«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

martedì 31 ottobre 2017

Euro, -i o Euro, -is?

In più occasioni ho scritto di quanto mi piacesse la mia insegnante di italiano del liceo (v. La prof G.). Uno dei motivi è che lei, come me, odiava il latino e mise subito in chiaro che ne avremmo studiato il meno possibile. In quinta poi, verificato che non sarebbe stato fra le materie d'esame, lo abbandonammo del tutto.

E in effetti la conoscenza del latino non mi è mancata: negli ultimi trent'anni mi sarebbe servita solo due volte. La prima fu oltre una decina di anni fa, quando volli scrivere un breve motto che misi in un mio racconto (non pubblicato qui sul viario), e che attribuii a Lattanzio: all'epoca risolsi il problema affidandomi a un mio zio che conosceva MOLTO bene il latino(*1).
La seconda volta è stata ieri per la mia vignetta su “Goofynomics”: il professor Bagnai fa spesso citazioni e io ne cercavo una semplice (in latino) in cui inserire la parola “euro” e giocare poi su Goofy ↔ Pippo. Vabbè, è inutile che la descriva: andate a vedere l'ultima vignetta pubblicata nella legenda...

Alla fine mi sono deciso per sovrapporre due diverse frasi (tratte da Proverbi latini su Wikiquote):
Amoris vulnus sanat idem qui facit
e
Salus extra Ecclesiam non est

Chiaramente questo immenso sforzo letterario (!) mi ha messo in forte difficoltà e, molto più faticosamente di quanto si potrebbe credere, ho costruito la “mia” frase:
Extra eurum euri vulnus sanatur

Appena pubblicato mi è però venuto il dubbio: non sarebbe forse più corretto tradurre “euro” con euro, -is, neutro della terza declinazione, invece che con eurum, -i della seconda? (*2)
Se così fosse il genitivo sarebbe “euris” e non “euri” mentre l'accusativo rimarrebbe “eurum”...
Vabbè: è inutile che mi lambicchi il cervello con qualcosa che non so dirimere. L'unica soluzione è rivolgermi a qualcuno che sappia un po' più latino di me...

Infine sono molto felice di aver usata nell'altra frase un vocativo: per tutto il liceo mi è sembrato un caso inutile e invece stavolta sono riuscito a utilizzarlo e, soprattutto, in una declinazione in cui è diverso dal nominativo! Mi riferisco a Pippus, -i che ho stabilito essere un nome proprio della 2° declinazione maschile e che, quindi, al vocativo fa “Pippe” → “o Pippo”...

Conclusione: scusate questo pezzo inutile ma volevo darmi un po' di soddisfazione per lo sforzo fatto! (e mettere le mani avanti in caso di svarioni di latino...)

Nota (*1): “...pugna adversus eam tentari aut fugere potest sed ad ultimum omnes victi atque consecuti sunt.” da De ira Dei, Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio (ovvero «... si può combatterla o fuggirla ma, alla fine, tutti sono sconfitti e tutti sono raggiunti»). Come si può osservare la frase tradotta da mio zio era decisamente più complessa! Aggiungo anche che il De ira Dei è un'opera perduta di Lattanzio... Ah e poi c'era il motto di uno stemma nobiliare: “Sepelio tantum ea quae possideo”...
Nota (*2): sul mio vecchio vocabolario di latino ho un Eurus, -i maschile della seconda declinazione. Ma è il nome proprio di un vento mentre, secondo me, la moneta dovrebbe essere un neutro...

lunedì 30 ottobre 2017

Motivazione

Odio disegnare ma devo fare una vignetta per i miei pezzi con marcatore “Goofynomics”: ho un'idea carina ma sarà faticoso e lungo...
Lo scrivo qui per motivarmi e per non sentirmi colpevole a non scrivere un pezzo su Shakespeare che ho in mente. Ma del resto sto ancora leggendo la “Bisbetica domata” quindi non credo che me ne scorderò (che è la principale controindicazione quando non scrivo subito qualcosa che mi passa per la mente!)...

Vabbè via, iniziamo a raccogliere il materiale...

Che significa? - 7/11/2017
Leggendo la vita di Pericle (Le vite parallele di Plutarco) mi sono imbattuto in un passaggio che mi ha lasciato perplesso e che voglio riproporre ai miei lettori.
Pericle ha coinvolto Atene nella guerra fra le città di Samo e Mileto schierandosi contro la prima di queste: probabilmente i motivi erano strategici (Samo avrebbe potuto diventare una seria avversaria navale di Atene) ma le malelingue accusarono Pericle di averlo fatto perché influenzato dalla moglie/compagna Aspasia (*1). Comunque Atene vince e Samo è fortemente ridimensionata.
Ovviamente però anche gli ateniesi hanno avuto le loro perdite: quando Pericle torna trionfante in patria una donna gli rinfaccia i morti in una guerra non contro i barbari ma contro greci della stessa stirpe degli ateniesi (ioni): «Ben sono questi atti tuoi di meraviglia e di corona degni, d'averci tolti molti e buoni cittadini guerreggiando non contra popoli di Fenicia e di Media,... …,ma distruggendo una città amica e di nostra nazione.»
Pericle le risponde “con dolce sorriso” citando un verso di Archiloco: «Non ti profumar or che vecchia sei»
Che significa? Pensateci! Se me lo ricordo pubblicherò la mia ipotesi al riguardo come quinto corto qui di seguito...

Nota (*1): dovrei scrivere un pezzo anche su di lei!

Telecom Odissey 1 - 8/11/2017
- Chiamato il 187.
- Al messaggio registrato scelta l'opzione 3 per “parlare con un operatore”: prima si esce dalle registrazioni e meglio è.
- Chiamata trasferita in Romania. Perché stupirsi: come visto in Fatturazioni la Telecom non è più italiana, logico che badino solo al proprio profitto spostando il lavoro dove costa meno.
- Attesa di appena un minuto e mezzo. Beh, questo è molto meglio rispetto ai 10-15 minuti di qualche anno fa...
- Parlo con CH741, per gli amici C-3PO.
- Si sente l'accento ma parla un buon italiano: io, per sicurezza, mi esprimo lentamente scandendo le parole.
- Gentile sebbene distante: mi chiede poche informazioni e apre una segnalazione tecnica.
- Il tecnico mi dovrebbe contattare “oggi o domani”: sarà...
- Totale 5 minuti e mezzo.

Questa era la parte “facile”, dove per la Telecom è semplice dare l'apparenza di efficienza a costo zero. La prova dei fatti l'avrò col tecnico: mi manderanno qualcuno che ci capisce di Internet o il tizio di qualche anno fa che arriva senza alcun strumento e che sembra solo voler mandare le cose per le lunghe senza far niente?

(s)Ventura - 11/11/2017
Quando Ventura fu scelto come nuovo allenatore della nazionale ne fui lieto: non lo conoscevo ma mi sembrava un giusto riconoscimento alla carriera. Poi ho imparato un po' a conoscerlo...

Come ho già scritto altrove non mi ritengo un grosso conoscitore di calcio e quindi il mio principale criterio per valutare l'allenatore della nazionale è molto semplice: chiama i giocatori più forti disponibili?
Da questo punto di vista Ventura mi ha deluso perché notai subito che convocava giocatori il cui unico merito era quello di far parte di una squadra importante indipendentemente dal loro rendimento nel corso dell'anno. Inoltre ho avuto la sensazione che, invece di perseguire le proprie idee, si facesse influenzare dai consigli dei media col risultato di cambiare troppe cose e troppo spesso ottenendo così più confusione che risultati.

Conclusione: l'Italia è una squadretta senza veri campioni ma l'allenatore si sta impegnando molto nel tentativo di mancare la qualificazione ai mondiali contro un'ancora più modesta Svezia.

La mia ipotesi... - 11/11/2017
La mia risposta al quesito del corto “Che significa?” è la seguente.
Nell'ipotesi che i profumi fossero più usati dalle donne greche che non dagli uomini, io credo che il verso di Archiloco citato da Pericle significhi più o meno: “Tu sei una donna e non dovresti impicciarti in argomenti che riguardano solo gli uomini e che tu non puoi capire”.
Se invece gli antichi uomini greci usavano i profumi come e più delle donne allora non saprei come intendere la risposta di Pericle!

domenica 29 ottobre 2017

Fatturazioni

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.4.0 "Leida").

Da oltre un anno ho iniziato a inserire nei miei pezzi il termine “parapotere” che, molto rozzamente, lo si può equiparare a un generico “potere forte”. In realtà la definizione che ne do nella mia epitome è molto più articolata e occupa un intero capitolo ([E] 4). Soprattutto cerco di chiarire che i parapoteri sono un'inevitabile conseguenza della struttura sociale umana e, sebbene in forme diverse, sono sempre esistiti.

Il problema del mondo moderno è che, a causa della globalizzazione, la forza dei parapoteri economici è cresciuta a tal punto da permettere loro di dialogare alla pari con i governi di stati anche relativamente importanti e, così facendo, compromettendone e ostacolandone la democrazia.

Oggi voglio approfittare di un articolo di cronaca per mostrare un esempio concreto di quanto ho scritto. A me pare banale e ovvio ma mi rendo conto che probabilmente non tutti vedono gli avvenimenti dalla mia stessa prospettiva ed è quindi forse utile chiarirla...

L'articolo in questione è: Bollette a 28 giorni, compagnie puntano a mantenere gli aumenti. In cambio degli investimenti chiesti dal governo di Fiorina Capozzi dal FattoQuotidiano.it

Da qualche tempo le compagnie di telecomunicazioni hanno cambiato la tariffazione portandola da mensile a 28 giorni: questo equivale grossomodo a un aumento annuo dell'8.6% (*1).
Nell'ultima finanziaria però, un emendamento del PD (campagna elettorale?), obbliga tutti i soggetti a tornare alla fatturazione a 30 giorni per non rischiare multe “pesanti” (*4) fino a 5 milioni di euro.
Ecco, in un paese con un governo politico forte e autonomo la questione sarebbe chiusa: magari con qualche mugugno, ma tutte le compagnie si sarebbero adeguate.
Invece, in Italia, le piccole compagnie (l'articolo cita Tiscali e “Coop Voce”) sono subito ritornate sui propri passi mentre le grandi TIM (che corrisponde alla Telecom, la ex Sip dei telefoni fissi), Wind-Tre, FastWeb, PosteMobile, Vodafone e Sky (che non è una compagnia telefonica ma ne ha approfittato per saltare sul carro del facile guadagno, che lo ripeto, corrisponde a circa un 8.6% in più di entrate annue) no.

