«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Per contattarmi e istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo
4. Molti articoli di questo blog fanno riferimento a definizioni e concetti che ho enunciato nella mia Epitome gratuitamente scaricabile QUI. Tali riferimenti sono identificati da una “E” fra parentesi quadre e uno o più capitoli. Per esempio: ([E] 5.1 e 5.4)

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giovedì 28 febbraio 2013

Paramorosonoide (10/10)


Epilogo

«Come sta oggi il paziente?» - chiese il primario osservando la cartella medica.
«Il quadro clinico non è cambiato: dorme per gran parte della giornata...» - rispose il dottore.

Improvvisamente tutto è grigio scuro e fa freddo. Non odo niente: il silenzio è assoluto. Delle macchie bianche appaiono e scompaiono nel grigio. Poi la mia visuale si allarga e diventa più nitida. E la mia memoria pare scindersi in due: è notte e sto guardando una strada illuminata dai fari di un auto attraverso il suo parabrezza. Mi giro alla mia sinistra. Non vorrei farlo, mi dà la nausea: ma non controllo i movimenti del mio corpo. Vedo un uomo di mezza età, con i capelli lunghi, che guida ridendo. Sembra alticcio. So che lo è. Lo riconosco: per un attimo lo vedo, più trasandato e con i capelli molto più lunghi: ha un'accetta conficcata nel petto. Contemporaneamente ricordo che mi ha abbracciata, che siamo stati insieme, che un tempo lontano l'ho amato. Distolgo lo sguardo. Do un'occhiata distratta alla mia mano sinistra: fuggevolmente penso che dovrei ridarmi lo smalto alle unghie. Guardo di nuovo il mio compagno. Tiene il volante con una mano e la birra con l'altra. Gli dico di rallentare. Lo so anche se non odo la mia voce. Lui ride come se stessi scherzando: sobbalza con un ghigno stupido sul volto e sputacchia birra. La macchina sbanda un po'. Urlo impaurita. Lui getta la birra e allunga una mano nella mia direzione. Mi tocca il seno. Il seno? Impreco. Mi giro per vedere come sta il bambino. È sdraiato sul sedile posteriore e dorme. Lo riconosco: è il diavoletto che aveva insultato a ripetizione Barbara... ma dove?... o era Bianca? Non capisco... Ora sembra un angelo. Vorrei osservarlo meglio, vorrei ricordare di più. Torno a guardare la strada che scorre rapida. C'è un incrocio: il semaforo è verde ma vedo anche i fari di una macchina che arriva veloce dalla nostra destra. Urlo ad Andrea di frenare. Chi è Andrea? Non lo vedo ma so che sta di nuovo ridendo: vorrei fare cento cose diverse ma faccio solo in tempo a vedere dei fari che ci vengono addosso. Tutto diventa di un bianco abbacinante. So di essere in coma e che mio figlio è morto. Poi il bianco diventa grigio e il sogno ricomincia da capo senza fine. Oh! Barbara dove sei?! Vieni a svegliarmi, ti prego!

lunedì 25 febbraio 2013

Paramorosonoide (9/10)


9. Aringa offensiva e altri pesciolini

«Ringrazio la Corte per la pazienza. Quello che avete ascoltato è il racconto scritto di suo pugno dall'imputato nelle ore immediatamente successive all'arresto. Quando il carabiniere di turno si accorse di quanto l'imputato stesse facendo e gli chiese spiegazioni questi andò – come riportato chiaramente nella dichiarazione allegata – in escandescenze diventando violento. L'imputato è quindi stato ricoverato presso l'ospedale psichiatrico Santa Maria di Betlemme dove è poi stata effettuata la perizia medica; ma su questo torneremo in seguito... Il manoscritto è rimasto incompleto ma è palese che l'imputato avesse ben poco da aggiungere: fu infatti trovato privo di sensi e quindi arrestato, alle 2:45 del mattino, proprio nella stessa camera dell'ospedale dove, come lui stesso dichiara, aveva abusato della sua ultima vittima...» - il pubblico ministero fece una pausa per riprendere fiato e si guardò intorno per valutare l'effetto delle sue parole.
«La difesa ha usato estratti di questa, diciamo, “dichiarazione spontanea” per avvalorare con essa la propria tesi difensiva: un caso di autoria mediata su soggetto totalmente incapace; in pratica che l'imputato sia stato plagiato da una donna, la misteriosa “Barbara”, che l'avrebbe spinto a compiere le nefandezze di cui è accusato. La perizia medica ha confermato che l'imputato, oltre ad avere un disturbo paranoide ed essere incline alla violenza, soffre anche di gravi disturbi della percezione, di difficoltà a instaurare rapporti umani (specialmente con persone dell'altro sesso), di fatica a distinguere il reale dall'immaginario e di eccezionale suscettibilità all'alcool per non parlare delle droghe. Secondo la difesa, questa misteriosa donna, avrebbe approfittato della condizione medica dell'imputato per manipolarlo...» - continuò guardando in direzione dell'avvocato difensore.
«Per smantellare tale tesi basti dire che questa “Barbara” non è stata vista da nessuno. Né per strada (dove pure l'imputato è stato riconosciuto da alcuni testimoni) né soprattutto presso l'agenzia matrimoniale “Cupido” da dove invece egli è stato visto uscire già palesemente ubriaco. Le uniche conferme della presenza di questa ineffabile donna, di questa “strega manipolatrice”, provengono dalla famiglia, anzi dalla sola madre dell'imputato visto che il padre è stato dichiarato infermo di mente. E la madre dell'imputato, da brava mamma, si è contraddetta più volte nell'evidente tentativo di alleggerire la posizione del figlio: prima ha negato, poi ha confermato, poi ha rinegato e riconfermato...» - proseguì con un sorriso affettato mentre sfogliava teatralmente i suoi appunti.
«Secondo il confuso racconto dell'imputato, che comunque almeno nella sua generalità rappresenta un'accurata ricostruzione degli eventi, “Barbara” sarebbe stata una vecchia compagna di classe. La polizia ha ovviamente indagato e ha verificato l'effettiva esistenza di una certa Barbara Sxxx che corrisponde vagamente alla descrizione data. Peccato che questa sia definitivamente emigrata in Australia da oltre quindici anni e dichiari di non aver più visto l'imputato da oltre trent'anni! La polizia ha indagato in ogni direzione ma ne esclude qualsivoglia coinvolgimento: negli ultimi due anni non ha mai lasciato Sidney, dove risiede, e non è emerso alcun legame, di nessun genere, con le vittime...» - il magistrato si prese una lunga pausa.
«Ma torniamo al lungo racconto che avete avuto la pazienza di ascoltare: perché l'ho presentato nella sua interezza? Il motivo è che voglio evidenziarne le omissioni: voglio che sia chiaro a tutti i presenti ciò che NON è stato scritto e spiegato. In particolare mi riferisco al fatto di come le vittime fossero tutte collegate fra loro!» - esclamò battendo il palmo della mano sul banco.
«Come sappiamo l'ultima vittima è stata, Bianca Syyy, da anni in coma irreversibile: non è stata uccisa ma è stata stuprata dall'imputato e adesso è incinta del suo aguzzino. La stessa Bianca Syyy era la compagna del signor Andrea Gxxx dal quale aveva avuto un figlio: il piccolo Luca. E proprio il signor Gxxx è stata la prima vittima dell'imputato: lo ha ucciso, per sua stessa ammissione, con un'accetta. Aggiungo che, benché nessuna accetta sia stata ritrovata, secondo la scientifica tale arma sarebbe totalmente compatibile con la mortale ferita inferta al signor Gxxx. Non solo: la seconda vittima, l'ingegnere Mario Pxxx, è l'uomo che, probabilmente per un colpo di sonno, fu coinvolto nell'incidente stradale che provocò il coma della signora Syyy e la morte del piccolo Luca. Solo la moglie dell'ingegnere Pxxx, la signora Wanda Mxxx, sembra essere una vittima casuale dell'imputato. Ella è ancora ricoverata in ospedale dopo essere stata in pericolo di vita: certo sarà dura per lei riprendersi considerato che oltre al marito, pochi mesi prima dell'aggressione, aveva perso per malattia il suo unico figlio di quattro anni...» - sospirò con voce platealmente afflitta il magistrato.
«La giuria non tenga conto dell'ultima frase dell'accusa: siamo qui per giudicare le azioni dell'imputato non per rammaricarci della sventurata morte del figlio della signora Mxxx nella quale egli non ha avuto nessuna parte...» - si intromise pacatamente il giudice.
«Mi scuso per la divagazione...» - disse compitamente il pubblico ministero prima di riprendere la sua arringa - «Possibile che si tratti di coincidenze? Ovviamente no. Chi avrebbe da guadagnare da questi delitti? Nessuno. Magari qualche “amico” della signora Syyy voleva vendicarla? Questo spiegherebbe l'uccisione dell'ingegnere Pxxx ma, certo, non quella del signor Gxxx o la violenza sulla stesse inerme signora Syyy. Questo dimostra chiaramente l'insussistenza della teoria della difesa di una “mente” che abbia manovrato l'imputato»
«L'inevitabile conclusione è solo una: l'imputato, per motivi scaturiti dalla sua mente malata ma lucidissima, ha pianificato con cura questa serie di delitti. Nella sua distorta fantasia pensava che i suoi problemi di salute l'avrebbero scagionato e, per questo, si è volontariamente ubriacato e ha scritto queste memorie nell'ingenuo tentativo di scagionarsi inventandosi una donna immaginaria che l'avrebbe plagiato. In altre parole l'imputato è l'unico colpevole e ha cercato, con estrema raffinatezza, di sviare le indagini col suo racconto. Ma questa sordida “raffinatezza”, se così possiamo chiamarla, è solo un aggravante della sua colpa perché ne dimostra la premeditazione. Pertanto, ritenendo acclarata la responsabilità dell'imputato, se ne chiede la condanna per omicidio aggravato con l'aggravante della premeditazione, violenza sessuale aggravata dallo stato di minorata difesa nonché lesioni gravi ai sensi degli articoli 575, 577 n.3 cp, 609 bis e 61 n.5...» - concluse snocciolando una lunga serie di articoli del codice penale.

