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domenica 21 aprile 2013

L'uomo e i suoi simboli

Non so se riesce a indovinare il filo logico che lega insieme i libri che leggo: in realtà non è facile perché ne seguo almeno due o tre. Due per i libri di storia, un altro per i romanzi classici e forse un altro ancora sulla religione: e poi ci sono le eccezioni fatte consapevolmente e quelle invece nate sull'impulso del momento. Recentemente (v. Miti nordici) avevo accennato al mio interesse per i simboli mentre più volte avevo parlato delle mie letture giovanili di Freud (non sto a fornire collegamenti: basta usare la funziona di ricerca sul sito per trovarne vari esempi...) mi è sembrato così inevitabile passare alla lettura di L'uomo e i suoi simboli di Carl Gustav Jung, Ed. Euroclub, 1996, traduzione di Roberto Tettucci.

In realtà il libro è una raccolta di saggi di cui solo il primo è firmato Jung mentre gli altri sono stati scritti da suoi allievi (*1). Al momento ho letto interamente solo lo scritto di Jung e sono a metà di quello del primo coautore: sto leggendo anche questo secondo saggio perché mi sono reso conto che è funzionale a spiegare e approfondire quanto scritto da Jung altrimenti non ci perderei tempo...

Il saggio di Jung si intitola L'uomo e i suoi simboli ma prima di entrare nei dettagli voglio fare un paio di considerazioni preliminari.
Ho avuto notevoli difficoltà a seguire il pensiero di Jung: nonostante leggessi con attenzione sono dovuto tornare più volte indietro a rileggere delle pagine poco chiare e, nonostante questo, molto spesso non sono riuscito a dileguare le mie perplessità.
La colpa non è della traduzione (almeno mi pare!) ma da come Jung spiega le sue idee: dopo i primi capitoli introduttivi, che scorrono bene, quando inizia ad affrontare gli archetipi e la loro relazione con i sogni non si sofferma ad evidenziarne gli aspetti principali e poi i particolari ma fa un unico discorso continuo, come un monologo, come che chi leggesse dovesse affrettarsi a prendere appunti di quello che sente. Soprattutto fanno difetto gli esempi. Freud era bravissimo a divulgare le sue idee: prima spiegava il concetto e poi raccontava svariati casi che chiarivano bene cosa intendesse.
Jung invece fa un esempio solo per volta e non si sofferma mai a spiegare quale siano le corrispondenze fra la sua teoria e gli elementi del sogno col risultato che spesso si resta nell'incertezza di cosa corrisponda a cosa...

Come dicevo i primi capitoli introduttivi scorrono bene: l'importanza dei sogni e dell'inconscio (*2) sono ormai dei valori acquisiti sui quali, credo, anche l'uomo comune che non sa niente di psicologia, si trova d'accordo.
È anche curioso scoprire quanto Jung credesse alle premonizioni dei sogni: e non si tratta di fenomeni più o meno spiegabili come sognare di aver male allo stomaco e qualche tempo dopo scoprire di avere là una malattia che non si era ancora manifestata. Casi come il precedente sarebbero ancora spiegabili razionalmente ma Jung credeva invece che se un alpinista sogna di cadere da una montagna allora rischia realmente che questo succeda (*3)!
Scrive Jung: «Se gli avvertimenti dei sogni non vengono presi in considerazione, possono accadere veri e propri incidenti; la vittima può cadere dalle scale o avere un incidente d'auto.»

Per questo leggendo Jung ho dovuto dissociare dalle sue idee i principi non proprio scientifici: questo ovviamente ha contribuito a complicarne la lettura.
Poi spiega molti concetti condivisibili: i sogni come compensazione dei disagi del conscio, il significato dei sogni è estremamente personale e quindi non si possono usare “manuali” per interpretarli, etc...
Lentamente Jung introduce la considerazione che non tutte le immagini dei sogni sono un riflesso del conscio: accanto a immagini che hanno un rapporto con la quotidianità del sognante ci sono dei simboli, comuni a più persone, che sfuggono a questo tipo di associazione. Jung ritornerà solo nei capitoli seguenti su questo elemento che sarà il cardine caratterizzante della sua teoria...
Jung spiega la presenza dei simboli nei sogni come frutto dell'archetipo.
Ora se qualcuno ha una definizione chiara e semplice dell'archetipo me la faccia avere perché io leggendo Jung ne sono rimasto molto confuso: alla fine sono giunto a una mia interpretazione, che mi pare estremamente credibile, ma non sono sicuro sia esatta!
Ok: volevo provare a ripercorrere il filo logico usato da Jung per mettere insieme il concetto di archetipo ma, non avendolo capito, non ne sono capace! Passo quindi al piano B e fornisco direttamente la mia interpretazione.

