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sabato 7 maggio 2016

Il valore della diversità

Ormai quasi una ventina di anni fa partecipai a un incontro organizzato all'università dalla (mi pare!) JP Morgan. Un distinto signore inglese, accompagnato da un paio di ragazzi in giacca e cravatta, fecero una presentazione in inglese ai neolaureati prospettando un'interessante possibilità di lavoro in Scozia, (mi pare!) a Glasgow.
Finita la presentazione chiese se ci fossero domande: calò il silenzio. Ebbi la sensazione che pochi avessero abbastanza padronanza dell'inglese per capire ciò che era stato detto e ancor meno avessero voglia di esporsi sfoggiando la propria abilità nella lingua di Albione...
Un po' in imbarazzo per i miei colleghi decisi quindi di essere io a rompere il ghiaccio e posi una domanda che effettivamente mi incuriosiva. Col mio orribile inglese chiesi come mai fossero venuti a cercare neolaureati in Italia invece che assumere direttamente in Scozia: infatti sospettavo erroneamente che cercassero lavoratori da sottopagare...
Il tizio mi rispose che loro valorizzavano la diversità e che per questo cercavano di formare delle squadre di lavoro con le più svariate formazioni culturali.
Ricordo che all'epoca tale risposta non mi convinse molto e mi sembrò anzi un'affermazione un po' fumosa, di circostanza, alla quale lo stesso tizio non credesse molto: dopo tutto, pensavo, quello che conta sono i singoli che, se sono in gamba, fanno la differenza...

La mia memoria non sarà più quella di un tempo ma ciò che mi colpisce (o che mi ha colpito!) continuo a ricordarmelo: e nell'ultima lezione del corso di modellizzazione (v. Corso sulla modellizzazione) ho finalmente potuto rimettere insieme i pezzi del rompicapo!

Nella quinta lezione il professor Page ha iniziato ad affrontare la teoria per la risoluzione di problemi generici. Provo a riassumere rapidamente teoria e definizioni.
Per ogni possibile soluzione “a” si definisce una funzione F che ne indica l'efficacia: F(a) ci dice quindi quanto è buona la nostra soluzione e il nostro obiettivo è trovare un “a”, appartenente all'insieme di tutte le possibili soluzioni, tale che F(a) abbia il valore massimo.
La rappresentazione dell'insieme di tutte le possibili soluzioni è chiamata “Prospettiva”: in altre parole la prospettiva è la nostra personale codifica del problema nella nostra mente, come cioè lo visualizziamo.
Altro elemento fondamentale è la nostra “Euristica”: ovvero la maniera con cui cerchiamo la soluzione migliore. In altre parole è la strategia che usiamo per passare da una soluzione a una successiva. Moltissime strategie sono possibili (da totalmente casuale, alla “salita della collina”, a “prima il più difficile” o, al contrario, “prima il più facile”, etc...) ed esiste perfino un teorema (Wolpert & McCready) che dice che non esiste un'euristica migliore delle altre se si prende in considerazione l'insieme di tutti i possibili problemi! Si tratta di un risultato negativo ma, nel concreto, in base al tipo di problema, alcune strategie sono più efficaci di altre...

Ci possiamo immaginare la prospettiva come il seguente grafico:

Oltre alla soluzione ottima (“Best”) esistono altre tre soluzioni, dette ottimi locali, che sono migliori delle altre soluzioni a loro più prossime: ovvero, se ci spostiamo un poco più a destra o a sinistra di esse l'efficacia diminuisce.
L'euristica è la maniera in cui navighiamo tale grafico ma qualsiasi sia la nostra strategia esiste sempre la possibilità che ci porti a individuare un ottimo locale invece della soluzione migliore in assoluto. Nell'esempio proposto Tizio ha individuato grazie alla sua euristica solo gli ottimi locali indicati dalle frecce verdi....

E qui entra in ballo l'utilità della diversità!
Un'altra persona, a causa di una diversa preparazione e diverse esperienze, di fronte allo stesso problema può avere una prospettiva e un'euristica completamente diverse:

Anche Caio non ha trovato la soluzione ottima ma una delle sue due soluzioni è in grado di “sbloccare” Tizio: lavorando a partire dalla soluzione (ottima locale) di Caio, Tizio potrà (in questo esempio!) trovare la soluzione ottima (*1).

In generale, esiste anche in questo caso un teorema, secondo il quale la soluzione individuata da una squadra appartiene all'intersezione dei possibili ottimi locali (che variano in base alle diverse prospettive individuali) dei singoli membri.
Maggiore quindi è la varietà di conoscenze ed esperienze di una squadra e più probabile sarà trovare la soluzione ottima (*2).

Non so quante aziende in Italia ricerchino questo tipo di diversità nei propri gruppi di lavoro e, se anche lo fanno, se sono a conoscenza di questa giustificazione teorica...
Eppure, già vent'anni fa la JP Morgan, e probabilmente tutte le multinazionali americane dell'epoca, erano già pienamente consapevoli della maggiore efficienza di squadre di lavoro composte da persone dotate di background diversi.

Conclusione: il professor Page non mi entusiasma ma il corso di modellizzazione si sta rivelando molto più interessante del previsto...

Nota (*1): non è esattamente così: dovrei fare delle piccole modifiche ai grafici ma non ne ho voglia... comunque dà l'idea...
Nota (*2): in realtà anche il lavoro di squadra ha i suoi problemi come ad esempio la comunicazione o la possibilità di valutare erroneamente una proposta altrui...

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