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venerdì 18 maggio 2012

Ledificio (9/10)

Era un sacco di tempo che mi dimenticavo/non avevo voglia di pubblicare una nuova puntata del racconto...
La cosa buffa è che l'ho già scritto solo che mi fa fatica fare il riassunto e mettere i link alle puntate precedenti: vabbé, questa volta sarò particolarmente breve...
Per le puntate precedenti: parte 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 8.
Riassunto: il pratogonista è sempre all'interno del misterioso edificio dal quale non riesce a fuggire. Fino a poco tempo prima aveva la compagnia di Caterina ma questa, appena trovato ciò che cercava, si era disinteressata di lui che, solo a fatica, era riuscito a seguirla. Caterina, in qualche maniera, era riuscita nell'impresa apparentemente impossibile di tornare indietro nel tempo ma, sfortunatamente, erano arrivati proprio nel bel mezzo di un conflitto: Caterina era rimasta uccisa e il protagonista si era dovuto rifugiare nuovamente all'interno dell'edificio...

-=9=-

Questa volta ebbi bisogno di molto tempo per riprendermi dallo sconforto. Quando infine mi alzai la scala era sparita. Me lo aspettavo: mi sarei sorpreso del contrario.
Non sapevo che fare. Mi sentivo tradito. Si deve capire che, il riuscire a percepire con perfetta esattezza i pensieri di Caterina dietro alle sue parole, mi aveva portato a una fortissima immedesimazione con lei. Quando poi scoprii come realmente mi considerasse mi sentii come se una parte di me stesso mi avesse tradito: era qualcosa di inconcepibile. Mai come allora fui tentato di perdermi in una delle tante stanze dell'edificio fino a dimenticare me stesso.
Eppure la mia caparbietà alla fine ebbe la meglio: non volevo arrendermi. Per ben tre volte ero stato vicinissimo a evadere dalla mia prigione: perché mai non avrei potuto avere una quarta occasione?
Provai a farmi guidare dall'istinto come mi aveva insegnato Caterina ma, senza di lei, quella strana sensazione, quel formicolio dietro la nuca, era quasi scomparso del tutto.
Camminai a lungo, forse per mesi, senza scoprire niente di nuovo. Ora che la frenesia (ma non il desiderio!) di trovare un'uscita era diminuita, quando mi imbattevo in una stanza più interessante delle altre, mi fermavo ad esaminarla. Ne studiavo gli oggetti, alcuni dei quali veramente interessanti, altri artisticamente pregevoli altri ancora semplicemente curiosi.
Cercai di capire se ci fosse qualcosa che potesse essermi utile. Notai che tutti gli oggetti, più erano complessi, e più raramente funzionavano. I dispositivi elettronici, comunque relativamente rari, non funzionavano mai e lo stesso valeva per ogni tipo di orologio. Ipotizzai che in questa realtà, dove le dimensioni basilari della fisica come il tempo e lo spazio erano chiaramente distorte, un utensile che basasse il suo funzionamento su più proprietà fisiche avesse ben poche speranze di funzionare. In pratica qualsiasi attrezzo con più di pochi ingranaggi era inutilizzabile. Inoltre non potevo lasciare incustodito nessun oggetto senza rischiare che questo sparisse: questo accadeva con maggiore facilità se lo spostavo dalla stanza dove l'avevo trovato.
Un giorno, ad esempio, trovai un grosso martello a due mani da muratore: lo presi e lo portai con me per qualche tempo. In ogni stanza che entravo sfogavo la mia frustrazione fracassando i mobili dall'aspetto più fragile: era un esercizio inutile ma molto corroborante per il mio morale...
Poi mi distrassi, lo appoggiai da qualche parte, e quando, pochi momenti dopo me ne ricordai, era sparito. Come un bambino che ha perso il suo giocattolo preferito ci rimasi molto male. In seguito mi è capitato di ritrovare altri martelli ma nessuno così grosso e pesante come quello che avevo perso...
Infine trovai questo quadernone su cui sto scrivendo adesso: raramente ne avevo trovati in così buono stato e intonsi ma non fu questo il motivo per cui lo presi con me. Quando lo vidi provai l'impulso di grattarmi il retro della testa e, solo dopo qualche inutile tentativo, mi accorsi che il prurito proveniva dall'interno: era quella sensazione che Caterina mi aveva insegnato a percepire che, in quel momento, era tornata più viva che mai. Lo presi con me e l'infilai sotto la camicia, in maniera che fosse sempre in contatto col mio corpo: questa era l'unica maniera sicura che conoscevo per non farlo sparire.
Con un po' di buona volontà non ebbi problemi a trovare un paio di lapis che mi infilai in tasca.
Ancora non sapevo bene cosa farci: fantasticavo di scriverci delle memorie ma non ne vedevo l'utilità... Allo stesso tempo però esitavo a separarmi da questo quadernone perché ero sicuro che fosse importante: avevo visto troppe stranezze per accantonare a cuor leggero una sensazione così forte.
Dopo forse due giorni mi parve di udire un suono, una specie di sussurro lontano: mi immobilizzai cercando disperatamente di identificarne la provenienza. Ma era molto difficile perché questa voce, paragonata ai lamenti di Caterina, aveva un'intensità cento volte inferiore.
Lentamente, muovendomi pian piano per la stanza, riuscii a identificare la direzione giusta. Arrivai così in una stanza diversa da tutte le altre: era di dimensioni rettangolari, piuttosto ampia, con la solita raccolta di manufatti scompagnati. Ciò che immediatamente mi colpì fu però la luminescenza grigia che non era uniforme ma che tendeva a sparire verso la parete più lontana. Là, per lo spazio di un paio di metri, era tutto buio e, nell'oscurità, risaltava come un fulmine nella notte una specie di fenditura luminosa.
Inutile dire che la voce proveniva proprio da quella direzione. Mi precipitai e, nel buio, incespicai in quello che credo fosse un secchio di legno ma quasi nemmeno me ne accorsi: la voce, benché fievole, adesso era comprensibile e, con mio grandissimo stupore, stava chiamando il mio nome!

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