La mente dell'uomo è frutto di migliaia d'anni di evoluzione. Al vertice di essa stanno tutte le funzioni razionali che usiamo ogni giorno. Eppure non siamo guidati esclusivamente dalla mente conscia: così come gli animali hanno i loro istinti (e nessuno si sognerebbe di negarlo) così anche le azioni dell'uomo sono influenzate, magari senza rendercene pienamente conto, dagli istinti. Ecco, nei sogni gran parte delle immagini sono i “riflessi” della nostra attività conscia: per queste il sognante è in grado, mediante associazioni d'idee, di arrivare all'elemento conscio che le ha provocate. Ci sono poi i simboli, contrapposti alle immagini, per i quali tale libera associazione non porta a nulla: il motivo è che i simboli non sono un riflesso dell'attività della mente conscia ma di quella parte inconscia governata dall'istinto: in altre parole i simboli sono “l'ombra” con la quale gli istinti si manifestano nei sogni. Questo è il motivo per cui tali simboli sono condivisi più o meno da tutte le persone: lo sono proprio perché derivano dagli istinti che sono a loro volta universali fra tutte le persone.
Poi la teoria è più complessa: Jung distingue infatti fra archetipi naturali, quelli che io faccio risalire agli istinti, e quelli culturali che derivano dal condizionamento che ci viene dalla civiltà in cui viviamo (ad esempio, nel mondo occidentale, il simbolo della croce).

Insomma io l'archetipo, dopo una lunga riflessione, l'ho capito così! Chi ne sa più di me è pregato di correggermi e/o precisare meglio: grazie!

Non solo. Proprio perché gli archetipi sono dei simboli comuni a tutti gli uomini, in quanto derivano non dalle singole esperienze personali ma dall'istinto umano, allora, il loro potente simbolismo è ritrovabile nella mitologia (e poi nell'evoluzione di questa: la religione) che, secondo Jung, è stata pesantemente influenzata proprio da questi.
Si arriva così alla conclusione apparentemente sorprendente che per essere un bravo psicanalista, ed essere quindi in grado di riconoscere immediatamente gli archetipi nei sogni dei pazienti, è necessaria una vasta cultura nella mitologia! Non necessariamente quella classica greco-romana ma la mitologia di tutto il mondo visto che gli istinti umani, e quindi gli archetipi, sono universali.

Il saggio termina con un'interessante quanto complessa riflessione sull'equivalenza fra il complesso personale per l'uomo, e il mito (leggi “religione”) per la società. Partendo da questa analogia Jung spiega in maniera psicologica la crisi di valori dell'uomo moderno (occidentale).
La società occidentale finendo per affidarsi, ma soprattutto credere, solo alla ragione ha perduto senza accorgersene il conforto dei miti archetipi insiti nelle religioni: la conseguenza è che l'effetto di compensazione che la religione dovrebbe garantire alla società ne è stato fortemente sminuito.
Nelle parole di Jung: «L'uomo moderno non si rende conto di quanto il suo “razionalismo” … lo abbia posto alla mercé del mondo sotterraneo della psiche. Egli si è liberato (o crede di essersi liberato) dalla “superstizione”, ma in questo processo egli è venuto perdendo i suoi valori spirituali in misura profondamente pericolosa. La sua tradizione morale e spirituale si è disintegrata, e ora egli paga lo scotto di questo suo naufragio nel disorientamento e nella dissociazione generali.» e anche «Gli uomini {si riferisce ai “primitivi” venuti improvvisamente a contatto con la civiltà moderna} perdono il significato della propria vita, la loro organizzazione sociale si disintegra ed essi stessi decadano moralmente. Noi ci troviamo attualmente nella medesima condizione senza però esserci mai reso conto di ciò che abbiamo perduto...»

Vorrei concludere con un aneddoto, ovvero la spiegazione di mio padre della teoria degli archetipi di Jung (anche se non li chiamò così) che mi diede quando ero piccolino. Siccome sono già arrivato alla lunghezza critica di tre pagine mi limito a riportare cosa risponde Jung alla spiegazione di mio padre: «I miei critici hanno sempre erroneamente sostenuto che io presupponga l'esistenza di “rappresentazioni ereditarie” e su questa base hanno liquidato l'idea di archetipo come mera superstizione.» (*4)

Conclusione: difficile ma interessante.

Nota (*1): stranamente, anche e soprattutto considerando l'epoca, ben tre dei quattro coautori sono donne. Inoltre, poche settimane fa, ho visto un film di Cronenberg (non ricordo il titolo) che parla del rapporto fra Jung e Freud e nel quale ha un ruolo prominente una paziente che diventerà discepola e collega del primo (nonché amante per un po'). Come mai Jung si trovava così bene a collaborare con le donne?

Nota (*2): non lo sapevo ma il termine “inconscio” (in pratica tutto ciò che non è conscio) lo si deve a Jung e non a Freud.

Nota (*3): In realtà poi lo stesso Jung getta acqua sul fuoco spiegando che non c'è “niente di magico” e che il sogno dell'alpinista indicava che questi cercava la morte per risolvere definitivamente i suoi problemi (e questo rendeva un possibile errore durante la scalata più probabile). Ma si capisce che Jung lo scrive non perché lo creda ma per dimostrare equilibrio: nei capitoli successivi sono riportati i sogni di una bambina che, secondo Jung, “prevedono” la propria morte oltre un anno prima che questa avvenisse...

Nota (*4): Per i curiosi: mio padre mi aveva raccontato, come esempio di sogno archetipo, di una luna che diventava sempre più grande fino a cadere sulla terra con la spiegazione che nel passato remoto dell'umanità doveva esserci un altro satellite molto più piccolo (o magari un meteorite) che era effettivamente caduto impressionando indelebilmente i nostri antenati che, per generazioni e generazioni, avrebbero continuato a sognare lo stesso evento. Questo è esattamente l'esempio di memoria razziale di cui Jung nega invece l'esistenza!

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