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mercoledì 26 agosto 2015

Decameron, terzo giorno: tradimento!

Diversamente dalle precedenti puntate non ho preso appunti durante la lettura: ottimisticamente pensavo di ricordarmi gli aspetti più interessanti...
Invece, colpa anche di una lettura che si è prolungata più del previsto, non ricordo nulla!

L'idea è quindi quella di scorrere i vari racconti e vedere se mi si accende qualche lampadina.
Comunque un commento generale posso già farlo: la giornata contiene tutti racconti a sfondo sessuale mentre nella seconda (v. Decameron, secondo giorno) ve ne era solo un paio.
Per racconto a sfondo sessuale non intendo scene esplicite di sesso (al massimo si ha una frase con una colorita metafora), quanto piuttosto che l'atto sessuale rientra negli obiettivi del protagonista e, pertanto, sia fondamentale nella trama della relativa novella.
Questa tendenza mi ha sorpreso perché il tema della giornata (dalla seconda in poi tutte le novelle, esclusa l'ultima di Dioneo che ha chiesto e ottenuto di esserne esonerato, devono basarsi su un argomento ben preciso) era su come le persone, usando la propria astuzia e intelligenza, riescano a conseguire i propri scopi. Insomma mi sarei aspettato novelle in cui il protagonista ha la meglio su un prepotente, che raddrizzi un torto subito o simili, mentre invece l'“...alcuna cosa molto da lui desiderata...” è sempre la stessa...

Nella prima novella Masetto, un villico grezzo (ma di bell'aspetto), scopre che un piccolo monastero è rimasto senza uomo di fatica e subito pensa che là potrà trovare fortuna. In realtà non ha in mente il proprio benessere economico ma quello sessuale: venendo a sapere delle giovani monache del convento l'autore scrive «A Masetto... ...venne nell'animo un disiderio sí grande d'esser con queste monache che se struggea...».
Il resto della novella conferma che l'obiettivo principale di Masetto fosse proprio quello di prendersi il proprio piacere con le giovani monache anche se poi, in tarda età, torna al proprio villaggio da benestante. Interessante anche il fatto che la sua vita sia giudicata di successo grazie ai molti figli avuti “discretamente” da numerose monache.

Nella seconda novella un umile palafreniere riesce a “giacere” con la propria (inconsapevole) regina: la trama ha un buon colpo di scena col fatto che il re scopre immediatamente il tradimento e con uno stratagemma crede di aver incastrato il colpevole che ha preso il suo posto. Il re viene però battuto in astuzia ed elegantemente, almeno con sé stesso, ammette la propria sconfitta: «Costui, il quale io vo cercando, quantunque di bassa condizion sia, assai ben mostra d'essere d'alto senno»

Nella terza novella è invece una donna la protagonista ma l'obiettivo non cambia: ella vuole far in modo «...che 'l piacer di lei avesse intero effetto», ovvero avere una relazione col bel giovane di cui si è innamorata vedendolo dalla finestra.
La donna è però sposata e la difficoltà principale (elemento interessante) pare essere quella di comunicare col giovane senza destare sospetto. La novella si basa quindi sul ruolo di un buon frate che inconsapevolmente imbrogliato riferisce i reciproci messaggi che la coppia si manda.
Comunque questa è la prima novella dove un religioso è dipinto senza vizi seppure, nella propria purezza, facilmente gabbato dalla donna. Da notare come poi la protagonista, forse senza bisogno ma per prudenza, accompagni le proprie richieste con dei ricchi doni al frate e alla Chiesa che sicuramente contribuiscono a renderlo più malleabile. Aggiungo io: timeo Danaos et dona ferentes!

