«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

venerdì 29 gennaio 2021

Liturgia del venerdì

[E] Attenzione! Per la comprensione di questo pezzo è necessaria la lettura della mia Epitome (V. 1.7.1 "Sherlochulhu").

Stanotte mi era parsa una “scoperta” molto interessante: ora un po’ meno ma, in mancanza di meglio…

Fra le parole che ho imparato a memoria (v. ANKI e simili) vi è anche “liturgia”. Un significato è quello di pratica cultuale codificata (come può essere la messa cristiana), poi vi è quello figurativo (“la liturgia delle elezioni”) ma quello principale è un altro: nell’antica Grecia la liturgia era un impegno affidato a un ricco cittadino di allestire a proprie spese un qualcosa per il bene della città (da un coro a una nave da guerra) ed era ritenuto un onore.

Mi ero sempre chiesto il motivo di questa pratica: mi sembrava bello che i cittadini più ricchi dovessero assolvere a questi impegni però sentivo che mi sfuggiva qualcosa…

Leggendo Aristotele finalmente ho risolto il mistero: o almeno quella parte del fenomeno che non capivo. Per spiegare tutto per bene dovrei cercare di riassumere la visione della politica di Aristotele: senza entrare nei dettagli diciamo che il filosofo auspicava un equilibrio; il potere idealmente andrebbe affidato ai migliori ma anche il resto della cittadinanza deve avere delle cariche politiche per non sentirsi completamente esclusa dal potere. Ci sono quindi delle magistrature, chiamate anche onori, riservate solo a un sottoinsieme dei cittadini ed è proprio a queste che sono legate le varie liturgie che, essendo molto costose, non vengono invidiate dai cittadini più poveri.

Il meccanismo psicologico non è banale: non si escludono a priori dei cittadini da alcune cariche politiche con soglie di censo troppo alte: questo potrebbe causare risentimento. Ma il “costo” di queste magistrature è indiretto e legato, appunto, alle liturgie collegate a esse: in questa maniera è il cittadino povero a non voler essere eletto. Il costo è mascherato come un onore, un dovere civico per il bene della città, e per questo i cittadini poveri non hanno niente da ridire al riguardo…

A me pare una trovata geniale!

Uffa! Ormai questo pezzo è troppo lungo per farne un corto: sfogliamo quindi le mie note per trovare qualche altra annotazione degna di essere qui riportata…

Intanto riporto la frase di Aristotele al riguardo: «Alle cariche più importanti […] debbono poi essere connesse le liturgie, perché il popolo si astenga volentieri da quelle cariche e sia ben disposto verso coloro che le occupano e che devono sborsare tanto denaro per potervi accedere.» (*1)

Scorrendo indietro le mie note ho trovato una riflessione che, pur nella sua semplicità, mi ha colpito:
«E tuttavia, per difficile che sia scoprire la verità intorno all’uguaglianza e alla giustizia, è però sempre più facile riuscire in questa impresa che convincere quelli che possono commettere soprusi a praticarle: infatti sono sempre i deboli a cercare la giustizia e l’uguaglianza, mentre i forti non se ne curano affatto.» (*2)

La frase è un po’ contorta e significa che scoprire quali siano i principi di giustizia e uguaglianza è difficile ma lo è ancora di più farli adottare ai forti che hanno il potere di compiere i soprusi: il motivo è che sono i deboli, coloro che patiscono l’ingiustizia, a volere la giustizia: non chi la commette!

Sembra una banalità ma ce ne dimentichiamo. Ci pare ovvio che tutti vogliano giustizia e uguaglianza ma non è così: chi si avvantaggia di ingiustizia e diseguaglianza ha tutto l’interesse e mantenerle. Del resto a questa conclusione sia arriva banalmente dalla legge del potere della conservazione ([E] 5.1): nessun potere vuole diminuire la propria forza.

Nel nostro piccolo dovremmo quindi fare attenzione alla narrazione dei media su questi temi (giustizia e diseguaglianza) e cercare di capire, tenendo sempre presente che i media sono espressione dei potenti, chi ha da guadagnarci da una certa situazione. Affermazioni apparentemente di buon senso possono divenire sospette: se usiamo questa prudenza non è “complottismo” ma semplice buon senso.

Conclusione: pezzo breve oggi: non ho troppa voglia di scrivere. Oltretutto mi gira un po’ la testa (ma non ho febbre).

Nota (*1): tratto da “Politica e costituzione di Atene” di Aristotele, (E.) UTET, 2015, a cura di Carlo Augusto Viano e Marcello Zanatta, pag 282.
Nota (*2): ibidem, pag 275.

giovedì 28 gennaio 2021

Punto e virgola politico

In questi giorni sto scrivendo più del solito: sono nervoso e scrivere mi distrae nonostante a volte si tratti di pezzi abbastanza impegnativi…

Su FB vedo che i miei amici/conoscenti del M5S sono partiti per la tangente credendo ciecamente alla propria stessa propaganda. Conte viene considerato un santo: un vero e proprio salvatore della patria che nei libri di storia sarà considerato un eroe. Sovrastimano di almeno un ordine di grandezza la sua popolarità: si dicono pronti a scendere in piazza a sostegno del suo governo ma, magari mi sbaglio io, credo che alla maggioranza degli italiani questo governo non sembri più così splendido splendente come se lo vedono i miei amici pentastellati…

La mia paura, da sempre (praticamente dall’inizio di questa legislatura), è un governo tecnico (o come decideranno di chiamarlo i media per renderlo più appetibile agli italiani) che finisca di distruggere l’Italia in barba al volere della popolazione e senza alcun rispetto, neppure solamente formale, dell’esito delle urne.
Davvero il vedere insieme il M5S col PD e Forza Italia darebbe la misura di cosa intenda per “populismo apparente”: chiunque con un briciolo di buon senso capirebbe che i presunti valori morali sostenuti dal M5S alla fine sono solo chiacchiere: mai col PD, mai con Forza Italia e poi ti ci metti insieme a sostenere un governo di “responsabilità nazionale”…

Perché, ricordiamolo, M5S e Forza Italia vogliono evitare le elezioni SOLO per non perdere il proprio sgabello in Parlamento; soprattutto quelli del M5S al secondo mandato che non avrebbero da sperare neppure in una collocazione alternativa più o meno parassitaria.
Al PD sta bene vivacchiare in questa maniera: riesce a proteggere le proprie clientele e, quindi, a mantenere il proprio consenso magari incrementandolo un po’ a spese del M5S.

Difficile da comprendere il comportamento di Renzi: è evidente che rappresenta la voce di Bruxelles (vedi l’esaltazione del MES da “prendere a tutti i costi”), magari per aprire la strada a un governo tecnico, ma comunque politicamente per Italia Viva questa scelta è suicida.
Che gli sia stato promesso un ruolo importante nel nuovo governo tecnico in maniera da potersi rilanciare? L’ego di Renzi è così grande che è anche una debolezza evidente: magari è convinto che con un ruolo esecutivo riuscirebbe a riconquistare popolarità. Contemporaneamente l’UE lo usa come un grimaldello per scassinare un governo che, almeno formalmente, si basa sui voti degli elettori con uno tecnico non votato, in copia di quello Monti.

Ho notato poi che sempre i miei amici/conoscenti del M5S su FB stanno ormai da mesi (più o meno dalle ultime regionali) iniziando a sparare non solo contro Salvini ma anche contro la Meloni, prima sostanzialmente ignorata. Ovviamente ritengo questi meme un po’ come la punta della montagna di ghiaccio della tendenza dei media.
Avevo infatti ipotizzato che la perdita di consenso della Lega si fosse trasferita alla Meloni proprio per questo motivo: i media “premono” contro Salvini e gli elettori vanno quindi a cercare un alternativa “più credibile”: la Meloni, sostanzialmente ignorata, era per molti l’approdo giusto. Non tanto perché meglio ma solamente perché, non venendo costantemente attaccata, sembrava esserlo.
Adesso invece i meme sparano più o meno al 50% contro Salvini e Meloni ma in questa maniera i loro attacchi sono molto meno credibili: un conto è dipingere un avversario come il peggio del peggio e un conto è farlo con due: semplicemente il peggio del peggio deve essere unico!

Poi, come scrissi in autunno: i partiti di governo possono reggere come popolarità solo fino a quando il risultato delle loro decisioni scellerate non sarà avvertito sulla propria pelle dalla popolazione. Vuoi con un aumento delle tasse (prima cosa che farebbe un governo tecnico) che con il via libera ai licenziamenti delle aziende costrette al fallimento e lasciate senza aiuti adeguati.

Su tutto pesa poi l’incognita della pandemia gestita in maniera fallimentare a partire da questa estate (*1) dove, come comunque avvenuto nel resto delle democrazie occidentali liberiste, si è affidata ai privati (in particolare alle case farmaceutiche) la soluzione del problema. Probabilmente pesanti pressioni lobbistiche hanno bloccato tutte le misure che avrebbero aiutato a contenere significativamente la diffusione della malattia: produzione su larga scala e distribuzione gratuita di mascherine FFP2 e di vitamina D (*2).
Ma su questi aspetti sanitari ho già scritto abbastanza nel corso di questi mesi. Piuttosto è bene sottolineare anche la convenienza politica di questa pandemia che distrae la popolazione dal resto degli avvenimenti politici ed economici.
Il potere che, probabilmente in maniera illegittima, Conte si è arrogato con i suoi DPCM è molto preoccupante e può minare il poco di democrazia e libertà rimasto in Italia. Le elezioni regionali a inizio autunno si sono tenute perché probabilmente i sondaggi erano ancora favorevoli al governo ma cosa accadrebbe in situazioni analoghe oggi?
Io temo che, per motivi sanitari, le elezioni potrebbero essere rinviate sine die: magari potrebbe essere l’occasione per implementare anche in Italia il voto postale che, ovviamente, sarebbe facilmente manipolato rendendo le opposizioni totalmente impotenti.

Conclusione: in realtà non volevo scrivere un pezzo politico (ad esempio volevo volevo accennare a un buffo caso di serendipità fra i vangeli gnostici che ho iniziato a leggere ieri e delle fiabe italiane lette stanotte!) ma poi mi sono fatto prendere la mano…

Nota (*1): onestamente per il periodo della prima emergenza del 2020 la reazione è stata scadente rispetto a come avrei agito io (rileggete quello che consigliavo a febbraio-marzo-aprile) ma probabilmente equivalente a quella di qualsiasi altro governo si fosse trovato nelle stesse condizioni.
Nota (*2): questo sarebbe stato il minimo, poi si sarebbe potuto fare ancora meglio cercando, per esempio, di mettere in sicurezza le scuole e i trasporti pubblici: apparecchi per la sanificazione dell’aria e l’eliminazione dei virus.

mercoledì 27 gennaio 2021

Il giorno della memoria 4

Solo ieri pomeriggio mi sono ricordato che era il 27 gennaio, il giorno della memoria. Avevo già scritto un insulso pezzo politico e non mi andava di scrivere altro: rimedio scambiando questo articolo con quello di ieri.