Fin qui l'articolo. Adesso riconsideriamo la vicenda alla luce della mia epitome.
Le compagnie telefoniche sono tutte poteri economici specializzati in comunicazione: le “piccole” però, a livello nazionale italiano, non sono abbastanza forti da trattare alla pari col governo italiano e, per questo, prontamente di adeguano alla legge.
Le compagnie più grandi sono invece dei parapoteri globali: vediamo di chi e di dove sono.
- TIM: appartiene a Vivendi, una società francese, che ne controlla il 24.9% (*2).
- Wind-Tre: appartiene a... bo, cito: «Wind Tre S.p.A. è posseduta al 100% da Wind Tre Italia S.p.A, controllata al 100% da VIP-CKH Luxembourg S.à r.l. Si tratta di una joint venture controllata pariteticamente al 50% da VEON e CK Hutchison.». Quindi è italiana? Beh, la proprietà no: cito dalle rispettive pagine Wikipedia: VEON → «è una multinazionale delle telecomunicazioni registrata a Bermuda con sede ad Amsterdam, che offre servizi integrati di telefonia mobile e fissa. È controllata per il 47,85% dalla russa Altimo e per il 42,95% dalla norvegese Telenor.» e CK Hutchison → «CK Hutchison Holdings Limited è un conglomerato multinazionale registrato presso le isole Cayman e con sede a Hong Kong.»
- FastWeb: appartiene al 100% al gruppo svizzero Swisscom.
- PosteMobile appartiene a Poste Italiane che, se ho ben capito, sono ancora dello Stato Italiano che ne detiene il 60% delle azioni (*3).
- Vodafone: è inglese.
- Sky Italia: appartiene a “Sky plc” che è inglese: il nome James Murdoch vi dice niente?

Ecco, questa breve ricerca fa capire cosa si intenda quando si parla di globalizzazione: non dovrebbe quindi stupire che queste aziende “italiane”, per i motivi diversi, non abbiano particolarmente a cuore gli interessi degli italiani (più in generale [E] 11.3 e 11.4).
Ma il nocciolo è che queste compagnie sono abbastanza grandi e potenti da essere considerate parapoteri a livelli dello stato italiano. Senza nessun imbarazzo quindi, invece di adeguarsi scrupolosamente alle leggi italiane, le disattendono e si preparano a lunghe trattative dietro le quinte (ovviamente!) col parapotere politico ([E] 5.7) con, evidentemente, la ragionevole certezza di ottenere degli accordi a loro vantaggiosi. Come la brava giornalista suggerisce probabilmente si arriverà a un compromesso ruotante intorno all'asta per il 5G. E indovinate chi sarà a rimetterci: esatto, gli utenti ([E] 5.8).

Più in generale questo accade perché l'Italia è ormai a pieno titolo una criptocrazia ([E] 11.5) in cui il popolo “sovrano” non conta più niente...

Conclusione: incidentalmente questa breve ricerca fa capire pienamente anche il senso della frase “ci siamo venduti tutto” ma che, più correttamente, andrebbe letta come “[i politici incapaci e compiacenti] ci hanno venduto tutto”, perché agli italiani di queste (s)vendite della propria roba (proprietà pubblica) non è venuto in tasca niente. Sfortunatamente il vero problema dell'Italia non sono le fatturazione a 28 o 30 giorni...

Nota (*1): Dal mio punto di vista è il solito abuso di forza permesso dalla legge ([E] 17) in cui la parte forte (le compagnie di telecomunicazioni) non lascia praticamente alternative a quella debole (gli utenti). La legge tutela i parapoteri.
Nota (*2): Non so quanto sia affidabile Wikipedia visto che queste grandi compagnie hanno i mezzi tecnici ed economici per cambiare a proprio piacimento le informazioni di questa enciclopedia aperta. Ad esempio, nel caso di TIM, nella pagina italiana di Wikipedia, c'è proprio un'avvertenza che informa che il materiale inserito sembra essere propaganda aziendale. Ecco il testo: «La neutralità di questa voce o sezione sull'argomento aziende è stata messa in dubbio.
Motivo: Wikipedia è un'enciclopedia, questa sembra una pagina che sponsorizza l'azienda. La sezione "Storia", specie negli ultimi anni, include una gran mole di informazioni la maggior parte delle quali del tutto irrilevanti dal punto di vista enciclopedico e, visibilmente, di stampo promozionale»
Nota (*3): Non credo che sia un caso che il fratellino di Angelino sia stato assunto come dirigente (ovviamente!) in tale azienda. Vedi Il record di Alfano jr alle Poste: 200mila euro l'anno senza firmare neanche un atto di Giuseppe Scarpa su Repubblica.it
Nota (*4): il mio scetticismo sulle multe “pesanti” è dovuto al fatto che, secondo l'articolo e mi pare ragionevole, i maggiori introiti per le compagnie che adottano la fatturazione a 28 giorni sono complessivamente di 1,2 miliardi...

sabato 28 ottobre 2017

Il balletto di Grasso

L'articolo è questo: Pd, Grasso sull’addio: “Una violenza la fiducia sul Rosatellum. Imbarazzante deriva del Pd, mina le istituzioni” dal FattoQuotidiano.it

Il balletto di Grasso è molto semplice: prima un passo indietro, poi un passo laterale, dopo una giravolta di 180° e, infine, un passo avanti.
Il passo indietro è il suo smarcarsi dal PD, il non “riconoscersi” nelle sue politiche, e dovrebbe servire, in parte, a tirarsene fuori.
Il passo laterale, schioccando le dita come i bulli di Grease, è l'ammissione che in questi anni i sostanziali formalismi delle regole democratiche (*1) sono stati più volte violati.
La giravolta, che io immagino come un mezzo tuffo alla Neon di Matrix per schivare un proiettile, è il considerare il Rosatellum una legge come le altre e non quella che stabilisce le regole del voto: una legge di questo genere infatti dovrebbe essere stabilita congiuntamente da maggioranza e opposizione, poi magari la maggioranza potrebbe anche far valere i propri numeri, ma è esecrabile che non si tenga neppure un dibattito in aula su di essa.
Infine il passo avanti... anzi questo lo spiego dopo...

Non sarei così duro con Grasso se si fosse risvegliato solo adesso dopo quattro anni in coma, ma egli in questi anni è stato il Presidente del Senato: queste tardive ammissioni, che qualcosa nel funzionamento del cuore della vita democratica dell'Italia non va, mi sembrano troppo sospette. Come Presidente del Senato ha accettato di piegare ogni regola a esclusiva convenienza della maggioranza e adesso, invece di assumersi le proprie responsabilità, scarica tutta la colpa sul PD e dice «Politicamente e umanamente la misura è colma. Io non mi riconosco più nel merito e nel metodo di questo Pd».
A me pare troppo poco e troppo tardi per essere un'affermazione credibile, sincera e non opportunistica. Le mie conclusioni sul perché di queste dichiarazioni le ho già tratte: è il passo avanti del suo balletto che serve per dire “Io sono disponibile, quale partito vuole nelle proprie fila un'ex figura istituzionale per le prossime elezioni?”. E D'Alema gli ha già fatto l'occhiolino...

Conclusione: e la Presidente della Camera allora? Non ha fatto di peggio? Vabbè, la Boldrini vive nel suo mondo e vede solo quello che vuole vedere: non è un caso politico ma uno di un tipo diverso.

Nota (*1): e parlo di formalismi “sostanziali” perché alla fine la democrazia è solo forma e quindi, chi crede in essa, dovrebbe essere intransigente nel rispettarli. Vedi Oltre i conFini.

giovedì 26 ottobre 2017

Psicologia positiva

Un paio di settimane fa ho iniziato un nuovo corso: Psicologia positiva. L'idea era di provare a studiare con un'amica per verificare se la mia motivazione, potendo confrontare le rispettive riflessioni, sarebbe aumentata. Per questo motivo avevo selezionato un sottoinsieme di corsi che potevano interessare a entrambi: ne avevo trovati alcuni di psicologia e altri sulle negoziazioni. Soprattutto quelli sulla negoziazione mi incuriosivano perché, oltre a non saperne niente, avevo la sensazione che avrei imparato concetti utili per la mia epitome, specialmente per quanto riguarda i rapporti fra parapoteri (*1).
Fra i corsi di psicologia alcuni mi sembravano più interessanti, altri meno: ovviamente la mia amica ha prontamente adocchiato quello “meno”...

Ricordo di averle anticipato qualcosa del tipo «Scommetto che il concetto centrale sarà un “volemoci bene”, essere ottimisti e via discorrendo...». Insomma le mie aspettative erano scarse: comunque ho ormai capito che imparando cose nuove le sorprese positive sono all'ordine del giorno e così ho iniziato il corso fiducioso comunque di non perdere tempo.

La professoressa, Dr. Barbara L. Fredrickson, dovrebbe essere un'esperta del campo che, se ho capito bene, ha contribuito a creare. È una signora magra di una certa età, con una voce piacevole, pacata e suadente: poi, forse perché ero leggermente prevenuto, mi ha dato l'idea di una ex hippy o di una cartomante! Si capisce fin da subito che abbraccia una filosofia di vita fuori dal comune che le dà un equilibrio interiore che traspare chiaramente all'esterno. Siccome io sono KGB tale sensazione non mi ha rassicurato perché mi ha portato a pensare di aver a che fare con una fanatica, seppure del pensiero positivo e quindi (credo!) non particolarmente pericolosa...