Come per non smentire la visione complessivamente negativa del clero, nella quarta novella, si ha un monaco, don Felice, che si fa gioco della fede di un pio ex mercante per tradirlo con la moglie di lui proprio mentre egli esegue le penitenze che il protagonista gli ha imposto.
Da notare che tutte le mogli che tradiscono il proprio marito lo fanno perché, magari per motivi diversi (religiosi, di età, etc...), vengano da essi sessualmente trascurate oppure ne sono inconsapevoli (come la regina della seconda novella). Evidentemente il Boccaccio la ritiene una giustificazione più che sufficiente e, infatti, le adultere sono sempre mostrate sotto una luce positiva.

Un'eccezione (ma forse no) parziale è data dalla novella successiva dove la bellissima moglie di un ricco mercante, poi comunque sedotta dallo Zima, non è inizialmente attratta da lui e non mi pare (ma forse ricordo male) che venga menzionato che il marito la trascuri: però ho la forte sensazione che il marito tirchio fosse più interessato al denaro che a lei...

Invece la sesta novella mi smentisce in pieno! Ricciardo è innamorato della bella Catella, moglie di Filippello, ma lei pur conoscendone l'amore non lo prende in considerazione.
Ricciardo però, sfruttando la gelosia di Catella per il marito, con uno stratagemma, facendole credere di essere il consorte infedele, riesce a procurarsi una notte di sesso con lei. Quando alla fine Ricciardo le rivela la propria identità inizialmente Catella non lo denuncia solo per evitare lo scandalo. Poco dopo però, visto che Ricciardo è un migliore amante di Filippello («E conoscendo allora la donna quanto più saporiti fossero i basci dell'amante che quegli del marito, voltata la sua durezza in dolce amore verso Ricciardo, tenerissimamente da quel giorno innanzi l'amò, e savissimamente operando molte volte goderono del loro amore.»), finisce per accettare e godere della relazione con lui.
Cercando la morale di queste novelle, ovvero quando l'autore ritenga lecito che la donna tradisca il vincolo matrimoniale, mi pare significativo “l'amò” della frase sopra riportata: evidentemente il maggior piacere dato dall'amante non sarebbe da solo giustificazione sufficiente per tradire il marito, è necessario anche l'amore. Che il marito non sia limitato in alcun modo dal giuramento matrimoniale sembra che venga invece dato per scontato...

Nella settima novella invece la relazione adultera, apparentemente ben avviata fra monna Ermellina (moglie di Aldobrandino) e Tedaldo, improvvisamente viene interrotta senza alcun motivo apparente dalla donna. Tedaldo sopraffatto dal dolore diviene mercante e cerca (e fa) fortuna all'estero. Tornato in patria scopre di essere stato creduto morto e proprio Aldobrandino è stato incarcerato per il suo omicidio e rischia la forca perché ha confessato (*1) la colpa.
Gli elementi interessanti sono due: 1. si scoprirà che il motivo per cui Ermellina troncò la relazione con Tedaldo fu a causa di un religioso che la atterrì con la minaccia delle pene dell'inferno; però, come l'autore sottolinea per bocca di Tedaldo, in realtà il chierico non era sincero nella sue fede ma semplicemente voleva che ella rimanesse fedele al marito per poi poter essere lui (o un altro religioso) ad approfittarne: «Essi sgridano contra gli uomini la lussuria, acciò che, rimovendosene gli sgridati, agli sgridatori rimangano le femine...».
2. Tedaldo, invece di approfittare della circostanza favorevole sposando Ermellina una volta rimasta vedova, decide di scagionare Aldobrandino riuscendo comunque a ottenere l'amore della donna: «Tedaldo... ...perseverò nel suo amare, e senza più turbarsi la donna, discretamente operando, lungamente goderon del loro amore.»
Anche in questo caso, ciò che apparentemente giustifica la relazione adultera, è il superiore amore della donna per l'amante piuttosto che del marito che pur ama.
Decisamente una novella moralmente ambigua in quanto la discriminante fra il giusto e l'iniquo è molto sottile e arbitraria.