venerdì 22 febbraio 2013

Paramorosonoide (8/10)


8. Riunione

L'entrata sul retro è in realtà un'uscita d'emergenza. Chiusa però. Barbara la studia: cerco di sbirciare da dietro le sue spalle quello che sta facendo ma non ci riesco. Dà uno spintone e la porta si socchiude. Non sapevo che questo tipo di porte si aprisse anche dall'esterno. «Era rotta...» mi spiega, poi mi prende per mano e mi trascina dentro.

Le luci al neon le odio: quel loro sfarfallio mi fa impazzire. Tutto mi pare prendere una sfumatura verdognola, cadaverica. L'anziano insonne che ci squadra a bocca aperta sembra uno zombie. Con una flebo al braccio. Non sembra pericoloso anche perché non ha zanne acuminate: deve aver dimenticato la dentiera sul comodino. «Chiama il vecchio» mi dice Barbara. Obbedisco sicuro che lei sappia quello che fa. Il vecchio si avvicina con la velocità di una lumaca di cent'anni. «Vieni, entriamo qua dentro: si sono accorti che la porta è stata aperta...». Siamo in uno sgabuzzino buio e stretto: Barbara è premuta contro di me mentre aspetta con la testa poggiata sulla porta. È scomodo ma c'è grande intimità. Ne approfitto per abbracciarla: appoggio il mento sui suoi capelli e ne assaporo l'odore. Vorrei baciarla ma so che non vuole che mi muova: dopo pochi istanti la questione è superata. La voce di un'infermiera «Signor Martini, cosa combina ancora alzato a quest'ora? Perché è andato ad aprire l'uscita d'emergenza? Non vorrà mica scappare? Lo sa che la sua figliola se la prenderebbe con me, vero? C'è pure la polizia fuori stanotte: se esce l'arrestano!» e così via. La voce si smorza pian piano: l'infermiera logorroica sta riaccompagnando il vecchio alla sua camera. Non l'ha morsa, ergo non era uno zombie.

Siamo di nuovo nel corridoio, a quest'ora tutti i pazienti sono a letto. I pochi infermieri di turno sono seduti nella loro stanza a controllare i monitor e a leggiucchiare delle riviste. Me l'ha spiegato Barbara. Non dobbiamo farci vedere e lei sa come fare. «Conosci bene anche questo ospedale?» le chiedo scherzoso. «Sfortunatamente, sì...» mi risponde con un sorriso triste. Mi sento in colpa: non so mai quando scherzare... Lei mi accarezza la guancia «Non ti preoccupare, va tutto bene: fra poco potremo stare insieme...» e questa volta mi sorride felice. Il piano è cambiato: niente pronto soccorso. Barbara mi porterà in un rifugio sicuro dove potremo stare insieme.

Arriviamo a un ascensore di servizio e Barbara mi dice che dobbiamo prenderlo per raggiungere il terzo piano. Esito: penso che potrebbe esserci il rischio di venire scoperti quando la porta dell'ascensore si aprirà. «Tranquillo, su non c'è nessuno...» mi dice. Premo il pulsante senza chiedermi come faccia a sapere tutto: lei mi guarda e il suo sorriso pare dirmi di non temere.

«Questo è l'ultimo passaggio pericoloso: devi fare esattamente come ti dico per non essere visto, pensi di farcela?» Barbara mi parla come se fossi un bambino e questo mi irrita. «E tu allora?» rispondo seccato. «Questa è un'ala femminile: anche se mi vedono non desterò sospetti...». Le luci del neon mi impediscono di concentrarmi facendo sfarfallare i miei pensieri: ma c'è qualcosa che non mi quadra nel suo ragionamento. Sto per riaprire la bocca per dar voce ai miei dubbi ma lei me la tappa con un bacio. «D'accordo» rispondo: scuse accettate.

Sono carponi sul pavimento mentre Barbara cammina dietro di me guidandomi: «Fermo. Aspetta, aspetta... Avanza, più rapido! … fermo, non ti muovere!». Sento dei passi avvicinarsi poi, a qualche metro di distanza il rumore di un vaso che va in frantumi e l'urlo impaurito di una donna. «O mamma che spavento! La brocca del caffè si è rotta da sola!» dice una voce sconosciuta prima di mettersi a ridacchiare nervosamente. Altre due risate si uniscono alla prima. «Avanti ora!» mi incita Barbara. Svolto un angolo ed è fatta. Siamo in un corridoio deserto e ho la strana sensazione che qui il sonno dei pazienti sia ancora più profondo. «Non ci pensare...» mi dice Barbara «...ormai siamo arrivati!». Mi fa entrare in una stanza e mi dice di non accendere la luce «Questa camera è vuota: finalmente potremo stare insieme, potremo unirci...» La maniera con cui pronuncia “unirci”, quello che lascia in sospeso, mi fa rabbrividire d'eccitazione.

Chiudo la porta e Barbara mi passa avanti. Sono ben contento di rimanere al buio completo perché la maledetta luce del neon mi ha riempito di lacrime gli occhi. «Vieni!» mi chiama. Avanzo incespicando verso la voce che mi chiama. Sbatto contro un letto. Lo tasto con le mani e sento sotto la coperta leggera il corpo di Barbara. Lei ridacchia felice poi aggiunge con voce roca «Ora spogliati, veloce!». Obbedisco più rapidamente che posso: fortunatamente non indosso una camicia altrimenti me la sarei strappata di dosso. Tiro via la coperta e salgo sul letto: è un po' stretto. Pazienza. Tocco Barbara sotto di me. Indossa una strana vestaglia di stoffa ruvida: «Toglimela tu...» dice lei: non li vedo ma sento i suoi occhi che mi guardano velati dal desiderio. Le mie mani scorrono sul suo corpo nudo e non sanno decidersi su quale angolo della sua pelle liscia accarezzare. Lei sospira ma non si muove. «Adesso prendimi!» quasi mi scongiura. Scendo su di lei, premo leggermente e subito lei cede e si apre a me. Cado in lei, sono dentro di lei. Improvvisamente tutto è grigio scuro e fa fred-

martedì 19 febbraio 2013

Paramorosonoide (7/10)


