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venerdì 20 ottobre 2017

La follia di Poe (e Lovecraft)

In questi giorni sono di nuovo da mio padre (ecco perché scrivo poco) e, avendo dimenticato l'attuale a casa, ho un nuovo libro “per il bagno” preso dalla sua libreria.
Si tratta di un volume che ricordo bene “I Racconti” di E. A. Poe, Ed. Feltrinelli, 1970, trad. Giuseppe Sardelli.
L'ho sempre visto nella biblioteca di casa perché ci ha sempre seguito nei numerosi traslochi. Soprattutto la bella copertina, un inquietante disegno di Louis James in cui si intravede un vecchio maniero, dovette colpire la mia immaginazione di bambino. Lo lèssi quando facevo le medie, ma trovai i racconti un po' noiosi, e poi al liceo quando la professoressa G. (v. La prof G) ci fece leggere qualche racconto.

Fra le pagine ho infatti ritrovato dei miei vecchi appunti di scuola: mi hanno impressionato.
La carta è infatti tutta ingiallita e ha sentito il trascorrere degli anni. Eppure io mi ricordo bene di quei fogli di carta che usavo: non mi piacevano perché erano sottilissimi e quello che scrivevo traspariva sull'altra faccia cosicché ne potevo usare un solo lato. Eppure all'epoca erano tutti bianchi, ora invece hanno preso il colore giallastro (che in realtà è più un marrone chiarissimo) del tempo. E l'odore leggero di muffa e carta (la precedente casa di mio padre era molto umida e i suoi libri ne hanno tutti un po' sofferto) che in realtà non mi dispiace ma che mi pare così strano sentire sui miei appunti...
Che poi la mia calligrafia è sempre la stessa invece: brutta, irregolare, infantile, procline agli errori, una miscela di corsivo e maiuscolo e, in genere, tutta storta: per questo preferivo usare i quaderni a quadretti piccoli, per seguirne le linee e farci grafici o elenchi puntati con maggiore precisione. In realtà in queste paginette ritrovate avevo scritto ben dritto, ma era l'eccezione non la regola.
La struttura degli appunti è interessante e ricorda molto il mio stile attuale. Le note sono estremamente sintentiche, solo delle parole chiave, e i vari concetti sono legati insieme da delle frecce che ne evidenziano le relative relazioni logiche o temporali.
Alcuni concetti potrebbero sembrare estremamente profondi e forse lo sono veramente. Ma non è “farina del mio sacco”: si tratta invece di una sintesi di quanto la professoressa G. cercava di inculcarci, praticamente dettandoci, durante le sue lezioni. Quindi quello che appare nei miei appunti è solo una selezione, la ricombinazione di un sottoinsieme degli appunti scolastici su Poe, attinente agli specifici racconti letti.
Li ho trovati sparsi per il libro ma leggendoli si capisce che si riferiscono ai racconti “Il cuore rilevatore” e al “Gatto nero”: ne ho quindi approfittato per rileggerli e scoprire cosa ci avrei notato adesso, a una seconda lettura 30 anni dopo.

I racconti continuano a non entusiasmarmi, in particolare per le trame troppo lineari: però ora apprezzo lo stile curato, la ricca scelta dei vocaboli e le descrizioni vivide, precise ma non pesanti.
In entrambi i racconti il soggetto è la lucida follia del protagonista: e, proprio il fatto che sia unita alla razionalità, la rende inquietante. Perché alla fine qual è la differenza fra una persona folle e una sana di mente? Se togliamo la razionalità allora rimane ben poco.
Una chiave di interpretazione è che in noi tutti, nell'umanità cioè, alberga un germe di follia che, in particolari situazioni, può emergere fino a prendere il controllo dell'individuo. Una follia segreta e strisciante e, proprio per questo, sottile e pervasiva.
Non ho potuto fare a meno di confrontarla con quella di Lovecraft (*1). La follia nei racconti di Lovecraft segue un'evoluzione simile a quella dei personaggi di Poe: cresce lentamente ed è sempre lucida e razionale. Ma esiste una differenza sostanziale: in Lovecraft la follia è pienamente giustificata perché è la realtà stessa a essere così orribile da schiacciare col suo peso le menti di chi riesce a vedere attraverso i suoi inganni e parvenze esteriori. Il mondo di Lovecraft è infatti popolato dagli antichi dèi, creature eterne, malvagie, ostili o semplicemente indifferenti all'uomo. Per questo il protagonista di Lovecraft, più comprende l'orrore della realtà, e più la sua follia diviene forte.
Poe invece non si preoccupa di spiegare il motivo vero della follia: essa è infatti connaturata nell'uomo e per questo ne dà solo delle giustificazioni più o meno speciose. Le origini della pazzia sono infatti nel “cuore rivelatore” l'occhio del vecchio e, nel “gatto nero”, l'alcoolismo. Ma, a mio avviso, parte dell'orrore sta proprio nella mancanza di ragioni concrete che la facciano emergere: questo infatti significa che potremmo essere tutti potenziali vittime della follia.

Da due soli racconti mi pare eccessivo cercare di ricavarne altre considerazioni generali: nei miei appunti si parla anche di senso di colpa, di autopunizione, di sadomasochismo. In effetti sono elementi presenti in questi due racconti ma mi sembrano aspetti più secondari rispetto invece alla natura ed evoluzione della follia. Non so: mi sembrano degli espedienti per terminare le storie con un “colpo di scena” ma magari, leggendone altri, rendendomi conto della loro ricorrenza, potrei considerarli più significativi...

Riguardo i dettagli dei miei appunti mi ha colpito (a parte la ripetizione di “sessuale”!) la spiegazione del sadismo in cui “l'uomo arriva alla soddisfazione sessuale infliggendo dolore sessuale alla donna”. Mi chiedo se questa asimmetria fra uomo e donna fosse un mio pregiudizio dell'epoca oppure se provenisse dagli appunti della mia professoressa (e fosse quindi un suo pregiudizio!). Per capirlo dovrei ritrovare gli appunti originali (che in pratica erano dei dettati) ma sfortunatamente non li ho più...

Conclusione: ora sto leggendo “Berenice” perché mi piaceva il titolo, sono curioso di vedere se ci sarà follia ed, eventualmente, di che tipo...

I miei appunti:


Nota (*1): che all'epoca, forse proprio in opposizione all'imposizione scolastica di leggere Poe, era divenuto un mio punto di riferimento letterario. Anche se, pensandoci meglio, probabilmente lo lessi a causa della citazione sulla copertina dell'album “Live after death” degli Iron Maiden.

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