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domenica 20 maggio 2012

Il Conte di Montecristo


Finalmente ho finito di leggerlo (*1)!

Per chi non conoscesse la trama la storia narra le vicende di un giovane per bene, Edmond Dantès, che viene fatto incarcerare a causa delle macchinazioni di quattro persone: un magistrato “politicizzato”, un rivale in amore, un collega di lavoro e un vicino di casa. Il giovane rimane in carcere per 14 anni e là conosce l'abate Faria, una specie di genio che gli insegna di tutto (lingue, matematica, chimica, etc) e soprattutto gli fornisce le indicazioni per raggiungere il nascondiglio di un immenso tesoro, nascosto secoli prima, nell'isola di Montecristo. Dantès riesce finalmente a evadere e a impadronirsi del tesoro: dedica quindi i successivi dieci anni a vendicarsi dei quattro uomini che avevano causato la sua rovina.
In realtà il romanzo si concentra sui sei mesi finali quando il protagonista si trasferisce a Parigi dove abitano i suoi tre acerrimi nemici (al quarto, il vicino di casa, viene concesso il beneficio del dubbio ma poi, con le sue stesse azioni, dimostrerà la propria bassezza di spirito...).

Di questo bel librone di quasi 900 pagine scritte in piccolo ne avevo già parlato in Due cosine. All'epoca, dopo aver letto le prime cento pagine circa, ero piuttosto perplesso: l'inizio mi era sembrato molto debole e pretestuoso... Mi riferisco al coinvolgimento del vicino di casa e del collega di lavoro nell'incastrare Dantès: un rischio troppo grande per un guadagno minimo.
Però, diciamo dal decimo capitolo in poi, non ho trovato incongruenze che mi abbiano infastidito: certo, come un amico mi ha catechizzato, si tratta di un romanzo tipico del romanticismo dove l'eccessivo diventa l'ordinario e l'umile pescatore, in occasioni solenni, può declamare frasi degne di Shakespeare... ma, se si accetta questo aspetto come una caratteristica dello stile del tempo invece che come un difetto, non ci sono problemi!

Nel post sopraddetto avevo già osservato come, da numerosi particolari, trasudasse una notevole conoscenza da parte dell'autore sia dell'Italia che di problematiche a essa collegate come la relazione fra italiano e dialetto toscano...
La biografia di Dumas conferma questa sensazione: negli anni immediatamente precedenti la stesura di questo romanzo aveva compiuto molteplici viaggi in Toscana e a Roma.
Continuando nella lettura mi è anche venuto il forte sospetto che, nello stesso periodo, avesse fatto la conoscenza dei “Promessi sposi” del Manzoni pubblicata una ventina di anni prima e, suppongo, quest'opera fosse una specie di “must read” per qualunque intellettuale straniero interessato all'Italia...
Ho questa sensazione per i pressanti riferimenti alla Provvidenza della seconda parte del libro. In realtà, a differenza dei “Promessi Sposi”, la Provvidenza qui mi pare solo una scusa per nobilitare la vendetta del protagonista verso i suoi carnefici. Dantès afferma di essere lo strumento della Provvidenza ma, se si analizzano attentamente le varie situazioni, ci si accorge di innumerevoli contraddizioni filosofiche che invece, nell'opera del Manzoni, non ci sono...

Un'altra intuizione che ho avuto riguarda la stesura delle varie parti del libro: sottolineo che si tratta solo di una mia ipotesi che non ho provato nemmeno a verificare su wikipedia perché non voglio farmi influenzare!
L'ipotesi è la seguente: inizialmente il libro doveva iniziare dal capitolo XXXI ; in altre parole tutto il primo quarto del romanzo è posteriore.
Lo si capisce dal brusco cambio di stile (questi capitoli sono molto più lunghi degli altri) e, soprattutto, da una grande anomalia della trama: il personaggio di Franz d'Epinay. Non sto a entrare nei particolari ma a questo personaggio viene dato un grande spazio dal capitolo XXXI al XXXVIII tanto che pare dover essere uno dei protagonisti della storia. Invece no! Dal capitolo XXXIX in poi sparisce e viene nominato di tanto in tanto: fa solo una comparsata verso il finale del libro...
La mia sensazione è che originariamente l'autore volesse mantenere ignote l'origine e le motivazioni del conte di Montecristo (il nome che prende Edmond Dantès dopo essere diventato ricchissimo): il racconto fornisce infatti il punto di vista del giovane Franz e, in misura minore, del suo amico Albert (figli o comunque collegati ai carnefici di Dantès) e il conte è visto come una figura molto ambigua tanto che Franz non si fida di lui nonostante lo abbia trattato sempre benissimo.
A mio parere Dumas aveva già in mente che il conte colpisse i suoi nemici attraverso i loro figli e, a forza di pensare a come giustificare il motivo di tanto odio, aveva sviluppato l'idea delle grandi ingiustizie subite e della lunga carcerazione di Edmond: l'idea è talmente buona che l'autore trasforma il conte di Montecristo da personaggio malvagio, o almeno molto ambiguo, a protagonista positivo e, contemporaneamente, si libera di Franz che è diventato inutile (probabilmente doveva essere lui il protagonista buono che smaschera il conte).
Ripeto: è solo una mia ipotesi nata dopo una prima lettura dell'opera e non l'ho minimamente verificata!

Infine un ultimo particolare mi ha colpito: ho accennato che fra i nemici di Dantès c'è anche un “rivale in amore”? Beh, c'è anche l'ex fidanzata Mercedes, che il protagonista avrebbe dovuto sposare pochi giorni dopo essere stato arrestato: questa, dopo un anno di vana attesa del ritorno di Dantès, ne sposa il famigerato rivale dal quale ha anche un figlio.
Tutto sommato lei mi era apparsa più come una vittima (all'epoca aveva 17-18 anni ed era orfana) delle circostanze che una colpevole: invece l'autore le rinfaccia il fatto di non aver atteso Dantès o, se pensava che fosse morto, di non essersi uccisa anch'essa...
Sul finale mi aspettavo che Dantès la perdonasse e lei, rimasta vedova a 39 anni, si risposasse con lui: invece no. Dantès sì la perdona ma a sposarla nemmeno ci pensa! Anzi, nel finale, prende per moglie la sua bella schiava diciassettenne (tutte le donne del libro si sposano a 17 anni!) che per tutto il resto del libro aveva detto di amare solo come “una figlia”...
Insomma per il gusto moderno, o magari solo per il mio, questo non mi pare il miglior lieto fine...

Nota (*1): “Il conte di Montecristo” di Alexander Dumas, Ed. Newton Compton Editori, 2010, trad. di S. Di Martinis

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