«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

domenica 21 luglio 2019

Ebbene sì…

...alla fine ho deciso di pubblicare anche questa versione (1.3.1) dell’Epitome col nome in codice “Bolognese”: lo so che è inutile se non addirittura controproducente ma per me è comunque una piccola soddisfazione quindi…

Come spiegato in un precedente corto questa versione, in particolare il nuovo sottocapitolo 15.4, mi servirà come base per un nuovo capitolo dedicato all’Italia vista dalla prospettiva della teoria della mia opera.
Comunque ci sono altri due nuovi sottocapitoli: il 9.6 (intellettuali) e il 19.3 (i motivi dell’emigrazione). Soprattutto il primo di questi è molto importante e non escludo di espanderlo ulteriormente già dalla prossima versione.
Modifiche significative anche in 7.2, 13.2 e 14.3 più, come al solito, molte altre modifiche qua e là.
Ho inoltre riletto e corretto i capitoli 9, 14 e 19: l’idea è di rivederli tutti a rotazione (visto che l’operazione è noiosissima)…

Ah! ho anche aggiunto/sostituito ben tre epigrafi: l’obiettivo è sempre quello di eliminare tutti gli aforismi tratti dalla raccolta per sostituirli con brani scelti dalle opere su cui mi sono effettivamente basato/formato.

Le statistiche:
L’Epitome è passata da 244 a 253 pagine e da 929 a 967 note (e ogni tanto ne elimino anche qualcuna!)…

Conclusione: oramai non provo neppure a fare previsioni su quando scriverò la prossima versione. Magari se ne ho voglia potrei iniziarla già da domani ma probabilmente aspetterò agosto e magari settembre se sarà troppo caldo!

venerdì 19 luglio 2019

Da una vicenda poco chiara

Dunque qualche giorno fa è stata eletta presidente della Commissione Europea la Von der Leyen.
Non ho ascoltato il suo discorso di insediamento e, onestamente, non mi interessa: in politica le chiacchiere valgano zero, quello che contano sono i fatti.
E i fatti ci dicono che era la candidata di Merkel e Macron, che è stata votata da PD e Forza Italia e che, secondo Diego Fusaro, ha partecipato al Bilderberg (nota organizzazione filantropica) nel 2015, 2016, 2018 e 2019. Insomma una Monti a livello europeo che promette una politica tutta contro l’Italia e gli italiani.

Eppure il M5S l’ha votata e ora, almeno su FB, i sostenitori pentastellati si vantano di “tenere l’Europa per le palle” e di essere “l’ago della bilancio”. Se non ci fosse da piangere, l’ingenuità e insipienza politica di queste dichiarazioni farebbe ridere.
I veri motivi di questa scelta li ho già spiegati nel corto Ipocriti tiratori: il M5S “europeo” è un populismo totalmente apparente, quindi non “ago della bilancia” ma “ruota di scorta”.

Ma la vicenda ha oggettivamente dei lati poco chiari. La vulgata pentastellata (ovvero la narrazione popolare che circola su FB!) parla di Lega che avrebbe cambiato idea sul voto all’ultimo momento, una volta saputo che Giorgetti non avrebbe ottenuto un posto nella commissione; Conte, nella sua lettera di ieri a Repubblica (*1), scriveva «ho invitato i parlamentari europei delle forze politiche che sostengono la maggioranza interna ad appoggiare questa candidatura»; insomma che aveva chiesto ma che non aveva ricevuto nessuna conferma…
Esponenti della Lega infine scrivono di non aver dato nessun appoggio e che fin da subito, visto il personaggio, avevano deciso di votare contro tale nomina: non l’avevano detto chiaramente per ottenere un maggior “effetto sorpresa”. Secondo la Lega è quindi il M5S ad aver tradito gli italiani.

Eppure in tutte queste ricostruzioni c’è qualcosa che non torna: credo che in ciascuna di esse ci sia un pezzetto di verità.
In particolare nella ricostruzione della Lega non mi torna che questa non si sia coordinata sul voto con il M5S: come fa quindi a parlare di tradimento? Dava comunque per scontato che votasse contro la Von der Leyen? Insomma anche qui c’è qualcosa che non quadra…
Sulle parole di Conte c’è poco da dire: ritenendo la Von der Leyen una buona candidata conferma di appartenere al M5S/Grillo-Casaleggio, ovvero a un populismo puramente apparente.
La vulgata pentastellata contiene probabilmente delle tracce di verità (in particolare con i riferimenti a Giorgetti) ma il resto della ricostruzione, e soprattutto la giustificazione del voto favorevole, sono di una superficialità e/o ingenuità sconcertanti…

Ma in verità oggi volevo scrivere delle prospettive del governo: cosa accadrebbe in caso di crisi?

L’unica alternativa “normale” con i numeri al governo attuale sarebbe un M5S+PD ma non credo che il M5S possa permettersi una simile alleanza anche se da parte del PD, messo da parte Renzi, probabilmente ci starebbero volentieri.
Mi aspetto quindi soluzioni più “creative”, tipo un governo tecnico, formato cioè da non politici, magari sempre a guida Conte (sostenuto dai voti di M5S, PD e Forza Italia), oppure di unità nazionale, formato cioè da PD e Forza Italia con il supporto esterno del M5S.
Chiaramente il voto adesso non lo vorrebbe nessuno se non la Lega che, probabilmente, diverrebbe il primo partito in Italia.

Ma anche Salvini ha il suo asso nella manica: il M5S in parlamento non è un’unità coesa ma è spaccato in due anime molto diverse. Il M5S/Grillo-Casaleggio (populismo apparente: in pratica stessa roba che Forza Italia e PD) e il M5S/Di Maio (populismo ambizioso, forse reale).
In altri pezzi ho spiegato bene le differenze fra queste due anime e chi ne sono gli esponenti più in vista e i membri più probabili (in pratica i parlamentari al secondo mandato dovrebbero essere tendenzialmente con Di Maio) e non starò quindi a ripetermi (v. La tetrarchia).
La differenza sostanziale è che il M5S/Di Maio, anche per il limite dei due mandati, potrebbe essere molto più vicino alla Lega di Salvini di quanto non si pensi. La Lega di Salvini potrebbe infatti garantire a Di Maio &. C. un futuro politico che altrimenti adesso non hanno.
La formazione di un nuovo governo potrebbe essere la scusa per la scissione e la creazione di un nuovo gruppo parlamentare a guida Di Maio. L’idea sarebbe poi quella di presentarsi alle inevitabili elezioni alleandosi con la Lega.
In questa maniera dubito che eventuali alternative presidenziali avrebbero i numeri sufficienti: inoltre, in caso di necessità, Salvini potrebbe sempre reclutare parlamentari da Forza Italia. Questi ormai sono consapevoli del vuoto pneumatico di idee e persone all’interno del partito e che la loro barca sta affondando: sarebbero quindi più che propensi a saltare sulla prima zattera che si presentasse loro…

Insomma anche le alternative più creative che la verace mente del Mattarella potrebbe ideare non mi sembrano avere i numeri non dico per tirare a campare ma anche per partire. Questo ovviamente si basa su un grande SE, ovvero se Di Maio avrà il coraggio di spaccare il M5S e da quanti parlamentari riuscirebbe a portare con sé. Logicamente questa dovrebbe essere la strategia migliore per Di Maio e i suoi compagni ma, si sa, né la logica né il semplice buon senso abbondano in politica.

