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mercoledì 20 aprile 2016

Abbasso le bugie bianche!

Come deciso (v. conclusione di Cervello evaso) ho ripreso a seguire il corso di filosofia che avevo momentaneamente lasciato indietro a causa dell'irritazione provocata dal terribile acquisto di Fondazione della metafisica dei costumi (v. Tuffo nel passato). La mia buona volontà è stata subito premiata: leggendo la lettura della dodicesima lezione mi sono imbattuto in un interessante aspetto dell'imperativo categorico di Kant.

Ma prima un bel passo indietro...
Onestamente non ricordo se su questo viario io abbia mai affrontato il tema delle bugie “bianche” o “a fin di bene”. Di sicuro ne ho dibattuto a lungo con una mia amica che ne era fautrice: con calma (*1) proverò più tardi a cercare tali epistole ed eventualmente copierò qui qualche frammento delle mie argomentazioni...

Io sono da sempre contrario alle bugie “a fin di bene”. Ricordo che quando avevo 4 o 5 anni, ed ero ospite degli zii, mia cugina (di qualche anno più grande) mi fece un brutto tiro: mi ero provocato un minuscolo taglietto a un dito e lei propose subito di disinfettarlo usando un profumo. Io ero molto scettico al riguardo ma le mi assicurò che non avrei sentito alcun male: alla fine acconsentii e subito il mio dito fu scottato dall'alcool contenuto nel profumo. Mi arrabbiai moltissimo, non tanto per il dolore, quanto per essere stato ingannato: io le avevo espressamente chiesto se avrei sentito male e lei mi aveva assicurato di no.
Pochi minuti dopo mia zia venne a controllare cosa stavamo combinando: mia cugina le disse chiaramente come mi aveva ingannato e la zia le rispose che aveva fatto bene. Che mi ricordi ancora questo dettaglio dimostra quanto disapprovai anche l'atteggiamento di mia zia.

Negli anni seguenti ho mantenuto la mia forte antipatia per le bugie, anche se a fin di bene, senza però preoccuparmi di giustificare moralmente la mia avversione a esse. Poi finalmente, come anticipato, mi imbarcai in una lunga discussione “teorica” con la sopraccitata amica...
La mia argomentazione principale era che nessun uomo può conoscere quale sia il “bene” per un'altra persona perché non avendo vissuto la sua vita non ne può conoscere il più intimo punto di vista. Al contrario una bugia bianca, con le sue informazioni incorrette, può portare chi è da essa ingannato a prendere delle decisioni sbagliate. Insomma dicendo una bugia bianca ci si prende anche la responsabilità di poter essere potenzialmente la causa di guai proprio alla persona che volevamo proteggere. Vedevo cioè una grande superbia nell'illudersi di riuscire a sapere cosa fosse meglio per un'altra persona.
E la mia amica cosa replicava? Onestamente non lo ricordo!
Ma proprio perché non ricordo le sue argomentazioni sono piuttosto sicuro che fossero generiche e basate su motivazioni pietistiche: essenzialmente (suppongo!) riteneva sbagliato far soffrire un'altra persona se si fosse potuto evitarlo.

Nella lettura del professor Sandel ho trovato proprio la spiegazione di questo apparente dilemma morale. Ovvero: l'imperativo categorico di Kant equivale al “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”?
Vale la pena precisare che questa domanda scaturisce dalla formulazione della “legge universale” che in pratica è una specie di verifica per stabilire se la legge morale che ci siamo dati sia veramente tale: essa consiste nel chiedersi se questa legge morale sarebbe universalmente ritenuta tale anche da tutte le altre persone. Da qui l'apparente somiglianza con la massima del non fare agli altri ciò che non si vorrebbe fosse fatto a noi.
L'esempio del professor Sandel è brutale ma chiarissimo: supponiamo che vostro fratello sia improvvisamente morto e che voi andiate a trovare la vostra anziana madre, debole e ammalata. Essa vi chiede notizie di vostro fratello, voi come le rispondete?
Voi potreste pensare che, al suo posto, non vorreste sapere la verità o magari, semplicemente, non volete rischiare di darle un dolore fatale: per queste ragioni potreste decidere di mentirle...
Kant non la vede così: per quanto la pietà e la compassione ci spingano a mentire, il rispetto che si deve a un altro essere senziente (come tale fine per se stesso e non mezzo) ci dovrebbe obbligare a dirle la verità. Aggiungo io che questo rispetto, in ultima analisi, equivale proprio a non presumere di sapere cosa sia meglio per un'altra persona.
Nelle parole di Kant: «Dal punto di vista dell'imperativo categorico, [ovvero della “cosa giusta da fare”] mentire a vostra madre preoccupandosi dei suoi sentimenti equivalerebbe verosimilmente a considerarla come un mezzo per il suo personale appagamento piuttosto che a rispettarla come essere razionale»

Conclusione: sempre nella stessa lettura ho poi trovato conferma a una mia teoria. In No, I Kant scrissi:
«Per la cronaca mi lascia perplesso questo guardare unicamente allo scopo infischiandosene dei mezzi, oppure questa morale che pare individuale (con le possibili contraddizioni che comporterebbe) più che universale...
Ma, come detto, ancora non mi sbilancio: già intravedo possibili spiegazioni alle mie perplessità (**4) e, dovendo ancora leggere la selezione di brani di Kant per questa lezione, preferisco aspettare...

Nota (**4): i “mezzi” potrebbero essere visti come catene di atti dove, ciascuno di essi, deve essere a sua volto moralmente giustificato; oppure, dato che la ragione è comune a tutti gli uomini, le regole morali che questa stabilisce saranno più o meno conformi fra loro...
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La risposta di Kant è la seconda ipotesi che espressi nella quarta nota ovviamente spiegata in maniera molto più elegante e chiara di quanto abbia fatto io. Questo nella traduzione in inglese: nella mia (sigh!) traduzione in italiano Kant appare come un indemoniato logorroico scappato da un manicomio... oppure uno di quei programmi che simulano il linguaggio umano scrivendo interi testi che però hanno un significato e una coerenza logica solo apparente...
Mi rendo conto di non aver ancora completamente “digerito” l'acquisto per 9,50€ (9,50€!!! un albero è morto inutilmente!!) di Fondazione della metafisica dei costumi di Kant, Editori Laterza, trad. Filippo Gonnelli.

Nota (*1): si tratta di epistole scritte forse due, tre o forse più anni fa e per questo non sono sicuro di riuscire a ritrovarle: preferisco quindi prima scrivere questo pezzo e poi dedicare un po' di tempo alla loro ricerca...

Modificato 20/4/2016: ho notato che avevo già inserito un marcatore "bugia" e andando a verificare di cosa si trattasse ho trovate il pezzo Bugie a fin di bene. Consiglio di rileggerlo: in particolare, senza volerlo, spiego molto bene cosa Kant intendesse con "considerare una persona come un mezzo per l'appagamento della stessa"...

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