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giovedì 3 marzo 2016

No, I Kant

E così sono arrivato all'undicesima lezione del corso di filosofia della morale/giustizia: ed eccoci a Kant, finalmente un Filosofo!

Dopo una breve riflessione ho deciso per una sostanziosa introduzione, che credo interessante, piuttosto che tuffarmi subito nel succo della lezione...

Al liceo la filosofia non mi interessava e anzi la disprezzavo: non credo di aver mai aperto libro e non so come riuscissi a procurarmi i miei stentati 6 in tale materia. In particolare avevo preso una decisa antipatia proprio per Kant. La professoressa e il libro di testo lo presentavano come il farneticante ideatore di un'accozzaglia incomprensibile di vuote formule senza alcuna attinenza alla realtà. In verità dal mio punto di vista questo era più o meno vero per tutti i filosofi, ma lui mi era particolarmente antipatico anche per ragioni quantitative, ovvero per l'abnorme numero di pagine che il testo gli dedicava. Tutta questa attenzione attizzava il mio sospetto: anzi, al contrario credo adesso che il mio interesse per Nietzsche fu dovuto proprio al fatto che a scuola lo saltammo del tutto...

Insomma ero piuttosto diffidente (ma anche curioso, vedi Ultimisstoria 2) quando ho iniziato a seguire la lezione del professor Sandel: però la differenza fra un buon insegnante e uno mediocre è enorme. Non per niente Sandel insegna ad Harvard...
Fin dalle prime parole il professore è riuscito a rendere l'ideale di morale di Kant subito accessibile (*1) e, sorpresa sorpresa, vi ho riconosciuto aspetti essenziali del mio pensiero.
Fin da quando ero bambino (*2) una delle direttive che seguivo per decidere il mio comportamento era quella del “fare quello che deve essere fatto” indipendentemente dalle conseguenze. Nessuno me lo aveva suggerito, ma era una mia convinzione quasi innata i germi della quale si possono ritrovare in un episodio che mi accadde a 3-4 anni descritto nel pezzo KGB le Origini: il ribelle. In particolare è significativa la frase conclusiva: «Ecco, forse, significò (o almeno mi avviò in questa direzione) il fare ciò che ritenevo giusto fare indipendentemente dall'opinione di terzi.»

Ma veniamo al pensiero di Kant.
Per il filosofo tedesco l'origine della dignità di ogni singolo individuo sta nella sua capacità di essere razionale e prendere decisioni autonome.
Questo concetto di autonomia è particolarmente importante ed è strettamente legato a quello di libertà. La libertà non significa banalmente fare quello che ci pare senza alcuna restrizione quanto piuttosto agire in autonomia, senza seguire suggerimenti o indicazioni esterne ma, al contrario, seguire i principi morali che ci siamo dati.
Da sottolineare che la ricerca del piacere o il fuggire il dolore, le fondamentali leggi di natura di Bentham, sono impulsi considerati non autonomi ma dettati dalla natura. In questi casi la libertà è solo apparente: perseguendo questi obiettivi non facciamo la nostra volontà ma siamo solo i mezzi con cui, in questo caso la natura, raggiunge i propri scopi. Quando invece siamo autonomi smettiamo di essere strumenti ma diventiamo autori: cerchiamo lo scopo di noi stessi.
Kant conia anche il termine “eteronomia” per indicare il contrario di “autonomia”: eteronomia significa infatti essere guidati dalle proprie pulsioni o da suggerimenti esterni.
La libertà è quindi prendere decisioni autonome, guidate dalla ragione e non dagli istinti.

Discorso diverso, ma con certe analogie, è lo stabilire quando un atto sia morale o no.
Come l'uomo non deve essere un mezzo per raggiungere i fini altrui ma solo i propri, così la moralità di un atto è valutata per lo scopo che si prefigge e non per il mezzo per raggiungerlo. È l'atto in sé quello che conta, non i risultati provocati dall'azione (siano essi positivi o negativi). Sacrificare, o anche semplicemente usare, una persona per il bene di molte altre è sbagliato e immorale.
Il valore morale di un'azione è dato quindi dal suo scopo: e lo scopo deve essere quello del volere fare il bene della stessa legge morale (e non quello di conformarsi passivamente a essa!). Sembrerebbe quasi un circolo vizioso (anzi virtuoso!) questo appellarsi alla bontà morale di un'azione per giustificarne la sua moralità! E in parte è proprio così: si dovrebbe fare il bene non per le ricompense che comporta ma per amore del bene in se stesso.
Da notare che fare il bene di una legge morale per Kant equivale a un dovere: bisogna fare quello che deve essere fatto (*3).

In queste definizioni, che complessivamente condivido, vedo comunque molti buchi. Ho la sensazione però che dipenda dal fatto che quanto esposto dal professor Sandel sia solo un estratto del pensiero di Kant e che, esaminandolo nel dettaglio, vi si troverebbero molti chiarimenti e precisazioni.
Per la cronaca mi lascia perplesso questo guardare unicamente allo scopo infischiandosene dei mezzi, oppure questa morale che pare individuale (con le possibili contraddizioni che comporterebbe) più che universale...
Ma, come detto, ancora non mi sbilancio: già intravedo possibili spiegazioni alle mie perplessità (*4) e, dovendo ancora leggere la selezione di brani di Kant per questa lezione, preferisco aspettare...

Conclusione: invece di questo articolo sono stato fortemente tentato di scrivere il pezzo Brennan ammonisce Kant... ma comunque seguirà a breve!

Nota (*1): in verità anche grazie all'impostazione delle precedenti lezioni...
Nota (*2): me ne rendo conto solo adesso ma, fin da piccolo, avevo una natura filosofica. Sicuramente ero molto maturo (almeno da certi punti di vista) rispetto alla mia età: ricordo che a 13-14 anni mi capitò di trovare un test di autovalutazione (quindi non particolarmente significativo) della propria maturità morale (o qualcosa del genere). Per quel che può valere raggiunsi il livello massimo...
Nota (*3): non ricordo dove ma sono sicuro che parole simili le ho usate più e più volte nel viario. Si tratta infatti di una mia profonda convinzione.
Nota (*4): i “mezzi” potrebbero essere visti come catene di atti dove, ciascuno di essi, deve essere a sua volto moralmente giustificato; oppure, dato che la ragione è comune a tutti gli uomini, le regole morali che questa stabilisce saranno più o meno conformi fra loro...

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