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Oggi voglio cercare di mettere nero su bianco, qui sul ghiribizzo, un concetto che mi piacerebbe aggiungere all'Epitome, non so se nella prossima o in un'altra versione.
Intanto scrivo questa specie di bozza che mi aiuterà a mettere a fuoco le mie idee, a meditarle meglio ed, eventualmente, a migliorarle.
Ancora non so bene dove inquadrare questa teoria: se la considero una caratteristica psicologica dell'uomo andrebbe nel capitolo 1, se riguarda più la società nel 3 e se invece è applicabile ai parapoteri allora andrebbe nel 5. Probabilmente si sovrappone un po' in tutti questi campi.
Volendo è una teoria che si riallaccia all'intuizione sul mar Meditarreneo che ebbi tempo fa (v. conclusione di Dall'estremo oriente e Fine del primo capitolo) all'epoca inquadrata nel contesto degli stati (e quindi dei parapoteri).
Vabbè, inutile girarci intorno: il concetto base è che per avere il progresso di una società (da vedere poi a quali livelli è applicabile questa idea) sono paradossalmente necessarie due forze opposte fra loro: la diversità e l'omogeneità.
La diversità porta a nuove idee e soluzioni mentre l'omogeneità permette la collaborazione: solo diversità implica conflitto, solo omogeinità equivale a stagnazione. L'equilibrio di questi due elementi porta invece al progresso.
Di quale diversità e omogeneità sto parlando? Beh, io l'intendo culturale: a livello quindi di protomiti ed epomiti.
Vedere il mondo attraverso protomiti diversi permette di individuare soluzioni diverse (v. Il valore della diversità) ma è necessario condividere anche dei valori e principi comuni (altri protomiti) per permettere una collaborazione feconda.
Appare quindi chiaro, dato questo contesto, il ruolo avuto dal Mediterraneo nei secoli (milleni) scorsi. Da una parte divide i popoli che vivono sulle sue sponde forzandone un'evoluzione differenziata, da un'altra però permette anche dei contatti e lo scambio delle idee migliori (protomiti) fra le stesse popolazioni. In altre parole il Meditarreneo ha favorito lo sviluppo della civiltà.
Un altro contesto può essere quello dell'Europa medievale: l'uniformità era data dalla comune eredità romana e dalla religione cristiana, la diversità dalla frantumazione in numerosi regni indipendenti e rivali fra loro. Anche in questo caso vi è evoluzione e progresso.
Altro caso: la Cina antica; predomina l'uniformità e quindi la stagnazione: esistono nazioni vicine con culture diverse ma predomina la spinta a richiudersi in se stessa.
Il mondo moderno condivide alcuni protomiti comuni, come la logica occidentale del profitto, ma le diversità culturali e religiose sono di gran lunga più forti: per questo predominano i conflitti.
Riepilogando grazie ai precedenti esempi questa teoria sembrerebbe valida a livello di nazioni, quindi di parapoteri a un alto livello di dettaglio, e per quanto appreso in Il valore della diversità anche nei gruppi, quindi a livello bassissimo: sarei stupito quindi se non valesse anche al livello intermedio di una data società.
In una società l'uniformità è data dagli epomiti condivisi dalla popolazione e la diversità dai diversi gruppi sociali, i poteri forti, medi e deboli in cui è naturalmente divisa.
In questo caso però, mi sovviene, vi è un'importante asimmetria: i parapoteri costituiscono il gruppo numericamente più piccolo ma anche più determinante nell'orientare la direzione a cui tende la società.
Da questo ne ricavo una regola aggiuntiva: questo principio del valore della proficua collaborazione fra uniformità e diversità funziona solo quando tutti gli elementi in gioco hanno una forza dello stesso ordine di grandezza: in caso contrario l'elemento più forte potrà ignorare, contrastare o reprimere in altro modo le idee/migliorie/progressi di un elemento più debole.
Di nuovo le nazioni dell'Europa (e quelle sulle sponde del Mediterraneo) avevano tutte un peso simile fra loro; al contrario la Cina è sempre stata un gigante rispetto ai propri vicini.
Oppure a un bassissimo livello di dettaglio, in un piccolo gruppo di lavoro, se il capo non ascolta per niente i propri collaboratori allora tutto il valore della diversità di idee andrà perduto.
Tutto sommato questa teoria mi pare una generalizzazione della legge dell'omogeneizzazione in cui i poteri in competizione fra loro nel medesimo sistema sono “forzati” ad adottare le innovazioni apparentemente migliori per non soccombore...
Conclusione: alla fine probabilmente inserirò questa teoria nel capitolo 5 (dove c'è già l'effetto di omogeneizzazione) però è buffo che sia applicabile ad alto (Stati) e basso livello (gruppi di individui) ma non a livello intermedio di una singola società. Questo significa che una società isolata tende a ristagnare: i parapoteri in essa, per mantenere la propria forza, tendono a bloccare le innovazioni proposte dagli altri gruppi sociali.
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