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martedì 3 ottobre 2017

Briganti ed epomiti

Ormai diverse settimane fa ho terminato la lettura delle ultime due monografie di L'uomo romano a cura di Andrea Giardina , Editori Laterza, 1993 (e anzi adesso non ritrovo il libro e scrivo a memoria!).

La penultima monografia era sulla figura del brigante ma complessivamente non l'ho trovata particolarmente interessante: per la natura del suo soggetto infatti aggiunge poco alla comprensione della società romana. Mi spiego meglio: i briganti non costituiscono un gruppo (o un potere) all'interno della società romana ma al contrario formano una microsocietà parallela con i propri valori e regole (protomiti specifici dei briganti).
Il condividere gli stessi spazi geografici porta a l'interazione fra la società romana e i briganti: questi ultimi infatti rapinano e rapiscono i viaggiatori e lo stato romano cerca di reprimerli, senza troppo successo (*1), con la forza e leggi durissime (tanto per confermare il concetto di società parallela, i briganti non sono considerati dalla legge cittadini romani).
Queste società hanno anche prevedibilmente altri punti di contatto: appoggi nei villaggi di origine dei briganti con possibilità di approvvigionarsi, ricettatori e, sorprendentemente, ricchi cittadini che necessitano di un piccolo esercito personale per gestire situazioni di “sicurezza privata”.
Questa conferma di microsocietà parallele a quella romana rafforza la mia intuizione sugli schiavi: v. Schiavitù romana 1 e 2.
In particolare scrivevo:
«È chiaro che gli schiavi di questo periodo siano un elemento fortemente instabile della società romana: le rivolte del II e I secolo a.C. non sono un caso. Invece, nei secoli ancora successivi, gli schiavi che scapperanno dal padrone malvagio non cercheranno di organizzare rivolte (come vedremo non avrebbero avuto successo) ma diverranno briganti, ovvero si porranno in totale opposizione alla società romana (cioè fuori di essa) ma senza più una propria identità culturale di gruppo (*2).»
In questo paragrafo evidenzio due possibilità: premesso che gli schiavi in fuga non si riconoscono in un gruppo della società romana (evidentemente il gruppo degli “schiavi” non gli va bene!) ci sono 1. gli schiavi ancora “freschi di schiavitù”, quelli delle grandi rivolte, che quindi ricordano, conoscono e credono in una società (protomiti) diversa da quella da cui fuggono e a cui aspirano a tornare; 2. gli schiavi ribelli isolati che però non cercano più di tornare nella propria patria ma si accontentano di vivere nella microsocietà dei briganti.

Della seconda monografia non ricordo il titolo: l'autore impiega quasi due pagine per spiegare di cosa intenda parlare. Gli mancano infatti dei concetti chiave e deve fare quindi dei lunghi giri di parole per spiegarsi.
In pratica l'argomento della monografia è l'evoluzione di alcuni epomiti nell'impero romano nel corso dei secoli. Chi ha letto la mia epitome sa che il concetto di “epomito” è basilare e su questo ci ho scritto tutto il capitolo 6: provando a esprimerlo in poche parole “epomito” indica un concetto/un'idea/ un valore caratteristico e caratterizzante di una specifica società in una specifica epoca.
In teoria, una volta capito cosa aveva in mente l'autore, l'argomento sarebbe anche stato interessante ma non ricordo di avervi trovato grandi sorprese: ho letto più o meno quello che mi aspettavo di leggere...
Comunque, appena ritrovo il libro, darò un'occhiata alle mie note e, se trovo qualcosa di rilevante che adesso mi sfugge, vedrò di segnalarlo!
Ah, ricordo anche che curiosamente questo studioso dei romani sembra avere un giudizio estremamente negativo su di essi, o forse è solo la sua maniera per farsi notare, non so...

Conclusione: la qualità delle monografie di L'uomo romano è estremamente variabile comunque nel complesso, sebbene sia una lettura molto impegnativa, è un ottimo libro.

Nota (*1): nel mondo antico le zone propriamente controllate dallo stato erano solo le città e le zone immediatamente limitrofe. Anche l'uso delle legioni (guerra asimmetrica?) non aveva avuto grosso successo.
Nota (*2): «...ma senza più una propria identità culturale di gruppo.» questo passaggio è errato/fuorviante. Quello che avevo in mente è che nella fase delle rivolte gli schiavi erano consapevoli delle proprie origini e quindi della propria identità culturale, quando invece si uniscono ai briganti abbracciano i valori della banda e rinunciano, se ancora li avevano e non erano ad esempio nati schiavi, ai protomiti della propria società di appartenenza originale. In altre parole, come ripetuto in questo pezzo, i briganti erano una microsocietà e quindi avevano i propri protomiti e quindi “un'identità culturale di gruppo”!

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