Ma veniamo al corso vero e proprio: la Fredrickson ha iniziato col piede sbagliato: invece di introdurre rapidamente la psicologia positiva, spiegando in poche parole cosa sia e come differisca dalla psicologia “normale”, ha dato per scontato che tutti gli studenti avessero già un'idea della materia. Per me però non era così e l'assenza di una introduzione mi ha infastidito; poi, in realtà, già a metà della prima lezione si arriva ad avere un'idea abbastanza chiara di cosa sia la psicologia positiva, però...

Brevemente l'idea è la seguente.
Le emozioni, sia positive che negative, hanno un impatto non solo psicologico ma anche fisico su di noi.
Contemporaneamente la nostra reazione a esse le modifica: questo può innescare delle spirali di emozioni sia positive che negative.
Le emozioni negative e positive sono asimmetriche: quelle negative hanno un impatto più forte (“propensione negativa” (*5)), il loro scopo evolutivo è quello di farci reagire prontamente a una situazione di potenziale pericolo; quelle positive sono invece emozioni più lievi ed elusive, spesso durano il tempo di un sorriso e subito le dimentichiamo: il loro scopo evolutivo, secondo la teoria “amplia e costruisci” della professoressa, è quello di aprirci la mente (*2) nel breve termine e, nel lungo periodo, di renderci più forti (*3) e preparati ad affrontare le inevitabili avversità che la vita ci pone.
La chiave della psicologia positiva è che le emozioni possono essere indotte, ad esempio mostrando dei filmati (*4), ma anche autoindotte con dei semplici esercizi che consistono nel rivivere esperienze positive passate: l'ideale è quello di stimolare le spirali positive con benefici evidenti per la nostra salute mentale e fisica.

Nel complesso si tratta di concetti piuttosto semplici e intuitivi però, come sperato, ho trovato anche degli spunti interessanti.
- Come detto le emozioni positive sono più difficile da cogliere a causa della loro generalmente scarsa durata e intensità, altre volte però il motivo è che siamo talmente abituati a esse che nemmeno ci accorgiamo di provarle.
La Fredrickson elenca le dieci diverse emozioni positive più comuni e fra queste c'è l'interesse/curiosità che ci spinge a indagare e a esplorare fornendoci poi nuove conoscenze ed energie. Ecco, questo tipo di sensazione la provo molto spesso però, forse proprio per questo, non la consideravo un'emozione positiva. Mi pare normale provare curiosità davanti a una strana etimologia o a un detto di Solone: molti miei pezzi nascono proprio dalla sicurezza che tutti i miei lettori siano ugualmente colpiti e stimolati dalle scoperte, spesso casuali, in cui mi capita di imbattermi. Ma evidentemente non è sempre così.
- La professoressa cita poi una frase meravigliosa che riassume bene l'essenza della psicologia positiva: «The mind is its own place, and in itself / Can make a Heaven of Hell, a Hell of Heaven» da Paradise Lost di John Milton che io traduco liberamente con «La mente crea il proprio mondo e, in se stessa, può fare un paradiso dell'Inferno e un inferno del Paradiso”.
Perché alla fine le emozioni che proviamo, e quindi il nostro umore, lo possiamo controllare noi stessi, soffermandoci sulle nostre numerose emozioni positive quotidiane e, quindi, entrando in spirali positive e rafforzando il nostro “controbilanciamento positivo” (*5), oppure intervenendo sulla percezione delle situazioni che viviamo in maniera da mitigare quelle negative e amplificare quelle positive.
Ma la frase di Milton mi è piaciuta perché sembra la sintesi perfetta di una mia vecchia teoria (*6) (ma anche pratica!) che descrissi in Napoleone e il dentista, pezzo al quale rimando senza ulteriori spiegazioni...

Conclusione: il mio giudizio definitivo è sospeso; come prima lezione introduttiva può andare però dalle prossime mi attendo di più...

Nota (*1): mi sa che, quasi quasi, provo a seguirlo per conto mio!
Nota (*2): con “aprirci la mente” si intende una maggiore flessibilità mentale, una capacità di riconsiderare le proprie idee e trovare nuove soluzioni, una maggiore creatività e prontezza nel rapportarsi con ciò che ci circonda.
Nota (*3): sembra che allunghino pure la vita!
Nota (*4): o semplicemente stando in un ambiente di persone positive: come dice il detto “il buon umore è contagioso”. Lo stesso vale sfortunatamente anche per le emozioni negative.
Nota (*5): la mia traduzione del termine tecnico usato nel corso.
Nota (*6): oltre a ricordarmi fortemente la mia teoria dei protomiti che avvolgono, come se formassero una scenografia a 360 gradi, la visione semplificata (parziale e inesatta) che l'uomo ha del mondo.

mercoledì 25 ottobre 2017

L'inutile uguaglianza formale

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.4.0 "Leida").

Ieri ho ripreso a leggere Plutarco e ho terminato il confronto fra Solone e Publicola. Mi ha colpito questo passaggio: «Particolarità di Solone fu il cancellamento de' debiti, col quale stabilì a' cittadini la libertà: ché non giovano le leggi promettenti l'agguaglianza fra' cittadini, qualora non possano i poveri a cagione de' debiti goderne: anzi ove mostra che usino più libertà, cioè ne' giudizi, là sono più servi, venendo forzati a obbedire e prestare l'opera loro a' ricchi lor creditori.»

In altre parole per Plutarco, poco meno di duemila anni fa (e a Solone 600/700 anni prima di lui), era già ovvio che l'uguaglianza formale degli individui è inutile se sussistono e sono ammesse altre distinzioni.
Al giorno d'oggi abbiamo l'uguaglianza formale di tutte le persone che, sostanzialmente, si traduce nel voto “democratico” e in una legge “uguale per tutti”. Peccato però che il valore di un voto sia nullo ([E] 11) e che le leggi siano scritte con un occhio di riguardo ai parapoteri ([E] 17)!
Se ne deve concludere che se la società è iniqua è perché, volutamente, la si è voluta costruire così: e questa è una delle conclusioni della mia epitome.

Bella citazione - 25/10/2017
Proprio adesso ho scoperto per caso che uno dei miei detti preferiti è di Plutarco! Volevo semplicemente controllare la sua data di nascita ma Google mi ha gentilmente fornito varie informazioni aggiuntive fra cui alcune sue citazioni.
La frase in questione è: «The mind is not a vessel to be filled but a fire to be kindled.» ovvero «La mente non è un contenitore da riempire ma un fuoco da alimentare»

Questo significa che ciò che apprendiamo non va semplicemente memorizzato acriticamente: deve invece essere uno spunto su cui riflettere, ragionare e ampliare la nostra comprensione delle cose e del mondo.
Io sono totalmente d'accordo con Plutarco e mi sforzo sempre di fare così: anzi, non mi sforzo neppure perché mi viene naturale!

Notturno IV - 25/10/2017
La memoria selettiva è la memoria peggiore.
La sicurezza del ricordo, unita alla sua parzialità, conducono facilmente in errore.

Annoia - 25/10/2017
Mi sono finalmente registrato così posso togliermi questo brano dall'esercitazione quotidiana...
Hard Rock Halleluja: non priva di errori, in particolare nella melodia difficile perdo una nota (*1), ma comunque suono incomparabilmente meglio di appena 3 mesi fa nonostante mi sia allenato poco e male. Confronta con Hard Rock Halleluja (del 5 luglio 2017)...

Nota (*1): ma rispetto alla versione di luglio, sempre nella parte difficile, metto e tolgo il palm muting più correttamente: ovvero prima usavo il palm muting anche dove non c'era rendendo il passaggio più facile...

Cioccolata al peperoncino - 29/10/2017
L'ho provata: eccezionale...

martedì 24 ottobre 2017

Shakespeare e la plebe

Finalmente a casa! Non è che stia così male da mio padre: però mi pare di ricominciare a respirare dopo una lunga apnea... Insomma una specie di sollievo quasi fisico e non solo psicologico...

Comunque ieri sera ho voluto finire di leggere la commedia “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare. Mi piaceva il titolo e il nome di Oberon mi affascinava.
Ma in realtà sono rimasto piuttosto deluso: la stessa struttura dell'opera non mi convince. Ci sono due storie, pressoché parallele di cui la prima (amore infelice), oltretutto quella più interessante, si risolve molto prima della seconda (una commedia nella commedia).
Suppongo che la seconda storia, la commedia nella commedia, sia molto più divertente nell'originale inglese con numerosi giochi di parole che nella traduzione si perdono (o sono resi con frasi scialbe che non tornano). Piuttosto i protagonisti di questa seconda storia sono delle persone comuni ed è quindi interessante osservare come Shakespeare li dipinga. Shakespeare era infatti un intellettuale e, come tale, almeno per quanto riguarda la struttura sociale tendeva a conformarsi ai protomiti tipici dei parapoteri dell'epoca. In altre parole la maniera con cui egli ritrae la gente comune riflette la visione che i parapoteri (la nobiltà del tempo) avevano della gente comune.
E l'immagine che viene fuori è molto negativa: si tratta di sciocchi, armati solo di buona volontà e dalle scarse capacità.
A questo riguardo è molto significativa la lunga spiegazione di Teseo (il più nobile dei personaggi) alla moglie Ippolita sui motivi, in pratica una paternalistica tolleranza, per cui dovranno e potranno apprezzare la commedia realizzata dagli attori improvvisati:
«IPPOLITA — Dice che in fatto di recitazione essi non sanno far niente di buono.
TESEO — E tanto più gentili noi saremo nel ringraziarli per codesto niente. Nostro spasso sarà cercar d’intendere quello ch’essi fraintendono; quando uno sforzo a nobil fine inteso resta inferiore al suo proponimento, è benevola nobiltà di spirito guardare all’intenzione e non al merito. …
... Insomma, l’affettuosa ingenuità d’un dire un po’ impacciato, a mio giudizio, dice molto di più senza parlare.
» (dal PDF gratuito di LiberLiber.it)

Ieri poi mi sono riallenato con la chitarra: mi ero portato lo strumento a casa di mio padre ma senza il mio calcolatore e i diversi supporti informatici non potevo effettuare le usuali esercitazioni (v. “Dor-mi tu!”): così mi sono arrangiato cercando soprattutto di lavorare sulla velocità delle battute “difficili” di “Unholy Paradise”. E in effetti mi pare di essere migliorato: evidentemente, in questo caso, la pura e semplice ripetizione meccanica del gesto ha la sua efficacia! Insomma, forse in questi giorni non sarò migliorato ma non sono neppure peggiorato.