Per curiosità mi ero comunque messo a “studiare” (*1) il genocidio di Srebrenica del 1995 in Bosnia.

Decisamente anomalo rispetto a quelli visti negli anni passati. Provo a riassumere quanto letto in Srebrenica massacre.

L’episodio fa parte del contesto della guerra di Bosnia iniziata nel 1992 e terminata nel 1995.
È importante rammentarne le premesse: la Bosnia era divisa in tre gruppi religiosi principali: musulmani bosgnacchi 44%, ortodossi serbi 33% e cattolici croati 17%.
A febbraio del 1992 viene indetto un referendum, disertato dai serbi, dove viene votata l’indipendenza: indipendenza subito riconosciuta all’estero ma non da Serbia e (immagino) Russia.
Il tentativo politico è quello di costituire tre cantoni per le diverse etnie ma subito fallisce: da una parte ci sono le ex truppe regolari jugoslave stanziate in Bosnia (che prenderanno poi il nome di esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) dall’altra truppe composte da bosgnacchi e croati (che prenderanno il nome di esercito della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina).

Inizialmente l’esercito serbo ebbe il sopravvento ma poi croati e bosgnacchi si allearono insieme e lo scenario militare si paralizzò: probabilmente anche a causa delle forze di interposizione dell’ONU disseminate a macchia di leopardo nel territorio bosniaco per proteggere gli enclavi musulmani.
La strategia serba così cambiò e divenne una guerra di logoramento: si cercò di affamare la popolazione civile e colpire chi usciva dalle zone protette.
Fin da subito furono commessi crimini contro tutte le diverse etnie principalmente a opera dei serbi ma non solo. Indicativamente il tribunale internazionale dell’Aia ha condannato 45 serbi, 12 croati e 4 bosgnacchi.

In questo contesto, nel luglio del 1995, le forze serbe (intendo con serbe quelle della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) tentarono un colpo di mano nell’enclave di Srebrenica protetto da truppe olandesi sotto l’egida dell’ONU. Per motivi ancora non ben chiariti le truppe olandesi non furono in grado di opporsi all’attacco (una mia teoria al riguardo l’espressi in Doppio aneddoto e controesempi del 2018) e così le truppe serbe (con l’ausilio di unità irregolari) ebbero mano libera per compiere il massacro: circa 8.000 uomini e ragazzi musulmani furono uccisi mentre 25.000-30.000 donne, bambini e anziani subirono abusi.

Questo massacro provocò poi l’intervento della NATO con attacchi aerei che dall’agosto al dicembre del 1995 piegarono la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e misero fine alla guerra.

Iniziamo con qualche considerazione più generale. Prima di tutto questa guerra civile non può essere considerata come a sé stante ma all’interno di un contesto politico molto più ampio.
Gli USA avevano già iniziato la politica di strappare all’ex URSS, ora Russia, i suoi alleati dell’ex patto di Varsavia. Ecco quindi che dalla scissione della Jugoslavia, con la Serbia tradizionale alleata della Russia, gli USA attirano nell’orbita occidentale Slovenia e Croazia e tentano di fare lo stesso con la Bosnia.
Personalmente, a livello intuitivo, credo che se si fosse voluto dare una possibilità alla soluzione politica si sarebbero potuti evitare migliaia di morti: l’immediato riconoscimento dell’indipendenza della Bosnia invece forzò la situazione e provocò le violenze. Evidentemente gli USA volevano subito la Bosnia fuori dal controllo serbo e non si preoccupavano delle eventuali vittime civili. Troppo cinico? Non so, forse: ma la politica estera USA post 1990 è questa.

Chiaramente si tratta poi di una guerra civile con chiare divisioni etniche e religiose: la particolarità è forse che la fazione più forte non era quella più numerosa ma quella meglio armata dei serbi.

Passo quindi a verificare le 12 caratteristiche dei genocidi per classificare con più precisione quello di Srebrenica:
1. Minoranza → No. La popolazione musulmana non era una minoranza ma militarmente era più debole.
2. Religione → Sì.
3. Differenza culturale → Difficile da stabilire senza studi più approfonditi ma, al di là della religione, non credo vi fossero grosse differenze fra jugoslavi.
4. Etnia → Sì.
5. Localizzazione territoriale → Sì. Le zone colpite erano quelle a maggioranza musulmana e avevano lo scopo di provocarne l’emigrazione.
6. Tipo di governo → Che governo era quello di Radovan Karadžić? Mi pare che repubblica non sia la definizione migliore...
7. Rappresentanza vittime nel governo → In pratica nessuna: forse qualche fantoccio?
8. Scopo reale → Ottenere dei territori di etnia solo serba probabilmente con l’idea successiva di unirsi poi alla Serbia.
9. Coinvolgimento popolazione (serba) → Difficile da valutare: probabilmente non diretto ma con supporto morale.
10. Differenze politiche → No: le differenze politiche non erano il problema.
11. Differenze sociali → No: le vittime erano selezionate per la loro etnia e non per il loro ruolo sociale.
12. Figura dominante e carismatica alla guida di una forza militare o paramilitare: sì. Direi che il presidente Karadžić e il generale Mladíc rientrassero in questo profilo.

È sempre difficile trarre delle conclusione da questi genocidi: del resto com’è possibile spiegare la follia? In questo caso la "spiegazione" sarebbe politica: una minoranza (ma forte perché ben armata) non voleva far parte di una nuova repubblica dove sarebbe divenuta debole: e allora decide di usare la violanza per cercare di raggiungere il proprio obiettivo.
Di nuovo, mi ripeto, qui vi vedo un evidente fallimento politico internazionale: con una buona mediazione credo si sarebbe potuto evitare la degenerazione della guerra civile ma, probabilmente la volontà di umiliare la Russia, ha invece portato al muro contro muro. Ho la sensazione che USA e Russia incentivarono lo scontro invece di cercare di prevenirlo.

Colpisce poi quanto poco basti a dividere una popolazione fino a pochi anni prima unita. Di nuovo sarebbe interessante studiare approfonditamente la storia sociale di quegli anni per capire come si possa passare in così breve tempo dalla civile convivenza ai massacri reciproci.

Non posso poi che ribadire la conclusione che scrissi l’anno scorso: al momento non mi pare di vedere emergere nessun chiaro filo conduttore che unisca i diversi genocidi analizzati. In effetti ciò ha senso: un filo conduttore infatti presumerebbe almeno la parvenza di una logica in questi massacri ma, osservandoli anche solo superficialmente come ho fatto io, è evidente che essi non possano mai avere delle giustificazioni coerenti per quanto false e speciose. Proprio per questo, se il nostro obiettivo è la comprensione, mi sembra particolarmente importante studiarne il maggior numero possibile: concentrarsi su uno solo genocidio infatti, data la loro diversità, può essere fuorviante. Mi rendo poi conto che adesso inizio ad avere abbastanza materiale da sintetizzare in un nuovo pezzo le conclusioni dei quattro articoli che ho scritto su il giorno della memoria. Probabilmente lo farò nel corso di questo anno.

Nota (*1): leggere la pagina Wikipedia non equivale assolutamente a studiare qualcosa!

lunedì 25 gennaio 2021

Idee e rotelle

Ma… stamani, mentre stavo svegliandomi, navigavo sbadigliando con gli occhi cisposi qua e là…

Da FB ho trovato un paio di rimandi ad articoli (beh, in verità uno dei due è un video) che mi hanno dato un po’ da pensare. Considerando sempre il mio cervello addormentato dopo una notte poco riposante. Ma lo capite anche da come scrivo che ancora non sto carburando. Vabbè.
Ah! entrambi i pezzi/video hanno la particolarità di non vedermi d’accordo con essi, almeno non totalmente: proprio per questo credo che un po’ di riflessione extra mi sarà utile.

Il primo articolo è: La DAD come strumento di indottrinamento totalitario di Antonio Francesco Perozzi su Imperdonabili.org
Non ho voglia di riassumerlo: leggetelo, è breve.

Qui in realtà la mia obiezione è facilmente identificabile e spiegabile.
Sono sostanzialmente d’accordo su quello che scrive l’autore del pezzo: la DAD è inefficace, nozionistica e alienante: il frutto della dialettica produzione-consumo applicato all’istruzione. Il tentativo di digitalizzare un’esperienza che dovrebbe invece essere diretta.
Che abbia poi il potenziale di un “indottrinamento totalitario” è possibile: rimane a mio avviso sempre il filtro degli insegnanti che possono mitigare la tendenza negativa.
La mia obiezione è invece puramente sanitaria: è da queste estate che ripeto che le scuole sono dei centri di contagio che poi portano il covid-19 trasversalmente in tutte le famiglie.
Da questo punto di vista considero la DAD il male minore: c’è da dire che nel contrasto alla pandemia è forse sbagliato giudicare i singoli provvedimenti ma andrebbero considerate le strategie nel loro complesso. In altre parole sarebbe stato forse possibile riaprire le scuole con una sicurezza accettabile: ad esempio fornendo ogni aula con un depuratore d’aria (quelli base costano sui 250€ l’uno) per sopperire alla mancanza di ventilazione non sempre possibile semplicemente aprendo le finestre di ambienti talvolta angusti (ho in mente il mio vecchio liceo: ex-convento, ex-ospedale e ora ex-liceo); da valutare anche gli emettitori di raggi UVC in grado di distruggere i virus nell’aria ma assolutamente non in grado di penetrare oltre la pelle o negli occhi; rifornire poi tutti gli studenti di mascherine FFP2 (che sarebbero dovute essere prodotte in massa dallo stato) e supplemento di vitamina D (questo non solo per gli studenti ma per tutti). Invece questa estate, avendone poche in testa, si è pensato di compensare mettendole sotto i banchi/sedie. Vabbè…
Aggiungo che l’obiezione più forte alla DAD non viene fatta nell’articolo riportato: la DAD discrimina. Discrimina fra chi può permettersi una buona connessione e ha la disponibilità di una postazione di studio adeguata e chi, magari, deve dividere un singolo calcolatore fra più fratelli e/o ha comunque una connessione insufficiente. Alla fine è una discriminazione basata sul reddito e territorio (fuori dalle città le buone connessioni sono molto più rare).

L’altro articolo, anzi video, è il seguente: VACCINO: i dubbi più grossi dal canale Cartoni Morti su Youtube.

