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martedì 17 gennaio 2017

L'uomo che sussurra alle renne (2/4)

Prosegue qui l'intervista all'amico Lorenzo De Ninno iniziata nel pezzo L'uomo che sussurra alle renne (1/4?).

KGB: riprendiamo la storia del tuo percorso lavorativo da quando ti trasferisti negli USA...
MO: mi trasferii a Denver nel settembre del 2001, dopo l'attentato alle torri gemelle: avevo già il permesso di lavoro, la casa, avevo TUTTO. Ho lavorato in un importante studio di architettura (si facevano grossi progetti come aeroporti e grattacieli) per 7 mesi: però fui licenziato insieme a molte altre persone a causa della crisi economica innescata dall'attacco alle torri. Così trovai lavoro in un altro studio, un po' più piccolo (progettavamo case di nuova costruzione), dove ho lavorato per circa 2 anni.
Nel 2004, grazie a dei contatti, mi fu proposto un nuovo lavoro a Malta sempre di progettazione di cose abbastanza importanti come edifici grossi o piani urbanistici.
Nel 2005 sono tornato a Firenze dove ho iniziato a fare quello che è poi divenuto il mio lavoro attuale: l'acquisto, il restauro e la vendita di immobili. Ho smesso di fare pura progettazione per dedicare la mia attenzione al restauro, ai materiali, al cantiere e a tutti i dettagli relativi.
KGB: e dal punto di vista “sportivo” cos'è successo?
MO: negli USA ho continuato a fare karate, ad andare in bici e il soccorso in pista di sci (questo in realtà avevo già iniziato a farlo in Italia). Anche nello sport c'è stata un'evoluzione ma si è trattato di un processo graduale. Quando mi arrampicavo o facevo le gare con gli autobus erano solo esperienze fisiche: nell'arrampicata c'era già un aspetto mentale, ma che per me rimaneva secondario, così pure nella bici c'era già la componente del viaggio, aspetto che però per me non era ancora precipuo. Facendo karate ho invece iniziato ad apprezzare l'aspetto mentale dello sport. Col tempo ho però iniziato a soffrire il fatto che l'esperienza sportiva si risolvesse tutta nello spazio ristretto della palestra. Così nel 2009/2010, abbandonato il karate, ho iniziato a dedicarmi maggiormente alla bici e alla corsa. Ho incominciato a vedere lo sport non più come un'esperienza fisica... ...ma a considerarlo un'esperienza mentale e a renderlo un mezzo per viaggiare e per vedere. Ho iniziato così a rallentare il ritmo dell'attività fisica e, contemporaneamente, a prolungarla. Prima non mi interessava quanti Km facevo: l'importante era vincere l'autobus poi ho iniziato invece a dare più importanza alla distanza, ad esempio a fare 200Km in bicicletta, magari sempre a ritmi elevati, ma l'intensità non era più il mio scopo. Nella fase in cui mi trovo adesso questa tendenza si ancor più accentuata: adesso magari faccio 300Km in bici, ma li faccio più lentamente: a un ritmo che mi permetta di apprezzare quello che c'è fuori. È come se tu fossi su un autobus o un treno: quando guardi fuori dal finestrino non fai uno sforzo fisico mentre apprezzi il paesaggio. Lo stesso faccio io adesso quando corro, scio o vado in bicicletta: cerco di trovare l'equilibrio che mi permetta di assaporare l'esperienza del viaggio: non mi occupo del mio fisico e divengo spettatore del mondo che attraverso.
KGB: mi pare che tu prediliga fare queste esperienze da solo o sbaglio?
MO: sì, è così: ho fatto solo nel 1997 un viaggio bellissimo in bici in Islanda con un amico. Ecco, con lui lo rifarei sicuramente, e forse anche con altre persone, ma adesso quando faccio un viaggio non penso neppure di chiamare qualcuno per farlo insieme: anzi, ad esempio, negli anni mi è capitato che mi dicessero “andiamo, si fa la Lapponia insieme” ed ecco che io a quel punto cerco di non risponder più né all'email né al telefono... scappo! Non mi faccio più trovare [ridendo]. E questo comunque anche all'epoca dell'università: raramente ho fatto un'uscita, anche solo per 2/3 ore, e ho chiamato qualcuno per andare insieme. Soprattutto queste avventure siccome sono esperienze molto personali e molto intime non credo siano condivisibili con altre persone. Se facessi queste esperienze con altre persone magari sarebbero belle lo stesso... ma anche no! Quando faccio queste esperienze, come la corsa in Lapponia, cerco di ritrovare le sensazioni primitive che tutti abbiamo dentro di noi: ma tu le puoi scoprire e analizzare solamente se sei da solo.