Per le “parole” invece, ovvero il mio quotidiano esercizio per esercitare la memoria, non avendo il mio archivio per Anki (v. Anki), sono rimasto indietro. Oggi mi sono ritrovato con ben 65 parole da ripetere: cercherò di smaltirle nei prossimi giorni... Ma che noia!

Conclusione: è da tempo che voglio scrivere un pezzo sulle foglie (quelle delle piante!) ma oggi non voglio divagare oltre... Oltretutto ho da aggiungere le vignette ai pezzi scritti nei giorni scorsi quando non avevo un particolare archivio a mia disposizione col codice da inserire per visualizzarle.

sabato 21 ottobre 2017

"Dor-mi tu!"

La solita serendipità: oggi ho guardato una pellicola su Netflix intitolata “1922” che sembrava fortemente ispirata da un racconto di Poe/Lovecraft. In realtà era tratta da una storia di Stephen King ma sono convinto che lui si sia volutamente divertito a imitare lo stile dei suoi illustri predecessori.
Soprattutto il senso di colpa del protagonista, che si manifesta in una progressiva follia e che si materializza nei ratti vendicatori, sembra proprio nella maniera di Poe/Lovecraft (mi viene in mente “I ratti nel muro” di Lovecraft del quale c'è probabilmente proprio una citazione con un esercito di muridi che escono da un muro!) con l'aggiunta di una certa truculenza e di un finale modesto in puro stile King (*1)...

Ma, a parte che per la straordinaria coincidenza (proprio oggi avevo scritto il pezzo La follia di Poe (e Lovecraft)), ho accennato alla pellicola per un altro motivo: qua da mio padre guardo molta tivvù e, siccome odio fare una sola cosa per volta, contemporaneamente mi esercito con la chitarra. Chiaramente, senza il mio calcolatore con i relativi programmi musicali, non posso fare le mie normali esercitazioni ma mi limito a un sottoinsieme di esercizi senza metronomo o altri supporti.
Quando poi sono più stanco (o annoiato) suono delle note a casaccio (ma in genere in una specifica tonalità) per poi ricominciare da capo con altri esercizi. Non so se questo tipo di pratica mi sarà utile (ricordo che il maestro mi disse che era poco proficuo allenarsi in maniera troppo “libera”) ma sicuramente sarà meglio che non fare niente...
Comunque la cosa interessante è che, spippolando a casaccio sulla tastiera, ho riconosciuto le note di “dormi tu” della melodia di “San Martino campanaro” e ho quindi deciso di provare a ritrovare anche tutte le altre note.

Di seguito il testo e le relative note (tutte sulla sesta corda tranne quelle con un segno meno (“-”) davanti che saranno sulla quinta).

San (9) Mar (10) ti (12) no (9), Cam (9) pa (10) na (12) ro (9)
dor (9) mi (10) tu (12), dor (9) mi (10) tu (12)
suo (12) na (14) le (12) cam (10) pa (9) ne (-10)
suo (12) na (14) le (12) cam (10) pa (9) ne (-10)
din (-12) don (-9) dan (-10)

Che, a occhio, dovrebbe essere una tonalità di RE maggiore.
Sono sicuro di aver fatto molti errori ma comunque un po' assomiglia alla canzone originale: soprattutto è la dimostrazione che, seppur lentamente, sto migliorando. Anni fa sarebbe stato impensabile riuscire a ricostruire anche una canzoncina, seppur semplice come questa, guardando una pellicola alla tivvù!

Queste sono i miei appunti originali che, come spiegato, iniziano dal “dormi tu”!

E ora, ovviamente, vado a controllare quali sono le note vere...
Bo... come immaginavo la tablatura che ho trovato (Fra Martino TAB) non assomiglia per niente alla mia (*2): ovviamente è un'ottava più bassa ma anche sottraendo 12 ai miei numeri ancora non ci siamo. Ah! C'è da dire che è una settimana che non accordo la mia chitarra e quindi potrebbe essere scordata di 1 o 2 semitoni...

Conclusione: sono stato bravo lo stesso! E se ho sbagliato qualche nota è colpa di Stephen King...

Nota (*1): del quale non sono assolutamente un' entusiasta, vedi Re Stefano...
Nota (*2): sì, adesso ho notato che il titolo corretto della canzone è Fra Martino e non San Martino, però il mio errore mi pare divertente e quindi non lo correggo...

venerdì 20 ottobre 2017

La follia di Poe (e Lovecraft)

In questi giorni sono di nuovo da mio padre (ecco perché scrivo poco) e, avendo dimenticato l'attuale a casa, ho un nuovo libro “per il bagno” preso dalla sua libreria.
Si tratta di un volume che ricordo bene “I Racconti” di E. A. Poe, Ed. Feltrinelli, 1970, trad. Giuseppe Sardelli.
L'ho sempre visto nella biblioteca di casa perché ci ha sempre seguito nei numerosi traslochi. Soprattutto la bella copertina, un inquietante disegno di Louis James in cui si intravede un vecchio maniero, dovette colpire la mia immaginazione di bambino. Lo lèssi quando facevo le medie, ma trovai i racconti un po' noiosi, e poi al liceo quando la professoressa G. (v. La prof G) ci fece leggere qualche racconto.

Fra le pagine ho infatti ritrovato dei miei vecchi appunti di scuola: mi hanno impressionato.
La carta è infatti tutta ingiallita e ha sentito il trascorrere degli anni. Eppure io mi ricordo bene di quei fogli di carta che usavo: non mi piacevano perché erano sottilissimi e quello che scrivevo traspariva sull'altra faccia cosicché ne potevo usare un solo lato. Eppure all'epoca erano tutti bianchi, ora invece hanno preso il colore giallastro (che in realtà è più un marrone chiarissimo) del tempo. E l'odore leggero di muffa e carta (la precedente casa di mio padre era molto umida e i suoi libri ne hanno tutti un po' sofferto) che in realtà non mi dispiace ma che mi pare così strano sentire sui miei appunti...
Che poi la mia calligrafia è sempre la stessa invece: brutta, irregolare, infantile, procline agli errori, una miscela di corsivo e maiuscolo e, in genere, tutta storta: per questo preferivo usare i quaderni a quadretti piccoli, per seguirne le linee e farci grafici o elenchi puntati con maggiore precisione. In realtà in queste paginette ritrovate avevo scritto ben dritto, ma era l'eccezione non la regola.
La struttura degli appunti è interessante e ricorda molto il mio stile attuale. Le note sono estremamente sintentiche, solo delle parole chiave, e i vari concetti sono legati insieme da delle frecce che ne evidenziano le relative relazioni logiche o temporali.
Alcuni concetti potrebbero sembrare estremamente profondi e forse lo sono veramente. Ma non è “farina del mio sacco”: si tratta invece di una sintesi di quanto la professoressa G. cercava di inculcarci, praticamente dettandoci, durante le sue lezioni. Quindi quello che appare nei miei appunti è solo una selezione, la ricombinazione di un sottoinsieme degli appunti scolastici su Poe, attinente agli specifici racconti letti.
Li ho trovati sparsi per il libro ma leggendoli si capisce che si riferiscono ai racconti “Il cuore rilevatore” e al “Gatto nero”: ne ho quindi approfittato per rileggerli e scoprire cosa ci avrei notato adesso, a una seconda lettura 30 anni dopo.

I racconti continuano a non entusiasmarmi, in particolare per le trame troppo lineari: però ora apprezzo lo stile curato, la ricca scelta dei vocaboli e le descrizioni vivide, precise ma non pesanti.
In entrambi i racconti il soggetto è la lucida follia del protagonista: e, proprio il fatto che sia unita alla razionalità, la rende inquietante. Perché alla fine qual è la differenza fra una persona folle e una sana di mente? Se togliamo la razionalità allora rimane ben poco.
Una chiave di interpretazione è che in noi tutti, nell'umanità cioè, alberga un germe di follia che, in particolari situazioni, può emergere fino a prendere il controllo dell'individuo. Una follia segreta e strisciante e, proprio per questo, sottile e pervasiva.
Non ho potuto fare a meno di confrontarla con quella di Lovecraft (*1). La follia nei racconti di Lovecraft segue un'evoluzione simile a quella dei personaggi di Poe: cresce lentamente ed è sempre lucida e razionale. Ma esiste una differenza sostanziale: in Lovecraft la follia è pienamente giustificata perché è la realtà stessa a essere così orribile da schiacciare col suo peso le menti di chi riesce a vedere attraverso i suoi inganni e parvenze esteriori. Il mondo di Lovecraft è infatti popolato dagli antichi dèi, creature eterne, malvagie, ostili o semplicemente indifferenti all'uomo. Per questo il protagonista di Lovecraft, più comprende l'orrore della realtà, e più la sua follia diviene forte.
Poe invece non si preoccupa di spiegare il motivo vero della follia: essa è infatti connaturata nell'uomo e per questo ne dà solo delle giustificazioni più o meno speciose. Le origini della pazzia sono infatti nel “cuore rivelatore” l'occhio del vecchio e, nel “gatto nero”, l'alcoolismo. Ma, a mio avviso, parte dell'orrore sta proprio nella mancanza di ragioni concrete che la facciano emergere: questo infatti significa che potremmo essere tutti potenziali vittime della follia.

Da due soli racconti mi pare eccessivo cercare di ricavarne altre considerazioni generali: nei miei appunti si parla anche di senso di colpa, di autopunizione, di sadomasochismo. In effetti sono elementi presenti in questi due racconti ma mi sembrano aspetti più secondari rispetto invece alla natura ed evoluzione della follia. Non so: mi sembrano degli espedienti per terminare le storie con un “colpo di scena” ma magari, leggendone altri, rendendomi conto della loro ricorrenza, potrei considerarli più significativi...