7. Toccata e fuga

Ho paura e tremo. Sono ancora in piedi, con la donna bionda riversa accanto a me. Non so se sia viva o morta: non ho il coraggio di controllare. Sono paralizzato. Barbara se ne accorge e viene da me. Con la mano delicata mi cinge il collo con forza e mi fa piegare la testa su di lei. «Guardami!» mi dice, e mentre la vedo sento i miei timori nascondersi dietro il suo viso. Ho paura però di distogliere lo sguardo dai suoi occhi: tremo all'idea di rivedere i corpi insanguinati nella stanza. Barbara mi scruta con occhi languidi e si strofina su di me. Mi afferra una mano rigida e con essa si accarezza gli angoli più intimi del suo corpo. «Non mi vuoi? Non mi desideri più?» mi chiede con voce languida e tentatrice. Vedo solo lei: c'è solo lei! Le dita della mia mano si rianimano: ora sono io che la guido sul suo corpo e la palpo, la stringo forte attraverso il vestito e ne apprezzo la morbida consistenza: a ogni tocco lei sussulta e le sue labbra umide si lasciano sfuggire dei sospiri strozzati. Una febbre montante si irradia dai miei lombi e mi spinge a volere ancora di più: lei è così calda, così inebriante che mi sembra di scoppiare. Non è questo il momento ma non me ne importa. È Barbara che mi riporta all'ordine «Bevi, ti darà coraggio...» mi dice. Guardo sorpreso il bicchierino di whisky che mi è spuntato in mano. «Presto!» la sua voce è un nettare e io non resisto alla sua dolcezza. Lo ingoio tutto in un sorso. Non sono abituato agli alcoolici: il liquido mi scende giù bruciandomi la gola e nello stomaco sento ribollire l'inferno: apro la bocca e sputo fiamme... Il mondo assume una sfumatura rossastra che pervade e prevale su ogni colore. «Non c'è più tempo dobbiamo andare!» sussurra al mio orecchio desideroso.

Barbara mi fa strada tenendomi per la mano. Vedo una porta aperta: quando ci passiamo davanti vengo investito da un gelido soffio d'aria blu. Mi fermo e guardo oltre la soglia: dà sulla cameretta di un bambino. È tutta in ordine, perfettamente immacolata. Strano: sento una grande tristezza, capisco che nessuna risata di fanciullo scalda quelle pareti. Mi sento tirare per il braccio ma non mi muovo. Barbara si gira verso di me e dice «è morto due mesi fa...». Riesco solo a dire «Come...?» mentre la tristezza mi gela il cuore. «È giusto così» dice Barbara dolcemente «ma ora vieni dobbiamo andare...». Annuisco con gli occhi pieni di lacrime.

Finalmente siamo fuori ma non sulla strada principale: siamo nel giardino sul retro. «Qualche vicino deve aver dato l'allarme: ci stanno cercando...» mi ammonisce Barbara. E io so che si riferisce ai diavoli usciti dall'inferno per punire il mio crimine: ne odo già i distanti latrati acuti che si avvicinano rapidamente. L'alcool mi ha dato la forza di muovermi ma ha anche offuscato i miei sensi: solo grazie a un preciso sforzo di volontà seguo Barbara. Oltretutto i folletti e gli gnomi che tornano a sbucare dai loro nascondigli non mi aiutano. So che non mi possono fare del male ma mi distraggono con le loro piroette e i loro sberleffi. Barbara conosce benissimo la zona. Ogni singolo giardino. Sa dove scavalcare le staccionate più facilmente e non perde mai, nemmeno per un attimo, l'orientamento. Mi ha detto che vuole passare dall'ospedale per farmi mettere dei punti alla testa. Le dico che non è nulla ma lei mi guarda preoccupata e io subito non posso che cederle.

Corriamo al riparo di una siepe d'alloro che costeggia una stradina laterale. Improvvisamente Barbara mi fa cenno di fermarmi e di rimanere immobile: poco dopo anch'io sento giungere un demone aldilà della siepe, lungo la strada. Non lo posso vedere direttamente ma osservo le lunghe ombre generate dalle sue fiamme azzurre. Anzi devono essere in due: uno ha una voce che pare lo squittio di un topolino e di tanto in tanto lancia strani fischiettii; l'altro invece parla ma sembra ringhiare: pur senza vederlo ne immagino le fauci feroci irte di zanne e colanti bava velenosa. Una gattina bianca a toppe nere fa capolino da dietro un cespuglio: mi guarda inclinando la testa graziosa e inizia a miagolare a perdifiato «Yes, I cat! Yes I cat! Yes I cat!...». Sorpreso, la studio attentamente: ma i suoi occhi sono specchi dorati che riflettono ogni mio tentativo di leggerne le intenzioni. Rimango col dubbio se mi stia prendendo in giro o se conosca poco l'inglese. Anche i demoni alle nostre spalle l'hanno sentita: non si avvicinano oltre e, dopo poco, si allontanano rapidi lanciando il loro lugubre ululato. Vorrei dare una carezza di ringraziamento alla gattina ma questa è già scappata a inseguire un brutto e minuscolo gnomo peloso.

Sono stanchissimo e senza fiato: la testa inizia a farmi male. Se chiudo gli occhi la terra ruota così rapidamente da darmi la nausea. Guardo Barbara: è sempre un passo avanti a me e non sembra minimamente affaticata. Mi sento debole e inutile: forse dovrei dirle di scappare via da sola e di lasciarmi al mio destino? Proprio in quel momento arriviamo a un muro alto un paio di metri: lei si gira verso di me e mi chiede aiuto «Per favore aiutami a scavalcarlo!». Io mi sento di nuovo grande e forte. Gioisco dell'opportunità di salvare Barbara dal pericolo: anche se in questo caso è solo un muretto un po' troppo alto. La prendo per i fianchi e la sollevo senza difficoltà fino in cima. Mi stupisco a pensare quanto sia forte eppure leggera. La mia mente divaga: mentre scavalco a mia volta il muro, mi chiedo cosa sia contemporaneamente forte e leggero. «La vendetta...» risponde subito Barbara. Devo aver pensato a voce alta. «...è leggera per oltrepassare ogni ostacolo e arrivare lontano, forte per resistere al tempo e per colpire duramente». E io allora penso che Barbara è vendetta: lei mi sente e mi sorride.

Siamo ormai all'ospedale: dai bagliori azzurri capisco che i demoni sono all'ingresso principale. Guardo preoccupato Barbara. E ora? Lei sorride e scrollando le spalle mi dice «Non è un problema: conosco un'entrata sul retro...»

sabato 16 febbraio 2013

Paramorosonoide (6/10)


6. Trasloco fai da te? Ahi! Ahi! Ahi!

Siamo in una zona residenziale, vicini all'ospedale. È tardi: guardo l'orologio ma le lancette girano ognuna per conto suo, avanti e indietro. Però mi sento meglio: l'aria fresca della notte mi schiarisce le idee. Abbastanza. Camminiamo lungo il marciapiede. Alla nostra destra ci sono dei graziosi giardinetti e delle villette. Ormai quasi tutte le luci sono spente. Gli abitanti dormono già o stanno per farlo. Le finestre sembrano occhi, le porte delle bocche e, i vialetti che arrivano fino al marciapiede, delle lunghe lingue. So che è solo la mia immaginazione ma per prudenza ci passo alla larga. Ogni tanto ho dei flash: l'incontro con i cani e l'uomo che crolla con l'accetta nel petto. Ma sono sempre più rari e sbiaditi. Sono come ricordi già lontani, memorie di un incubo che va svanendo. Barbara mi ha rassicurato: non troveranno mai il cadavere e, quando lo troveranno, sarà stato completamente spolpato da quel che rimane della banda dei cani. E poi mi ha fatto gettare lontano l'accetta: più sicuro di così... «Sei in una botte di ferro» mi ha detto. E io le credo perché lei non mi mentirebbe mai. Mentre si cammina Barbara mi racconta tutto di lei e io starei sempre ad ascoltarla. Mi dice che vorrebbe un altro figlio e io esulto che lo faremo insieme. Mi parla delle sue paure e io le assicuro che con me non deve temere niente. Mi parla dei suoi sogni e io le prometto che li trasformerò in realtà. Mi parla delle sue gioie e dei suoi dolori e io rido e piango con lei. Mi accenna a un suo segreto e io le giuro che lo manterrò. Mi guarda seria e aggiunge che non sono ancora pronto: una nuvola scura offusca il mio volto, lei se ne accorge e mi consola illuminandomi con un sorriso carico di promesse...

