«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

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domenica 3 luglio 2016

Aristotele mattina e sera

«Aristotele fue grande filosofo. Un giorno venne a lui un giovane, con una nuova domanda, dicendo cosìe: - Maestro, io ho veduto cosa, che molto mi dispiace all'animo mio: ch'io vidi un vecchio di grandissimo tempo, fare laide mattezze. Onde, se la vecchiezza n'ha colpa, io m'accordo di voler morire giovane, anzi che invecchiare e matteggiare. Onde, per Dio, metteteci consiglio, se essere può! - Aristotele rispose: - Io non posso che consigliare che, invecchiando, la natura non muti in debolezza il buon calore naturale: [se verràe] meno, la virtù ragionevole manca. Ma, per la tua bella provedenza, io t'apprenderò com'io potrò. Farai così: nella tua giovinezza, tu userai tutte le belle e piacevoli ed oneste cose, e dal lor contrario ti guarderei, al postutto. E quando sarai vecchio, non per natura, né per ragione, viverai con nettezza; ma per la tua bella e piacevole lunga usanza, ch'avrai fatta. »

Questo è il racconto LXVIII de Il novellino – (le ciento novelle antike), di anonimo (fine XIII secolo), Ed. B.U.R., 1957, a cura di Pia Piccoli Addoli (*1).
L'ho letto proprio ieri mattina e mi ha lasciato piuttosto indefferente: un giovane ha visto un anziano che, perduta la ragione, si comporta malamente e, non volendo fare la sua stessa fine, chiede ad Aristotele cosa può fare. Il filosofo gli risponde che non ha suggerimenti su come evitare di perdere la ragione però gli suggerisce di abituarsi fin da giovane a fare e comportarsi rettamente: in questa maniera anche in vecchiaia, non per natura né per ragione ma per abitudine, continuerà a vivere degnamente.

Insomma niente di particolarmente notevole o divertente. E anche il suggerimento in sé non mi pare particolarmente saggio né, certamente, arguto. La maggior parte degli altri racconti sono molto più interessanti. E allora perché ho riproposto proprio questa novella sul mio viario?

Il motivo è la solita serendipità che non manca mai di stupirmi e sorprendermi!
Proprio ieri pomeriggio, senza lontanamente pensare al racconto letto al mattino, ho deciso di andare avanti nel corso di filosofia della giustizia e morale. Zitto zitto (nel senso che non ci ho scritto pezzi!) sono infatti arrivato alla 19° lezione e dalla 18° si era iniziato ad affrontare proprio Aristotele.
Nella 18° lezione si era studiato, senza scendere nei dettagli, il ragionamento teleologico (che niente ha a che vedere col racconto precedente); ma nella 19° lezione si passa invece a delle applicazioni concrete e, in particolare, si esamina la visione che Aristotele ha della politica.

Per motivi che non andrò a spiegare per non divagare troppo dall'argomento odierno, secondo Aristotele, ogni uomo per realizzarsi pienamente dovrebbe impegnarsi in prima persona nella vita civile della propria città, ovvero in politica. Ma perché Aristotele rimarca la necessità del coinvolgimento diretto? Non potrebbe essere sufficiente studiare la politica da un maestro o su dei libri?
E qui arriva la parte interessante: per Aristotele questo impegno civile, che a sua volta porta alla piena realizzazione dell'individuo incrementandone la virtù, non può essere appresa in maniera astratta ma va praticata direttamente. Così come per imparare a suonare la chitarra non è sufficiente leggere un libro (sigh!) ma ci si deve allenare e far pratica con lo strumento, anche per la politica è necessario il coinvolgimento diretto. Il motivo è che bisogna imparare a notare dettagli e sottile dipendenze che non si possono ridurre a regole o definizioni (memorizzabili con lo studio) e che quindi vanno provate direttamente.

Questo passaggio ha gettato nuova luce sul racconto letto in mattinata: prima di tutto non è un caso che il protagonista di tale novella non sia Socrate, Diogene o Seneca (già apparsi in altre novelle) ma proprio Aristotele.
Come si è visto è infatti caratteristico di Aristotele il richiamo all'esperienza diretta per la formazione dell'individuo. In altre parole l'autore della novella si è veramente ispirato, magari distorcendone un po' il significato, all'opera del filosofo greco! Chissà: magari l'origine della novella è molto antica e risale a un periodo in cui l'insegnamento dello Stagirita era più noto...

Conclusione: qual era la probabilità di leggere lo stesso giorno quel racconto e, successivamente, la sua “spiegazione”? A me pare incredibile!

Nota (*1): di questo libro in sé probabilmente scriverò quando avrò terminato di leggerlo.

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