Riguardo i dettagli dei miei appunti mi ha colpito (a parte la ripetizione di “sessuale”!) la spiegazione del sadismo in cui “l'uomo arriva alla soddisfazione sessuale infliggendo dolore sessuale alla donna”. Mi chiedo se questa asimmetria fra uomo e donna fosse un mio pregiudizio dell'epoca oppure se provenisse dagli appunti della mia professoressa (e fosse quindi un suo pregiudizio!). Per capirlo dovrei ritrovare gli appunti originali (che in pratica erano dei dettati) ma sfortunatamente non li ho più...

Conclusione: ora sto leggendo “Berenice” perché mi piaceva il titolo, sono curioso di vedere se ci sarà follia ed, eventualmente, di che tipo...

I miei appunti:


Nota (*1): che all'epoca, forse proprio in opposizione all'imposizione scolastica di leggere Poe, era divenuto un mio punto di riferimento letterario. Anche se, pensandoci meglio, probabilmente lo lessi a causa della citazione sulla copertina dell'album “Live after death” degli Iron Maiden.

domenica 15 ottobre 2017

Leggi immorali

Qualche giorno fa, ma ora non ricordo più dove, pubblicai un breve aforisma:
“Se la legge non è fondata sulla morale inevitabilmente la viola”

Il suo significato più superficiale è piuttosto evidente: quando una legge non si fonda su principi morali diviene solo un caso che non ne infranga qualcuno. La soluzione della giurisprudenza a questo problema è di aggirarlo: ogni legge deve rispettare la costituzione e non ci si preoccupa di eventuali dilemmi morali. Suppongo si assuma che, a sua volta, la costituzione rispetti la morale ma, ovviamente, non è la stessa cosa...

Il significato più interessante è però a mio avviso il reciproco della frase iniziale, ovvero: ogni legge puramente “tecnica” è probabilmente immorale. Ad esempio le leggi sul bilancio e l'economia, quelle che regolano aspetti tecnici” della società come le comunicazioni, il lavoro o la sicurezza: in pratica la maggior parte delle leggi...
Si dimentica quindi l'uomo e i suoi diritti, si favoriscono pochi a danno di molti o dell'intera collettività.
E siamo così assuefatti a leggi che non si basano, e che anzi non si preoccupano della morale, che spesso non ci rendiamo conto di quanto siano immorali, ovvero dei numerosi principi che violano.

In fin dei conti questo è il motivo per cui la “legge” non ha niente a che vedere con la “giustizia”.

Conclusione: a mio avviso andrebbe ripensato l'intero meccanismo con cui si scrivono le leggi ma si tratta di un'idea realizzabile nell'ambito di un progetto molto più ampio. Ma ne scriverò nell'epitome.

venerdì 13 ottobre 2017

Su Licurgo, Solone e Plutarco

Leggendo le biografie dei due legislatori Licurgo e Solone mi ha colpito una similitudine: 1. Licurgo convince prima un gruppo ristretto di persone fidate della bontà delle proprie idee e, con l'aiuto di questi, riesce poi a imporle a tutta la popolazione; 2. Solone per avere il sostegno sia dei ricchi che dei poveri fa credere (erroneamente) ai primi che non modificherà i debiti e ai secondi che rispartirà le terre.
In entrambi i casi le nuove leggi sono approvate non per l'esclusiva bontà della loro essenza ma grazie a questi “trucchi” politici. Questi episodi, sebbene personalmente mi facciano storcere il naso, sono però molto realistici e plausibili.
Ma, proprio perché aggiungono una nota stonata nell'opera principale della vita dei due protagonisti, hanno anche il merito di mostrare la distanza che Plutarco mantiene dagli uomini che descrive, non limitandosi a narrarne gli aneddoti più idealizzati, e la sua oggettività di storico antico.

Contrabbandieri - 13/10/2017
Fra le varie parole che ho imparato a memoria (v. Anki, Ank'io e successivi...) c'è anche Sicofante, ovvero il delatore, colui che denuncia gli altri per ottenere un vantaggio personale.
E tra le cose inutili che imparo c'è anche l'etimologia che, non so perché, trovo sempre affascinante: in questo caso su Treccani.it è spiegato che la parola “sicofante” è composta da “fico” + “mostrare” e “secondo un'antica interpretazione” indicava chi denuncia l'esportazione clandestina di fichi.
E sapete da dove proviene questa “antica interpretazione”? Esatto, da Plutarco!
«[Siccome il cibo prodotto dai campi nei dintorni di Atene non è sufficiente a sfamare la popolazione della città, allora Solone consente l'esportazione esclusivamente dell'olio e non degli altri prodotti alimentari. Plutarco fa però notare che una legge simile già esisteva.] Però non bisogna tor fede del tutto a quelli che dicono esser proibizione antica dello strarre [esportare] fichi fuori dall'Attica, e che gli accusatori degli straenti erano cognominati sicofanti.» (*1)

Nota (*1): da “Le vite parallele” Vol. I, di Plutarco, trad. Marcello Adriani il Giovane, Salani Editore, 1963.

Nell'indifferenza... - 13/10/2017
[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.4.0 "Leida").

Ieri mi sono "sforzato" di leggere l'ultimo articolo su Goofynomics (Allarme Stasi) non perché non sia d'accordo con ciò che dice ma perché mi peggiora l'umore (*1)...

L'articolo riprende un tema che mi sta molto a cuore: la riduzione della riservatezza (e quindi della libertà) individuale in Rete.
Il motivo generale di questa tendenza ([E] 14.2) è quello di diminuire l'autonomia della democratastenia e, di conseguenza, aumentare la forza dei parapoteri. Più nello specifico ho affrontato il tema della libertà in Rete nel nuovo capitolo [E] 9.5: ovvero ridurre la comunicazione D→D e aumentare quella D→P ([E] 9.1 e 9.3) (*2).

Vabbè, non mi va di (ri)farmi cattivo sangue: andate a leggere direttamente l'articolo su Goofynomics... oltretutto è scritto come al solito in uno stile brillante e divertente...

Nota (*1): e di solito non ne ho bisogno...
Nota (*2): in questo caso specifico non viene diminuita la D→D ma solo incrementata la D→P.

Quella strega di sua madre - 15/10/2017
Qualche giorno fa una domanda mi assillava: come si chiama la mamma di Calibano nell'Ultima tempesta di Shakespaere?
Ricordavo un nome simile a Styrax, che però sapevo essere un genere di piante perché ne ho imparate ben due: lo “storace” (o Styrax Officinalis) odore balsamico di vaniglia, bla bla bla e il “benzodino” scoperto da Ibn Battuta etc...
Un altro nome che mi veniva in mente era Sticazz, ma ovviamente in questo caso l'origine era meno nobile...
Alla fine, per la frustrazione, ho riletto l'Ultima tempesta: la strega si chiama Sycorax.

Touré brulé - 20/10/2017
Dalla Gazzetta.it: Man City, Yaya Touré patente ritirata: "Ma non so come ho consumato alcol"

La riprova che anche all'estero (e non solo in Italia) talvolta, quando l'imputato è un potente o un famoso, si può assistere alla sospensione dell'incredulità: al calciatore Touré è stata sospesa la patente per 18 mesi per guida in stato d'ebrezza ma il tribunale ha riconosciuto che egli non ha volontariamente bevuto. Come sia possibile non si sa: e non credo che a un omarino di 1m e 89cm basti mangiare un cioccolatino al liquore per ubriacarsi...

addendum: mi sembrava di ricordare che Touré fosse stato anche sospettato di dopaggio in passato e così ho controllato su Wikipedia. Al riguardo non ho trovato niente ma la versione dell'episodio summenzionato è ben diversa da quella proposta dalla Gazzetta.it
In particolare: “Touré said he had not "intentionally consumed alcohol", telling the court he had consumed diet cola from a jug at a party, not realising there was brandy in it. He conceded that his drink tasted "odd" and that he felt tired after consuming it, but did not suspect he was drunk. Judge Gary Lucy said it was "inconceivable" that he was unaware that he was drinking alcohol. Touré was banned from driving for 18 months, and was fined £54,000 – the largest fine for drink driving in British legal history.
In altre parole il giudice non ha assolutamente affermato di credere all'involontarietà dell'ebrezza di Tourè ma la ha definita “inconcepibile” e gli ha anzi affibbiato la multa più alta della storia legale inglese!

giovedì 12 ottobre 2017

Lezione XCII: velocità

Dopo secoli (beh, dopo oltre sei mesi: v. Lezione XCI!) ho finalmente avuto una nuova lezione di chitarra. Colpa mia che, allenandomi a singhiozzo e con lunghi intervalli senza maneggiare la chitarra, non mi sentivo mai pronto per incontrare il maestro...
Stavolta avevo preparato tutto il materiale in una epistola ma, prima ho voluto ricontrollare di aver scelto gli archivi giusti, poi sono stato distratto da altri messaggi, e alla fine mi sono dimenticato di premere il tasto “Invia”!
Di conseguenza abbiamo dovuto accontentarci di quello che mi ricordavo e degli appunti che mi ero portato con me...

In sintesi attualmente sto studiando sei brani più un esercizio di riscaldamento e uno di improvvisazione. In ben tre brani su sei il mio problema è la velocità: non riesco ad andare abbastanza veloce, o magari ci vado ma perdo la sincronia fra mano destra e sinistra col risultato di sbagliare le note...

Ma procediamo con ordine:

Riscaldamento: non ne abbiamo parlato: rimane il solito...

Pentatomica o Improvvisazione: stufo di allenarmi sui soliti tasti ero autonomamente passato a suonare le note della relativa tonalità su tutto il manico: vedi Richitarro. Ho anche chiesto al maestro come mai della tonalità mi faceva suonare solo sei note e non tutte e sette: il motivo era semplicemente che eravamo partiti dalla pentatonica con cinque note e lui voleva farmi familiarizzare con i nuovi tasti in maniera progressiva!
Tanto per la cronaca ho smesso di esercitarmi sul brano in Em e sono passato a suonare sopra Unholy Paradise in Gm. Il MIO metodo multicolorato è eccezionale!