Si tratta di un cartone piuttosto divertente COMPLETAMENTE a favore dei vaccini.
Dura poco più di 6 minuti quindi consiglio di guardarlo direttamente: le sue argomentazioni sono tutte logiche e coerenti col pensiero maggioritario ([E] 10.6): principalmente che ha più senso fidarsi delle varie agenzie di controllo sulla qualità dei farmaci piuttosto che dubitare di esse; minimizza le preoccupazioni del pensiero minoritario basate principalmente sull’interesse economico delle case farmaceutiche nei vaccini; a mio avviso debole, e non so su quali ricerche fondata, l’affermazione che le controindicazioni a breve termine siano un buon indice predittivo di quelle a medio e lungo termine; infine viene argomentato che, al di là dei possibili dubbi, il vaccino rappresenta l’unica via d’uscita dalla pandemia.
C’è da dire che il video è costruito bene e sarebbe complicato (e ingiusto) estrarre dal loro contesto le singole parti che non condivido: trovo quindi più conveniente riassumere direttamente le mie perplessità (non totale contrarietà!) sui vaccini.

La filosofia di Taleb sull’antifragilità, e in particolare sulla gestione del rischio, mi ha totalmente convinto: il vaccino per soggetti giovani e senza particolari fattori di rischio (obesità, ipertensione, diabete etc.) dà un vantaggio minimo ma espone al pericolo di un cigno nero.
Al contrario il vaccino per soggetti anziani o con fattori di rischio potrebbe essere un vero e proprio farmaco salva vita (che equivale a un cigno bianco): ovvio che i rischi nel medio lungo termine rimangono ma in questo caso varrebbe la pena correrli.
Il vaccino sì quindi ma non a tutti: ho esposto questa mia posizione in Caccia al cigno.
L’altra mia obiezione è molto più ipotetica e si basa su un’intuizione che non ho (per il momento) trovato riportata altrove e per la quale ho solo vaghe conferme della sua plausibilità.
La mia paura è che una protezione non totale, unità al fenomeno dell’asintomaticità tipica delle forme più lievi covid-19, possa causare una pressione evolutiva sul virus che lo porterebbe a evolversi rapidamente in varianti sempre più resistenti al vaccino. Al contrario se il vaccino fosse dato solo ai soggetti più deboli questo pericolo sarebbe molto ridimensionato (e si eviterebbero la maggior parte delle vittime e la saturazione delle terapie intensive). Questa mia teoria l’illustro con maggior dettaglio in Paura/previsione/perplessità/domanda.
Queste sono le mie obiezioni principali ma voglio anche spezzare una lancia a favore del pensiero minoritario.
In che mondo stiamo vivendo? Ci rendiamo conto della crescita sempre più marcata della diseguaglianza economica (che poi si trascina dietro tutte le altre)?
Questo per dire che supporre che le case farmaceutiche abbiano più a cuore il proprio profitto che la salute pubblica non è complottismo ma puro buon senso. E non un concetto nuovo: applicato ai dottori (*1) la stessa idea l’ho trovata in Aristotele e Bernard Shaw (“Il dilemma del dottore”).

Poi avrei anche molte altre obiezioni minori senza contare quella di carattere più filosofico sul confine fra salute (propria e altrui) e libertà individuale.

Conclusione: vabbè, un pezzo che ho iniziato a scrivere stamani quando ero parecchio assonnato e concluso nel tardissimo pomeriggio (che sono le 18:15? Pomeriggio o sera?). Mi sembrava interessante confrontarmi con opinioni diverse dalle mie ma mi rendo conto che, non potendo dare alle idee altrui la possibilità di replica, alla fine si tratta di un esercizio fine a se stesso.

Nota (*1): ma il concetto a maggior ragione lo si può mutuare alle case farmaceutiche dato che queste non hanno neppure il contatto umano diretto col malato che potrebbe rattenerle dal puntare all’esclusivo profitto.

Grazie e prego

Circa due anni fa scrissi il pezzo Sulla gratitudine: un tema ricorrente di molti aforismi dei più disparati autori è che chi riceve un aiuto, se non è in grado di contraccambiare, se ne risenta.

È un qualcosa che faccio fatica a comprendere e per questo il tema mi incuriosisce molto.

Nel Leviatano di Hobbes ho trovato una nuova spiegazione del fenomeno:
«L’aver ricevuto da chi riteniamo sia uguale a noi dei benefici più grandi di quelli che speriamo di ricambiare, ci dispone a contraffare l’amore, ma, in realtà, ad un odio segreto e pone un uomo nello stato di un debitore disperato che, mentre evita di vedere il suo creditore, desidera essere là dove non possa vederlo mai più. Infatti i benefici obbligano, e l’obbligazione è una schiavitù; un’obbligazione non ricambiabile, una schiavitù perpetua, e ciò, per degli uguali, è cosa odiosa.» (*1)

Qui i termini della questione sono di nuovo cambiati: ogni autore mette i propri paletti per definire questo effetto psicologico.
Hobbes introduce il tema che il risentimento, anzi l’odio, lo si ha fra uguali (successivamente invece spiega che se chi fa il favore è qualcuno di superiore allora ciò causa amore); il non poter contraccambiare causa un obbligo perpetuo, cioè una schiavitù, ed è questo che provoca l’odio.

Capisco l’argomento di Hobbes ma questo effetto continua a sembrarmi impossibile: eppure se tanti autori lo descrivono evidentemente deve esserci qualcosa di vero.

Due ipotesi nuove:
1. Che l’obbligo perpetuo equivalga a una schiavitù: se è un obbligo che ci si impone spontaneamente non è schiavitù perché spontaneamente ce ne potremo liberare; se invece l’obbligo è imposto dalla società del tempo allora le cose cambiano. Questo secondo scenario mi sembra plausibile nelle società più antiche dove l’onore aveva un valore precipuo mentre nel mondo attuale mi pare che valga molto meno: questo spiegherebbe perché io non abbia notato il fenomeno.
2. Mi chiedo se non siano proprio gli autori di cui ho letto gli aforismi a sentirsi in debito verso qualcuno e a odiarsi per questo. Per divenire famosi è inevitabile che in un momento della loro vita, nonostante le loro indubbie capacità, abbiano ricevuto un aiuto decisivo da parte di qualcuno: delle grandi menti non potranno non riconoscere l’importanza dell’aiuto e, naturalmente orgogliosi del proprio ingegno, potrebbero odiare che una persona meno degna di loro (magari solo più ricca o nobile di nascita) abbia avuto così tanto potere sul loro destino. Di nuovo, anche in questo caso, è fondamentale come la società del tempo consideri l’onore individuale.

Se fosse possibile delimitare temporalmente questo fenomeno (in base agli autori che lo descrivono) allora sarebbe evidente che non si tratta di una reazione psicologica universale e automatica ma che deve essere anche legata ai protomiti della società del tempo (tipo dal XVII secolo al XIX).
In tal caso sarebbe utile capirne per bene il funzionamento per comprendere quanto ci sia di sincerità e quanto di dovere per esempio nelle lunghe dediche ai sovrani o ad altri protettori.

Mi fa sempre sorridere questa dedica di Bach fatta all’imperatore di Prussia Federico II nel 1747 (da la pagina di Wikipedia Offerta musicale: leggete l’aneddoto riportato perché merita!):
«Graziosissimo Sovrano, con la più profonda sottomissione dedico a Vostra Maestà un'Offerta Musicale, la cui parte più nobile proviene dalle Sue auguste mani.

Con reverenziale piacere ricordo ancora la particolare sovrana grazia con la quale, tempo fa, durante una mia visita a Potsdam, Vostra Maestà si degnò di eseguire alla tastiera il tema per una fuga, ordinandomi di svilupparla subito alla Sua augusta presenza. Fu mio deferente dovere obbidire al comando di Vostra Maestà.

Tuttavia mi accorsi che, in mancanza della necessaria preparazione, l'elaborazione non avrebbe potuto essere quella che un tema così eccellente avrebbe richiesto. Pertanto giunsi alla conclusione, e subito me ne assunsi l'impegno, che era necessario elaborare in modo più approfondito quel tema veramente regale per farlo conoscere al mondo.

Questo proposito è stato realizzato secondo le mie capacità e non ho altra intenzione se non quella irreprensibile di celebrare, benché solo in un piccolo punto, la gloria di un monarca la cui grandezza e forza tutti devono ammirare e venerare, tanto nelle scienze della guerra e della pace, quanto, in maniera speciale, in quelle della musica.

Oso aggiungere questa umilissima preghiera: che Vostra Maestà si degni di onorare il presente modesto mio lavoro con una graziosa accoglienza e che conceda ancora per l'avvenire la Sua altissima grazia sovrana.

Lipsia, 7 luglio 1747.

Di Vostra Maestà servitore umilissimo e obbedientissimo,
l'autore.
»

Beh, questo caso, nella classificazione di Hobbes non rientrerebbe certo fra scambi di favori fra uguali ma, mentre altri autori non menzionano questo criterio, può anche darsi che il filosofo inglese l’abbia aggiunto solo per giustificarsi di fronte al proprio benefattore. Del resto trovo difficile che una mente geniale si senta realmente inferiore a qualcuno solamente perché più in alto nella scala sociale…

Conclusione: non so, potrebbe essere una reazione psicologica degli artisti/intellettuali al mecenatismo?

Nota (*1): Tratto da Leviatano di Thomas Hobbes, (E.) BUR 2020, trad. Gianni Micheli, pag. 102-103.

domenica 24 gennaio 2021

Talebbate

Anni fa, commentando ciò che leggevo, una mia amica mi disse qualcosa del tipo: “Ma che leggi a fare i vecchi libri (Freud, Nietzsche, Aristotele)? Oggi puoi trovare dei testi molto più aggiornati!”

Mi rimase in mente perché di solito i classici sono ritenuti importanti anche se per certi aspetti, a volte, superati.

Non ricordo bene cosa le risposi ma ora come ora la mia risposta sarebbe che questi libri sono le fondamenta di ciò che è stato costruito dopo. Oltretutto la mia intuizione e il mio naturale buon senso mi permettono di identificare con una certa sicurezza i concetti superati che, quindi, giudico criticamente e da cui, comunque, imparo qualcosa: per esempio sui limiti e preconcetti di una data epoca, vedi la parte finale di Harouel (1/2) su Aristotele…

Comunque leggendo Taleb ho trovato un’altra conferma alla bontà del mio approccio: l’effetto Lindy.
Un oggetto non deperibile, come può essere il testo di un libro (non il libro stesso!), rimarrà in circolazione per un tempo proporzionale alla sua età. In altre parole più un libro (inteso come contenuto) è vecchio e più a lungo resterà in circolazione.
L’età di un’opera è un filtro efficacissimo della sua qualità: al contrario un libro recentissimo, uscito appena 2 anni fa, fra altri due potrebbe essere già superato.

È un errore psicologico (neomania) considerare il nuovo sempre e comunque superiore al vecchio; oppure, quando il nuovo fosse anche effettivamente superiore, se si possiede già il vecchio, non sempre vale la pena acquistare il nuovo per il poco in più che ha da offrire. Il consumismo si basa su questo effetto…

Ormai ho scritto troppo per spacciare questo pezzo per un corto: scorrerò quindi Antifragile alla ricerca di altri commenti degni di menzione.