Davanti a noi una villetta ha tutte le luci accese: nonostante sia quasi notte fonda, un uomo sta facendo la spola fra un furgone e la porta di casa lasciata aperta. Vari oggetti e scatoloni sono ammucchiati lungo il vialetto. Strana ora per traslocare. L'uomo rientra in casa: si sentono le grida infuriate di una donna e una porta che sbatte violentemente. Barbara mi sorride e inizia a correre dinanzi a me: so che vuole che l'insegua e così le do qualche metro di vantaggio. Mi sono già dimenticato dello strano uomo e penso solo a lei. Improvvisamente un ruggito assordante mi paralizza. Dopo un attimo, un drago dalle scaglie multicolore piomba addosso a Barbara. Rimango immobilizzato dal terrore: non per me ma per lei. Sbatto le palpebre e il drago diventa un bimbetto sugli otto anni in sella a una biciclettina troppo piccola per lui. Mi accorgo che Barbara non si è fatta niente e tiro un sospiro di sollievo. «Brutta scema! Cosa ci fa una troia in giro da queste parti! Sei una cretina idiota! Porta il tuo culone via da qui! Sei una puzzona grassa!» e un fiume di altre oscenità escono dalla bocca del bambino. Barbara mi guarda seccata: devo intervenire. Afferro il bimbo per il cappuccio del cappotto e lo sollevo da terra mentre questo continua a insultarla come se niente fosse. «Non è colpa del bambino...» mi dice lei comprensiva «...ma devi dire al padre di insegnare l'educazione a suo figlio». Ha ragione: mi avvio per il vialetto trascinandomi dietro il piccolo diavoletto. Ora ha smesso di insultare Barbara e invece ha preso a scalciarmi e a cercare di mordermi. Sto davvero perdendo la pazienza. «Di' al padre che suo figlio è una brutta peste, un gatto selvaggio che andrebbe tenuto chiuso in gabbia...» mi incita Barbara alle mie spalle.

Sono dentro la casa sconosciuta, in un ampio ingresso-soggiorno: l'uomo, un signore grassoccio sulla quarantina, sembra non essersi accorto di niente. È girato di spalle, accovacciato a terra, e sta raccogliendo dei libri per inserirli in uno scatolone al suo fianco. Mi stupisce che non abbia notato il baccano che sta facendo il bambino: mi accorgo che è assorto a guardare un album di foto. Proprio in quel momento la piccola peste sguscia fuori dal suo cappotto, mi morde la mano e schizza via veloce in un'altra stanza. Perdo le staffe «Suo figlio è un bastardo piccolo criminale! Se lo prendo gli tiro io uno sc...». La reazione dell'uomo è sorprendentemente rapida: con un urlo rauco, il volto paonazzo, si alza girandosi e mi si avventa contro spingendomi contro la parete. Mi ha colto di sorpresa e urto dolorosamente la nuca. Però sono molto più forte: appena recupero l'equilibrio mi limito ad afferrarlo e a sbatterlo violentemente contro la libreria. Inizia a sanguinare, poi diventa inerte: non so perché ma la mia rabbia aumenta invece di diminuire. È a terra: inizio a tempestarlo di calci talmente forti che lo sollevano in aria. La sua faccia è ridotta a una poltiglia irriconoscibile di sangue: le braccia, piegate ad angoli innaturali, chiaramente rotte. Eppure, per quanto mi accanisca contro quel corpo ormai inanimato, la mia ira continua a crescere. Mi accorgo che mentre lo sbatto contro la scrivania sto emettendo un grido inumano, profondo, lunghissimo, un lamento più di dolore che di rabbia: un urlo che non riconosco come mio; un urlo che non mi appartiene... Improvvisamente qualcosa mi colpisce alle spalle: mi giro. È la moglie che mi guarda con occhi allucinati e una padella in mano. Non ho niente contro di lei e apprezzo il suo coraggio: l'afferro per i cappelli dietro la nuca e le faccio sbattere violentemente la testa contro la parete. La lascio andare e lei scivola a terra esanime. Una macchia di sangue e frammenti di denti rimane a indicare il punto dove la sua faccia ha baciato il muro. D'un tratto sono calmissimo. Barbara saltella per l'eccitazione e batte le mani felice guardandomi adorante; sul divano c'è l'odioso bambino che ha provocato tutto questo casino che però se la ride come un matto. Poi Barbara gli si avvicina, lo prende in braccio e gli dà un bacio in fronte. Sono confuso e stanco. Ma soprattutto confuso. Mi pare che nulla abbia più senso. «Ora che facciamo?» chiedo a Barbara.

mercoledì 13 febbraio 2013

Paramorosonoide (5/10)


5. La banda Bassotti a quattro zampe

In qualche maniera sono fuori dal capannone. Non vedo Barbara e per il panico quasi mi cedono le ginocchia. Non faccio in tempo a guardarmi intorno che lei mi è addosso. Il mio equilibrio è quel che è e casco a sedere in terra: mi affloscio come un sacco vuoto. Bado solo a mantenere alta la mano che regge lo spinello: sembro la parodia tossica della statua della libertà con la sua torcia. Barbara è tutta intorno a me: mi bacia e accarezza; la sua mano passa fra i miei capelli folti, mi sfiora la guancia, scende sul collo, preme sulla mia nuca, si aggrappa alla schiena, scorre sul petto e si insinua nei pantaloni: è come se avesse cento mani che mi toccano tutte contemporaneamente. Le sensazioni mi travolgono: mi sento affondare in un vortice di colori caldi, rosso e arancio, con delle macchie pulsanti di porpora. Ma lei è lì e mi tiene a galla, senza farmi affondare, tirandomi per le braccia e il collo. Sbatto le palpebre e mi rendo conto che, in qualche modo, mi ha fatto rimettere in piedi. «Mio cavaliere!» mormora. Si alza in punta di piedi e mi dà un pudico bacetto sulla guancia. Gioca con me e io gioco con lei. Porgo alla mia dama l'ambito trofeo, il mio ardente pegno d'amore. «Indovina come voglio fumarlo...» mi dice. Apro la bocca per provare a indovinare ma ho il cervello spento: faccio l'errore di guardare in alto, il cielo sopra di noi, e le stelle si fanno grandi e iniziano a caderci intorno con scie lucenti come se fossimo sotto una cascata di scintille. Pensa a tutto Barbara. Sento qualcosa che si insinua fra le mie labbra e automaticamente aspiro: poi è lei, con i suoi baci, che detta il ritmo del mio respiro, della mia vita. Come un naufrago mi aggrappo stretto alla sirena che mi tiene a galla: poi chiudo gli occhi e mi perdo.

Sto volando, sono in orbita, sfreccio fra i pianeti inseguendo una cometa che ride allegra: giro intorno alla terra più veloce di Superman ma lei è sempre un passo avanti. Divento un pesce e nuoto in un mondo oscuro illuminato da bolle di luce colorate e coralli iridescenti: sono veloce, ma la farfalla che mi chiama con voce suadente, vola nell'acqua ancora più rapidamente. Una sinfonia bellissima, un coro di mille angeli mi spinge avanti: sono un surfista e sfreccio su onde fatte di musica. Mentre fende l'acqua il mio surf genera potenti accordi di chitarra elettrica: mi bilancio, in equilibrio sulla tavola, per suonare una melodia che continua a sfuggirmi. Dietro di me una scia di riverbero rosa fucsia e spruzzi di note multicolori.

Poi lei è lì, davanti a me. Non so quanto tempo sia passato. Mi guardo intorno: tutto ondeggia ma ricordo e riconosco che siamo ancora nella vecchia fabbrica abbandonata. In qualche maniera Barbara è riuscita a farmi camminare: sudo ma ho freddo. Vorrei dirle di fermarci un attimo, ma lei mi parla. Non capisco cosa mi dice ma la sua voce bassa e calda mi piace: mi gira intorno felice e io non voglio contrariarla. Non voglio deluderla: mi aggrappo alla sua spalla e mi faccio guidare. Cerco di ignorare la nausea: il mal di mare provocatomi da questo mondo che non vuol saperne di starsene fermo.