Unholy Paradise: l'avevo ripreso qualche mese fa: senza troppi problemi avevo rimemorizzato le varie battute e, anzi, mi sembra di essere nettamente migliorato in scioltezza e sicurezza. Il problema sono le battute veloci: siccome me le ricordavo le abbiamo riguardate col maestro.
Il problema della velocità è complesso e il maestro mi ha spiegato che dovremo lavorarci affrontandolo da più fronti. Mi ha dato i seguenti consigli generali:
1. Il mio primo problema è la postura della mano destra: dovrei cercare di tenerla non curvata a gru ma parallela, quasi aderente, alla chitarra. Poi potrei plettrare sia muovendo l'avambraccio che il polso tenendo però presente che la plettrata con il braccio è meno precisa e quindi non sempre la più adatta a ciò che si vuol suonare.
2. Il plettro: io ho un'impugnatura molto alta e quindi meno precisa (e quindi meno veloce). Mi ha consigliato di provarne a prenderne uno di quelli di dimensioni ridotte (non ricordo come si chiamano) in maniera da essere forzato a tenerlo vicino alla punta. Mi ha poi spiegato che se il plettro è troppo sottile, piegandosi, mi rallenta: mi ha invece suggerito di comprarne uno spesso circa 1mm e di plettrare di taglio.
3. La plettrata: mi ha dato una nuova regola: non staccare mai il plettro dalla corda. Questo mi obbligherà a fare movimenti più corti e quindi più veloci (*1).
4. Le dita della mano sinistra devo invece cercare di tenerle più vicino alle corde in maniera che anche queste non debbano fare movimenti troppo lunghi.
Ascoltandomi suonare si è accorto poi che sulle note più “difficili” rallento e su quelle più "facili" (la corda a vuoto) accelero. Per provare a superare questo ostacolo mi ha detto di scomporre la battuta: prima dovrò suonare cinque note (quattro volte quella a vuoto più quella sul tasto) alla stessa velocità, poi sei, sette, etc... Vedremo: ho qualche dubbio!

The Final Countdown: anche qui c'è una serie di tre battute veramente troppo veloci per me. Sono consapevole che non riuscirò mai a suonarle alla loro velocità reale ma mi piacerebbe comunque migliorare.
Un amico mi aveva detto che avrei dovuto usare una tecnica chiamata di sweep picking ma il maestro mi ha consigliato una tecnica più semplice.
Innanzi tutto, siccome le corde da suonare sono sempre le solite due (la 1° e la 2°) e sono adiacenti mi ha detto di usare una tecnica che consiste nel tenere il plettro sempre fra queste due e plettrare quindi la 2° verso l'alto e la 1° verso il basso.
Le note hanno poi una struttura del seguente tipo: (15° tasto, 2° corda), (14° tasto, 1° corda), (17° tasto, 1° corda) e (14° tasto, 1° corda) (*2). Il maestro mi ha suggerito di plettrare solo le prime due note e di eseguire con un hammer on la terza (che invece nel mio spartito andrebbe plettrata) e con un pull off la quarta.
Proverò ma è difficile metabolizzare queste variazioni su brani che ho già imparato in maniera diversa perché oltre a imparare devo anche dimenticare ciò che già sapevo...

Aces High: anche qui avevo un problema di velocità in una specifica battuta in cui la difficoltà principale sta nel fatto che una nota è molto lontana sul manico e ci arrivo solo con estrema fatica se mantengo la posizione con l'indice (se invece lo sollevo ovviamente rallento troppo). La soluzione consiste nel cambiare semplicemente la diteggiatura e la nota lontana diviene vicina: ci avevo pensato anch'io ma pensavo fosse comunque utile cercare di sforzarmi ma secondo il maestro in questo caso non ne vale la pena. D'accordo: sono curioso di vedere di quanto posso migliorare...

Sincronia: infine il maestro mi ha dato un nuovo esercizio specifico per sincronizzare la mano destra con la sinistra. Si tratta di uno di quegli esercizi noiosi in cui si esercitano tutte le coppia di dita facendole via via scorrere lungo il manico. L'esercizio è piuttosto semplice ma descriverlo a parole sarebbe troppo complicato. Magari, una volta che l'avrò inserito in Guitar Pro vedrò di riproporlo qui...

Il maestro mi ha poi suggerito due nuovi brani che ripropongono le difficoltà tecniche di The final countdown ma che, essendo più lenti, sono più abbordabili. Si tratta di:
Wrathchild degli Iron Maiden, solo l'inizio della chitarra di accompagnamento.
e
Wasted years, sempre degli Iron Maiden, di cui però non ricordo cosa devo imparare!

Hard Rock Halleluja: non ci sono novità. Venerdì vedrò di registrarmi per farvi ascoltare i miei progressi e poi lo metterò da parte per un po'.

She is my sin: il maestro mi ha corretto un errore nella battuta 136 (ho imparato le prime 135!) che mi bloccava (semplicemente uno slide che non c'era frutto, probabilmente, di qualche vecchio errore di conversione fra Tuxguitar e Guitar Pro). La tentazione sarebbe “togliere” anche questo brano ma mi piacerebbe anche imparare completamente una canzone e in questa non mi sembra ci siano poi ostacoli insormontabili. Deciderò in base al tempo...

Scissor, Paper and Rock delle Indica. Un brano pop-rock decisamente più facile dei brani che studio di solito e che ho aggiunto autonomamente qualche mese fa. Non avendo ricevuto i miei archivi non abbiamo potuto guardarlo nel dettaglio. Mi ricordavo però la diteggiatura di uno “strano” accordo: il maestro mi ha detto che è un accordo rivolto e mi ha suggerito di semplificarlo in un bicorde. Bo... deciderò che fare una volta che arriverò a studiarlo...

Conclusione: spero di riuscire ad allenarmi con regolarità in maniera da poter fissare una nuova lezione in un mesetto... vedremo...

Nota (*1): a una conclusione analoga ero arrivato autonomamente: in ottica zen avevo pensato di immedesimarmi con la punta del plettro ed essere sempre ben conscio della sua relazione (posizione relativa) con la corda!
Nota (*2): questa sequenza di note si ripete più volte nella battuta e viene traslata di qualche tasto nelle seguenti...

mercoledì 11 ottobre 2017

Quel solone di Solone

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.4.0 "Leida").

La mia visione, ancora relativamente fluida, della giustizia l'ho riassunta in un capitolo ([E] 17) intitolato volutamente “Legalità” in maniera da non confondere i due concetti ben diversi: non è detto che ciò che sia legale sia giusto e che ciò che è giusto sia legale.

Oltre a ribadire quanto la legalità sia lontana dalla giustizia, spiego che la legge è divenuta il mezzo principale con cui la società rende realtà multisoggettive i propri protomiti. Ma quando scrivo società intendo il governo che la guida che è sempre consistito in parapoteri (di forme anche molte diverse attraverso le epoche e le società). In altre parole le leggi umane sono da sempre state ([E] 17.1) espressione dei parapoteri e, per questo, fra i loro scopi c'è stato sempre quello di tutelarli.
Anche nel mondo moderno l'uguaglianza di ogni uomo davanti alla “Legge” è solo un mito ([E] 17.2): basta pensare al fatto che gli avvocati migliori (e quindi più cari) riescono mediamente a ottenere sentenze più favorevoli (altrimenti non sarebbero considerati bravi avvocati!) e quindi chi ha il denaro per assumerli può aspettarsi un trattamento “migliore” da parte della “Giustizia”. Nel passato questo era ancora più vero: l'equità della legge esiste solo quando deve giudicare fra individui appartenenti allo stesso gruppo o a gruppi di forza equivalente (*1).
La riprova la si ha dal fatto che, da quando l'istituzione della “Giustizia” è “nata”, ha poi sempre prosperato visto anche la sua effettiva utilità ed efficacia nel mantenere l'ordine sociale. Evidentemente non ha mai intralciato più di tanto la possibilità dei parapoteri di perseguire la propria crescita ([E] 5.2).

Al giorno d'oggi, con la globalizzazione, i parapoteri sono entità dalla forza smisurata: in pratica i governi dei paesi più grandi e ricchi, le multinazionali e le grandi banche.
In passato però, quando il sistema di potere in cui prosperava una singola società era molto più circoscritto ([E] 4.3), i parapoteri non erano delle istituzioni ma veri e propri essere umani come i ricchi e potenti di un'antica polis greca.

Proprio ieri ho trovato in Plutarco un passaggio che riassume in poche frasi tutto il mio pensiero: si tratta di uno scambio di battute fra Solone (il famoso legislatore di cui Plutarco narra la vita) e il suo amico Anacarsi a cui poi segue il commento dello stesso autore.

«[Solone è impegnato a preparare le leggi per Atene] La qual cosa intendendo Anacarsi si rise della sua impresa, che pensasse di raffrenare l'ingiustizia e l'avarizia de' suoi cittadini con leggi scritte, le quali rassomigliarsi dicea alle tele de' ragnateli, le quali arrestano i piccoli e deboli; ma i potenti e ricchi le rompono. A che... ...replicò in questa maniera Solone: “Gli uomini pur osservano il contenuto ne' contratti, per non esser utile la trasgressione d'essi né all'una né all'altra parte; così accodomerò io le leggi a' miei cittadini in guisa, che sembrerà loro migliore la giustizia che la violazione.” Ma riuscì nell'avvenire più la comparazione d'Anacarsi che la speranza di Solone.» (*2)

Non c'entra niente col pezzo odierno ma ecco anche il parere di Anacarsi sulla democrazia: «Ancora disse Anacarsi in pubblica adunanza di maravigliarsi, che i savi della Grecia proponessero, e gl'ignoranti giudicassero.» (*2)

Giudichino i lettori se aveva ragione Solone o Anacarsi...