Taleb partendo dal concetto del rapporto fra fragilità e antifragilità scrive un po’ di tutto e, ovviamente, tocca anche il problema della diseguaglianza economica.
Stiamo passando da una distribuzione della ricchezza 20/80 (20% popolazione possiede 80% ricchezza) a quella 1/99 (l’1% della popolazione possiede il 99% ricchezza).
Eppure, chissà perché (!) (*1), nel dibattito quotidiano i media parlano sempre di altro.
Mi rincuora scoprire ormai con una certa regolarità che le menti più libere e aperte siano, come me, consapevoli che questo sia il problema principale della società moderna (anche il cambiamento climatico è subordinato a questa ingiustizia: risolvendola ci sarebbero le risorse per affrontare l’altra emergenza).

Un altro concetto interessante è l’epistemologia (*2) sottrattiva.
Un metodo molto efficace per ottenere nuova conoscenza non è tanto aggiungere nuove teorie e ipotesi quanto eliminare ciò che si ritiene errato.
Ovviamente questo è un concetto che si può ampliare e applicare, filosoficamente, ai più svariati campi. In qualche maniera, che non ricordo (!) (*3), Taleb riesce a mettere in relazione la sua antifragilità con questa tecnica epistemologica.
Alcuni esempi di applicazione: una teoria scientifica è valida non tanto per il numero di conferme che trova ma solo fino a quando non vi è nessuna smentita. Nell’amministrazione (pubblica e non) i meccanismi per eliminare un incapace sono molto più proficui che premiare i più bravi.
Un principio costituzionale di Bentham: secondo il filosofo la legge dovrebbe limitarsi a prevedere (e impedire) tutto ciò che potrebbe limitare la libertà e l’intelligenza dei parlamentari. Ovvero togliere vincoli e impedimenti è più efficace che dare poteri specifici per ottenere un’assemblea efficiente.
Bellino poi il proverbio arabo: “Mantenere le distanze da un ignorante equivale a stare in compagnia di un saggio”!

Vabbè, potrei già chiudere qui ma scrivendo la nota *3 mi è venuta in mente un’idea che mi pare interessante.
Nella nota critico lo stile espositivo di Taleb e credo di poterne spiegare il motivo usando proprio i suoi stessi criteri!
Normalmente Taleb scrive dei capitoletti molto agili contraddistinti da dei titoli decisamente oscuri: in essi egli racconta aneddoti, talvolta personali altre volte no, spesso molto interessanti e divertenti che, in genere, sono delle metafore o hanno una forte attinenza col concetto che vuole esprimere (talvolta sono proprio la sintesi di come egli sia arrivato a una certa conclusione) e, infine, c’è una sola frase chiave che definisce l’essenza dell’insegnamento del capitoletto e che spiega come vada interpretata esattamente la storiella precedente.
Questo stile ha il vantaggio di rendere la lettura più facile al lettore ma ha anche un profondo limite: è fragile, specialmente nelle traduzioni dall’inglese. Se la frase critica, la definizione finale, non è tradotta perfettamente c’è il rischio concreto di interpretare in maniera errata tutti gli esempi/metafore precedenti. Io, nella mia Epitome, ribadisco alla nausea i concetti che mi sembrano più importanti: la ripetizione può essere vista come una forma di robustezza: se un concetto è ribadito tre volte è improbabile che un errore di traduzione (che poi più che di un errore può trattarsi della sfumatura di significato di un singolo termine) comprometta la comprensione dell’essenza di tutte e tre le frasi.
Non so se sono eccessivamente ottimista ma ripetere lo stesso concetto più volte, ovviamente da prospettive diverse e non sempre uguali, potrebbe avere un effetto antifragile: ovvero stimolare nel lettore intuizioni utili che vadano perfino oltre gli originali intendimenti dell’autore.

Conclusione: che dire? È un bel libro!

Nota (*1): evidentemente non mi fido della perspicacia dei miei lettori che spero quindi di non offendere con la mia pedanteria: a chi appartengono i grandi media? Di chi quindi faranno gli interessi? Rispondendo a queste banali domande si comprenderà anche perché l’argomento della diseguaglianza, e della sua spaventosa crescita, non venga affrontato…
Nota (*2): cos’è l’epistemologia? Ha vari significati ma in questo caso si intende la metodologia che si adopera per ricavare nuova conoscenza.
Nota (*3): Taleb è molto contorto nell’esporre la sua teoria: ha scritto un libro che si legge con estrema facilità ma i concetti chiave sono sparpagliati qua e là in maniera disorganizzata. Una volta terminata la lettura della sua opera voglio scrivere un pezzo in cui riassumo chiaramente i diversi aspetti in cui si possa trovare l’antifragilità: questa “via negativa” potrebbe essere una terza forma indipendente dalle precedenti che avevo già individuato.

sabato 23 gennaio 2021

La fuggitiva

Ho finalmente terminato di leggere La fuggitiva di Proust.
La seconda parte è deludente e il finale quasi una bozza: è evidente che l’autore non ha avuto il tempo di smussarne gli angoli. Ci sono frasi e concetti ripetuti e la trama sembra riassunta…
Anche la psicologia del protagonista non è credibile:
SCIUPATRAMA!
Mentre il protagonista è in vacanza a Venezia riceve un telegramma dove gli si comunica che Albertine è viva e vuole sposarlo: invece di chiedersi come e perché abbia simulato la propria morte il protagonista si limita a rendersi conto di non amarla più.
Sì, capisco che questa possa essere la conclusione emotiva passata la sorpresa ma, sul momento, dovrebbe esserci un caleidoscopio di altre emozioni: stupore, rabbia per come ha sofferto credendola morta, incredulità etc…
Probabilmente qui Proust era ancora in una fase poco più avanzata di una bozza.

Ricordo che Proust morì prima di poter finire per bene questa sua ultima opera…

Pancacato - 24/1/21
Ieri mi sono fatto i pancakes! Avevo comprato un preparato semi pronto (ho dovuto solo aggiungerci un uovo e del latte) e in 5 minuti ero pronto a cuocere!

È molto divertente anche cucinarli: bisogna decidere la quantità di pastella da usare e cercare di farli venire tondi. Mi ero comprato anche lo sciroppo d’acero: ci sta benissimo! La confettura di mirtilli invece è più da colazione almeno per il mio gusto…

Un’esperienza che ero proprio curioso di fare e che consiglio a tutti!

Ciaone - 30/1/2021
Come per la Boldrini (*1) da qualche giorno ho deciso che non vale più la pena di scrivere su Renzi: è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, fa quasi pena e finisce per ispirare tenerezza.

Però mi è passato sotto il naso il seguente video. Qui si evidenzia come all’estero Renzi sia ancora considerato un grande statista e le sue parole vengano ascoltate con grande attenzione in uno sforzo non indifferente di comprensione e interpretazione:

Brexit: 'British people made bad decision on EU' Matteo Renzi - BBC News


Da leggere anche i commenti al video; abilitare i sottotitoli in inglese è… interessante…

Nota (*1): con qualche rarissima eccezione...

Lovegrove - 1/2/2021
Ieri mi è arrivato “The Cthulhu casebooks: Sherlock Holmes and the Shadwell Shadows” di James Lovegrove e oggi ho finito di leggerlo: avevo proprio voglia di un libro leggero per distrarmi!

L’autore, come si intuisce dal titolo, ha messo insieme Sherlock Holmes e Cthulhu: 75% del primo e 25% del secondo. Prevedibilmente Lovegrove è peggio sia di Conan Doyle che di Lovecraft: ma fa un lavoro onesto leggibilissimo.
In realtà ha scritto una trilogia e questo primo volume quindi è sì conclusivo ma non troppo. Sicuramente, ma con calma, vedrò di prendere anche i restanti libri.

Guarito? - 1/2/2021
Allora la dottoressa aveva deciso di mandarmi da un ortopedico ma io le avevo chiesto di fare un ultimo esperimento e di prescrivermi uno sfiammante: le mi aveva dato l’Okytask tre volte al giorno per 10 giorni. Il fatto che fosse anche un antidolorifico non mi convinceva perché volevo evitare di sforzare il gomito anche per sbaglio: ma la dottoressa, sfortunatamente, è lei…

Già con la prima bustina il dolore mi è sparito del tutto. Sabato sera ho preso l’ultima e per adesso (siamo a lunedì sera) il gomito va ancora bene…

Vero è che non mi fido: ora proverò a fare un po’ di ginnastica leggerissima e poi deciderò come muovermi in base al risultato…

Resa dei conti (3/??)

Nella scorsa puntata (Resa dei conti 2/?) mi ero congedato lasciandomi una nota su come proseguire nel pezzo seguente: l’amore “moderato” e il “ruolo” dell’Epitome.

Partiamo dall’argomento più semplice: come può un amore essere moderato? Sembra un contro senso, no? Se l’amore non è assoluto è possibile chiamarlo amore?
Anni fa, circa una ventina per la precisione, la pensavo proprio così: ero romantico e l’amore era qualcosa che avevo idealizzato. “Omnia vincit amor” pensavo e ci credevo veramente.
Scoprii però una dura lezione: non è vero, l’amore è un’illusione e le sue vittorie, quando ci sono, sono solo temporanee. L’amore è un appetito che distrae, che finge di dare un significato alla vita, ma in realtà è solo il mezzo per portare alla procreazione.
Ecco allora il mio amore “moderato”: un’emozione intesa come disponibilità all’amore. Una forma mentale prudente in cui si dice all’altro “tu mi piaci e sto volentieri con te: se anche per te è lo stesso allora mettiamoci insieme, altrimenti amici come prima”. Insomma un’impostazione mentale meno pericolosa, meno vulnerabile, perché già mette in preventivo la propria fine.

Il ruolo dell’Epitome è più complesso e, prima, devo spiegare il rapporto con il mio ghiribizzo, ovvero questo blog.
Per la maggior parte delle persone tenere un sito di questo genere è una distrazione, uno svago: magari un modo per conoscere individui con interessi simili e scambiare idee. Altre volte una vetrina dove cercare di mettersi in mostra dipingendosi meglio di quanto non si sia. Insomma un passatempo innocuo che dura fin quando diverte oppure non si trova qualcosa di meglio da fare.
Io invece l’ho interpretato in maniera diversa: fin dall’inizio non mi sono limitato a scrivere di uno specifico argomento ma ho sempre alternato pezzi di generi profondamente diversi cercando di riflettere i miei interessi eclettici.
Non ho cercato di piacere ai lettori con pezzi corti, divertenti, facili da leggere e ricchi di foto: in verità infatti volevo esprimere me stesso. Non mi interessava essere seguito dal maggior numero possibile di persone ma fare un autoritratto della mia personalità.
E penso di esserci riuscito: rileggendomi sento bene la mia voce, quella del mio pensiero che riecheggia nella testa. Spesso allegra, talvolta profonda, quasi sempre cervellotica.
Non mi capita mai di leggere qualcosa di falso che non riflette cioè il mio pensiero: certo, nel tempo posso aver cambiato idea, ma vi riconosco la sincerità del momento. Non volendo accattivarmi il favore di nessuno, non volendo piacere, non ho cercato di mostrarmi migliore di quanto non sia ma mi sono sempre limitato alla mia verità: ecco, al massimo, mi sono autocensurato consapevole che in Italia la libertà d’espressione è tollerata fin quando non disturba i potenti. Altrimenti sarei stato molto più duro verso la maggior parte dei politici tanto è alto il mio disprezzo per il loro tradimento morale e la nausea per la loro ipocrisia.

