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sabato 3 dicembre 2011

Tomba vs cenotafio

Ieri è stato il primo anniversario della morte dello zio Gip. Non ho fatto niente di eccezionale al riguardo: dopo cena sono sceso nel salottino dove conservo le sue ceneri (vedi terzultima foto in Libri di casa), ho acceso il camino e una bella candela e mi sono messo a leggere Tucidide. Ricordi e riflessioni emergevano spontanei di tanto in tanto come in un silenzioso dialogo.

Ho fatto una veglia ma non sono un appassionato di pellegrinaggi ai cimiteri: la tomba in se stessa non mi suscita grandi emozioni. So che lì sono custoditi i resti della persona cara ma per me tali resti sono ben poca cosa: non hanno niente a che vedere con coloro a cui ho volute bene. Vedo il corpo, o ciò che resta di esso, solo come un vecchio vestito non come la persona stessa.
Quando vado al cimitero non mi sento più “vicino” al defunto di quanto non mi sentirei standomene, ad esempio, in giardino a casa.

Forse questo dipende anche dal fatto che, avendo un'ottima memoria fotografica, mi basta chiudere gli occhi per rivivere ogni ricordo. E sono ricordi intensi capaci ancora di farmi emozionare.

Anche per la tomba della mamma è così: non solo durante l'anno, ma anche per anniversari e ricorrenze, non mi sfiora neppure l'idea di andare a visitare il cimitero. E il vedere che altri lo fanno, dato il mio carattere “non molto” influenzabile, mi rimane indifferente: lo rispetto ma non mi sento spinto all'imitazione.

E allora come spiegare la mia pantomima davanti alla cassetta con le ceneri dello zio?
Semplice: per me tale scatola è solo un simbolo, una sorta di cenotafio. Che contenga o meno le sue ceneri mi è indifferente ma, in questa sera speciale, rappresentava lo zio che, seduto di fronte a me, mi sorrideva.

La mia veglia è proseguita fino alla mezzanotte alternando Tucidide a brevi esercizi con la chitarra (oltre che ad alimentare di tanto in tanto il focolare). A quell'ora ho spento la luce e sono rimasto in attesa con la sola compagnia della candela e degli ultimi bagliori del fuoco morente.
Non sapevo quanto rimanere ancora alzato: lo zio era morto da solo e io, questo anno, volevo essergli, almeno spiritualmente, accanto. Il problema è che non sapevo l'ora della morte: nella mia fantasia l'immaginavo nelle prime ore dopo la mezzanotte ma senza un riferimento più preciso...

Poi alle 00:58, proprio sotto i miei occhi, parte della candela è collassata su se stessa e io ho capito che era giunto il momento di andarmene a letto...

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