Conclusione: FUORI TEMA (per non scrivere un corto!) nelle pagine dove tira le somme e soppesa le vite parallele di Licurgo e Numa, Plutarco ritorna sulle donne spartane e dà il suo parere: dal suo punto di vista esse erano troppo libere e indipendenti. In particolare riporta un paio di epiteti con i quali erano conosciute: “fenomeridi” (“che mostrano le cosce” a causa della tunica che si apriva sul fianco all'altezza della vita) e “andromani” (“pazze d'amore per gli uomini” a causa della relativa libertà sessuale e, probabilmente, per il fatto che Licurgo impose che dovessero sposarsi solo in età adulta, quando anch'esse desiderassero il maschio, e non da bambine come, ad esempio, poteva avvenire fra i romani). Inutile dire che soprattutto “fenomeride” mi è piaciuto molto!

Nota (*1): per la precisione: la forza di un individuo è pari a quella del proprio gruppo divisa per il numero dei suoi membri. Di conseguenza l'appartenente a un gruppo debole (aperto e quindi numeroso) avrà una forza pressoché insignificante.
Nota (*2): da “Le vite parallele” Vol. I, di Plutarco, trad. Marcello Adriani il Giovane, Salani Editore, 1963.

martedì 10 ottobre 2017

La superbia di KGB

Qualche giorno fa ho iniziato a scrivere un pezzo, completandolo pure al 90%, ma poi non mi è sembrato più così degno di nota e ho lasciato perdere: dopo aver terminato la nuova versione dell'epitome sono in una fase di stanca e non ho molta voglia di scrivere...
Oggi però, mentre ero in macchina e stavo andando a fare la spesa, ho fatto delle riflessioni che sul momento mi sono parse interessanti: adesso in realtà mi sembrano un po' troppo autoreferenziali ma, dopo tutto, questo è un viario (che nella mia fantasia significa Virtuale dIARIO: v. anche Italianismi) personale e quindi ci sta che ogni tanto vi finiscano anche dei monologhi interiori con i miei dubbi...

La riflessione odierna è nata da uno scambio epistolare avvenuto ieri: analizzando scherzosamente i sette vizi capitoli scrivevo a un amico che, sicuramente, il mio vizio principale è la superbia.
L'amico, piuttosto stupito, mi replicava che io non gli sembravo assolutamente superbo... e qui sarebbe toccato a me replicare ma non gli ho ancora riscritto...

Così oggi in macchina ripensavo alla mia superbia e al suo genere molto particolare.
È una superbia strana perché, paradossalmente, mi rende molto longanime (*1) nei confronti del prossimo.
Provo a descrivere le mie sensazioni (e sono consapevole che sono tali e quindi, potenzialmente, erronee): mi sento circondato da bambini non troppo svegli che capiscono un decimo di ciò che dico e faccio; anche chi mi apprezza non lo fa con la giusta consapevolezza dei miei meriti ma comunque mi sottostima. Ma sono talmente abituato a queste sensazioni che, non solo non mi turbano, ma non ci faccio neppure caso. Immaginatevi di andare a tenere un discorso in una classe delle elementari: voi dite qualcosa di molto arguto e intelligente ma i bambini, magari distratti da un aeroplanino, non solo non apprezzano le vostre sottigliezze ma neppure vi ascoltano. Vi arrabbiereste forse con i bambini? Che colpa ne hanno se avete espresso dei concetti che non arrivano a comprendere?
Ecco: io sono tollerante con il prossimo non perché ne rispetti l'intelligenza ma perché do per scontato di aver a che fare con un cretino! Questa è la mia superbia... (*2)

In effetti, me ne rendo conto adesso, la prima cosa che faccio quando parlo con qualcuno, è cercare di comprendere “quanto capisca” in maniera da adattarmi per poterci interagire più facilmente (*3).

La riflessione di oggi era semplicemente la domanda “E se mi sbagliassi?”. E se io fossi molto meno sveglio e intelligente di quanto non creda? Dopotutto molte ricerche psicologiche spiegano che, in genere, chi si crede più intelligente della media è invece più stupido mentre, proprio chi è più intelligente, avendo molti più dubbi e remore, non se ne rende conto.

Allora mi sono fatto un rapido riassunto mentale dei “dati” a mia disposizione.
Ho ripensato a quando piccolissimo: a 2-3 anni il babbo aveva comprato un libro con un esame per valutare l'intelligenza dei bambini che ancora non sapevano leggere. Io però percepii che si trattava di un qualcosa per “misurarmi” e non volli farlo, forse per paura di deluderlo.
A circa 8 anni quando, dopo i primi anni molto incerti, iniziai ad andare bene a scuola ricordo una discussione fra i miei genitori (io ero in un'altra stanza) la mamma diceva che dalla pagella risultava che io fossi “super dotato” mentre mio padre diceva che al massimo ero “dotato”.
Alle medie (*4) iniziò la mia personale rivolta contro la stupidità dei miei insegnanti: smisi di aprire libro e iniziai ad andare relativamente male (anche perché mi ero preso di punta con la severissima e influentissima professoressa di inglese e vice preside!).
A liceo e università bene e male: davvero sarebbe troppo lungo spiegare i pro e contro di ciò che influenzò il mio rendimento e, comunque, l'ho già scritto altrove (*4).

C'è anche da menzionare un fenomeno curioso: durante tutta la mia “carriera” scolastica, università compresa, tutto quello che mi veniva spiegato l'avevo già intuito. Tranne rarissime eccezioni mi è sempre sembrato tutto logico e conseguente, per molti versi banale. Sapevo già dove voleva arrivare l'insegnante quando iniziava a dire “Attenti a...” perché avevo già compreso non solo quanto spiegato ma anche le sue conseguenze: mi era quindi banale rispondere a eventuali domande di comprensione (*5). Non ho idea se questa sensazione sia comune e cosa possa significare (*6): di certo quando dico che la mia intuizione è superiore alla mia intelligenza non scherzo...

In quegli anni comunque avevo un'ottima opinione di me stesso ma non sapevo come raffrontarmi al “resto del mondo”. Davo però per scontato che ci fossero tante persone più intelligenti e in gamba di me. A casa mia madre mi esaltava e stravedeva per me mentre il babbo era molto più critico (*7). Ero nella fase in cui, secondo gli psicologhi, le persone intelligenti combattano con i loro dubbi e incertezze finendo per sottovalutare le proprie capacità.

Ah, poi finita (faticosamente!) l'università feci l'esame del Mensa, essenzialmente per avere qualcosa da aggiungere nella sezione “Club e attività” del modello di Word per i CV!
Il risultato non fu particolarmente negativo ma io tendo a vergognarmene sempre un po' e raramente ne parlo: comunque ci scrissi il pezzo La solitudine del pamviro...

Però il mio cambiamento di prospettiva avvenne un po' dopo quando mi capitò di lavorare qualche anno come consulente esterno all'ESA (l'Agenzia Spaziale Europea) in Olanda.
Da sempre mi ero immaginato che solo le persone più eccezionali e dotate vi lavorassero tanto che non avevo mai neppure aspirato a entrare a farne parte!
Lavorandoci però dall'interno mi resi conto che questi miei colleghi erano tutt'altro che fenomenali: intendo di un'intelligenza che, dal mio punto di vista, valutavo marginalmente sopra la media e, anzi, con una percentuale significativa degli onnipresenti idioti. Giustamente mi hanno fatto notare che io lavoravo in una sezione amministrativa e che quelle tecnico/scientifiche sono di un altro spessore. Suppongo che sia vero ma se il buon giorno si vede dal mattino...

Ecco è più o meno da allora che, potendomi confrontare con il “top”, e trovandolo deludente, ho preso consapevolezza delle mie capacità. E la mia superbia, in realtà sempre presente, da, diciamo “personale” è divenuta più assoluta.

E quindi? Qual è la mia conclusione?
Non credo ci possa essere una risposta ben motivata logicamente e, tutto sommato, non mi interessa neppure cercarla. Ho una consapevolezza (v. La montagna dell'albagia) e questa mi basta e non mi va di sprecare energie per scoprire qualcosa che, alla fine, comunque non mi cambierebbe niente...

Conclusione: trovo particolarmente vero l'evangelico “nessuno è profeta in patria”... e quindi per apprezzarmi servirebbero gli extraterrestri!

Nota (*1): comprensivo, tollerante e paziente...
Nota (*2): e quando giocavo a scacchi questa mia superbia era particolarmente evidente, direi quasi comicamente. Negli scacchi non si deve calcolare solo le proprie mosse ma anche le migliori che il nostro avversario potrebbe giocare. Quando l'avversario fa qualcosa che non abbiamo previsto allora deve suonare un campanello d'allarme perché i casi sono due: 1. non ha giocato la mossa migliore e quindi, forse, c'è la maniera per incrementare il nostro vantaggio; 2. ci era sfuggita la mossa migliore che, invece, è stata trovata e giocata dal nostro avversario.
Io ero sempre sicuro, assolutamente certo, di essere sempre nel caso 1. Non avete idea di quante partite io abbia perso sottovalutando in questo modo il mio avversario... Decisamente la cosa non depone a mio favore!
Nota (*3): in un altro pezzo, forse quelli sulla scuola media, mi pare di aver anche raccontato di quanto fossi bravo a manipolare il prossimo e di come abbia improvvisamente smesso ritenendolo immorale.
Nota (*4): sulla mia “carriera” scolastica ho scritto una nutrita serie di pezzi ma non mi va di cercarli: chi è interessato può usare i marcatori “elementari”, “medie”, “liceo” e “università” per ottenere la lista dei relativi pezzi...
Nota (*5): della fastidiosa regola che mi ero autoimposto di contare (lentamente) fino a tre per dar modo di rispondere anche ai miei compagni ho già scritto...
Nota (*6): ad esempio, ai tempi del liceo, la ritenni una conferma dell'esistenza dell'iperuranio di Platone, il mondo delle idee, al quale “evidentemente” ero particolarmente collegato...
Nota (*7): e, mentre ritenevo l'opinione di mia madre ininfluente, probabilmente quella di mio padre mi pesava molto di più...

venerdì 6 ottobre 2017

Licurgo

Ieri sera ho finito di leggere la “terza” vita di Plutarco, ovvero quella di Licurgo. È veramente interessante!! E, come previsto, mi sono abituato all'italiano arcaico usato nella traduzione...
Della vita di Licurgo in realtà dice relativamente poco (non sono sicuro che sia un personaggio storicamente esistito (*1)): ciò che invece mi ha molto colpito è la dettagliata descrizione di come il famoso legislatore avrebbe organizzato le leggi e la società di Sparta. In pratica realizzò a tavolino una società all'apparenza utopistica ma che, nella pratica, durò per molti anni (Plutarco scrive per “cinque secoli” ma dubito che i suoi calcoli siano attendibili! (*1)) e che portò Sparta all'egemonia sulla Grecia.