Il punto è che nelle migliaia di pezzi che ho scritto (2888 con questo) ho infuso il mio pensiero e, quindi, l’essenza della mia persona. Quello che leggete sono io: se poi mi incontrate di persona non sono molto diverso: certo l’aspetto è quello che è! Rispetto alle vignette ho accumulato una certa pancetta e le rughe di una vecchiaia pigra; poi ho un’orribile vocina stridula, e a voce mi esprimo in maniera molto più impacciata e confusa di come si potrebbe credere leggendomi: sono lento a pensare e dal vivo tendo ad assorbire ciò che viene detto per rifletterci sopra con calma: cerco di capire le ragioni altrui piuttosto che metterle in discussione controribattendo così, tanto per avere l’ultima parola. Però, se avete la pazienza di conoscermi, vi accorgerete che l’essenza profonda è la stessa: il pensiero è il medesimo.
E rivedendovi me stesso amo questo mio ghiribizzo: del resto non si amano nei figli le nostre caratteristiche che riconosciamo in loro? E se sì può amare la forma del mento, il colore degli occhi, il profilo del naso e simili lo stesso non vale, e a maggior ragione, per il proprio pensiero?
Un figlio tramanda ai posteri le nostre caratteristiche più superficiali e, forse, alcuni aspetti del carattere: elementi che però si fondono insieme in una personalità alla fine quasi completamente aliena dalla nostra. Un blog come questo invece tramanda la nostra essenza più profonda.

Quindi se questo ghiribizzo è il figlio della mia mente allora che cos’è l’Epitome?
L’Epitome, nata come sintesi delle teorie di cui avevo disseminato il blog, alla fine è diventata la mia visione della realtà attraverso l’applicazione della mia intelligenza e intuizione. Se il ghiribizzo è l'albero che rappresenta il mio pensiero allora l’Epitome è il frutto dello stesso. Come vedo il mondo comprese le sue logiche e leggi nascoste.
Un’opera di cui vado molto fiero: quando sento o leggo intellettuali anche importanti, sia viventi che del passato, riconosco gli aspetti salienti del loro pensiero e posso inquadrarli nel contesto più ampio della mia teoria: vedo quindi facilmente i loro limiti, ciò che non hanno pienamente compreso e quello che questo comporta. Talvolta raffino poi le mie stesse idee ma, almeno per il momento, non vi ho scoperto errori significativi: è più un espandere e completare piuttosto che un correggere.
Insomma, con l’immodestia che mi contraddistingue, mi pare di aver scritto un qualcosa di molto importante che, se fosse condiviso, porterebbe prima a una migliore comprensione della realtà e, come conseguenza, a un’evoluzione positiva della società.
Il grosso SE è che questa mia opera non viene letta da nessuno: il suo problema, oltre alla sua complessità che scoraggia il potenziale lettore occasionale, è che è troppo avanti nel futuro.
In realtà non l’ho scritta per i miei contemporanei ma, come per il ghiribizzo, essenzialmente per me stesso. Una quantità inusitate di idee e concetti sono totalmente innovativi: si richiederebbe quindi al lettore un’apertura mentale inconsueta, la capacità di immaginare un mondo diverso che segue regole mai enunciate prima.
Posso invece facilmente immaginarmi il lettore che ha scaricato per sbaglio il PDF dell'Epitome che pensa “ma questo è matto!”, “perché dovrei leggere questo scritto complicato opera di uno sconosciuto: senza dubbio non ne vale la pena ed è una perdita di tempo!”
Che dire: il mio percorso è stato anomalo. Ho seguito caparbiamente la mia strada anche quando mi faceva camminare in direzione opposta alla folla dei miei simili.
Di solito chi scrive inizia a farlo da giovane e, contemporaneamente, inizia ad apprezzare i giganti della cultura che ci hanno preceduto: si confronta con loro in un dialogo segreto dove, spesso, ha l’ultima parola. Forse è per questo che li ama: gli autori che ci parlano con le loro opere non ci contraddicono mai completamente e, anzi, possiamo sempre immaginarci che ci diano ragione annuendo solennemente.
Io no: ignorante come una capra fino, praticamente, a quando morì mio zio Gip. Allora, anche per rispetto nei suoi confronti, iniziai a leggere i libri che lui aveva amato tanto. E così ho scoperto che quello che leggevo mi rimaneva attaccato: all’anima, al mio spirito: i pensieri antichi si rigeneravano dentro di me, riprendevano vita divenendo attuali. E infatti faccio molta fatica a distinguere il mio pensiero da quello che leggo una volta che l’ho assimilato.
Ecco, nel complesso ho letto pochissimo ma ho rielaborato profondamente le nozioni che più mi hanno colpito mentre altre idee sono nate spontanee, un po’ come funghi dopo la pioggia. Spesso, dopo aver letto un autore, mi sembra di averlo capito profondamente e di poter quasi parlare in sua vece.
Io mi vedo come un pensatore ma probabilmente sono più simile a un frullatore! Le verdure e la frutto che assimilo vengono sminuzzate insieme producendo una poltiglia amorfa. Di sicuro l’aspetto non è bello e il sapore non sarà meglio ma credo che comunque faccia bene.
In definitiva sono un uomo di scarsa cultura ma con una discreta (abbondante) intelligenza e una smisurata intuizione sovrapposta a una grande fantasia: il prodotto di questi fattori è l’Epitome.

Sicuramente avessi iniziato a scrivere da giovane adesso le parole mi verrebbero facili: invece faccio una fatica del diavolo a metterle insieme. Le devo prendere a martellate cercando di farle stare insieme e di smussare le imperfezioni che immancabilmente compaiono qua e là.
Devo dire che, mi pare, di avere almeno il merito di riuscire a scrivere in maniera abbastanza chiara: il problema è che i miei pensieri sono complessi e le due cose si controbilanciano annullandosi a vicenda. Se mi limitassi a scrivere banalità forse riuscirei a farlo con una certa grazia e agilità. Non so: forse…

Conclusione: e anche per oggi ho scritto più che abbastanza. Per la prossima puntate mi annoto i seguenti due argomenti: la mia “metafisica” e le parole santissime.

venerdì 22 gennaio 2021

Noam Chomsky

[E] Attenzione! Per la comprensione di questo pezzo è necessaria la lettura della mia Epitome (V. 1.7.1 "Sherlochulhu").

Di solito non scrivo più di un pezzo al giorno ma oggi mi sento di farlo: ho appena finito di guardare questa video intervista a Noam Chomsky e ne sono rimasto estasiato!

Noam Chomsky: Where the left goes after Trump


Il suo nome mi era noto dall'informatica (grammatiche generative) e l'avevo poi di tanto in tanto notato in alcuni meme principalmente riguardanti il rapporto fra società e media.
Da quel poco che si poteva intuire da poche parole si trattava di teorie interessanti ma quasi troppo sconcertanti, troppo innovative e fuori dalla narrazione comune per essere considerate seriamente.
Nel corso degli anni, leggendo e riflettendo, sono però giunto anch’io a teorie estremamente negative sullo stato della società moderna (vedi la mia Epitome). In pratica sono giunto autonomamente là dove Chomsky era da anni.

Della sua lunga intervista condivido tutto: solo che lui riesce a esprimersi molto meglio di me con un linguaggio pacato ma anche affilato che va dritto al nocciolo della questione. Chiaro che si avverte il fatto che lui è da sessanta e più anni (è del 1928 come mio zio Gip) che riflette su queste tematiche e osserva da vicino la politica americana e mondiale.
Il suo giudizio su Trump è estremamente negativo là dove io invece, in mancanza di informazioni, ero incerto: ma mi ha convinto. Al di là del covid-19 che ha scombussolato tutto, la riforma fiscale di Trump è chiaramente a favore dei ricchi e penalizzante per i poveri.
Ma è forse troppo facile “sparare” su Trump: mi è piaciuto come abbia attribuito le responsabilità più pesanti del trionfo del neoliberismo a Reagan (e Thatcher in Europa), come del resto anch’io ho scritto nell’Epitome, ma anche poi a Clinton (creazione Nafta che ha causato guerra fra poveri) e all’osannato Obama (che del programma di: 1. salvare sia le banche; 2. salvare le vittime delle banche; ha portato a termine solo il primo abbandonando i cittadini a loro stessi), entrambi democratici.

Secondo Chomsky è dagli anni ‘70 (con Carter) che i democratici negli USA non fanno più gli interessi delle classi lavoratrici. Qualcosa di analogo a quanto successo col PCI e le sue successive degenerazioni.

Buone parole per Sanders pur facendo notare che la sua idea di sinistra si potrebbe collocare nella CDU tedesca in Europa (ovvero praticamente di centro destra!)…

Interessantissimi poi i concetti, ribaditi più volte, sia della perseveranza (che ironicamente ha definito “marxista”!) dei poteri economici di proteggere i propri interessi a scapito della popolazione sia, soprattutto, della necessità di indebolire i lavoratori per incrementare le diseguaglianze a loro danno. Entrambi i concetti sono presenti nella mia epitome: in [E] 12.4 che le multinazionali sono sempre all’erta per aumentare il proprio potere; mentre è conseguenza della legge della variazione della forza ([E] 5.8) che si indebolisca un potere, in questo caso la democratastenia, diminuendone l’autonomia.

Già, non lo ha detto esplicitamente ma mi pare che Chomsky la pensi come me nel contrapporre non solo la classe lavoratrice ma anche la media ai ricchissimi. Ecco forse Chomsky mette dalla stessa parte dei parapoteri anche i “normalmente” ricchi, dall’industriale, al chirurgo famoso, dalla stella di Hollywood a quella dello sport.

Infine mette l’accento su un qualcosa che forse io do per scontato: se né i democratici né tantomeno i repubblicani fanno gli interessi dei lavoratori allora questi per chi dovrebbero votare?
In altre parole c’è un fondamentale problema di rappresentanza: il 90% della popolazione americana non è rappresentato: nel senso che le persone da queste elette il 90% delle volte non ne fanno gli interessi. Al contrario subito entrano in contatto con le pressioni delle lobbi: C’è da aggiungere che in America vi è praticamente una correlazione diretta fra fondi per la campagna elettorale e l’elezione al senato/congresso. Pensate quindi quali interessi proteggeranno i vari deputati/senatori.

Poi mi sono anche annotato un libro citato da Chomsky che voglio leggere: “The framers’ coup: the making of the United States constitution” di Michael Klarman. In teoria va contro la mia ipotesi della temporanea particolare affinità fra parapoteri americani e democratastenia: sospetto però si tratti di un giudizio provocatoriamente troppo severo, ma voglio saperne di più!