Personalmente, visto che comunque il programma stanno riuscendo a portarlo avanti, preferirei che questo governo continuasse ad andare avanti. Certo che i continui attacchi a Salvini da parte dei vari esponenti del M5S non sembrano compatibili con una collaborazione duratura.
Peccato perché, a quattro anni dalle prossime elezioni, il rischio di un governicchio del presidente, succube della UE, che finisca di distruggere l’Italia proprio non ce lo possiamo pemettere…

Conclusione: come al solito sono pessimista ma Salvini ha già dimostrato di essere un politico abilissimo (per un soffio non è riuscito a vincere anche in Europa nonostante che là il suo peso politico sia percentualmente insignificante) e spero che, anche in questo caso, sappia come muoversi...

Nota (*1): strana ma significativa scelta...

mercoledì 17 luglio 2019

Un po' di PE

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 1.3.0 "Strauss III").

Nei giorni scorsi ho finito il nuovo sottocapitolo sull’Unione Europea di cui avevo accennato nel corto Vecchia idea, nuove difficoltà.

Ho quindi iniziato una riflessione sul Parlamento Europeo (PE) che però non ho ancora portato a termine ma che l’elezione della Von der Leyen ha reso di particolare attualità.

Ancora, io per primo, non ho le idee chiare sull’argomento e spero, come spesso accade, di chiarirmele proprio scrivendo questo pezzo.

Il punto di partenza è la questione di quanto sia democratico il PE, anzi, più che democratico quanto sia efficace secondo la mia definizione di [E] 10.2: quanto riesca cioè a fare gli interessi della popolazione che rappresenta.
L’efficienza di un’istituzione politica è in stretta relazione con la legge della rappresentatività ([E] 5.8) che indica quando gli obiettivi del potere delegato (in questo caso il PE) coincidono con quelli del potere rappresentato (la popolazione europea). Un'indicazione di questa relazione la possiamo ricavare dalle cinque condizioni della rappresentatività imperfetta che riporto qui di seguito (tagliando le eventuali note: chi è interessato può sempre scaricarsi l’Epitome):
«Generalmente gli interessi del gruppo delegato e quello rappresentato divergerannoin base alle seguenti cinque “condizioni di rappresentatività imperfetta”:
1. I membri del gruppo delegato non provengono dal gruppo rappresentato: se i delegati sono scelti fra i membri del gruppo rappresentato allora l'identificazione con esso sarà alta e, di conseguenza, maggiore sarà l'attenzione a salvaguardarne gli interessi. Se al contrario i membri del gruppo delegato provengono da altri ambienti allora l'identificazione con i membri del gruppo rappresentato sarà minima e si baserà essenzialmente su quanto ogni singolo delegato creda nel protomito del proprio ruolo di rappresentante.
2. Lungo mandato dei membri del gruppo delegato: più è lunga la durata del mandato e maggiore sarà l'identificazione di ogni delegato nel gruppo dei delegati e, di conseguenza, la volontà con cui ne perseguirà gli specifici scopi, potenzialmente diversi da quelli della difesa degli interessi dei rappresentati.
3. Scarso controllo dei rappresentati sui delegati: se tale controllo è grande allora i delegati saranno maggiormente forzati a tutelare gli interessi dei rappresentati. La forza di tale controllo la si può valutare in base alla frequenza e alla capacità dei rappresentati di incidere sul gruppo dei delegati ad esempio nominandone o rimuovendone i membri oppure scavalcandone o annullandone le decisioni.
4. I membri del gruppo delegato non credono sinceramente al proprio protomito costitutivo: se i membri del potere delegato credono realmente in quello che fanno, nel loro dovere di difendere efficacemente coloro che rappresentano, allora cercheranno di farlo. Ma, quando i delegati iniziano a pensare che proteggere gli interessi dei rappresentati sia solo “parte” del proprio lavoro, allora più facilmente subiranno la seduzione di altri obiettivi e ambizioni.
5. La non trasparenza e scarsa comunicazione: se l’attività dei delegati avviene a porte chiuse o comunque non viene resa nota nei dettagli ai rappresentati allora la probabilità che il potere delegato non faccia gli interessi del potere rappresentato aumenterà sensibilmente: questo perché, anche se in teoria formalmente presente, il controllo dei rappresentati sui delegati non potrà comunque essere efficace in quanto non del tutto consapevole a causa della mancanza di informazione.
»

Ripercorriamo rapidamente queste condizioni cercando di individuare quanti e quali sono applicabili al PE.
1. Per quanto riguarda l’Italia, con l’eccezione del M5S, la maggioranza dei candidati è scelta fra i politici. L’identificazione con la popolazione europea è quindi scarsa. Non sono sicuro di come vengano scelti i candidati degli altri paesi (so, ad esempio, che i tedeschi mandano persone che hanno fatto particolari studi) ma ho la netta sensazione che la tendenza sia la stessa.
2. Il mandato ha una lunghezza media: chiaramente si dovrebbe considerare il numero di mandati di ogni parlamentare.
3. Il controllo degli elettori sui propri rappresentanti è quello tipico delle democrazie occidentali: cioè debole, ovvero il voto ogni 5 anni.
4. Quanto i parlamentari credano al loro ruolo ufficiale, ovvero quello di fare il bene dell’Europa e degli europei, è difficile stabilirlo: io credo molto poco. Credo si passi dal menefreghismo italiano a chi invece cerca di fare gli interessi egoistici del proprio paese.
5. La trasparenza è scarsa: i media in genere ignorano i lavori del PE e si hanno notizie solo in occasione di qualche votazione importante. Di nuovo questa tendenza potrebbe essere diversa per l’informazione di altri paesi.

