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lunedì 26 dicembre 2011

Serendipità libresca

Rimango sempre affascinato quando vedo la serendipità in azione. Forse nel mio animo alberga un po' il vecchio selvaggio che vede la mano del Fato guidare il destino degli uomini...

La scorsa settimana scrissi il post Scienza e superstizione e, quella sera stessa, in sostituzione del romanzo che avevo finito di leggere (vedi O.T.) scelsi un libro il cui titolo e corposo spessore (oltre 800 pagine scritte in piccolo) avevano attirato la mia attenzione: “Il ramo d'oro” di James George Frazer, Ed. Euroclub Italia su licenza Boringhieri, 1995.

Nella mia ignoranza non sapevo di cosa si trattasse ma avevo, appunto, voglia di fare un salto nel buio. Cioè di leggere e imparare qualcosa che, se mi fossi informato meglio, magari non avrei degnato d'attenzione...

Così iniziai questo nuovo libro scoprendo che è considerato un'opera fondamentale (“La Bibbia dei tempi moderni” secondo la prefazione...). In maniera piuttosto affascinante, partendo dal misterioso sacerdote del santuario di Diana Nemorensis, chiamato “re del bosco”, presso l'attuale Ariccia, il libro tratta dell'origine della magia e della sua trasformazione in religione. Inoltre accenna a un parallelismo fra magia e scienza dove la prima viene vista come l'antenata della seconda: entrambe si basano infatti (al contrario della religione) su un principio di causa effetto.

Ovviamente fu per me inevitabile ripensare alla coincidenza dell'accostamento fra il mio post su superstizione/scienza e la visione della magia/scienza da parte dell'autore.
Comunque questa rimaneva per me solo una buffa coincidenza: non abbastanza improbabile l'aver scelto questo determinato libro e troppo superficiale la somiglianza delle due associazioni per essere considerata serendipità...

La vera serendipità è accaduta oggi!
Stanotte sono arrivato a pagina 143 del “Ramo d'oro” nel mezzo del capitolo sul culto degli alberi: in queste pagine viene spiegato, con numerosissimi esempi, come in tutto il mondo, ogni popolazione, in differenti epoche, abbia considerato gli alberi come essere dotati di intelligenza e spesso di anima.
In diverse popolazioni c'era ad esempio l'uso di minacciare una pianta di essere abbattuta se a primavera non avesse prodotto frutti copiosi; in questo caso spesso una seconda persona prendeva le veci della pianta e prometteva al suo posto che avrebbe generato cibo abbondante.
Esempio (tratti da “Il ramo d'oro” di James George Frazer, Ed. Euroclub Italia su licenza Boringhieri, 1995): “Vicino a Jugra nel Selangor v'è un piccolo boschetto di alberi durian e in un giorno scelto apposta tutti gli abitanti del villaggio solevano riunirsi in esso. Allora uno degli stregoni del luogo prendeva un'accetta e tirava vari colpi al tronco del più sterile degli alberi dicendo: «Porterai frutti sì o no? Se non li porterai, ti taglierò.» A questa minaccia l'albero rispondeva per bocca di un altro uomo che si era arrampicato su un mangostano vicino (...): «Sì, ora porterò frutti. Ti prego di non tagliarmi.»

Stamani sono andato al bagno e, come mio solito, ho letto qualche paginetta del mio attuale libro da WC: “I promessi sposi” del Manzoni...
Più volte ho accennato alla mia “antipatia” per questo supposto capolavoro ma recentemente più persone mi hanno spronato a rileggerlo: per questo, amando seguire le presunte indicazioni del Fato, ho ricercato e trovato il mio vecchio testo scolastico del liceo: pieno di note adulatorie, noiose schede critiche e irriverenti commenti a margine della pagina (ovviamente miei)...
Riguardo a questo sopravvalutato “capolavoro” avrei già qualche commento interessante da fare ma non è questo il momento adatto e rimando a un prossimo post.

Così stamani ho aperto i Promessi sposi alla pagina indicata dal segnalibro (molto opportunamente un pezzo di carta igienica) e ho ricominciato a leggere dall'inizio di pagina 62 (in pratica quasi alla fine del III capitolo).
Si tratta della storia di un certo fra Galdino che racconta di un “miracolo” accaduto qualche anno prima. Siccome non me la sento di ricopiare sul mio blog un frammento del “sacro” testo manzoniano (peraltro troppo lungo!) mi limito a riassumere i soli elementi iniziali che, comunque, sono quelli che mi interessano:
Un padre dello stesso ordine di fra Galdino, padre Macario, considerato un santo, incontra per caso un benefattore del convento. Quest'ultimo sta ordinando ai suoi servi di abbattere un noce perché non fruttifica più. Padre Macario interviene dicendo che l'albero quell'anno farà “più noci che foglie”.
Conoscendo la fama del santo, il possidente richiama i suoi servitori e lascia sopravvivere l'albero.

Poi il racconto continua spiegando come l'albero produsse effettivamente una grande quantità di noci e di un susseguente miracolo che punisce l'avidità del figlio del benefattore (che nel frattempo era morto...); ma questa parte non mi interessa più.

Dopo aver letto le decine di esempi del Frazer è immediato riconoscere nel miracolo descritto dal racconto di fra Galdino gli elementi essenziali di un più antico rito magico.
La mia teoria è che ancora in tempi medioevali, e probabilmente più recenti, girasse per le campagne lombarde la figura di un mago a cui i contadini potevano rivolgersi per chiedergli che un albero tornasse a fare frutti abbondanti. L'essenza del rito del mago probabilmente comprendeva la minaccia simbolica di abbattere la pianta e la promessa dell'albero di tornare a essere produttivo.
Come spesso accade in questi casi, la Chiesa deve essere poi intervenuta, sovrapponendo alla tradizione di questi maghi ambulanti, la leggenda ancor più impressionante (e moralmente edificante!) del miracolo di un santo...

In conclusione mi diverte che, almeno per una volta, ho una teoria più interessante di quella del commentatore del mio “Promessi sposi” scolastico che si limita ad ammettere che questo racconto è spesso criticato perché “risentirebbe troppo di letteratura”...

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