Colpisce però l’ottimismo di Chomsky che spiega come già nel passato vi siano state delle variazioni di potere a favore dei più deboli e che nulla impedisce che ciò accada di nuovo.
Non sono però sicuro di condividere questa sua speranza: è vero che alcuni aspetti della storia sono ciclici ma al giorno d’oggi non va dimenticata quello che io chiamo il pericolo causato dalla combinazione della seconda globalizzazione ([E] 12.4) con l’effetto dell’omogeneizzazione ([E] 5.14) di cui, per esempio, il cambiamento climatico è una conseguenza. In pratica siamo, a livello globale, alla fase finale della mia teoria dell’espansione ([E] appendice D).
Non è detto che vi sia ritorno dalla strada che stiamo prendendo...

Infine ho guardato la pagina Wikipedia su Chomsky: tutto sommato scarna dato lo spessore del personaggio. Per capire quanto siamo in sintonia cito (da Wikipedia) questa sua valutazione del 2014 sulla situazione politica italiana: «Per quel che mi riguarda la democrazia in Italia è finita con il governo Monti, designato dai burocrati seduti a Bruxelles e non dagli elettori.». Che aggiungere?

Ah, ho poi scoperto che dato che io la penso come Chomsky, e che egli è definito un socialista libertario, allora ne posso concludere che anch’io sono un socialista libertario.
Ed effettivamente credo che sia la definizione giusta per me: i miei ideali di giustizia sono sostanzialmente socialisti ma sono anche fortemente convinto che affinché vi possa essere giustizia la democratastenia debba essere forte: questo significa che il singolo cittadino deve esserlo e, quindi, deve essere massima la sua autonomia, ovvero le sue libertà individuali (sia nei confronti dello Stato che dei parapoteri).

Modificato: 21/1/21
Nella mia Epitome c’è un capitolo, il ventesimo, che faccio sempre un po’ fatica a spiegarmi.
Si tratta del capitolo conclusivo dell’Epitome dove illustro i pericoli noti e ignoti che l’umanità si trova di fronte. Si tratta di un qualcosa di apparentemente avulso e non consequenziale rispetto al resto dell’opera e anch’io faccio fatica a capire come sono giunto alla conclusione che tale capitolo fosse necessario.
La logica in breve è: nei capitoli iniziali illustro la mia teoria su come funziona il mondo e poi arrivo a proporre un sistema per creare una società più giusta. Ma tutto questo esercizio è motivato se il mondo si autodistrugge? Ovviamente no: vanno quindi presi in considerazione anche i pericoli globali capaci di distruggere, o comunque seriamente danneggiare, l’intera umanità.
Sembrerebbe una motivazione un po’ forzata e, forse, è effettivamente così ma, sorpresa, è anche la stessa conclusione a cui arriva Chomsky.
Lui si limita a due problemi principali: il surriscaldamento e la guerra nucleare (più la pandemia di covid-19 che però considera, giustamente, molto meno grave) mentre io vedo il problema più complesso e sfaccettato.
Ma il punto è che entrambi abbiamo compreso l’importanza delle priorità: la salvezza del pianeta e dell’umanità deve venire prima di qualsiasi ideologia e deve quindi essere sempre tenuta presente.

Conclusione: come faccio a essere la reincarnazione di Chomsky se egli è ancora vivo? Comunque vedendo le foto anche di pochi anni fa e la sua faccia attuale non mi pare che gli resti molto da vivere. Peccato perché è ancora lucidissimo.

giovedì 21 gennaio 2021

Il politicamente corrotto

Sto continuando a seguire abbastanza assiduamente le puntate di “Fuori Controllo” (Gli incomprensibili) la trasmissione diffusa tramite FB dell’associazione degli “Imperdonabili” (v. Gli imperdonabili).

Ieri ho visto forse la puntata più interessante: era intervistata la professoressa universitaria (di sociolinguistica mi pare) Vera Gheno famosa per la proposta di introdurre la schwa e, in generale, molto attenta all’uso di un linguaggio politicamente corretto.

In realtà poi della schwa non si è parlato molto e il discorso si è più concentrato sul rapporto fra politicamente corretto e lingua. Sfortunatamente non c’è stato alcun accenno ai forestierismi, tema che mi sta molto a cuore, se non indirettamente attraverso l’accenno che l’italiano è vivo e sta benissimo (da cui, presumo, che i forestierismi non sono un problema).

E in genere i linguisti infatti non se ne preoccupano: l’argomento che adoperano è che la “lingua è viva” ed evolve spontaneamente, la maggioranza dei forestierismi vengono poi dimenticati mentre i termini di uso più frequente vengono poi assimilati. La mia obiezione la conoscete: il problema è che oggi la maggioranza degli italiani ha un’infarinatura d’inglese e questo, SECONDO ME, inceppa il meccanismo di italianizzazione delle parole. Vabbè: ma l’importante qui è il concetto di lasciare la lingua libera di evolversi invece di cercare di contrastare attivamente i forestierismi (specialmente anglicismi).

Ho ribadito questo principio per evidenziare poi quella che a me sembra una contraddizione.
La professoressa infatti è favorevole al politicamente corretto perché lo vedo come un mezzo per tutelare le minoranze più deboli che altrimenti rischiano di sentirsi tradite e abbandonate dalla propria lingua (*1). Per questo la società e, credo, la politica è bene che intervenga promuovendo (ma senza imporli) i termini politicamente corretti.

Ecco non capisco perché per i forestierismi sia giusto non intervenire mentre per il politicamente corretto sì: perché da una parte si dice che la lingua evolve da sola e da un’altra che invece va guidata? Questo da un punto di vista puramente linguistico senza considerare morale o politica.

Perché poi il “politicamente corretto” alla fine, come esprime la stessa locuzione, è anche una questione politica e quindi il relativo “corretto” non è uguale per tutti ma cambia in base all’ideologia. Per questo che la forza temporaneamente al governo, e quindi rappresentativa di solo una parte, voglia andare a cercare di forzare la lingua, che invece è un qualcosa di assolutamente comune e condiviso dalla popolazione, mi pare sbagliato e, anzi, arrogante di per sé.

Infine anche ammettendo che la lingua debba essere inclusiva per evitare che minoranze si sentano offese o penalizzate da essa (*1) mi pare che comunque le priorità dovrebbero essere altre.
Mi spiego meglio: personalmente sono favorevole a leggi che concretamente tutelino e proteggano i gruppi sociali più deboli, soprattutto nella loro libertà individuale di essere se stessi, e mi sembra ipocrita fermarsi invece all’apparenza più esteriore dei termini.

La seguente battuta di Lercio.it mi sembra riassumere perfettamente questo mio pensiero: Donna senzatetto chiede aiuto alla Boldrini e lei l’accontenta coniando il termine clocharda.

Mi viene da pensare che se le rivendicazioni di una minoranza sono esclusivamente linguistiche allora vuol dire che i suoi problemi più importanti sono già stati risolti.

Ma torniamo al fenomeno linguistico: da una parte (forestierismi) si è detto che la lingua si evolve da sola; da un’altra (politicamente corretto) che questa vada guidata. Il risultato di queste due asserzioni sarebbe allora che tentare di guidare la lingua sia comunque un esercizio futile perché poi essa, quando si cerca di forzarla, trova altre soluzioni.
Si può verificare questo fenomeno?
Dovrei avere più informazioni per potermi esprimere con maggiore sicurezza ma la mia sensazione è che sia così.
Alcuni termini introdotti perché sentiti politicamente corretti sembrano invecchiare precocemente: la lingua, evidentemente in maniera spontanea, finisce per attribuire loro un retrogusto di significato negativo e, quando questo avviene ed è percepito, allora il politicamente corretto riparte da capo e impone un nuovo termine.
Pensavo a come sono chiamati gli immigrati africani: negli anni ‘80, agli albori del fenomeno, si trovava spesso la definizione, credo inizialmente solo ironica, di “vu’ cumprà”; poi il termine ha preso una sfumatura sempre più negativa e allora si è passati al sicuramente più neutro “extra comunitari”, ma di nuovo dopo qualche anno non è andato più bene; ecco quindi il semplice “immigrato” che non distingue fra UE e fuori UE; ma anche questo non è stato sufficiente: adesso si usa quasi esclusivamente il participio “migrante” che ha forse un suono poetico e suggerisce un’apparente temporaneità del fenomeno.
Alla fine ho la sensazione che le parole che esprimono un qualcosa di percepito come negativo dalla popolazione, a torto o ha ragione, siano come il pesce: quando invecchia (nel caso delle parole si tratta di anni e non di giorni) inizia a puzzare.
Da un altro punto di vista questa è una conferma del mio precedente punto di vista: se a un problema si cambia solo il nome invece di risolverlo allora si ottiene solo un beneficio ipocrita e temporaneo. Il politicamente corretto non risolve niente ma nasconde i problemi reali senza affrontarli: nasconde un pesce sotto il divano invece di riporlo nel freezer e, quando puzza, lo sostituisce con un altro.

Ovviamente non ho fatto in tempo a chiarirmi le idee abbastanza velocemente da porre alla professoressa in diretta queste mie obiezioni che, del resto, se non si è al di dentro di queste tematiche non sono facili da esprimere in maniera chiara senza banalizzarle.

Conclusione: spero di non aver dato un’impressione sbagliata! L’intervista è stata interessantissima e, di sicuro, la migliore di quelle viste fino ad adesso specialmente per la chiarezza della professoressa capace di esprimersi con termini semplici, sintetici e diretti (in effetti la necessità di adattare il proprio registro espressivo a seconda dei contesti era un altro dei suoi cavalli da battaglia).

Nota (*1): che poi, ci ho pensato rileggendo quanto ho scritto, che senso ha sentirsi “traditi” da una lingua dato che questa non ha certo una sua volontà. Semmai la lingua è il riflesso del pensare della popolazione e, quindi, è da questa che la minoranza dovrebbe sentirsi tradita: ma se è così allora tentare di agire sulle parole equivale a intervenire sull’effetto, non sulla causa. D’accordo l’obiezione della professoressa è che comunque le parole cambiano il modo di pensare di chi le adopera: certamente è vero: il politicamente corretto introduce una tendenza in una direzione di pensiero ben specifica ma, se di concreto non si fa niente altro, alla fine è una misura inefficace: vincono le tendenze concrete. Come ho scritto nel prosieguo sembra che addirittura il termine politicamente corretto finisca per venire travolto e distorto, assumendo un retrogusto di significato indesiderato…

Il "complotto" contro la vitamina D



Beh, in realtà nel video NON si parla di nessun complotto!
È l’intervista a uno scienziato E parlamentare inglese che si è interessato fin dal marzo 2020 al rapporto fra vitamina D e covid-19.
In pratica racconta di come aveva contattato le più alte cariche politiche affinché si verificasse attraverso studi l’efficacia o meno della vitamina D. Per motivi che non svelo (è più divertente ascoltare il suo racconto) non è stato fatto niente. Vicende simili si sono ripetute poi in estate e oltre.
Il parlamentare, da bravo politico, non tira in ballo le eventuali responsabilità delle casa farmaceutiche ma è facile fare due più due. Soprattutto visto che è facile ipotizzare che vicende simili saranno accadute non solo in UK ma anche altrove: possibile che da tutte le parti sia successo l’improbabile?

