«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
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» Pv. 22,17

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martedì 1 maggio 2012

Perle paterne

Non sapendo cosa scrivere faccio un po' di copia e incolla: ho ripreso l'autobiografia che mio padre sta scrivendo e ne ho selezionato alcuni degli episodi che mi hanno più colpito. Ogni brano è seguito a ruota da poche parole di commento...

Guerra
Mi ricordo di un soldatino diciassettenne tedesco, fra gli ultimi della retroguardia che lasciava Firenze, che dalla tuta troppo grande tirò fuori due o tre zollette di zucchero per i bambini che lo guardavano ammirati. Qualche tempo dopo, all'arrivo dei soldati americani, fummo letteralmente ricoperti di caramelle, dolcetti, gomme da masticare e cioccolate da qualunque soldato incontrassimo per la strada.
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Da un punto di vista storico/militare questo semplice episodio la dice lunga sulla sproporzione di mezzi, in senso lato, fra Germania e USA

Elementari-Montessori
A scuola non avevo grossi problemi, a parte una volta che feci troppi sbagli ad un compito , o forse era una giornata no per Suor Rosalia (nei ricordi di allora, un'austera e grande suora, in quelli di oggi una ragazzina carina dallo sguardo dolce e tanti brufoli in viso), e feci la prova della berlina. Le suore erano convinte che un buon metodo per capire gli sbagli e quindi non farli più era quello di portare i colpevoli, rei confessi nelle altre classi e, con i quaderni appesi sulla schiena, lasciarli un po' al pubblico ludibrio dei compagni di scuola. Devo dire che il metodo, forse non molto cristiano, funzionò benissimo, se ancor oggi mi vengono i brividi su per la schiena al ricordo della vergogna che provai allora.
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Ma... con me non avrebbe funzionato...

La divina avventura
Un altro ricordo di quegli anni è quello di quando mia sorella si ammalò, credo di itterizia. I nostri dopocena si svolgevano nella camera da letto dei miei genitori con Miriam a letto e mio fratello maggiore Franco che, spesso al lume di una candela, leggeva alla famiglia riunita,tranne mio padre che era fuori al Bar a giocare a carte, “La divina avventura”. Era questo un romanzo a sfondo storico che narrava della prima crociata ed nella mia fantasia di bambino scorrevano le immagini dei cavalieri cristiani che, fra mille difficoltà, percorrevano le terre slave per raggiungere il S. Sepolcro fra storie e leggende di quelle terre lontane.
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Ricordo che ai tempi del liceo la nonna mi prestò questo librone (vedi qui) che considerava un vero tesoro di famiglia. Quando mi dimenticai di restituirlo mi accusò perfino di aver cercato di impadronirmene! Comunque era effettivamente un romanzo molto ben scritto e molto avanti al suo tempo...

Elvira
La signora Elvira era una dolce vecchietta emiliana, tipo Signora omicidi, rimasta da tempo vedova che faceva le carte e si diceva avesse poteri di preveggenza e di magia: insomma una specie di fattucchiera che non se la sarebbe passata bene nei tempi medievali di caccia alle streghe.
Era talmente brava con le carte che molte donne venivano per sapere come stavano, dove si trovavano, e se sarebbero tornati presto i loro figli o mariti ed andavano via rincuorate dalle parole della signora Elvira. La sera dell'otto Settembre 1944, la signora andava su e giù per la strada che portava dalla stazione alla provinciale, mormorando rosari e dicendo a tutti che il giorno dopo ci sarebbe stata la pace.
La sera stessa alla radio fu letto e riletto il proclama di Badoglio che parlava dell'Armistizio!

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Eppure io credo che esistano fenomeni ancora non compresi dalla scienza...

L'episodio più bello
Poi iniziai a trattenermi fuori e a giocare con i ragazzini per la strada , ai giochi di allora: o alla guerra o a palline. C'erano dei veri e propri professionisti di questo gioco, dei figli di puttana e non solo a parole ma di fatto. Erano sempre fuori perché le loro mamme esercitavano a casa, mandando i figli a giocare per strada, e vincevano sempre loro. Mi guardavo bene da raccontare in casa con che compagni giocavo, perché pensavo i miei non avrebbero capito e per non fargli sapere le brutte cose che succedevano in quel rione. Mi ricordo una volta che era tardi e cercavo di far durare le mie palline il più a lungo possibile, non mi riusciva abbandonare il campo da gioco ma dovetti andar via, perché erano le sette e mezza e stava per tornare a casa mio padre. Il più carogna fra i ragazzini di cui sopra, capelli a spazzola, sudicio ed un occhio un po' storto, mi disse che se volevo, avrebbe seguitato lui al mio posto. Essendomi rimasta l'ultima “cheppa” (4 palline messe a piramide) andai a casa deluso e un po' arrabbiato di non avergli saputo dire di no ed avergli lasciato tutte le mie sostanze. Non vi so dire come rimasi quando, verso le otto e mezzo, si senti suonare alla porta e a mia madre che andò ad aprire apparve un ragazzetto sdrucito e sporco, che con aria ribelle ed un sacco di palline fra le mani, le disse: “Queste le ho vinte per suo figlio!” e senza aspettare risposta scomparve nella notte.
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Questo aneddoto mi piace molto: conferma che le apparenze a volte ingannino e che si può trovare orgoglio e onestà anche in chi parrebbe, per aspetto e destino, non possederle...

La cicala
I miei genitori non potevano darmi molti soldi per i miei svaghi e, delle cinquanta lire che ricevevo la domenica, al lunedì ne rimaneva solo il ricordo.
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Ma... secondo me era spendaccione!

Medie
Seguivamo un po' annoiati la lezione, quando il buon padre, dato che si era vicino a Pasqua, stava raccontando del processo a Gesù quando disse: “Allora Pilato tirò fuori l'affare di Barabba...” frase del tutto innocente, ma stranamente sia io che Rodolfo, si dette un'altra interpretazione al racconto. Poiché sedevamo nello stesso banco si cominciò a ridere, e più si cercava di smettere, più ridevamo, allora Rodolfo per farmi smettere mi dette una spinta. O non dosò bene la forza o io ero sbilanciato, fatto si è che finii col sedere per terra ridendo come un matto. Chiaramente fummo buttati ambedue fuori della porta e da allora fummo separati in maniera definitiva.
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Stupido ma divertente!

Liceo
C'era poi il professore di Matematica, soprannominato “il Pinguino”, un po' per la sua figura fusiforme, un po' per come parlava sputacchiando con una specie di erre moscia. Era un cultore della materia, ma di questo me ne accorsi molto tempo dopo, ma un pessimo insegnante. In un Liceo Scientifico si pensa che la Matematica debba essere la materia base, ed invece noi avevamo il “Pinguino”. Lui andava alla lavagna e spiegava, non so se bene o male, perché c'era una confusione incredibile: volavano palline e aeroplanini e nessuno lo prendeva sul serio, tanto alla fine del trimestre e dell'anno, dava sette a tutti. Quando proprio la confusione arrivava a livelli inaccettabili, andava alla cattedra e si copriva il viso tra le mani; all'inizio la classe si zittiva, vergognandosi di come si era comportata. A quel punto però, apriva le dita per sbirciare cosa stesse succedendo, e tutto allora tornava come prima!
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È buffo come gli studenti fiutino immediatamente quanto possano “osare” con un professore...

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