Complessivamente queste condizioni (con l’incertezza di conoscere bene solo la situazione dal punto di vista italiano) indicano una forte divergenza fra gli obiettivi del PE e quelli della democratastenia europea. A conforto di questa indicazione puramente teorica c’è la conferma data dai provvedimenti presi dal PE negli ultimi anni, spesso tutti a favore dei parapoteri economici e, di conseguenza, contro gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione.

Anzi, complessivamente mi sembra che il PE operi ancora peggio (sia cioè succube degli interessi delle lobbi e di quelli del paese egemone, la Germania) di quanto la legge della rappresentatività con le sue cinque condizioni faccia pensare. Dopotutto, a grandi linee, questa è la situazione tipica di tutte le democrazie occidentali...

Mi sono quindi chiesto se ci possano essere degli elementi caratteristici del PE che non ho considerato. Ed è qui che non ho ancora le idee chiare. Butto quindi giù qualche idea:
1 - egemonia tedesca.
2 - differenze di lingua, sede parlamento all’estero.
3 - raggruppamenti politici europei
4 - voto per partiti nazionali

Su questi punti devo ancora ben riflettere.
I primi due in realtà sono abbastanza ovvi: per [E] 5.5 il potere egemone (in questo caso la Germania) ha più opportunità di incrementare la propria forza che, nell’ambito del PE, corrisponde a una maggiore capacità di far passare provvedimenti che vadano nel suo interesse. Questa è un’evidente distorsione che porta il PE a lavorare meno per il benessere di tutti e di più per quello particolare tedesco.
Il secondo punto (temo inevitabile) penso possa contribuire significativamente a rendere valida la quarta condizione della rappresentatività imperfetta: il sentirsi “all’estero” allontana i parlamentari dal loro ruolo ideale di rappresentanti dell’Europa e rinfocola invece il senso di appartenenza nazionale.

Ma sono soprattutto i punti 3 e 4 quelli che ritengo i più sottovalutati ma che, in realtà, sono forse i più significativi: ed è su questi che non ho le idee chiarissime.
Credo che il problema di fondo sia la sovrapposizione di questi due fattori che crea una doppia fedeltà: da una parte gli elettori e dall’altra il partito “europeo” in cui i parlamentari eletti entrano a far parte.
Sospetto che questo ulteriore elemento contribuisca decisamente a rompere completamente il legame fra il parlamentare e il proprio ruolo teorico di rappresentante del popolo.

Sì, probabilmente la somma di questi tre elementi (il 3 e il 4 vanno combinati insieme) potrebbe spiegare l’inclinazione del PE a favore dei parapoteri: ma ci devo pensare di più…
Magari da questi elementi posso estrarre ulteriori condizioni di rappresentatività imperfetta?
L’ambiente sicuramente potrebbe divenire una nota del punto 4 come fattore che può aumentare la distanza fra membro del potere delegato e protomito del proprio ruolo.
Anche la presenza di un parapotere egemone rappresentante di sottoinsieme circoscritto del potere rappresentato andrebbe forse considerato: oppure questo avviene sempre...uhm… come detto ci devo pensare…
Ancora più difficile da generalizzare la sovrapposizione dei fattori 3 e 4 (la doppia fedeltà): anche questo forse alla fine può essere ridotto a una nota della quarta condizione…

Conclusione: beh, il pezzo non è probabilmente molto interessante ma almeno mi ha aiutato a chiarirmi le idee ed era questo il suo scopo...

martedì 16 luglio 2019

Giù dal pero

Una delle mie “fisse” quando scrivo dei pericoli moderni è il riconoscimento facciale automatico poiché esso equivale a una grave violazione della riservatezza: equivale a pedinare tutta la popolazione 24 ore su 24. Non è un caso che la Cina (notoriamente democratica) sia all’avanguardia in questo settore…

Nella mia Epitome, nel capitolo 20.3 sui “Pericoli ignoti”, il riconoscimento facciale automatico ha la sua sezione.

Sono sicuro che se si chiedesse in Italia a un politico cosa ne pensi egli/ella cascherebbe dal proverbiale pero.
Negli USA, che sono di una decina e più anni avanti a noi, invece la problematica inizia a essere discussa: America mulls regulating facial recognition da Economist.com

Ipocriti tiratori - 16/7/2019
La notizia dell’ultima ora è l’elezione, grazia anche ai voti del M5S, della Von der Leyen alla guida della Commissione Europea.
La Von der Leyen è donna della Merkel ed “europeista” convinta tanto che nel discorso di insediamento ha detto che “sarà nemica di chi vuole indebolire la UE” (v. Sì del Parlamento Ue a von der Leyen da Ansa.it) per non dire direttamente nemica dei sovranisti. Ma di lei scriverò un’altra volta…

L’elemento politico saliente è il voto del M5S per una presidente che sarà acerrima nemica del governo italiano di cui fa parte: come si spiega?

Semplicissimo: in Italia abbiamo il M5S spaccato fra M5S-Grillo/Casaleggio (populismo apparente) e M5S-Di Maio (populismo ambizioso, forse reale) ma a Bruxelles, i miracolati pentastellati a cui è toccata la sinecura europea, e che magari ambiscono a essere rieletti, sono tutti M5S-Grillo/Casaleggio. Evidentemente hanno ricevuto dalla "base" l’ordine di voto e hanno prontamente eseguito.

Cervelli vari - 16/7/2019
Tria: la fuga di cervelli fa perdere all'Italia 14 mld da Ansa.it

Confrontare con l’intervista di Renzi alla CNN (ottobre 2014) alla fine di questo pezzo: Cervello evaso.

In giornata - 18/7/2019
Oggi ero in giornata e ho fatto grandi passi in avanti nella stesura della nuova versione dell’Epitome: così, indicativamente, sono a +8 pagine rispetto alla precedente 1.3.0…
Ancora non ho deciso se pubblicherò questa 1.3.1 o se aspetterò di aver scritto la 1.4.0: come ho già accennato fare continui aggiornamenti avrebbe senso se gli pseudo-lettori mi facessero puntualmente sapere il loro parere sulle novità apportate, altrimenti, forse, potrebbe essere addirittura un motivo di dissuasione alla lettura...

È però anche vero che il pubblicare le nuove versioni mi dà comunque un’illusoria sensazione di appagamento e di soddisfazione personale…

In definitiva ancora non ho deciso: probabilmente dipenderà con quale piedi mi alzerò al mattino!