A circa metà intervista il Dr. Campbell propone la domanda diretta se le case farmaceutiche hanno avuto un ruolo nel “seppellire” le ricerche a favore della vitamina D. Ovviamente il politico non risponde direttamente e si deve leggere fra le righe. Comunque giudicate voi.

Zombi vari - 22/1/21
Stanotte ho segnato di essere in un negozio, una lavanderia automatica, seduto accanto ad altri clienti lungo la parete. Improvvisamente c’è stato un attacco di zombi! Una persona in piedi alla mia sinistra è stata placcata da uno zombi che ha iniziato a farlo a pezzi; io e il cliente seduto alla mia destra siamo invece stati solo feriti da uno zombi che ha poi attaccato altre persone.
Io per tutto il tempo sono rimasto indifferente e vedendo che la donna seduta alla mia sinistra, completamente paralizzata dal panico, era incolume le ho consigliato di trovarsi uno zombi “piccolo” che la graffiasse: lei si è alzata ed è uscita dal negozio.
Poco dopo è arrivato un cacciatore di zombi armato di carabina: io ancora non ero divenuto uno zombi ma ero chiaramente ferito e sul punto di diventarlo così il cacciatore mi punta il fucile in faccia: di nuovo non faccio niente e rimango seduto ma proprio in quel momento io e tutte le persone intorno a me tornano normali, si dezombificano!

Pochi giorni fa avevo fatto un sogno diverso ma sempre con degli zombi: stavo aiutando delle persone a estrarre un programma da un calcolatore per poi usarlo. Il programma necessitava di un particolare hardware che era stato rubato ma io sapevo di poterlo emulare con quello disponibile. Lancio quindi il programma e vedo la sua finestra funzionare normalmente mentre tutto intorno, il sistema operativo emulato, è visualizzato da uno sfondo psichedelico. Mentre sono assorbito da questa visione sento i grugniti tipici degli zombi e capisco che, mentre guardavo lo schermo, ero stato circondato: mi sveglio.

Braccino - 22/1/21
Questa settimana non ho fatto il mio consueto aggiornamento: beh, dopo l’esperienza della settimana precedente ero stato attento a non fare piccoli sforzi neppure quando stavo bene e in effetti sono stato meglio.
Poi due giorni fa ho provato a tagliare qualche rametto con le cesoie e quasi immediatamente il gomito è tornato a farmi male.
Ieri ho telefonato al mio dottore di base che, a questo punto, voleva mandarmi direttamente da un ortopedico: io le ho chiesto se prima mi poteva dare qualcosa per provare a sfiammare: mi ha prescritto dell’Okitask per 10 giorni, vedremo…

Ridda - 22/1/21
Ho deciso che non mi piace aver pubblicato tre pezzi (più un nuovo aggregatore di corti) tutti nello stesso giorno e così, via via che Blogger me lo permette (per qualche ragione idiota non è più possibile pubblicare pezzi con date nel futuro), ne aggiornerò la data.
Il problema è che nel frattempo pubblicherò altro quindi nei prossimi giorni ci sarà un po’ di confusione e movimento (ridda).

Confronto - 22/1/21
È buffo comparare insieme il pezzo scritto la mattina, Il politicamente corrotto, con quello scritto la sera, Noam Chomsky.
In questo momento l’umanità sta venendo condotta al patibolo (prima i più deboli ma poi toccherà anche agli altri) e alcuni intellettuali, persone che avrebbero le capacità per rendersi conto della situazione e far sentire la propria voce, invece di intervenire semplicemente decidono di chiamarli prigionierə (←schwa). Se non è ipocrisia assomiglia parecchio alla stupidità.

mercoledì 20 gennaio 2021

A-Buff(y)-ata

In questi mesi ho quasi finito di guardare tutte le puntate di “Buffy l’ammazzavampiri” su Primevideo.
In teoria si tratta di una serie che avrei “dovuto” vedere negli anni ’90 quando uscì per la televisione ma all’epoca non mi attirò: gli effetti speciali abbastanza grezzi e lo spirito scherzoso e leggero mi resero diffidente.

Mi è venuta la voglia di vederla quando è stata nominata in una puntata di “The Big Bang theory” e così, appena ne ho avuto l’occasione, gli ho dato un’occhiata.
E sono rimasto piacevolmente sorpreso: gli effetti speciali sono davvero bruttini e i vampiri con la fronte enfiata proprio non mi piacciono però le trame sono piacevoli, i personaggi divertenti (a partire dalla protagonista) e i colpi di scena riescono a soprendermi (cosa non scontata).

Per adesso (sono quasi alla fine della settima e credo ultima stagione) ci sono state un paio di puntate che mi hanno impressionato notevolmente.
In una puntata muore la madre di Buffy: colpisce perché si tratta di un malore improvviso e inaspettato che rende bene la crudele banalità della morte. Ovviamente puntata estremamente drammatica e intensa.
L’altra situazione che mi ha colpito non è stata una puntata quanto una battuta della protagonista: morta alla fine della stagione precedente era stata poi resuscitata dall’amica strega. Ovviamente è inizialmente piuttosto confusa e stranita: agli amici che glielo chiedono spiega che si trovava in una dimensione infernale perseguitata da demoni quando è stata richiamata nel mondo; poi però, all’amante vampiro, confessa che si trovava invece in un paradiso meraviglioso e che avrebbe preferito rimanerci! Colpo di scena veramente inaspettato e che rende credibile e inedito il suo malessere psicologico nelle puntate successive.

Nella settima stagione del 2003 fanno poi la loro comparsa i telefonini! Strano perché in Italia (e quindi a maggior ragione negli USA) erano già comuni alla fine degli anni ‘90…
E viene nominato anche Google dal personaggio “informatico” mentre quello “disinformatico” fa la battuta sul significato del termine prima che gli venga spiegato che è un “nuovo motore di ricerca”!

Insomma nel complesso una serie che si guarda molto bene e che vedo volentieri anche quando sono stanco e non ho voglia di uno spettacolo troppo impegnativo.
Il livello medio è discreto-buono e solo questa settima stagione mi sembra più sforzata e talvolta un po’ noiosa.

Conclusione: sono contento di aver visto questa serie, avrei perso qualcosa a non farlo!

martedì 19 gennaio 2021

Ancora blu

Aggiornamento a Vedo blu: fonte informata mi ha fatto sapere che il canale su Youtube non è stato chiuso (e infatti io l’ho appena ascoltato!) ma che per una settimana non potrà pubblicare niente di nuovo: il motivo sarebbe quello di aver dato spazio a un articolo del British Medical Journal (nota rivista no-vax) in cui un professore, un editore associato della stessa, scrive evidentemente argomentando che l’efficacia del vaccino Pfizer sia appena del 30% circa.
Per maggiori informazioni rimando a Uno studio «bomba» dichiara il vaccino Pfizer efficace tra il 19% e il 29%? Non è nemmeno uno studio di Juanne Pili su Open.Online
Aggiungo che l’obiezione di Open.Online è, mi pare, che l’articolo è solo un’opinione e non una ricerca o studio come rilanciato da altre parti…

A dire il vero, ne parlavo qualche giorno fa con mio padre, anch’io partendo da un punto di vista totalmente diverso, che niente ha a che fare con la medicina, avevo ipotizzato che la reale efficacia dei vaccini sia minore di quanto indicato.
Il mio punto di partenza era statistico: l’efficacia dei vaccini è stata valutata osservando quanti, in grandi gruppi i volontari divisi fra vaccinati e non, fossero poi divenuti sintomatici (non si sa invece la situazione degli asintomatici perché i dati semplicemente non sono stati rilevati: avrebbero dovuto testare regolarmente tutto il campione).
La mia obiezione è che, diversamente dal solito, i volontari di questa ricerca, specie se anziani, fossero particolarmente preoccupati per la pandemia e che quindi abbiano probabilmente adottato comportamenti particolarmente prudenti. Ma comportamenti più prudenti della norma potrebbero distorcere i risultati della ricerca quando poi si applica il vaccino a persone comuni.
Ovviamente non avevo idea in quanto potesse consistere questa diminuzione di efficacia: prudentemente a mio padre avevo ipotizzato un 5% in meno, cioè un’efficacia del 90% e non del 95%. Ma si tratta di una cifra completamente arbitraria per indicare un piccolo scostamento, niente di basato su dati concreti.

Ma ormai ho scritto troppo per farne un corto e allora aggiungo qualche altra considerazione.

La prima è curiosa: perché ho fornito il collegamento all’articolo, etichettato come “fact checking”, di Open.Online? In realtà tale sito mi sta piuttosto antipatico: gli articoli che ho letto hanno infatti di solito un tono sottilmente arrogante del tipo “noi siamo nel giusto; noi sappiamo le cose come stanno; sciocchi e ingenui chi la pensa diversamente” etc.
Poi, in genere, negli articoli che ho letto hanno ragione e le loro confutazioni sono corrette: quello che però io percepisco come imbroglio è a monte, su quello che cercano di confutare. Selezionano e confutano cioè solo articoli/notizie che abbiano uno specifico orientamento e tacciono se quelli magari altrettanto sbagliati ma “allineati” secondo il loro gusto (ovvero al 100% col pensiero maggioritario ([E] 10.6)). In questa maniera, mostrando gli errori più o meno grandi, ma tutti di una sola parte, si dà l’impressione che qualsiasi informazione che da là provenga sia sbagliata e, vice versa, che sia corretto tutto quello che arriva dalla parte opposta.
E allora perché, di nuovo, ho citato proprio Open.online?
L’ho fatto perché ho la sensazione che in questo caso abbiano preso un granchio: magari i conti del professore che ha pubblicato sul British Medical Journal non saranno accurati ma dubito che i suoi argomenti non siano fondati: in altre parole non mi stupirei se fra qualche mese verrà fuori che l’efficacia del vaccino Pfizer sia effettivamente molto più bassa di quanto stimato adesso.
In tal caso voglio avere a portata di mano (ovvero su questo sito) l’articolo di Open.Online per prendere un po’ in giro la maniera in cui hanno, perlomeno, ridimensionato la notizia.