Improvvisamente sento ridacchiare alle nostre spalle. Mi giro: una banda di cani ci sta seguendo. Sono dei brutti ceffi: ridono e sghignazzano fra loro. Il più grande porta dei vecchi occhiali da sole fuori moda: cammina tronfio, con la coda ritta e i capelli in testa, pieni di gel, tenuti tutti su un lato; un altro ha una rosa tatuata sulla spalla: penso che sia stato in carcere o almeno che voglia farlo credere; un terzo, un incrocio fra un pastore tedesco e qualcos'altro di più piccolo, ha i denti grandissimi di cui molti d'oro, alle orecchie, grandi e pendule, porta numerosi orecchini; il più piccolo sembra un chiuaha gigante col pelo lungo tutto sudicio: quando lo guardo mi fa un gestaccio con la zampa e mi mostra un coltello nascosto sotto il suo giubbotto di pelo. Anche Barbara se n'è accorta: fa finta di niente ma sento che si avvinghia con più forza al mio braccio. «Laggiù...» sussurra con un cenno della testa. Seguo il suo sguardo e nel buio intravedo appena quella che intuisco essere un'accetta: è conficcata in cima a quel che resta dello scheletro di una vecchia scaffalatura di legno. È molto in alto ma allungandomi dovrei farcela a raggiungerla. L'adrenalina mi ha schiarito le idee: sono determinato a fare tutto il necessario per proteggere Barbara. Iniziamo a muoverci verso l'arma: i cani si sono fatti baldanzosi. Ci circondano. Ridono e scherzano come se noi non potessimo sentirli: il mezzo pastore tedesco un paio di volte finge di incespicare e ne approfitta per palpare col muso umido il sedere di Barbara; un altro, l'arrogante chiuaha gigante, osa addirittura leccarle lascivamente la mano sinistra e subito dopo se ne vanta facendo l'occhiolino ai suoi degni compari. Il più grande, credo il loro capo, quello con gli occhiali da sole e la brillantina in testa, cerca di inserirsi fra me e Barbara, di dividerci: mi dà degli spintoni e mi guarda torvo. Vuole farmi capire che la vuole tutta per sé...

Finalmente arriviamo allo scaffale: tutto accade in un attimo. Con un piccolo salto riesco a raggiungere l'accetta e, mentre ancora sto atterrando, mi giro su me stesso per calarla violentemente sul cranio del cane più grosso. Lui si schianta a terra e per un attimo fisso il sangue, frammenti d'ossa e pezzetti di cervello che si mischiano con il gel dei suoi capelli. Gli altri cani, colti di sorpresa, scappano via uggiolando: non erano lupi ma vili sciacalli... Solo allora noto un uomo che ci segue a una decina di metri di distanza: adesso urla e agita le braccia furiosamente. In un angolo della mente ho la sensazione che ci abbia parlato dietro per tutto il tempo: solo che ero troppo concentrato sui cani per sentirlo veramente. Si avventa contro di noi: non ci penso due volte e gli scaglio contro, mettendoci tutta la mia forza, l'arma che ho ancora in mano. L'uomo crolla a terra senza un grido: solo il manico dell'accetta spunta dal suo petto. Ora lo vedo più chiaramente: è il vecchio che mi ha venduto lo spinello. Barbara si getta su di lui: la vedo porre le sue candide mani sulla ferita nel petto dell'uomo: quando le solleva sono bagnate di sangue scuro. Avvicina la testa al cadavere, lo guarda da vicino, forse gli mormora qualcosa. Improvvisamente scoppia a piangere e il mio cuore si ferma: “Oddio! Cosa ho fatto!” penso. Poi Barbara si gira verso di me e mi accorgo che ride di gioa: e io torno a respirare! I suoi occhi brillano per l'esaltazione, si alza in piedi e si lecca via il sangue dalle mani assaporandone ogni goccia: sento il suo piacere come se io stesso lo provassi. Si avvicina verso di me ancheggiando leggermente. Il sangue intorno alle labbra la fa sembrare una creatura di una bellissima e mortale pericolosità. Mi getta le braccia al collo, il suo seno contro il mio petto, mi bacia e sento il sapore ferroso del sangue che mi si scioglie in bocca. È un attimo: l'enormità della mia azione mi colpisce come un pugno allo stomaco. Le ginocchia mi cedono e per sostenermi mi appoggio a Barbara. Lei è molto più piccola di me eppure ora so che è molto più forte...

domenica 10 febbraio 2013

Paramorosonoide (4/10)


4. La puzzola è il Gral o il Gral è la puzzola?

«Di qua» dice, infilandosi in un vicolo. Lo percorriamo per un po'. «Sembra chiuso...» commento osservando la rete metallica che delimita il terreno di una vecchia fabbrica abbandonata. «Aspetta!» e mi mostra un punto, dietro un cassonetto, dove la rete è tagliata. Passare per la fabbrica è una scorciatoia mi spiega. Non mi piace: mi pare strano. Ma il mio cervello non riesce a concentrarsi su niente: è leggero come un palloncino d'aria e ogni ragionamento un po' complesso è troppo pesante e casca a terra. Poi Barbara mi sorride e io la seguirei ovunque e oltre.

Arriviamo a un vecchio capannone decrepito con il tetto crollato: qualche metro avanti a noi, da una porta sfondata, si intravede il baluginio di un fuoco. «Aspetta!» mi sussurra e, in un punta di piedi, va a sbirciare oltre la soglia. «Mi provi il tuo amore?» mi chiede poi. Che domanda! Come potrei rifiutare quello che il mio stesso cuore, la mia anima, mi chiede? La guardo raggiante e le rispondo «Certo...». “...anche se mi sento un po' intontito” avrei aggiunto. Ma subito lei mi getta le braccia al collo e mi bacia riconoscente: è come se un ciclone spazzasse via i fumi dell'alcool. In un attimo sento la mia mente limpida e determinata. «Nel capannone c'è un uomo: voglio che tu lo raggiunga e ci parli. Gli dovrai dire che “è Bianca che mi manda”». La guardo confuso. «È meglio non usare il mio vero nome, capisci?» mi risponde. «Certo... e poi?» domando incerto. «Poi lo capirai sul momento: adesso vai, io ti aspetterò sulla soglia». Mi muovo con decisione, voglioso di accontentarla, ma la mia volontà è di gran lunga superiore al mio equilibrio: quasi immediatamente urto un bidone pieno di sudiciume facendolo rotolare a terra: nella desolazione del luogo il fracasso sembra più fragoroso di un tuono. Immediatamente dall'interno arriva un gran abbaiare e, dopo pochi attimi, due cagnacci ci raggiungono: mi metto davanti a Barbara per proteggerla ma, fortunatamente, 'can che abbaia non morde'. Ci guardano, ci annusano, scodinzolano un po' e se ne tornano dentro. Sospiro di sollievo. Mi giro per assicurarmi che Barbara stia bene e la guardo stringendola per le spalle. Lei mi sorride: non c'è bisogno di aggiungere niente altro.