Elfi - 22/7/2019
Stanotte ho fatto un sogno diverso dal solito: ero in una scuola di magia, non come Hogwarts ma un po’ più cupa. In particolare c’era uno scudo magico che ci proteggeva dall’esterno. Dei ragazzi elfi però, capaci di fare magia senza bisogno di studiarla, avevano trovato il modo di rompere questo scudo: erano penetrati in una zona periferica della scuola e avevano iniziato a uccidere gli studenti.
Sfortunatamente per loro fra gli studenti c’ero anch’io: come i lettori che seguono i miei sogni sicuramente sapranno di solito, in caso di minaccia, opto per soluzioni decisamente brutali. Per farla breve ho massacrato tutti gli elfi!

lunedì 15 luglio 2019

La fiaba della UE

Quanto è inaffidabile Wikipedia!

In passato ho già scritto di come gli storici “veri” si mettano a ridire quando qualcuno (*1) gli dice di “essersi documentato su Wikipedia”!
La debolezza e la forza di Wikipedia è che si tratta di un’enciclopedia aperta dove tutti possono contribuire: in genere, su argomenti neutri, questo è solo un vantaggio.
Quando però gli argomenti sono caldi (magari politici ma non solo) la situazione si complica: ormai non è più una situazione in cui tanti contributori, che magari la pensano in buona fede in maniera diversa, riescono a mediare i diversi punti di vista in un’unica sintesi. Questo poteva, forse, avvenire vent’anni fa…

Adesso tutte le grandi organizzazioni hanno dei propri uomini che di lavoro vegliano, vagliano ed eventualmente modificano l’enciclopedia in maniera da distorcerne i contenuti a favori del proprio potere di riferimento.

Oggi mi è capitato di leggere la pagina sulla UE in versione italiana (i seguenti virgolettati provengono tutti da detta pagina): sembra scritta da un burocrate di Bruxelles! A leggere l’articolo si ha l’impressione di una macchina perfetta, senza difetti…

C’è “addirittura” un intero capitolo, il 9, che contiene tutte le critiche alla UE. Vi potrete immaginare l’abbondanza di materiale che esamina le problematiche democratiche ed economiche legate all’unione. Ebbene il materiale è così “abbondante” che posso ricopiare l’intero capitolo qui di seguito:
«L'Unione Europea è stata criticata, a livello politico e funzionale, per la complessità della sua sovrastruttura ovvero la complessità burocratica della sua organizzazione giuridica e dell'apparato normativo con tutti i suoi organi istituzionali.»
Capito? Potete immaginarvi il livello del resto…

Suppongo (ma non ci metterei la mano sul fuoco) che errori fattuali non ve ne siano ma, sicuramente, il punto di vista scelto per illustrare ogni dettaglio è quello che l’esalta e gli dà l’apparenza migliore. Ecco l’articolo dà quasi l’idea di essere un opuscolo pubblicitario mirato a convincere il lettore che lo sfoglia distrattamente della bontà di un prodotto per poterglielo vendere…

L’ipocrisia poi i alcuni paragrafi mi dà il voltastomaco. Ad esempio dove si spiega che fra gli scopi dell’unione c’è quello di diminuire le diseguaglianza sociali ed economiche fra i vari stati membri: obiettivo sicuramente lodevole, peccato che si vada nella direzione completamente opposta e, se armonizzazione ci fosse, sarebbe verso il basso, ovvero riducendo la ricchezza di tutti gli europei per favorire pochissimi…
Oppure il paragrafo sulla libertà d’espressione. Lo copio e incollo qui di seguito: «La libertà dei media è un diritto fondamentale che si applica a tutti gli Stati membri dell'Unione europea e ai suoi cittadini, come definito nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Nell'ambito del processo di Allargamento dell'Unione europea, la garanzia della libertà dei media è definita "un indicatore chiave della disponibilità di un paese a diventare parte dell'UE".
La libertà dei media, compresa la libertà di stampa, è il principale diritto per garantire la libertà di espressione e la libertà di informazione.
L'annuale Giornata mondiale della libertà di stampa si celebra il 3 maggio.
»
Ovviamente nessun accenno alla censura delle reti sociali e dell’informazione sgradita, opportunamente tacciata come bufala…

Conclusione: consiglio ai miei lettori di non prendere per oro colato tutto quanto è scritto su Wikipedia: sfortunatamente, proprio a causa della sua grande diffusione, è manipolata e influenzata dai parapoteri che non esitano a distorcere a proprio favore i fatti e, al contrario, a nascondere le notizie scomode. Pensate quindi con la vostra testa (sempre!) e se leggete qualcosa che non vi convince cercate altrove: oramai la “verità” di Wikipedia è edulcorata, adattata per indirizzare il pensiero dei suoi lettori in una precisa direzione, verso un futuro senza ombre, radioso e positivo: una fiaba per bambini appunto...

Nota (*1): è successo anche a me...

venerdì 12 luglio 2019

La bestiaccia dalle sette teste

Ho finito di leggere Nascita dell’eresia di Tadeusz Manteuffel, (E.) Sansoni, 1975, trad. Davide Bigalli. Il titolo è completamente fuorviante: secondo me sarebbe stato più giusto chiamarlo “Rapporto della Chiesa con la povertà volontaria nei secoli XI-XIV”. Probabilmente una scelta commerciale dell’editore italiano: il titolo polacco originale è, sebbene per me incomprensibile (!), molto più lungo!

Proprio per questo motivo il contenuto dell’opera mia ha inizialmente deluso: semplicemente mi aspettavo qualcosa di significativamente diverso. Però la lettura è poi stata piuttosto interessante…

Non so se vi è mai capitato di leggere su FB, si solito quando il governo di turno sta racimolando i soldi per fare una manovra, i meme che suggeriscono di tassare la Chiesa? Al di là delle cifre più o meno corrette e affidabili, in genere, viene ricordato il suo vasto patrimonio immobiliare esentato da molte tasse che invece colpiscono la popolazione italiana.
E quando l’anno scorso fu scoperto quel cardinale che si era fatto il super attico? Ricordate i vari meme indignati verso di lui e, più in generale, il clero “che chiede elemosina ai fedeli ma che i suoi soldi invece non li spende per aiutare il prossimo…”?

Ebbene sono tutte accuse vecchie di almeno 1000 anni!
Anzi nel basso medioevo il clero conduceva una vita estremamente mondana e lussuosa: non per nulla i suoi esponenti erano imparentati con la nobiltà dell’epoca. Viceversa la povertà del popolo era notevole, spesso al limite della sopravvivenza.
In altre parole la Chiesa medioevale spiccava molto più di oggi per la sua ricchezza e il clero del tempo era costituito da tanti cardinali Bertone!

