come “tagliare” in maniera corretta un embrice?

È troppo complicato descrivere come ho fatto scrivendolo: basti dire che mi sono sentito come Willy Coyote che prepara una trappola per Beep Beep…
Ho utilizzato un cartone, della sabbia, delle grosse pietre e, ovviamente, un martello. Risultato? Insomma… L’idea era buona ma andava realizzata meglio, e poi ho usato un embrice vecchio, consumato al centro (parte che tanto avrei eliminato) e che quindi aveva una fragilità accentuata e disomogenea…

Alla fine do al mio lavoro un 5/10: sono andato storto e ho perso la pendenza giusta: dovrò rimetterci le mani per sistemarla ulteriormente: un muratore probabilmente mi darebbe 2, massimo 3, su 10…

Però mi diverto a pensare cosa avrebbero combinato al mio posto i miei amici ingegneri e non: probabilmente la metà di loro sarebbe caduta dal tetto facendo così automaticamente peggio di me! Qualche esempio...

Amico ingegnere meccanico, dirigente d’azienda: me lo immagino perplesso, abbarbicato a un comignolo, che cerca di usare la logica: “Se la tegola fosse una lampadina e il tetto una lampada, come potrei svitarla?”

Amico avvocato (ex alpino): partendo dal fondo del tetto sarebbe stato inesorabilmente attratto, come fosse un'audace capretta, verso la cima da dove però, non sapendo riscendere, avrebbe chiamato un elicottero per farsi salvare.

Amico logico: dove io odo una zebra lui usa il rasoio. Ma chiaramente usare un rasoio per tagliare un embrice non è molto funzionale visto che quest’ultimo non ha la barba…

Altro amico ingegnere elettronico: in realtà questo ha una certa manualità e una precisione maniacale: probabilmente non gli piacerebbe il resto della “costola” e me la smurerebbe tutta per rifarla “per bene”. Squalificato.

Amico ingegnere informatico: uhm… ce lo vedo poco: però mi assomiglia abbastanza: molto teorico e anche molto più paziente e metodico di me. Potrebbe fare bene ma ho la sensazione che sarebbe fra quelli che cascano subito dal tetto…

E poi ci sarebbero i chitarristi: ma con le loro manine delicate: sarebbero più attenti a non farsi male che a fare un bel lavoro. Certo avrebbero il vantaggio di un certo estro artistico: ma questo è un lavoro pratico che non deve essere elegante o fantasioso ma funzionale. Temo che per fare un lavoro “bello” userebbero poca calcina e tutto crollerebbe in pochi giorni.

Pensando ai parenti mi viene in mente un cugino ingegnere meccanico: lui in effetti so che fece una buona esperienza come muratore amatoriale rimettendo a posto una casa insieme a mio zio. Però è anche lui un perfezionista (apparentemente un disagio mentale comune fra gli ingegneri) e farebbe le cose in grande: la mia malta non gli andrebbe bene e vorrebbe fare lui il giusto dosaggio fra cemento e sabbia, vorrebbe tutta una serie di strumenti particolari, porterebbe l’embrice a tagliare a 100Km di distanza dove hanno una sega al vanadio-titanio di precisione laser e roba così. Lavoro ottimo ma mi farebbe spendere un sacco di soldi e ci metterebbe una settimana…

Sempre in tema di parenti ho anche un cugino mezzo chitarrista e mezzo ingegnere: estro e razionalità insieme. Sembrerebbe una combinazione promettente ma sfortunatamente è anche molto alto → quindi poco equilibrio → quindi cadrebbe immediatamente dal tetto…

Ah! poi ci sarebbe un amico che ho ritrovato grazie a FB: fa il fotografo. Sì, di professione per mangiare fa il fotografo: infatti è molto magro e dimostra almeno 10 anni meno di quanti non ne abbia. Temo però che si porterebbe la macchina fotografica: sul tetto si distrarrebbe scattando macro ai vari dettagli, oppure agli animali o magari al panorama intorno: inutile dire che, inevitabilmente, cadrebbe dal tetto e che si farebbe particolarmente male nel tentativo di proteggere la macchina fotografica da ogni urto...

Poi ci sarebbero delle mie amiche: ma quelle che si vantano di avere manualità per i “lavoretti domestici” in realtà intendono dire che riescono a cambiare una lampadina o, nei casi migliori, a montare un aggeggio Ikea formato da tre pezzi buttando via tutte le parti “in più” avanzate…
Si vestirebbero da muratrici molto eleganti e accessoriate poi però, alla prova del dunque, mi direbbero: “Come? Per andare sul tetto devo salire per questa scala?! Allora non me la sento… ho i tacchi alti...”

Vabbè: magari qualcuno se la caverebbe meglio di me però è molto più difficile fare che criticare soprattutto quando poi si è costretti a improvvisare senza avere un’esperienza pratica di quello che si sta facendo…

Conclusione: oggi non ho voglia di rimettere le mani sul tetto ma voglio potare un alloro cresciuto a dismisura e che fa da autostrada per le formiche!