Anche l'ottava novella è un po' anomala: il protagonista è un abate, un sant'uomo, al quale però piacciono le donne e, con estrema prudenza, non perde occasione per frequentarle.
Viene anche nominato il Vecchio della Montagna: figura mitica interessantissima (per origine ed evoluzione) del medioevo che incontrai la prima volta in un libro di storia sui mongoli...
Mi ha colpito che il Boccaccio ammetta che un sant'uomo possa esser tale pur peccando di lussuria: evidentemente lo ritiene un peccato estremamente veniale anche se esso è sempre stato considerato mortale (v. Viziato). Forse a causa del cattivo esempio dato dal clero del tempo?
Mi chiedo se questo trionfo dell'amore sia da leggere come una reazione, magari inconscia, all'ondata di morte portata dalla peste...

Nella nona novella una donna è di nuovo la protagonista. La donna, Giletta di Nerbona, è bella e intelligente ma di umili natali. Grazie alle sue conoscenze mediche riesce a guarire il re di Francia che la ricompensa facendola sposare al nobile conte Beltramo di Rossiglione. Egli però non la ritiene degna di sé e per questo, dopo averla sposata, subito l'abbandona andando a fare il capitano di ventura a Firenze. La donna rimette in ordine la contea e poi parte alla ricerca del marito: trovatolo, grazie a uno stratagemma, riesce infine a farsi amare da lui.
Lo stratagemma è ingegnoso (secondo le note ripreso o ispirato da racconti antecedenti) ma nel complesso ho trovato la novella piuttosto noiosa: al giorno d'oggi si dà per scontato che i nobili siano persone come le altre e, soprattutto in amore, la divisione fra classi sociali ci appare meno rigida. Ma al tempo del Boccaccio evidentemente non era così: l'idea che una plebea potesse essere degna di un nobile doveva essere piuttosto sconcertante. Da questo punto di vista il racconto ha un suo interesse.

La decima novella è onestamente piuttosto divertente: la protagonista è una giovane musulmana, Alibech di Capsa, la quale sentendo parlare degli anacoreti che nel deserto servono Dio decide a sua volta di recarsi da loro per aiutarli. I primi vecchi saggi che incontra, per non essere indotti in tentazione (perché ovviamente Alibech è molto bella), la spediscono al saggio più vicino. Infine però arriva alla grotta di un giovane anacoreta che, presumendo troppo dalla propria volontà, decide di tenerla con sé per mortificare maggiormente il proprio spirito attraverso la costante tentazione data dalla fanciulla. I buoni propositi dell'anacoreta durano poco ed egli, per convincere Alibech a fare sesso con lui, le spiega che il pene è il diavolo e che la vagina è l'inferno: quando il diavolo si impossessa del pene dell'uomo il compito di Alibech sarà dunque quello di riportarlo all'inferno.
Presto Alibech trova il suo compito estremamente piacevole e, anzi, diviene sempre più frustrata dal fatto che il diavolo non si impossessi del pene dell'anacoreta abbastanza spesso. Alla fine Alibech viene ritrovata e sposata da un giovane musulmano.
Secondo il Boccaccio questa storia è all'origine (*2) del detto «...il più piacevol servigio che a Dio si facesse era il rimettere il diavolo in inferno...»
È da sottolineare come questa storia sia un po' più spinta rispetto alle altre: non ne sono sicuro (dovrei ricontrollare per le giornate precedenti) ma mi pare che, per ogni giornata, sia sempre un uomo a narrare quella più audace...

Conclusione: mi è venuta voglia di fare uno schema per riassumere alcune caratteristiche delle varie novelle. Se riuscirò a portarlo a termine lo pubblicherò a fine lettura...

Nota (*1): ieri come oggi «...appreso lo innocente per falsa suspizione accusato e con testimoni non veri averlo condotto a dover morire, e oltre a ciò la cieca severità delle leggi e de' rettori, li quali assai volte, quasi solleciti investigatori del vero, incrudelendo fanno il falso provare, e sé ministri dicono della giustizia e di Dio, dove sono della iniquità e del diavolo esecutori.»
Nota (*2): o almeno così fa dire al personaggio che la narra!

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