Normale che il clero di una società sia ricco: dopotutto, specie in passato quando non aveva la concorrenza della scienza, la religione è un parapotere. Come spiego nell’Epitome il potere religioso può essere convertito in altre forme di potere e, quindi, anche in denaro.
Il problema è che fra i protomiti alla base della religione cristiana ci sono anche le parole di Gesù che, attraverso il Vangelo, incita alla povertà. Cito a memoria: “Vendete tutto ciò che avete e seguitemi”…
E infatti la Chiesa primitiva dei primi secoli era povera. Ancora a cavallo fra il II e III secolo Tertulliano, un teologo cristiano, dà per scontato che la Chiesa sia povera.
Quando iniziano a cambiare le cose? In perfetto accordo con la teoria della mia Epitome, quando l’imperatore Costantino legittima la Chiesa col suo famoso editto: inizia infatti a costituirsi quel meccanismo, quel rapporto sinergico fra parapotere politico e religioso, che avrebbe portato all’egemonia del cristianesimo in cambio del sostegno all’imperatore.
La Chiesa entrando dalla porta principale nelle stanze del potere, riconosciuta quindi come un parapotere di massimo grado, non poteva più destabilizzare la società disprezzando i ricchi e la ricchezza ma, al contrario, doveva contribuire a stabilizzarla giustificando e legittimando anche le contraddizioni del tempo. Già Sant’Agostino, che scrive in quegli anni, inizia a giustificare la ricchezza: per entrare nel regno dei cieli non conta più essere poveri di beni materiali ma essere umili, cioè poveri sì, ma solo di orgoglio! È Dio che ci mette alla prova assegnandoci più o meno ricchezza: non si deve quindi desiderare di avere più di quanto non si abbia: comodo vero?

Così, nel corso dei secoli, la Chiesa, all’aumentare del proprio potere, accumula sempre più ricchezza. Ora non voglio entrare nei dettagli perché voglio lasciarmi spazio/tempo per le conclusioni finali, ma il 95% del libro è la cronaca delle proteste che, a partire da predicatori isolati nell’XI secolo, si sviluppa in forme sempre più organizzate (come ordini religiosi) e, in particolare, con i francescani in cui il valore del ritorno alla povertà originaria è precipuo.
In questo clima si sviluppano poi moltissime correnti che si ispirano sia ai francescani che ai precedente pensatori e filosofi (come Gioacchino da Fiore). In maniera abbastanza disomogenea queste nuovi correnti vengono tollerate oppure dichiarate eretiche.

Onestamente sarebbe divertente ripercorrere lo sviluppo di alcune di queste perché si passa dalla totale obbedienza dei francescani a posizioni estremamente più critiche. Ad esempio fra Dolcino, guida del movimento degli “apostolici” (in riferimento alla povertà delle origini che caratterizzava anche gli apostoli), già dichiarato eretico, considerava non solo i suoi persecutori ma anche i francescani e i domenicani come servi di Satana, anzi la Chiesa nel suo complesso era considerata la nuova Babilonia dell’Apocalisse, la bestia dalle sette teste e dieci corna, e questo sostanzialmente perché aveva abbandonato la povertà originaria.

Interessanti poi le conclusioni dell’autore su come, quando e perché un movimento religioso veniva dichiarato eretico o no.
Come spiegato non c’era infatti uniformità di giudizio ma la decisione sembrava dipendere dalla commistione di più fattori.
- L’epoca e in particolare il livello di centralizzazione della chiesa occidentale: inizialmente infatti le chiese metropolitane avevano notevole autonomia e diverse tradizioni locali: difficile quindi stabilire quale fosse l’ortodossia e, di conseguenza, l’eresia. Nel corso dei secoli queste differenze si appiattirono e la Chiesa divenne più pronta e capace nell’identificare chi non si conformava alle sue regole.
- Fondamentale poi se un movimento dichiarava o no la sua obbedienza al Papa. E questo evidenzia bene come la lotta per il potere fosse predominante sulla questione teologica.
- Ovviamente anche il carattere del Papa alla guida della Chiesa era decisivo: si poteva passare da un Celestino V a un Bonifacio VIII. Non solo contava l’attitudine personale del Papa sul tema della povertà, ma anche la sua energia, iniziativa e intraprendenza.
- Il rapporto con l’imperatore del Sacro Romani Impero: la lotta di potere fra impero e Chiesa durò secoli e, a seconda dell’andamento dello scontro, le due forze contrapposte potevano prendere le difese di un movimento religioso oppure ostacolarlo.
- Da quel che ho letto (aggiungo io) mi pare contasse molto anche il vescovo nella cui diocesi prendeva vita l’eventuale movimento religioso: se egli mediava questo restava nell’ortodossia, se invece si creava un muro contro muro spesso finiva nell’eresia. E da qui si capisce che era importante anche l’abilità “politica”, o se vogliamo, il “realismo politico” del potenziale eresiarca: se questi rimaneva troppo inflessibile nelle sue posizioni allora spesso finiva anche per provocare la reazione brutale della Chiesa (che, ad esempio, contro gli “Apostolici” indisse una crociata che si protrasse per alcuni anni).

Il libro termina un po’ improvvisamente: sarebbe stato interessante seguire l’evoluzione del rapporto Chiesa/denaro fino alla Riforma o alla Controriforma ma invece l’analisi termine più o meno al XIV secolo senza che ci siano avvenimenti particolarmente significativi. La Chiesa conserva la sua ricchezza e, anzi, riesce ad ammorbidire anche la regola degli ordini più incentrati sul valore della povertà come i francescani…

Conclusione: mi sarebbe piaciuto saperne di più sui movimenti eretici (che a dispetto del titolo non vengono trattati) e in particolare ero curioso di scoprire se avrei trovato conferme alla teoria della mia Epitome sull’evoluzione della morale. Da questo punto di vista però non c’erano dati socio economici abbastanza precisi per capire se, nelle diverse regioni dove sorsero questi movimenti, la popolazione attraversasse momenti di prosperità o di crisi. C’è in oltre da dire che si trattò di iniziative che partirono da singoli individui e che quindi hanno di per sé poco a che fare con le tendenze morali della popolazione da me individuate.

giovedì 11 luglio 2019

Così per dire...

Perché tutti i libri hanno la copertina?
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Così non sentono freddino.

