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venerdì 14 novembre 2014

FNHM 9/?

A proposito di tragedie ieri ho scritto la seconda scena del terzo atto: mi è venuta un orrore!

Tornando però alla Nascita della tragedia di Nietzsche voglio cercare di velocizzare un po' questa serie: invece di cercare di sintetizzare in poche parole interi capitoli, con risultati altalenanti, mi soffermerò solo sulle mie note.
Della struttura del libro ho infatti già parlato e, come Nietzsche stesso ammette, il materiale tende a ripetersi mostrando gli stessi concetti da punti di vista leggermente diversi...

Nel capitolo 12 è riassunto in un breve paragrafo un tema fondamentale del libro. Ne ho già scritto ma lo ripropongo ugualmente: «Anche Euripide era, in un certo senso, solo una maschera: la divinità che parlava in lui non era Dionisio, e nemmeno Apollo, bensì un demone completamente nuovo che era nato allora e si chiamava Socrate. Ecco il nuovo contrasto: quello fra l'elemento dionisiaco e il socratico; e l'opera d'arte rappresentata dalla tragedia greca ne fu distrutta.»

Come si riflette questo elemento socratico nella tragedia? In varie maniere ma principalmente attraverso la razionalità che si impossessa dell'arte. Ad esempio al posto del mito apollineo ci sono “freddi pensieri paradossali” e, al posto dell'estasi dionisiaca, “ardenti affetti; l'arte diventa imitazione della realtà; il “prologo euripideo” è un'esasperazione della realtà; l'attore invece di rimanere distaccato si immedesima nel proprio personaggio (*1).
Il socratismo estetico si riassume in «Tutto deve essere comprensibile per essere bello».

Invece nei precedenti Eschilio e Sofocle ciò che c'è da sapere viene rivelato in maniera che sembri naturale e/o casuale (“necessità formale ... come un prodotto del caso”).

Apro un inciso: il voler spiegare tutto è in effetti uno dei miei limiti come scrittore perché il risultato che ottengo (nonostante i miei espedienti per calare in maniera “naturale” tutte le informazioni nel racconto) è di una pesantezza che distrae. Non per nulla i miei risultati migliori sono quelli spontanei in cui scrivo di getto senza una pianificazione accurata.

Riassumendo: in Euripide non c'è più la tensione epica ma il pathos, ovvero lo spettatore è costretto a capire e non a immedesimarsi. «Così Euripide è, come poeta, soprattutto l'eco delle sue meditate conoscenze»

Capitolo 13.
Mi ha sorpreso scoprire che già gli antichi associavano insieme Euripide e Socrate: per qualche motivo avevo la sensazione che si trattasse di una pura intuizione di Nietzsche...

Il capitolo analizza la filosofia di Socrate e forse l'elemento più interessante (che tuttavia mi convince il giusto!) è che in lui, al contrario dei mistici, la creatività è razionale mentre l'istinto modera e stempera. Più che se Socrate fosse veramente così mi incuriosisce il dilemma filosofico: la creatività proviene dalla ragione o dall'inconscio?

Capitolo 14.
Illustra il rapporto di Socrate (e poi Platone) con la tragedia. Socrate non ama la tragedia perché la ritiene semplice intrattenimento: la sua mente puramente razionale non riesce a coglierne l'elemento dionisiaco e, di conseguenza, le sue virtù.
Per Platone poi l'arte (e la tragedia!) ha la colpa di essere copia del mondo empirico che è esso stesso già copia. Secondo Nietzsche Platone è poi l'inventore (almeno spirituale!) di un nuovo genere: il romanzo!
Di nuovo si ripetono concetti già espressi: l'ottimismo (e la ragione) è la morte della tragedia «La dialettica ottimistica scaccia con la sferza dei suoi sillogismi la musica dalla tragedia; cioè essa distrugge l'essenza della tragedia, che si può interpretare soltanto come una manifestazione e rappresentazione di stati dionisiaci, come simbolo visibile della musica, come il mondo di sogno di una dionisiaca ebbrezza.»

Il capitolo 15 è uno dei più lunghi e affronta l'influenza di Socrate sul mondo/uomo moderno.
Il nocciolo è che l'ottimismo socratico, la fiducia nell'uomo e nella ragione, si traduce poi nella fiducia nella scienza. La scienza acquista un valore filosofico: perché il sapere serve a vincere la paura della morte; lo scopo della scienza sarà infatti quello di rendere l'esistenza comprensibile e quindi giustificabile.

Sono d'accordo: l'intuizione di Nietzsche è profonda e corretta. Non è un caso che, a oltre un secolo di distanza, con la scienza in continua (per adesso) ascesa, la religione abbia perduto così tanto terreno come fonte di risposta alle domande dell'uomo.

Ma Nietzsche ha anche una seconda intuizione: che la scienza è destinata a disattendere le aspettative in essa riposte. E il teorema di incompletezza di Gödel è del 1931!
Scrive infatti: «E così la scienza, dalla sua vigorosa illusione, corre irresistibilmente verso i suoi confini dove farà naufragio il suo ottimismo nascosto nell'intima essenza della logica.»
Peccato che non azzardi nessuna ipotesi concreta di quali saranno i limiti della scienza...

Sottolineo poi un paio di considerazioni che avevo comunque già affrontato nelle precedenti puntate.
1) La seguente definizione di Socrate: «...l'attuale scienza ha raggiunto l'altezza sorprendente di una piramide, non può fare a meno di vedere in Socrate il vero e proprio cardine della cosiddetta storia universale» cfr. con Los tres tenores.
2) L'arte è la larva della religione e della scienza. Cfr. con Donne, discriminazione e arte...

Conclusione: alla faccia della velocizzazione!

Nota (*1): per controbilanciare la freddezza dell'opera e interessare lo spettatore.

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