Entro nel capannone: all'altra estremità un giovane biondo dai capelli lunghi è sdraiato presso un fuocherello. Accanto a lui gli stessi cani di prima, per stare più caldi, dormono ammucchiati l'uno sull'altro come fossero un cumulo di cuscini. Un paio di questi alza immediatamente la testa e mi guarda drizzando le orecchie: ma restano tutti a cuccia. Il ragazzo non sembra vedermi: forse dorme... Avanzo lentamente. A dieci metri ormai tutti i cani mi fissano attenti ma non sembrano aggressivi: uno di essi, benché sdraiato, mi scodinzola e la sua coda sbatte sul terreno con un ritmico “tump tump tump...” Adesso vedo che il ragazzo biondo è un vecchio con i capelli bianchi: potrebbe essere mio padre solo che è più in forma: beh, più o meno... Sta fumando uno spinello e ancora non mi ha visto. Arrivo a un paio di metri. «E tu chi sei!?» esclama con un sobbalzo che fa scattare in piedi tutti i cani. «...un poliziotto?... Naa...» aggiunge dopo avermi scrutato dall'alto in basso. Improvvisamente mi sento stupido. Tutto sembrava ovvio quando Barbara me l'aveva spiegato ma adesso mi pare non abbia senso. Decido di togliermi il pensiero. «La mia ragazza mi ha detto di venire qui» gli dico. Lui non pare impressionato e si guarda intorno. «È quella laggiù, oltre la soglia?». Annuisco. «Beh, allora che vuoi?» e mi guarda sospettoso. Non so che rispondergli poi improvvisamente un pensiero risuona chiaro nella mia mente e questa volta dico al vecchio «Bianca mi ha detto di venire da te». Per un attimo ho la sensazione che gli occhi del vecchio si dilatino e che il suo cuore perda un colpo. Poi scoppia a ridere. «Dai siediti...» mi dice «...e fatti un tiro». Mi offre il suo spinello, esito un attimo, ma poi l'accetto. Aspiro una boccata rapida. Faccio in tempo a pensare che non succede nulla e poi una tempesta di colori mi esplode dietro agli occhi. «Ti ha fatto effetto, vero? È potente 'sta roba...» e ride ma la sua voce mi pare giungere da lontanissimo. Cerco di riprendere il controllo e fisso il vecchio che mi sorride: centinaia di fuochi d'artificio scoppiano tutt'intorno a noi. «Allora che vuoi?» mi richiede. Non so cosa rispondergli ma mi sforzo di pensare a qualcosa: ma mi è difficile perché ogni pensiero è un colore e io dovrei stenderli sulla tela della mia mente. Non sono un pittore e ogni mio rozzo quadro è un pensiero appena abbozzato. «Ti dispiace se faccio fare un tiro anche alla mia donna?» gli dico, così per prendere tempo. «Nessun problema: dille di venire qui!» e il vecchio ride e la sua risata è un arcobaleno che ci avvolge. So che sarebbe inutile chiamarla: non verrebbe. Lo so e basta. Ma almeno mi è luminosamente chiaro quello che devo fare. «Me lo potresti prestare lo spinello?» «Mi prendi per il culo?» mi risponde. «E se te lo pagassi?» Armeggio impacciato con il portafoglio: ogni dito ha un colore diverso e so che alcuni colori non posso mischiarli insieme. «Ho solo dieci euro però...» dico a memoria estraendo una banconota scura che non riesco a distinguere. Il vecchio sembra pensarci e fa una gran tirata col fumo che pare uscirgli dalle orecchie «D'accordo: sarà la mia opera buona della giornata... anzi dell'anno!» - prende la banconota e mi passa la cicca. Barcollando torno verso l'uscita o forse è l'uscita che ondeggiando si avvicina a me: non ne sono sicuro. Per evitare rischi tengo alto lo spinello che mi pare risplendere come fosse il sacro Gral.

giovedì 7 febbraio 2013

Paramorosonoide 3/10


3. Mamma freddina / Birra alla spina

Entriamo. Il babbo è inebetito davanti alla TV con il volume a palla: da qualche anno non è più lui. “Va e viene” dice la mamma. In questo momento non mi sembra che ci sia: lo sguardo fisso sulla televendita di anelli sembra annunciare che dietro la finestra degli occhi non ci sia nessuno... Comunque ci provo. «Ciao babbo, ti ricordi di Barbara? Era una mia compagna di classe...». Lei si siede sulla sedia accanto alla TV e lo saluta. Con mio stupore lui le risponde. E una è fatta: ora tocca a mamma e poi possiamo andarcene... Lascio Barbara a intrattenersi col babbo e vado in cucina. La mamma è lì, seduta al tavolo col capo chino. Non ci ha sentito arrivare. Un bicchiere e una bottiglia di vino quasi vuota. Quando entro alza la testa e mi guarda con gli occhi gonfi. Ha pianto: che palle! «Come è andata?» mi chiede subito. Sarei tentato di dirle “male” così, tanto per ringraziarla per la solita scarsa fiducia, ma sono troppo di buon umore. Così le rispondo «Bene! Di là...». Ma non mi lascia nemmeno finire: «Le hai prese le medicine?». E che cazzo! Sempre la solita fissa! Ma mi trattengo «dicevo che di là c'è Barbara: vado a mangiare fuori con lei ma siamo passati a salutarvi...». Con un urletto balza in piedi e scalpicciando con le sue pantofole rosa corre a tutta velocità in salotto. Come al solito la stronza non mi crede: deve vedere. Le seguo d'appresso. Barbara e il babbo stanno chiacchierando: lui si gira verso di me e mi sorride fiero. Io faccio le presentazioni: Barbara si alza dalla sedia e, accennando una graziosa riverenza, tende la mano alla mamma. Ma la stronza mi vuole mettere in imbarazzo: la sfiora appena e, sopraffatta dalla felicità, inizia a piangere e abbraccia il babbo. Conosco queste crisi di nervi: mi sembra di essere l'unico sano di mente in famiglia. A giudicare dai singhiozzi incontrollabili ci vorranno almeno dieci minuti prima che le passi. Mi sento arrossire: la puttana cerca di mettermi in cattiva luce con Barbara! Lo fa a posta, ecco! Decido di non farmi rovinare la serata «Ok, noi andiamo...» dico. «Sei sicuro? Tua madre...» mi chiede Barbara. Com'è comprensiva! si preoccupa per lei: da una parte continuo a voler strozzare la mamma per questa sceneggiata, dall'altra apprezzo la sensibilità di Barbara. Le sorrido «Sì, sì vieni è tutto a posto...». Siamo alla porta ma la mamma, non contenta, mi lancia l'ultima stoccata «Ma le hai prese le medicine?!» mi urla dietro. «Fanculo!» e mi sbatto la porta alle spalle. Scendiamo le scale. «Che medicine?» mi chiede Barbara sorridendo. «Per l'appetito» rispondo. Poi arrossisco. Ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente. Dal sorriso malizioso di Barbara capisco che creda che la mia sia una battuta. Inclina la testa e mi chiede civettuola «Non hai fame di me?» Altro che fame: so già che farei tutto per lei... Ma adesso voglio solo allontanarmi il più possibile dall'appartamento dell'isteria di mia madre.

Siamo in strada. Ho tante domande da fare a Barbara: ma mi risponde che mi spiegherà tutto poi, che non c'è fretta: «Perché preoccuparsi del futuro quando il presente è meraviglioso?» e io credo abbia ragione. Barbara cammina aggrappata al mio braccio e vi appoggia la testa contro. Mi sento altissimo: so che se alzassi una mano verso il cielo potrei riempirmi il pugno di stelle. A un tratto mi chiede sorridendo «Senti ma se saltassimo la pizza e andassimo direttamente a casa mia?». «Certo... dove stai?» che altro avrei potuto rispondere? «Vicino all'ospedale...». Accidenti è lontano. «Il problema è che non ho la macchina e dovremo andarci a piedi...» le dico. «E qual è il problema?» mi risponde lei cullandosi contro il mio braccio. La amo: ora ne sono sicuro. Svoltiamo in una strada poco battuta: camminiamo in silenzio per goderci maggiormente la pura e semplice reciproca compagnia. Dopo un po' lei inizia a canticchiare sommessamente, come una bambina. Io sorrido. Arriviamo di fronte a un pub: c'è un pergolato con diversi tavolini ma è vuoto. Fa freddo e i pochi clienti sono tutti all'interno. «Mi offri una birra?» e, senza aspettare la mia risposta, va a sedersi nell'angolo più buio. Vado dentro a comprare da bere cercando di sbrigarmela il più velocemente possibile.

Fatto! Esco con in mano una birra grande per lei e una coca piccola per me. La raggiungo. Lei mi guarda e sorridendomi aggrotta un sopracciglio. Quando mi siedo accanto a lei mi sento in dovere darle una spiegazione «Sai, beh... il fatto è che...». Ma Barbara appoggia un dito sulle mie labbra e, quasi adagiandosi su di me, sussurra «Zitto: l'importante è che io beva la birra per prima...». «Ok, ho capito...» rispondo, ma in realtà non capisco. Le allungo la birra e la guardo. Lei ride dolcemente e dice «Prendine un sorso». Non resisto ma non voglio nemmeno resisterle: obbedisco al comando dei suoi occhi ipnotici. Non faccio in tempo a buttarla giù che lei è a cavalcioni su di me. Le sue labbra sulle mie labbra. La sua lingua nella mia bocca. Rispondo al bacio. Un rivolo di birra mi cola sul mento. Lei stacca la sua bocca dalla mia e lecca via ogni traccia di birra dal mio volto. L'afferro per le braccia e questa volta sono io a cercare la sua bocca ma lei tira indietro la testa e, facendo una linguaccia da monella, mi dice di aver ancora sete. Ogni sorso di birra è un bacio e ogni bacio è un estasi che mi esplode dentro. La sua bocca arde e mi brucia: mi accende dentro un fuoco che si propaga pulsando dai lombi, al cuore fino a ogni estremità del mio essere. Mi sembri di dilatarmi e di estendermi all'infinito: di annullarmi e di essere parte del tutto, il centro stesso dell'universo, al di fuori del tempo. Vorrei averla, possederla subito. «No, non qui!» e in un attimo si divincola dal mio abbraccio. È in piedi di fronte a me e mi tende una mano per aiutarmi ad alzare. Barcollo: non avrei dovuto bere. Ma la notte non è mai stata così luminosa: stasera tutto è possibile: un'energia inesauribile mi ribolle dentro. Non è libidine: è di più. Voglio unirmi a lei per diventare tutt'uno con lei. Voglio perdermi in lei. Voglio morire e rinascere. Voglio... senza accorgermene stiamo di nuovo camminando insieme tenendoci sottobraccio. Ma adesso è lei che mi guida e io la seguo con passo incerto.

lunedì 4 febbraio 2013

Paramorosonoide 2/10

2. “Barbra is coming to get you...”