Vecchia idea, nuove difficoltà - 13/7/2019
Sto progettando un nuovo capitolo per l’Epitome. Ho scritto “progettando” e non “scrivendo” perché in realtà sono ancora nella fase della raccolta delle idee (sono già a tre pagine); da queste vedrò di estrarre un filo conduttore che mi permetta di stabilire come dividere il materiale nei diversi sottocapitoli. Fin qui tutto come al solito…

Il capitolo vorrebbe essere sull’Italia vista dalla prospettiva della mia teoria: questo però comporta due difficoltà.
La prima è che, dato l’argomento, rischio di essere involontariamente parziale: ovviamente cercherò di non esserlo ma, almeno in parte, credo che sarà inevitabile.
La seconda difficoltà, molto più specifica, è che mi sono reso conto dell’importanza della UE: non si può “spiegare” l’Italia recente senza rifarsi alla UE.
Sulla UE ho già una sezione dedicata in [E] 15.3 ma dovrò espanderla sensibilmente e, forse, trasformarla in un vero e proprio sottocapitolo a sé stante. Un lavoro extra che non mi ispira molto: dovrò documentarmi su alcuni particolari aspetti e, in generale, perderci più tempo di quanto abbia voglia.

Forse potrei fare così: nella nuova versione 1.3.1 inserire solo la nuova parte sulla UE (+ molte altre modifiche accumulate nel tempo) e aggiungere poi il nuovo capitolo nella versione 1.4.0…

I trollonzi russi - 15/7/2019
Il 7 agosto del 2018 scrissi il corto “Cadute e tuffi”. Copio e incollo qui di seguito:
«Nuova puntata della vicenda dei trollonzi russi: Attacco troll russi, indagine per attentato a libertà capo Stato da Ansa.it

A me sembrava, dopo la banale verifica di Wire.it (vedi il primo corto di questo pezzo), che la vicenda fosse già caduta nel ridicolo ma evidentemente la solerte magistratura italiana non la pensa così.

I trollonzi russi avrebbero usato circa 400 profili Twitter per cinguettare, fra il 27 e il 28 maggio scorso, migliaia di “insulti e inviti alle dimissioni” al Mattarella.

Visto che alla Russia del Mattarella non gliene può importare di meno mi aspetto che si arrivi all'individuazione di un unico smanettone che abbia agito motu proprio.
Vedremo però quale diabolico complotto internazionale verrà svelato dalla magistratura italiana: sono proprio curioso…
...
»

A quasi un anno di distanza, dopo indagini e verifiche inutili, comunque pagate dai contribuenti, ecco il risultato: Troll russi contro Mattarella? Per i pm fu un'invenzione della stampa di Gian Franco Coppola da Agi.it

In Svizzera - 15/7/2019
L’albergo svizzero più famoso?
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L’Hotel Guglielmo.

Vita e morte - 16/7/2019
Qualche giorno fa ho finito di leggere anche il secondo saggio di Il disagio della civiltà e altri saggi di Freud (*1). L’articolo in questione è intitolato “Considerazioni attuali sulla guerra e la morte” e fu scritto nel 1915 durante la prima guerra mondiale.

Non voglio scendere nei dettagli: il saggio non si basa sullo studio di casi clinici ma è piuttosto una raccolta di considerazioni su guerra e morte ricche di intuizioni psicologiche.
La prima parte del saggio è molto bella e umana: Freud riesce bene a esprimere lo sconcerto, evidentemente provato da molti degli intellettuali dell’epoca, per l’assurdità della guerra.
La seconda è più psicologica ed esamina il rapporto fra uomo e morte.

La teoria principale è che l’uomo, inconsciamente, non crede realmente alla possibilità della propria morte. Quando poi viene posto di fronte a essa, magari a causa della scomparsa di una persona cara o comunque vicina (che equivale alla morte di una parte di noi), ecco che questo rapporto conflittuale può provocare delle nevrosi.

Saltando 30 pagine di argomentazioni varie la conclusione di Freud mi sembra un utile insegnamento per tutti: «Se vuoi poter sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte» (*2).

Nota (*1): Il disagio della civiltà e altri saggi di Freud, (E.) Bollati Boringhieri, 2019, trad. Sandro Candreva, Cesare L. Musatti, Emilio A. Panaitescu, Ermanno Sagittario e Marilisa Tonin Dogana.
Nota (*2): ibidem pag. 62.

martedì 9 luglio 2019

Il BVF

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 1.3.0 "Strauss III").

Ah! Il buon vecchio Freud!
Mi sono rassegnato a non trovare Il principe del Machiavelli e ho così iniziato la lettura di Il disagio della civiltà e altri saggi di Freud…

Diversi mesi fa ne accennai a un’amica e le spiegai che, secondo me, l’analisi di Freud era troppo incentrata sul sesso: la mia conclusione fu che per alcune persone poteva anche essere corretta e valida (in particolare per lo stesso Freud!) ma non per tutte. Attenzione non è che io sia prevenuto sul grande psicoanalista austriaco piuttosto trovo divertente la sua capacità di ridurre ogni problematica alla sessualità.

Come al solito ho scelto questo libro in maniera piuttosto casuale: lo avevo sentito menzionare in un cinguettio e mi ero incuriosito ma, onestamente, non avevo idea della sua struttura né dei saggi contenuti…

Ieri ho letto il primo saggio «La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno». Il tema è piuttosto interessante: ovvero ci si domanda quale sia l’influenza della morale sessuale (ovvero dei comportamenti ritenuti legittimi e accettabili dalla società, ovvero protomiti ed epomiti) nella diffusione del “nervosismo” moderno.
Premetto subito che questo saggio è invecchiato male e, proprio per questo, evidenzia bene la debolezza della particolare argomentazione di Freud su questo tema.

Il saggio, scritto nel 1908, parte da una osservazione: visto il rapido aumento delle malattie nervose (*1) nella società dell’epoca se ne ricerca la causa.
Già questa premessa mi lascia perplesso: l’aumento è reale oppure solo nel XX secolo si iniziano a diagnosticare come malattie nervose quello che prima era magari considerato solo un brutto carattere? Al momento non ho elementi per rispondermi ma mi pare un dubbio legittimo.