Già qualche giorno fa avevo letto che erano stati riscontrati difetti nei lotti di vaccino Pfizer (che ha il problema non indifferente di dover essere conservato a -80°: quando non lo si fa l’mRNA si deteriora perdendo efficacia) probabilmente a causa di problemi di produzione e/o conservazione a temperature troppo alte del prodotto e, pochi giorni dopo, la stessa azienda aveva annunciato ritardi nelle forniture per adeguare la catena produttiva…
Vediamo se lo ritrovo…
No… non ricordo dove avevo letto la notizia e Google non mi aiuta: magari vista la situazione di censura galoppante me la nasconde volutamente…
Ah, controlliamo con DuckDuck…
No, niente: magari ho avuto un’allucinazione io! Comunque il ritardo nelle consegne è vero anche se altri articoli, forse più recenti, lo smentiscono: una situazione poco chiara.

Conclusione: in realtà, a parte questo paragrafo finale, avevo scritto questo pezzo due giorni fa e ora non ricordo più cosa volessi aggiungervi: ne approfitto quindi per chiudere qui con un pezzo leggermente più breve del solito…

lunedì 18 gennaio 2021

Resa dei conti (2/??)

Oggi so ancor meno della scorsa puntata da dove partire: avevo fatto una panoramica generale della vita, forse adesso potrei provare a scendere nel mio caso specifico…

Dunque, che dire?
Per prima cosa sono da anni ormai ben conscio dei pro e dei contro illustrati in Resa dei conti (1/??). Fortunatamente non ho grandi aspettative e mi accontento di poco: non mi interessano beni di lusso, viaggi, macchine, vestiti, orologi etc.
Questo mi permette di sopravvivere in un limbo, piuttosto freddo, umido e grigio in realtà, mentre attendo che le persone di cui mi sento in parte responsabile decidano che è giunta la loro ora. O, più correttamente, che la loro ora li raggiunga.

Non so se qualcuno, che magari mi conosce superficialmente, mi invidi: dopotutto da anni non lavoro e mi alzo quando voglio. Però questo, non avendo un patrimonio alle spalle, mi ha costretto anche a delle rinunce: principalmente quella di estraniarmi dalla società. La società ti giudica per quello che hai e io appaio sul suo radar solo come un potenziale barbone. In genere mi diverto a prendere in giro le donne: per esempio evidenziando i pensieri misogini degli autori classici nei quali di tanto in tanto mi imbatto perché li trovo divertenti: li trovo divertenti perché li considero errati: trovo esilarante il genio accecato dai pregiudizi del suo tempo. Per questo mi spiace mettere in cattiva luce le donne in un pezzo serio ma devo confessare che l’unico periodo della mia vita in cui mi sono reso conto, e ho potuto constatare, di avere una seppur scarsa attrattiva sul genere femminile è stato proprio quando avevo un lavoro che mi garantiva un reddito leggermente superiore alla media.
Questo per arrivare a dire che il ritirarsi dalla società comporta fra i sacrifici anche il rinunciare alla speranza di una normale vita sentimentale: parlo di “speranza” perché comunque non c’è nessuna garanzia di vita normale anche rimanendovi all’interno.
Fortunatamente per me, anche in questo caso, mi accontento di poco: mentre l’età mi fa desiderare sempre di meno, Internet mi offre, magari gratuitamente, sempre di più.

Anche i figli non mi mancano: sono contento di non essermi dovuto snaturare per amore/responsabilità nei loro confronti: ero e sono profondamente geloso del mio tempo. Ricordo che al mio primo lavoro ero stupito dalla quantità di straordinari che facevano i miei colleghi: guardavo quanto era la paga oraria per lo straordinario e pensavo che al massimo valeva 5 minuti del mio tempo libero: non sono sicuro ma è possibile che in due anni non abbia fatto neppure un’ora di straordinario. Anche la prospettiva di improbabili e arbitrari bonus non mi allettava minimamente.
Tornando ai figli sarei stato un genitore 1 (o 2?) molto distante: l’ideale per me sarebbe stato separarmi alla loro nascita, sperare che il giudice li affidasse alla madre, e seguirne i progressi un giorno ogni due settimane.
Sì, questo l’avrei trovato interessante: analizzarne i progressi, studiare dove e come mi somigliassero, magari dare loro delle dritte filosofiche per metterli sulla buona strada (ovvero la propria che avrebbero dovuto cercarsi sostanzialmente da soli) questo sì mi sarebbe piaciuto ma non come un lavoro a tempo pieno: solo di tanto in tanto; evitare le bizze e le ugge quotidiane e invece gustarmi i progressi di tanto in tanto. Sono egoista probabilmente: ma sono anche abbastanza altruista da ammetterlo e da non aver cercato di ottenere responsabilità che avrei faticato molto a rispettare, scaricando magari su altri il risentimento che avrei finito per nutrire.

Per la verità c’è stata una donna con cui mi sarebbe piaciuto avere dei figli: è stata l’ultima di cui mi sono moderatamente innamorato. Di sicuro la donna più intelligente che io abbia mai conosciuto: e, come forse sapete, le donne per l’intelligenza tendono maggiormente alla media degli uomini. Una così intelligente è per questo particolarmente rara. Credo che qualsiasi nostro figlio sarebbe stato molto intelligente: statisticamente, almanaccavo, uno su quattro sarebbe potuto anche essere più intelligente di me! Ecco: un bambino di quel genere sarebbe stato un piacere vederlo crescere giorno per giorno…
Ma ovviamente lei era troppo intelligente per apprezzarmi: feci qualche timido tentativo ma senza insistere. In realtà proprio questo ghiribizzo è dovuto a lei: lo iniziai per far colpo dato che anch’ella ne aveva uno. La differenza però fu nel fatto che io il suo me lo lessi tutto, affascinato, dall’inizio alla fine mentre lei del mio leggeva solo i pezzi che le dicevo di leggere. Insomma, in breve, mi resi conto che le interessavo meno di niente, forse neppure come amico. Ma, come ho spiegato, lei è la donna più intelligente che ho conosciuto.

Ho divagato. Riassumo quindi quanto scritto fino ad adesso: mi accontento di poco e sono consapevole delle rinunce, non subito evidenti a tutti, che ho fatto.
Sono poi conscio della stupidità umana (vedi il pezzo precedente) ma ormai mi sono abituato a essa: del resto è una vita che mi confronto con la realtà. Credo che la metafora del pezzo La montagna dell’albagia esprima benissimo la sensazione che provo confrontandomi con gli altri.
Lo ripropongo qui di seguito dato che è breve:
«Due amici scalano una montagna altissima. I due procedono a velocità diverse e finiscono per separarsi perdendosi di vista.
Il primo grida al secondo “Cosa vedi?!”
“Vedo una verde pianura attraversata da un fiume serpeggiante e, al di là di esso, una città grigia stretta da montagne scure.”
“E poi?”
“Vedo solo quello che ti ho detto, e tu?”
“Io vedo la pianura bagnata dal fiume e, oltre la città circondata da montagne, una fitta selva mossa dal vento e in mezzo a essa un lago più azzurro del cielo; ancora più lontano poi il bosco sfuma in un deserto che si tuffa in un mare blu come la notte.”
Com'è possibile?

Talvolta mi capita di discutere con altre persone: queste mi spiegano le loro idee e le loro teorie, mi enunciano le loro argomentazioni e le loro conclusioni. Io ascoltandoli vedo bene da dove provengono le loro idee, quali sono stati i loro passaggi logici e perché sono giunti alle loro congetture: ci ho già riflettuto e le ho già considerate. Però ho anche altre idee, riordino gli stessi fatti in maniera diversa e, talvolta, giungo a conclusioni diverse.
Stranamente non mi credono quando gli dico che vedo più lontano di loro...
Com'è possibile?

La nebbia dell'immaginazione è un sudario più impenetrabile della semplice distanza: a chi giace immobile sotto di esso pare impossibile che qualcuno possa sollevarne un lembo e guardare oltre.
Ciò che io vedo chiaro è supposizione, dubbio e incertezza per altri; ma non si può convincere chi non ti ascolta né è sufficiente dirgli di salire più in alto perché non vi sono pareti da scalare.
»

Al posto di “immaginazione” avrei potuto scrivere “intelligenza” ma il concetto è lo stesso.
Mi viene in mente adesso che un mio amico, probabilmente uno degli uomini più intelligenti che io abbia mai conosciuto, forse prese sul personale questo pezzo pensando che l’amico citato nel raccontino, quello che vede poco lontano, fosse proprio lui. All’epoca però non ci feci caso, mi sembrava ovvio che la storia dei due amici fosse solo un espediente per spiegare in maniera efficace il mio punto di vista. Eppure proprio colui su cui più contavo di essere sempre capito mi fraintese: vabbè, questa è un’altra storia…

Ecco, quindi mi sento su questa montagna immaginaria, in alto dove l’aria è particolarmente diafana, e vedo (oppure mi illudo di farlo!) molto lontano. Sotto di me, molto al di sotto, il grosso dell’umanità vede solo le proprie immediate vicinanze: ogni tanto, magari senza conoscerli direttamente, vedo altri alpinisti che spingono più oltre il loro sguardo e io, dalla mia posizione privilegiata, riesco a capire ciò che vedono (pensano) e posso anzi inserire il tutto in un contesto ancora più ampio e completo.
Magari ci sono persone ancora più in alto di me ma è la particolarità di questa montagna che chi sta più in alto sia invisibile a chi sta più in basso. Altrimenti sarei, suppongo, molto più apprezzato e ascoltato.

Dalla mia posizione cerco, molto pigramente, di salire ancora più in alto: la curiosità nutre l’intelligenza, la comprensione cresce con le letture. Io sono curioso e leggo: fossi più motivato lo farei con dieci volte più impegno e profitto ma in realtà so bene che anche questa mia ricerca è solo fine a se stessa. La mia naturale pigrizia è un forte disincentivo a fare di più.
Nella mia tenda, accampato in quota, non ci sto male ma neppure particolarmente bene: per questo è per me di particolare importanza che le seccature della vita reale non si intromettano per infastidirmi. I pro e i contro della mia vita, che normalmente si equivalgono a mala pena, sono facilmente travolti dalla stupidità altrui. Sono abituato a vedere bambini in corpi di adulti e, per questo, mi aspetto poco da essi e così non ne rimango deluso. Il problema è quando questi bambini hanno la pretesa di dirmi cosa devo fare con la presunzione di sapere cosa sia meglio per me! Oppure quando hanno l’autorità (datagli da altri bambini/adulti) per imporre la loro stupidità sulla mia volontà.

Principalmente mi accontenterei di essere lasciato in pace ma talvolta non è possibile e allora mi trovo improvvisamente a dover combattere una lotta impari per la quale non sono attrezzato: e come dice il mio amico Nietzsche (forse uno di quelli arrampicatosi più in alto di me) “contro la stupidità nemmeno gli dèi possono niente”, figuriamoci KGB. E così mi trovo in situazioni complicate che non so da dove partire per risolverle e che mi procurano un tale disagio da far precipitare in un pozzo oscuro la qualità della mia vita.

Conclusione: ma anche per oggi ho scritto più che abbastanza… Nota per me: nella prossima puntata spiegare il ruolo dell’Epitome. Ah! e il concetto di "amore moderato"...