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mercoledì 22 maggio 2013

Tucidide

Qualche mese fa ero stato tentato di iniziare a leggere una biografia (ne ho un paio) di Alessandro Magno: il periodo non mi interessa particolarmente ma il personaggio è quel che è...
Però mi sono detto “Come faccio a leggere di Alessandro Magno se prima non leggo Senofonte?”. In mente avevo l'Anabasi ma, il libro che possiedo, inizia con le Elleniche: “e che problema c'è?” si potrebbe pensare...
Beh, le Elleniche cominciano con queste parole «Non molti giorni dopo questi avvenimenti...» e non è che si è persa la parte iniziale! Semplicemente Senofonte riprende la narrazione di Tucidide della guerra del Peloponneso là dove era stata improvvisamente interrotta.

Avevo iniziato a leggere Tucidide molto tempo fa (se fate una ricerca con la parola chiave “Tucidide” troverete almeno 5 o 6 pezzi dove ne accenno...) ma poi non ho scritto nessun commento specifico su di esso: probabilmente perché avevo la sua opera divisa su due volumi e, finito il primo, forse avevo in mente di scrivere una “recensione” completa al termine del secondo...
Invece no: forse avevo capito/letto che i monologhi più belli sono nel primo volume e, così, il secondo era finito nel dimenticatoio...
Però dopo “l'impulso” datomi da Senofonte, l'ho ripreso in mano e terminato piuttosto rapidamente.

L'edizione che ho letto è La guerra del Peloponneso di Tucidide, Mondadori Editore, 1961 con traduzione di Luigi Annibaletto divisa, come detto, su due volumi.

Oramai del primo volume non ricordo più i dettagli se non che i monologhi erano bellissimi: in genere si trattava di discorsi fatti da ambasciatori di una città all'assemblea di un'altra e spesso c'era più di un intervento, l'uno contrapposto all'altro.
Il particolare interessante, che secondo me dà la bellezza a questi monologhi, è che Tucidide riesce a rendere perfettamente le argomentazioni dei vari personaggi. Mi spiego meglio: quando si legge il discorso dell'ambasciatore spartano si pensa che questi abbia tutte le ragioni; poi però con la replica del rappresentante ateniese, che confuta perfettamente le argomentazioni dello spartano, si è portati a pensare che siano i secondi ad avere ragione; poi magari c'è però la controreplica dello spartano che fa nuovamente ricambiare idea al lettore...

E io, quando leggo dei discorsi palesemente errati, me ne accorgo!
Leggere quindi una serie di argomentazioni che portano a una conclusione e poi una seconda serie che portano a una conclusione opposta mi colpisce molto visto che, evidentemente, solo una di queste può essere giusta! Insomma le argomentazioni che Tucidide mette in bocca ai suoi personaggi sono così sottili e ben costruite da non essere mai palesemente sbagliate anche se poi, nel loro complesso (*1), portano a una conclusione che non può essere corretta.
Io lo trovo notevole: personalmente mi è facile difendere con ottime argomentazioni una idea che condivido ma non mi riesce farlo altrettanto bene con il suo contrario.

Anche commentare il solo secondo volume avrebbe poco senso visto che è il proseguimento del primo e che si conclude improvvisamente.
Piuttosto voglio limitarmi a riflettere su un paio di frasi tratte da uno dei monologhi.
Il primo: «Gli dèi, infatti, secondo il concetto che ne abbiamo, e gli uomini, come chiaramente si vede, tendono sempre, per necessità di natura, a dominare ovunque prevalgano per forze.»
Si tratta di un passaggio del discorso fatto dagli ateniesi ai meli per giustificare il proprio impero.
Sembra una banalità, ma è una banalità che spesso l'ipocrisia ci fa scordare.
Mi colpiscono il “come chiaramente si vede”, che la dice lunga sulla lucidità di Tucidide nell'analizzare le vicende storiche, e il “per necessità di natura” che mi ricorda un Hobbes ante litteram...
Inoltre sto scrivendo un pezzo piuttosto impegnativo sul potere (*2) e una delle leggi basilari è proprio questa tendenza a espandersi per quanto possibile.
Non so, forse questa riflessione mi ha colpito proprio perché avevo pensato qualcosa di analogo seppur in un contesto leggermente diverso: magari per la maggior parte delle persone è solo una banalità. In tal caso scusatemi...

Il secondo: «... si può con molta verità dichiarare che essi [gli spartani], più sfacciatamente di tutti i popoli che conosciamo, considerano virtù ciò che piace loro e giustizia ciò che è a loro utile...» (*3).
Non è attualissima questa idea?
Basta scambiare il termine “popolo” con “persona” (*4) e abbiamo una profonda verità sulla natura umana. Senza sforzo si possono trovare moltissimi esempi, anche attuali, di questo modo di pensare (*5).
Ecco, forse sulla prima parte, limitatamente ad alcune particolari attività, un migliaio (*6) d'anni di morale cristiana hanno cambiato il nostro modo di pensare: ma è una sovrastruttura, qualcosa di aggiunto sopra la psicologia umana. Ciò che ci piace è bene e, per i piaceri più alti, il suo raggiungimento è considerato virtù. Dal contrasto fra questo istinto e le costrizioni morali cristiane scaturiscano, ad esempio (*7), tutti complessi legati al sesso...

Non so: sicuramente non ho scelto i due passaggi più interessanti di Tucidide, ma infatti l'idea non era questa!
Volevo solo mostrare due pepite trovate quasi a caso aprendo il libro: in realtà l'opera di Tucidide è una miniera di osservazioni sull'animo umano e la politica e ognuno, se ha la pazienza di leggere, potrà trovarci numerosissime gemme...

Conclusione: consigliato a tutti!!

Nota (*1): almeno una serie di esse!
Nota (*2): non so se e quando lo completerò...
Nota (*3): sempre gli ateniesi che cercano di ottenere l'appoggio dei meli contro gli spartani.
Nota (*4): altrimenti puzzerebbe di razzismo!
Nota (*5): a me, ad esempio, è venuta subito in mente la proposta di legge della Finocchiaro contro i movimenti. Dal suo punto di vista la legge le sembrava giustissima: cosa ci può essere di più giusto che attuare un articolo della Costituzione? Non sto a elencare le mie obiezioni a questo modo di pensare ma mi limito a sottolineare quanto sarebbe utile ai vecchi partiti (e quindi alla Finocchiaro) disfarsi così semplicemente di un temibile avversario politico.
Nota (*6): Perché mille e non duemila anni? Vedi Cristianesimo antico e Viziato...
Nota (*7): oppure, è sempre per questo istinto che le droghe sono così pericolose: da una parte infatti la natura umana, poiché recano piacere, ci dice che sono “buone” e la ragione, che sa quanto in realtà facciano male, si ritrova da sola a combattere contro il resto della mente...

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