Freud riassume le idee di altri studiosi del tempo citandone anche dei passaggi significativi. Il primo autore, abbondantemente citato, è Wilhelm Erb ed è quello con cui mi trovo più d’accordo: in pratica attribuisce l’aumento nervosismo all’accresciuta frenesia della vita moderna e fa anche un, a mio avviso importante, accenno a un cambiamento dei valori e ideali della società (protomiti/epomiti). Anche tale Binswanger spiega che le nevrastenie hanno origini nella vita moderna e, proprio per questo, il primo scienziato in grado di riconoscerle e identificarle è stato un americano.
Infine viene citato Von Krafft-Ebing e, anche lui, accusa le “violente trasformazioni” della società.

Poi, finalmente, Freud prende la parola e… è colpa della repressione della sessualità della civiltà moderna!
Senza entrare nei dettagli (che avrei trovato interessanti e non scontati) spiega che tutte le trasformazioni sociali indicate dai precedenti autori si riducono a un aumento della repressione sessuale e che questa quindi è la vera origine dell’aumento delle malattie nervose.

Freud fa poi un’operazione da psicologo ma non da storico e lega strettamente insieme i diversi gradi di civilizzazione e la relativa morale sessuale. Non si rende conto di considerare universale ciò che invece è solo una fotografia del proprio tempo: in altre parole è vittima del paradosso dell’epoca ([E] 6).
In particolare distingue “tre gradi di civiltà” a cui fa corrispondere altrettante morali sessuali: 1. pulsioni sessuali libere (ovvero i selvaggi che notoriamente non hanno disturbi nervosi!); 2. repressione di tutto quanto non serve alla riproduzione; 3. solo la riproduzione “legittima” (rigida monogamia) è ammessa.
È evidente che per Freud la civiltà europea del XX secolo e la sua morale sessuale di rigida matrice cristiana rappresenta il culmine della civiltà né ipotizza che la morale sessuale possa evolvere: insomma il tipico atteggiamento causato dal paradosso dell’epoca…

Semplificando le argomentazioni di Freud viene spiegato che la vigente morale sessuale civile, obbligando i giovani ad astenersi dal sesso fino al matrimonio, il quale avviene relativamente tardi, causa le nevrosi che sono quindi dovute alla repressione o alla sublimazione delle naturali pulsioni sessuali.
Inoltre anche lo stesso matrimonio non risolve questi problemi di nervosismo: gli uomini che non hanno avuto esperienze prematrimoniali vi arrivano quasi impotenti (Freud usa altre parole ma il senso è questo!) mentre le donne sono tutte inevitabilmente frigide (Freud scrive anestetizzate!): il risultato è che nel giro di 3-5 anni, e a volte anche meno, il marito finisce per odiare la moglie e viceversa. Anche nelle coppie in cui, almeno inizialmente, il rapporto sessuale funziona bene c’è un grosso problema: la mancanza di anticoncezionali efficienti e funzionali spinge la coppia ad astenersi dai rapporti sessuali per paura di avere figli indesiderati e questo, di nuovo, causa nervosismo…

Come accennavo nella mia premessa questo saggio è invecchiato male!
Al giorno d’oggi la morale sessuale civile si è fortemente allentata: è normale che le giovani coppie abbiano rapporti sessuali completi prima del matrimonio, anzi è anomalo il caso contrario!
Contemporaneamente adesso ci sono anticoncezionali sicuri ed efficienti la cui assenza, come puntualizzato da Freud, era un potente freno al libero sfogo delle pulsioni sessuali.
Eppure, nonostante l’abbondanza di sesso, ho la sensazione (vado a naso, non ho dati su cui basarmi) che le malattie mentali non siano diminuite.
La chiave di lettura di Freud, ovvero “civiltà moderna”→ “repressione sessuale”→ “malattie mentali” sembra quindi, almeno parzialmente errata. Dovrebbe essere piuttosto qualcosa del tipo: “civiltà moderna”→ “Fattore/i indeterminato/i”→ “malattie mentali”. Questo sempre che sia corretta la premessa che nella società moderna ci siano effettivamente più malattie nervose che in passato: come spiegato, ho i miei dubbi anche a questo riguardo.
Oltretutto anche altre epoche storiche sono state caratterizzate da una forte repressione sessuale: e allora perché solo in epoca moderna sarebbero emerse queste malattie nervose?

Ovviamente, leggendo questo saggio, ho finito per crearmi una mia teoria.
A mio avviso gli autori citati da Freud avevano intuito un fattore fondamentale: un cambiamento, e quindi un conflitto, negli epomiti che rappresentavano i valori del tempo (*2). Semplificando i valori tradizionali stavano venendo affiancati e superati da un nuovo valore che diveniva misura di tutto: il denaro o la ricchezza.
Chiaramente, almeno ufficialmente i valori più importanti erano altri: la patria, la religione, la famiglia e quindi anche l’onestà, la sincerità, la fedeltà, etc…
Però, come spiegherò nella mia Epitome (era già nella lista delle cose da aggiungere!), il comportamento anticipa la morale: nel senso che non conta la morale che l’uomo professa a parole ma quello che fa. La morale comune quindi rincorrerà (magari con una generazione circa di ritardo) poi il comportamento per giustificarlo. Vedi anche le dinamiche basata sulla relazione fra benessere e morale di cui ho scritto in [E] 5.3.
Ma tutta la civiltà moderna, basata sul denaro, spinge a comportamenti (e quindi indirettamente a una morale) che pongono al centro della vita il denaro.

Il problema di porre al centro della propria vita il denaro ha un difetto di fondo: è un obiettivo irraggiungibile perché la ricchezza posseduta non è mai abbastanza. Tutti ne vorrebbero di più: sia il povero ma anche chi è già ricco o molto ricco.
Contemporaneamente l’animo, almeno quello delle persone non completamente insensibili, percepisce la futilità di questo obiettivo: ecco quindi il ricco infelice, colui che non sa spiegare la ragione della sensazione di vuoto, incompletezza, insoddisfazione e quindi infelicità che prova.
Io credo che queste contraddizioni, con la società che spinge a obiettivi e stili di vita intrinsecamente insoddisfacenti e il dolore provocato dalle rinunce che questi comportano, possono portare, almeno chi non sa conciliare insieme gli altri valori (famiglia, amore, creatività, amicizia, religione e qualsiasi altro ideale da cui il singolo individuo si senta istintivamente attratto), provochino le moderne malattie mentali.