Sono ancora intontito. Mi stropiccio gli occhi e mi tiro su dal divano. Lei mi sorride allegra: gli occhi scuri scintillano. L'idea di trovarmi così scombussolato la diverte: ma non c'è malizia nel suo sorriso. «Ciao! Come stai!?» mi chiede allegramente. Dovrei conoscerla? Mi è familiare... forse... Spero di non aver fatto la figura dell'imbecille perché, in questi pochi attimi, non ho spiccicato parola e l'ho solo ammirata a bocca aperta. Lei, come se niente fosse, dice «Sono Barbara!» e mi abbraccia calorosamente. Stando seduto, lei in piedi è appena più alta di me: ha un buon odore. «Sì...» rispondo. Non so a cosa però: credo che il “sì” stia a indicare sia che sto bene sia che l'ho riconosciuta. Non è vero ma voglio essere educato. Lei mi guarda sempre sorridendo: i suoi denti sono bianchissimi. Intuisco che, nonostante tutto, mi ha capito. È sicura di sé e non è per niente stupita dalla mia reazione: so che si aspettava fosse questa e non gliene importa: le piaccio così. Avverto una sintonia inspiegabile fra di noi. Lei si siede accanto a me, la sua mano leggera sulla mia gamba, e inizia a parlarmi. Io le rispondo senza difficoltà perché mi trovo bene con lei. Riesco perfino a essere arguto senza apparire strano: quasi mi sorprendo di non farle paura ma, del resto, ci capiamo. Con una parte di me seguo le sue parole (è soprattutto lei a parlare) ma un'altra si limita a contemplarla: dice che quando la vidi l'ultima volta eravamo bambini? allora sono passati almeno trent'anni... Dio mio! Poi, nella mente rivedo la vaga immagine del viso di una bambina: è Barbara? Forse: qualche ruga che prima non c'era ma stessi occhi, stesso sorriso e la malizia infantile trasformata in fascino maturo... Solo i capelli, prima nerissimi, ora sembrano diversi: hanno dei riflessi rosso scuro. Tinti? Forse... Mi guarda: i suoi occhi intelligenti scintillano curiosi. Capisco che mi ha fatto una domanda e io non le ho risposto. Un attimo di silenzio, un accenno d'imbarazzo e scoppio a ridere. Sì, io per primo rido di me, per la mia distrazione. Ma non me ne preoccupo perché so che lei ha capito che ero perso in lei. Anche lei ride e si stringe a me. Riprendiamo a parlare, più vicini, più intimi. Mi parla di lei: ricordi d'infanzia si sovrappongono alla storia della sua vita. Come al solito lei parla e io ascolto: mi accontento di sentirmela vicina. Non solo fisicamente ma anche nell'anima. Il suo calore mi scalda il cuore. Mi sembra impossibile che questa donna affascinante sia venuta a cercare proprio me e glielo dico. «Beh... diciamo che non tutti gli uomini riescono ad ascoltarmi e io ho bisogno di qualcuno con cui confidarmi...» mi risponde. Mi sembra incredibile ma sono felice e non me ne preoccupo.

Una voce stridula ci interrompe. Sono di nuovo nello squallido separé e mi sento come se fossi stato appena svegliato con una secchiata d'acqua gelida in faccia. Mi volto allarmato ma Barbara è ancora qui con me e mi sorride: per un attimo avevo temuto che fosse stata solo un bel sogno. È la segretaria dell'agenzia che avverte gli “ospiti” che la mezz'ora per gli incontri è terminata. Solo mezz'ora? Mi sembra di aver parlato per ore e ore con Barbara... Mi alzo in piedi: lei è ancora seduta sul divano. Ci guardiamo negli occhi e non abbiamo bisogno di parole per capirci: ridiamo, allungo una mano per tirarla su e usciamo insieme abbracciati. La segretaria e gli “ospiti” mi guardano stupiti: questi stronzi non si aspettavano che avrei trovato una donna anch'io. Sono tentato di mandarli a quel paese ma sono troppo di buon umore: saluto tutti ridendo. E poi camminare abbracciato a Barbara mi fa barcollare: immagino di sembrare sbronzo. E un po' è pure vero: non tanto per l'alcool quanto per il fatto che la presenza di Barbara mi inebria a tal punto da darmi una senso di esaltazione. Ed è questo che mi fa vacillare. Mentre oltrepassiamo gli astanti, che ovviamente ci guardano gelosi, mi chiedo se questo significhi essere innamorati. Mi chiedo se il mio cuore sia fatto per contenere tanta felicità oppure se mi esploderà incapace di contenerla. Ma non me ne preoccupo perché comunque morirei affogando nella gioia.

Siamo in strada: invito Barbara a cena. Beh... non proprio a cena ma a prendere una pizza perché non ho tanti soldi. Lei mi guarda. Fuori è già scuro e il suo volto è in ombra: non riesco a interpretare la sua espressione. Per un attimo temo di averla offesa: ho paura che si aspettasse di più oppure, al contrario, di aver corso troppo... Sto per aggiungere qualcosa, per precisare... ma è lei che mi interrompe: «Speravo che tu me lo chiedessi...» mi dice. Che poesia le sue parole, che melodia la sua voce! Sono sciocco a tremare a ogni sua esitazione: ma non sono abituato a essere così felice. Sono sicuro che non possa durare: qualcosa nella mie mente, un tarlo maligno, mi ripete che è solo un sogno. Un sogno così fragile che anche un singolo pensiero sbagliato potrebbe infrangerlo. Ma lei è qui davanti a me, meravigliosamente reale, e mi sta guardando. Al buio la sua pelle chiara risplende più della luna mentre gli occhi sono dei pozzi scuri nei quali è mortalmente facile cadere e perdersi. Lei socchiude la bocca e intravedo lo scintillio dei suoi denti: mi chino su di lei, attratto da lei, per baciarla... ma un pensiero improvviso mi blocca. Lei se ne accorge e strattonandomi per la giacca mi chiede semplicemente «Che c'è?»

Mi sono ricordato che avevo promesso di andare a cena dai miei. Senza pensarci due volte dico «Ehi Barbara, ti dispiace se passiamo dai miei genitori? abitano qui a due passi...» e mi interrompo. Sono imbarazzato: mi rendo conto che non è ortodosso presentare i propri genitori al primo appuntamento. Mi accorgo che anche Barbara è stupita. Stringo i pugni per la tensione: spero di non averla delusa, di non aver fatto la figura dell'anziano bamboccione... «Se preferisci mi aspetti fuori e io li avviso che non mangio con loro...» aggiungo. Non so se ho rimediato o peggiorato la situazione. «Certo, perché no!» - dice lei - «chissà se mi riconoscono...». Tiro un sospiro di sollievo e prendendola per mano, stringendogliela forte, ci incamminiamo rapidamente.

venerdì 1 febbraio 2013

Paramorosonoide 1/10

1. Agenzia di scontri

“Allacciare contatti, scambiarsi sguardi...” ma allora perché mi hanno dato la cartellina nera!? Quella donna che ride di me l'ha rossa, quell'uomo dal sorriso idiota verde, così come la donna cicciottella che parla con quel grassone dalla cartella gialla... Cazzo, non si fa così! Va bene che comunque questa pagliacciata, questa cazzo di speed date, non avrebbe portato a niente ma almeno potevate evitare di sabotarmi! Voglio sentire che scusa mi inventa la segretaria bionda all'ingresso.