La logica di Licurgo è ferrea: egli vede l'origine di ogni vizio nella cupidigia e, partendo da questo principio, organizza la società in maniera che, quasi “fisicamente”, non ci sia spazio nella vita degli spartani per il desiderio di ricchezze o di beni materiali. Da questo punto di vista mostra anche un acuto intuito psicologico che usa astutamente per rafforzare i meccanismi sociali che ha ideato.
E se i cittadini sono virtuosi allora non c'è necessità di leggi complesse e articolate perché essi tenderanno a fare spontaneamente, senza cioè esserne costretti, ciò che è bene e giusto. In caso di discordia poi meglio affidarsi al buon senso di un giudice saggio piuttosto che all'interpretazione del codice scritto.
Significativo al riguardo il seguente passaggio: «[Licurgo non volle leggi scritte...] Perché quel che più importa e ha maggiore efficacia per rendere una città felice, credeva stampato ne' costumi e ne' cuori de' cittadini dover rimanere immobile e stabile nella lor buona volontà, che è legame più forte della necessità, e per via di buona instituzione introduce nell'anima di ciascun giovane disposizione di legislatore. I leggieri contratti intorno al dare e all'avere, i quali or in una or in altra maniera secondo il il bisogno si mutano, pensò essere meglio non legare con necessità di scrittura... ...ma lasciargli alle occasioni e all'arbitrio d'uomini ben istruiti per aggiungere o levare secondo il lor giudizio. » (*2)
Sono d'accordo con Licurgo: adesso però non potremmo fare a meno delle leggi perché l'animo di molte persone è corrotto e non tende spontaneamente al bene. Ma il ruolo della legge moderna intesa come giustizia è spesso illusorio perché il suo compito principale è quello di essere il meccanismo per obbligare al rispetto di alcuni epomiti (le leggi): e tali epomiti, nel loro complesso, sono orientati alla tutela dei parapoteri e dello status quo, non della giustizia.

Qualche legge di Licurgo per dare l'idea di come ideò e modellò la società spartana.
- Per prima cosa ridistribuì la terra a tutti gli spartani in parti uguali capaci di produrre grossomodo la stessa quantità di beni.
- Gli uomini poi non cenavano in casa propria ma, tutti insieme, lo stesso cibo e nella stessa quantità in maniera che non si sviluppasse la golosità che reca con sé la voglia di avere di più.
- Eliminò l'oro e l'argento e fece coniare monete di ferro che avevano (poco) valore solo a Sparta: fu quindi impossibile accumulare una grande ricchezza visto che sarebbe stata ingombrante e che, probabilmente, sarebbe arrugginita rapidamente. Inoltre con monete di ferro non si potevano comprare i beni prodotti in altre città.
- Le case private poi dovevano avere la porta d'ingresso di legno grezzo e, allo stesso modo, il “palco” (non sono sicuro di cosa fosse, ma doveva trattarsi di un altro mobile): l'idea è che se uno spartano aveva la porta e il “palco” tagliati con l'accetta allora non avrebbe voluto avere altri mobili più raffinati perché sarebbero apparsi ridicoli a loro confronto: e se tutto l'arredamento era modesto allora anche le vesti raffinate non sarebbero state ritenute compatibili con esso e si sarebbero preferiti quindi gli abiti più semplici. E in questa ottica quindi tutto il lusso e il superfluo avrebbero avuto poco senso.
- I bambini che alla nascita non sembravano abbastanza forti venivano abbandonati in una grotta. E sembra che fosse ammissibile una certa promiscuità per cui il marito anziano era lieto che la sposa più giovane avesse un figlio da un guerriero vigoroso con l'idea che ciò avrebbe reso Sparta più forte.
- A sette anni i bambini venivano poi allevati tutti insieme con una organizzazione quasi militare dove ai più piccoli veniva insegnato dai ragazzi più grandi che, a loro volta, imparavano dagli spartani più anziani (suppongo che gli uomini fossero impegnati in altre attività). Oltre all'addestramento marziale l'insegnamento prevedeva che i giovani fossero in grado di rispondere con efficacia e sinteticità a domande molto complesse e filosofiche: chi non vi riusciva o era troppo prolisso veniva punito severamente. Da qui l'aggettivo “laconico”. Molto interessanti i numerosi esempi di famose risposte laconiche riportati da Plutarco. Tipo: il re Agide a un ateniese che commentava la strettezza delle strade di Sparta, rispose «E pure aggiunghiamo i nimici con esse.» (*2)
- Gli spartani non lavoravano (lo facevano gli iloti per loro) ma si dedicavano solamente all'esercizio e all'addestramente militare che sospendevano solo quando in guerra tanto che, paradossalmente, essa era quasi un riposo per loro...
- E poi le donne! Anche le fanciulle non dovevano restare chiuse in casa: tutte insieme invece si allenavano duramente: con la corsa, il getto del peso e del disco, la lotta, il tiro con l'arco... L'idea era di renderle meno effeminate, più resistenti al parto e capaci di procreare figli più forti.
- In alcune occasioni e feste le ragazze danzavano e giocavano nude davanti ai giovani: l'idea non era solo quella di non renderle inutilmente pudiche ma di fare in modo che queste schernissero e lodassero opportunamente i ragazzi perché «... 'l morso de' motti, accompagnato da giuoco, non era men pungente delle correzioni severe...» (*2) e questo spronava i ragazzi a imprese di valore.

Sempre riguardo le donne Plutarco scrive una frase che mi ha colpito perché non so bene come interpretare: egli scrive infatti che le spartane, a causa del loro contributo attivo nel mantenere vivi gli ideali della loro società, “credono” di essere partecipi, al pari degli uomini, di virtù e onore. Ecco mi chiedo il significato di quel “credere”: nell'italiano attuale si intenderebbe con un “credono ma si sbagliano” ma nell'italiano antico (XVI secolo) in cui è tradotto Plutarco si può anche interpretare questo “credere” con un “essere giustamente consapevoli”.
Probabilmente il significato corretto è proprio il secondo: poco dopo infatti è riportato un aneddoto che vede protagonista Gorgone (avete presente “300” e la moglie di Leonida? Ecco, è quella Gorgone!) che avrebbe poco senso. L'aneddoto: una forestiera disse a Gorgone «Voi sole, Spartane, comandate agli uomini» e lei replicò laconica «Perché noi sole partoriamo uomini.» (*2)

Ci sarebbero tante altre leggi e curiosità da segnalare ma non voglio dilungarmi oltre!

Conclusione: veramente una lettura piacevole! Ora sto leggendo la vita di Numa Pompilio: onestamente il nome non mi diceva niente ma anche questa non è male: forse un corto ci potrebbe scappare...

Nota (*1): Anche Wikipedia ha dubbi sulla storicità del personaggio che, comunque, porrebbe a cavallo del IX e VIII secolo a.C. ovvero, come indicato da Plutarco, circa cinque secoli prima del declino di Sparta. Ma non sarà una data basata proprio su quanto scritto da Plutarco?!
Nota (*2): Passaggi tratti da “Le vite parallele” Vol. I, di Plutarco, trad. Marcello Adriani il Giovane, Salani Editore, 1963.

giovedì 5 ottobre 2017

Ecco "Leida"!

Zitto zitto, quatto quatto, ho completato la nuova versione dell'Epitome: si tratta della 0.4.0 e il suo nome in codice è “Leida”!

La novità maggiore è senza dubbio il nuovo capitolo 9 aggiunto alla seconda parte dell'epitome.
Si tratta di una decina di pagine piuttosto dense (con parecchie note) e soprattutto basate su materiale completamente inedito: in altre parole non avevo affrontato la materia (“La comunicazione”) in pezzi sul viario se non per qualche accenno sporadico: invece il nuovo capitolo è ricco di idee interessanti e che permettono un ulteriore passo avanti nella comprensione della nostra società moderna.
Un capitolo non solo centrale nella sua collocazione nell'epitome ma anche concettualmente: ne sono decisamente soddisfatto!

Varie correzioni per tutta l'epitome e una revisione piuttosto approfondita del capitolo 2 dove ho approfondito maggiormente il concetto di protomito fuorviante differenziandolo da quello di protomito errato. Ah, ho poi corretto una nota ormai superata e sostanzialmente errata nel capitolo 3.2: per chi fosse curioso si tratta della nota 59 di “Aporia” divenuta la nota 67 in “Leida”...

Inoltre ho tolto dall'epitome la tabella di conversione fra i capitoli delle diverse versioni dell'epitome e l'ho trasferita su un PDF separato: l'idea è che per chi si stampa l'epitome per leggerla non gliene importa niente delle versioni precedenti; al contrario chi fosse interessato a leggere i miei vecchi pezzi su questo viario (lo so è un po' inverosimile!) può stamparsi semplicemente le sei paginette del nuovo PDF...

Comunque, sempre riguardo ai contenuti, nonostante le 6 pagine in meno di appendice si passa dalle 151 pagine di Aporia alle 162 di Leida!

Ah, poi ho aggiunto al glossario i collegamenti ai capitoli nel testo in cui il relativo argomento è affrontato. Molto noioso per me ma mi sembrava utile farlo...
Ovviamente per il dettaglio dei cambiamenti rimando alla pagina dell'Epitome.

Per il futuro, invece della solita revisione generale (che porterebbe alla revisione 0.4.1), credo che aggiungerò direttamente un capitolo nella parte III e un nuovo sottocapitolo nel capitolo 13: ma come al solito vedremo, per adesso non garantisco niente...