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martedì 12 luglio 2016

Divagazione morale

Oggi scrivo a braccio senza sapere dove voglio arrivare ma, più che altro, proprio per chiarirmi le idee.

Da un paio di giorni mi frulla per la testa la seguente domanda: gli obblighi morali possono avere un fine ultimo diverso dal bene?

Sembra una domanda semplice e dalla risposta evidente ma le implicazioni sono importanti.

Se la risposta è affermativa c'è il problema di definire quale sia il “bene”. La definizione più ovvia mi pare quella di “corretta vita” ma in questo caso il “bene” dipenderebbe dalle tradizioni e sarebbe quindi variabile. A sua volta anche la morale non sarebbe la stessa per tutti e ciò mi parrebbe una contraddizione.
Si potrebbe pensare di riferirsi a un “bene” superiore comune a tutte le culture: ma in questo caso cosa sarebbe? Esistono davvero dei principi di bene comuni a ogni cultura? Anche il caso estremo del “non uccidere” in realtà è un “dipende” visto che in molte nazioni vige la pena di morte.

Per Kant la morale è il risultato degli imperativi categorici, ovvero della ragione. Ma la ragione applicate a cosa? Cosa si prefigge la ragione per ideare i propri imperativi? Possibile che sia costruita per proteggere la propria autonomia? In tal caso mi sembrerebbe sì universale ma anche molto limitata (ed egoistica).

Ma allora ha ragione Aristotele e si deve partire dallo scopo di un qualcosa per definirne il corretto uso?

Insomma sono un po' confuso...

Per non parlare poi che questa mia domanda può essere letta anche in maniera diversa, tipo: qual è lo scopo ultimo della morale?

Che, attenzione, non è la stessa cosa che valutare un'azione dal suo risultato! In ciò sono d'accordo con Kant: la moralità di un'azione non deve essere valutata dai suoi effetti. Ma questo non significa che la decisione morale non abbia uno scopo ultimo, ovvero a lungo termine o semplicemente ideale.
Ma parlare di “scopo ultimo” ci riporta al punto di partenza: ovvero alla prima versione della domanda...

Ho appena fatto la seguente riflessione: se vediamo la morale come una serie di regole per stabilire quale debba essere il nostro “giusto comportamento” (lasciando in sospeso quale sia l'obiettivo di esso) non potrebbe esserci un'analogia con la matematica e, in particolare, con i teoremi di incompletezza di Gödel? Cioè che, indipendentemente dalla nostra etica (la formalizzazione delle nostre regole morali), esisteranno comunque delle situazioni ambigue non definibili né analizzabili da essa?

D'accordo questo è plausibile ma è un fattore indipendente dallo scopo della morale: al massimo toglierebbe un po' di importanza a tale problema... Qualsiasi morale infatti, in quanto incompleta, non potrebbe mai essere universale.

Adesso sto propendendo per l'idea che lo scopo della morale debba essere il “retto vivere” (definito senza basarsi su valori di una particolare cultura) e che, indipendente dalla sua definizione, esisteranno dei casi in cui l'obbligo morale andrà in conflitto con ciò che è percepito essere il “bene” comune da una data società.

Ora mi basterebbe dare una definizione al “retto vivere” (che essendo stabilita da me sarebbe arbitraria e quindi indipendente da una particolare cultura al netto di quanto io stesso sia influenzato dalla mia!) per poterne analizzare più attentamente le conseguenze...

Conclusione: in sospeso. Apparentemente però (salvo l'approfondimento che farò a breve) la risposta alla mia domanda iniziale non è l'ovvio “sì” ma uno sconcertante “no”...

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