«Scusi, io ho la cartellina nera.» le dico. Lei mi guarda e fa finta di non capire «Come?». «Mi avete dato il questionario nella cartellina nera...» e vedo che la stronza continua a far finta di niente. Ci guardiamo in silenzio: so che incuto timore quando guardo fisso le persone. «Ne... ne vuole una diversa?» chiede lei. Figuriamoci! Ormai tutti mi hanno visto con la nera in mano e cambiarla è inutile. Ma almeno la stronza adesso sa che ho capito il loro gioco. Non le rispondo: giro sui tacchi e vado verso l'angolo col tavolo degli stuzzichini. Sento sulla schiena l'irritante risolino soddisfatto della segretaria: sono tentato di girarmi di scatto per sorprenderla mentre mi ghigna dietro ma non lo faccio. So che lei sarebbe più veloce a fare una faccia compita e io rischierei di fare la figura dello stupido: non le darò questa soddisfazione...

Il tavolo con i sandwich è troppo affollato. Devio verso quello delle bevande e mi servo l'unica disponibile: una sangria all'arancia di colore rosso acquerello. Leggermente alcoolico temo. Ma chi se ne frega: questo pomeriggio fa così schifo che non può peggiorare. Mi appoggio alla parete e, incrociando le braccia sulla stupida cartellina, fisso cupamente gli altri clienti dell'agenzia. Un paio di donne prima vedono la mia cartellina e poi mi ridono in faccia. Ma sono troppo orgoglioso per nasconderla e così continuo a stringerla sul petto, bene in vista. Rispondo alle risa con il mio sguardo torvo e le vigliacche fanno finta di niente e si girano. Solo un uomo, con la cartellina blu, osa avvicinarsi per riempire due bicchieri. Lo fisso per tutto il tempo. Lui mi guarda di sottecchi un paio di volte, forse biascica uno “scusi”, ma io rimango zitto e lo squadro serio. Se ne va rapido rapido porgendo un bicchiere a una donna con la cartellina rosa: ovviamente la più carina. “Bravo, sei stato coraggioso... per essere un coniglio...” penso che se mi avesse provocato l'avrei fatto a pezzi: sono molto forte e arrabbiato. Continuo a sorseggiare lentamente la mia bevanda.

Guardo l'orologio: ancora mezz'ora di questo strazio. Sono costretto a prendermi un'altra sangria perché mi sento stupido col bicchiere vuoto in mano. L'atmosfera è cambiata: si sono formati numerosi gruppetti misti che scherzano e ridono con voce stridula: sembrano oche che starnazzano. Sono patetici. Io, ovviamente, sono ancora solo ma del resto era inevitabile visto che mi avevano affibbiato la cartella nera... Vedo una donna di mezz'età che va a parlare con la segretaria bionda all'ingresso: sono sicuro che le sta chiedendo di me anche se hanno la buona grazia di non indicarmi né guardarmi. Ecco! Ho parlato troppo presto: la donna mi ha guardato ma, accorgendosi che la fissavo, ha distolto immediatamente gli occhi. Sorrido ironico e indico il dorso nero della mia cartellina. Avrei voglia di strozzare qualcuno. La donna finisce di parlare con la segretaria e io continuo a seguirla con lo sguardo. Ovviamente la chiacchierona si sofferma a sparlare di me con un'altra donna. Oca pettegola. Comunque non era il mio tipo. Affogo la mia rabbia nella bevanda acidula: gradevole però.

L'ora è finita: la segretaria batte le mani e, con finta allegria, si rivolge a quelli che chiama i suoi “ospiti”. Io non la sto nemmeno a sentire. Sono nauseato dall'ipocrisia di questa farsa. Sto quasi per andarmene via subito: poi ci ripenso e masochisticamente decido di assaporare fino in fondo questa umiliazione che mi riempie di bile. Vedo che tutti gli “ospiti” vanno a sedersi dietro a dei piccoli separé: io vado in quello più lontano, nell'angolo più nascosto. Barcollo un po' ma mi riprendo. Mi lascio cadere sul divanetto al suo interno. Su un minuscolo tavolino noto un telefono con un foglio d'istruzioni. Lo studio per un attimo: è coloratissimo, pieno di vignette complicate, punti esclamativi e cuoricini vari. Lo getto via e con rabbia tiro il filo del telefono per staccarlo. Senza volere lo strappo: sorrido soddisfatto “Vi sta bene visto che mi avete fregato”. Almeno nessuno mi disturberà. Non c'è niente da fare e così mi sdraio sul divano: i piedi mi penzolano oltre il bracciolo ma sto ragionevolmente comodo. Mi sto assopendo ma non me ne importa. Sento un bisbiglio indistinto che proviene dai loculi vicini. In sottofondo c'è la voce baritonale di un uomo punteggiata dalle risatine isteriche di una donna: non ne distinguo le parole ma non mi importa perché la rabbia mi ha reso esausto. Passa del tempo e i miei sensi si acutizzano: adesso riesco a sentire tutte le voci e mi sembra che il mio nome venga ripetuto all'infinito. Parlano di me ovviamente: tutte le pecore coalizzate contro il lupo. Eppure, rifletto, non conoscono il mio nome... ah già: l'ha spifferato la segretaria alla donna pettegola: per questo lo sanno tutti adesso... Perdo il senso del tempo e il rancore si assopisce con me. Sto per chiudere gli occhi ma poi arriva lei. Ed è bellissima!

giovedì 31 gennaio 2013

Paramorosonoide intro

Finalmente mi sono deciso: mesi fa annunciai tutto contento che stavo scrivendo un racconto, poi scrissi che l'avevo quasi finito, poi che i miei beta-lettori lo stavano leggendo e poi più niente...

È sempre così: prima l'entusiasmo, magari immotivato, e poi il brusco risveglio.
I lettori a cui avevo fatto leggere il mio ultimo “capolavoro” avevano incominciato a fornirmi le loro opinioni: il mio terrore era che qualcuno potesse indovinare il finale prima del tempo ma il problema era un altro! Fortunatamente il finale, grazie anche a una trama più cervellotica del solito, non solo non era stato indovinato ma, sfortunatamente, nemmeno capito...

Allora ci rimisi le mani, cercando non tanto di semplificare (anche se feci qualcosa anche da questo punto di vista) quanto di spiegare meglio aggiungendo più indizi di quanto mi piacesse.
Infatti io amo i romanzi dove l'autore non “imbroglia” e lascia la possibilità al lettore di indovinare come stanno le cose e, nel mio piccolo, cerco di fare altrettanto. Il bello di queste storie è che, quando si rileggono, ogni apparente contraddizione si spiega e ciò che in prima lettura aveva un senso ne acquista un secondo...

Infine chiesi a un'amica una consulenza “legale” (non aggiungo altro per non svelare niente) che mi aiutò tantissimo ma che mi costrinse anche a riscrivere un capitolo e più.

Lentamente però l'incomprensione con la quale mi scontravo aveva fatto svanire il mio entusiasmo e, anche se il racconto era finito, non mi andava più di pubblicarlo.
Come scusa mi dissi che volevo aspettare il secondo parere, dopo tutte le modifiche, di un mio beta lettore che opportunamente, essendosene dimenticato, tardava a rispondermi.
Una settimana fa però l'ho fatto leggere a mio cugino che mi ha dato un giudizio buono sebbene non entusiasta (7 su 10): così, anche se il racconto non mi convince più, ho pensato che era un peccato maggiore tenerlo nel “cassetto” e mi sono deciso a pubblicarlo...

A causa della trama complessa consiglio di leggerlo con calma, magari aspettando che tutti i capitoli siano stati pubblicati: da parte mie cercherò di pubblicare un capitolo ogni tre giorni circa in maniera che chi lo legge di volta in volta non rischi di dimenticarsi tutto...

Che altro? Ah... forse vale la pena di menzionare che l'idea del racconto è basata, come spesso mi capita, su un sogno (v. il corto Due trame) anche se poi, a forza di modifiche, è venuto fuori qualcosa di diverso...
Ho anche un paio di scansioni interessanti/curiose, sullo strano titolo e sull'ultimo capitolo del racconto, ma ovviamente le pubblicherò solo dopo l'ultima puntata.

Domani il primo capitolo: i commenti sarebbero particolarmente apprezzati...