KGB: Ecco, passando alle tue esperienze più “estreme”, come è nata l'idea di partecipare alla corsa nel Sahara [si tratta della Marathon des Sables]?
MO: l'idea me l'ha data un mio caro amico che ho conosciuto verso il 2009, un ex maratoneta professionista, che aveva fatto tale gara già due o tre volte. Ci siamo conosciuti per caso e abbiamo iniziato a frequentarci: lui tendeva a portarmi a correre mentre io cercavo di avvicinarlo alla bicicletta! Lui aveva già fatto quella corsa nel 2010: mi propose di correre insieme a lui l'edizione del 2011 ma non accettai. Ricordo che il giorno della partenza della sua gara io andai a correre sul lungarno, mentre lui stava correndo nel deserto, poco dopo il teatro Tenda, mi fermai e dissi “L'anno prossimo la devo fare anch'io... perché sì!”.
Siccome avevo finito un ciclo di lavori, invece di incominciarne subito uno nuovo, decisi di prendermi una pausa e di prepararmi ad affrontare tale corsa. La gara è in aprile e io dal maggio/giugno di quell'anno smisi di lavorare e iniziai a prepararmi per l'edizione successiva del 2012. Avevo il mio fisioterapista, avevo il mio preparatore atletico, avevo la palestra, avevo tutte le mie fisse per il mangiare e una massaggiatrice da cui andavo una volta la settimana...
KGB: come fu la tua preparazione?
MO: avevo un programma di allenamento stabilito dal preparatore atletico di una palestra di Firenze che vedevo 3 o 4 volte la settimana. In palestra con lui facevo esercizi di potenziamento. Poi seguivo una dieta che, essenzialmente, consisteva nel mangiare più proteine ed evitare alimenti inutili o dannosi. E ovviamente quando non ero in palestra correvo...
Inoltre c'è stata tutta la scelta dell'equipaggiamento: la Marathon des Sables è infatti una corsa in autosufficienza sia alimentare che di attrezzatura: hai solo il supporto di un luogo per dormire la sera e 8 litri di acqua al giorno con cui devi fare tutto. Per una settimana ti devi portare dietro tutto il cibo di cui avrai bisogno e diventa quindi fondamentale capire anche quali materiali portare...
È stata proprio durante questa corsa nel deserto che ho realmente percepito per la prima volta l'esperienza di essere un semplice spettatore mentre il corpo corre: prima invece era una sensazione latente ma ancora non ben ben definita. È un andare a riscoprire gli istinti primordiali e primitivi che abbiamo dentro di noi ma che abbiamo dimenticato. È un riscoprire e conoscere il proprio io: queste esperienze ti costringono infatti a togliere tutto il superfluo e alla fine ciò che rimane è la tua essenza. La Marathon des Sables sono infatti 250Km nel deserto in una settimana e questo ti porta ai tuoi limiti: sei al limite nel senso che non ti puoi permettere di pensare ad altro che non sia lo spostarsi, il mangiare... non il lavarsi perché non è necessario! ...e il bere: non hai energia per fare altro. Per riuscirci devi riscoprire l'uomo primitivo che è in te: a fine tappa la prima cosa che devi fare è accendere il fuoco: se non accendi il fuoco non mangi e quindi devi andare a cercare i ramoscelli secchi nel deserto, portarli al campo, preparare il fuoco per proteggerlo dal vento con delle pietre, poi con il tuo pentolino ti fai la zuppa. Se lo fai e ci riesci mangi; se non ci riesci non mangi! Per me la cosa bellissima è riscoprire dei ricordi, magari addirittura di quando eri bambino, che non hai più usato perché non avevi bisogno di farlo, ma che vai a rimettere in atto perché diventano necessari per la tua “sopravvivenza”. Questo è bellissimo: togli tutto e ti rimane solo l'essenziale.

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