Mi si potrebbe obiettare che anche in passato il denaro era comunque al centro della società: beh, nì…
Il mondo moderno ha tutte una serie di caratteristiche, non ultima la capacità di suggestione dei media, che moltiplicano la forza dei modelli che vengono, anche involontariamente, esaltati. Credo che invece, ad esempio nel XIX secolo, la predica settimanale del proprio parroco fosse sufficiente a controbilanciare con i suoi valori tradizionali eventuali desideri di ricchezza dovuti magari all’aver osservato passare la ricca carrozza di un signorotto locale…
Sarebbe bello poter fare un esperimento e chiedere a dei ragazzini di inizio XIX cosa avrebbero voluto diventare “da grandi”. Io ho la sensazione che le risposte sarebbero state molto variegate: un generale, un esploratore, un medico, uno scienziato e simili. Proponendo la stessa domanda ai ragazzini del giorno d’oggi sono convinto che la stragrande maggioranza direbbe di voler diventare ricco!

E il sesso? Bo, mi pare ci possa entrare ma solo indirettamente: chi non si adatta alla società moderna, chi non si pone cioè come primo obiettivo la ricerca del denaro (oppure chi, pur tentandovi non vi riesca) subirà la "disapprovazione" della società che, indirettamente, comporta anche una scarsa attrazione di potenziali compagni sessuali e, quindi, meno sesso…

Alla fine non mi stupirei (parlo così, di nuovo a naso, senza avere idea dei dati reali) se oggigiorno ci fossero tre grandi cause di malattie mentali:
1. quelle di chi si è inserito così bene nella società, ovvero ha grande successo nell’accumulazione del denaro, ma che ha per questo sacrificato ogni altro valore. Da sottolineare che questi individui non avranno problemi col sesso a causa dell’approvazione che la società dà loro.
2. quelle di chi non si è inserito nella società perché, magari per natura, restio a inseguire un obiettivo (la ricchezza) che percepisce effimero e vano. Queste persone potrebbero effettivamente avere più problemi a trovare compagni sessuali proprio a causa della disapprovazione della società nei loro confronti (*3). Ma il loro rapporto col sesso sarebbe una conseguenza e non una causa del loro malessere.
3. quelle delle persone che inseguono il mito del denaro, quindi inserite nella società, ma che non riescono a raggiungere a un livello minimamente soddisfacente il loro obiettivo. Queste persone credo che siano di gran lunga le più numerose rispetto alle altre due categorie! Riguardo il sesso vale la stessa considerazione del punto 2.

Riassumendo direi: 1. persone che si sentono incomplete; 2. persone che non si sentono apprezzate; 3. persone frustrate.

Conclusione: non credo che scriverò un pezzo per ogni saggio ma in questo caso la mia teoria alternativa a quella di Freud (improvvisata sul momento e quindi ovviamente traballante) mi sembrava interessante...

Nota (*1): nel testo si usano i termini “malattie nervose”, “nervosismo”, “nevrosi”, “nevrastenie” e simili che, ovviamente, avranno tutte dei significati tecnici ben precisi. Io oblioso, come credo la maggior parte dei lettori, del significato preciso di tali termini li userò invece liberamente.
Nota (*2): in pratica in Austria (e probabilmente nel nord Europa) stava già avvenendo quel cambiamento culturale che in Italia si ebbe solo negli anni ‘60.
Nota (*3): banalmente significa che un semplice operaio è molto meno considerato di un ricco imprenditore e, di conseguenza, sarà un compagno sessualmente meno ambito. Ovviamente considerando uno zilione di eccezioni!

lunedì 8 luglio 2019

Organici e critici

Devo ammettere che il caldo in questi giorni ottunde un po’ il mio giudizio: dormo male, penso male e, quindi, scrivo male.
Però è davvero da molto tempo che volevo scrivere questo pezzo ed è forse il caso di provarci comunque anche se, forse, non sono nelle condizioni migliori per farlo.

L’idea è quella di analizzare il significato di una nuova definizione/distinzione che ho introdotto nell’ultima versione dell’Epitome: quella fra intellettuale critico ed intellettuale organico.

Ricopio qui di seguito la definizione che ne ho dato in [E] 3.5 alla nota 149:
«Ci si potrebbe chiedere quale sia il ruolo degli “intellettuali” nella diffusione di protomiti e distorsioni: i liberi pensatori non ci danno forse una visione oggettiva della realtà? Assolutamente no: storicamente gli intellettuali hanno sempre tramandato (giustificandola e, magari, interpretandola a proprio vantaggio) la visione del mondo caratteristica dei potenti della propria epoca. Solo recentemente gli intellettuali possono avere un'indipendenza economica che possa permettere loro di esprimere liberamente ciò che pensano.
Per questo motivo solo negli ultimi anni, diciamo dal XX secolo in poi, ha senso distinguere fra intellettuali organici e critici: gli intellettuali organici sono quelli funzionali al potere costituito e che, in genere, lo esaltano e lo giustificano; quando un intellettuale organico critica un parapotere lo fa solo perché sta seguendo le indicazioni di un altro forte potere che gli ha dato il compito esplicito di farlo. Gli intellettuali critici sono invece quelli sostanzialmente indipendenti e che danno quindi la propria onesta visione del mondo: proprio per questo, sono utilissimi alla democratastenia mentre vengono parimenti ostacolati dei parapoteri; anche oggi gli intellettuali critici sono una sparuta minoranza perché comunque è più facile e conveniente seguire la corrente e uniformarsi al pensiero dominante piuttosto che sostenere verità invise ai potenti.
»

Il discorso andrebbe ulteriormente ampliato (e probabilmente ne farò infatti un sottocapitolo a sé stante) nel tempo. Gli intellettuali sono uomini e, come tali, devono mangiare per poter sopravvivere! Per questo motivo, solo negli ultimi secoli, gli intellettuali critici hanno trovato un loro spazio nella società riuscendo, proprio grazie alla loro onestà intellettuali, ad avere successo nel proprio campo (vuoi come scrittori, poeti, pensatori, artisti, etc…): quando invece la propria sopravvivenza dipendeva dal sostegno di un mecenate era necessario non contraddirlo. Questo non significa che anche, ad esempio, nel medioevo non ci siano stati degli equivalenti di intellettuali critici! Solo che erano molto più rari e, solitamente, rischiavano di finire nei guai (leggi “rogo”) per le loro idee: penso agli eretici ma anche, ad esempio, a Galileo.
È poi bene precisare che intellettuale organico non significa intellettuale incapace ma intellettuale che asservisce la propria abilità agli interessi dei potenti del proprio tempo: in cambio viene premiato col successo vuoi economico che di fama. Gli intellettuali organici “fanno rete” e si esaltano a vicenda riconoscendosi i rispettivi meriti, veri o presunti che siano.
Inoltre non è detto che tutta l’opera di un intellettuale sia inquinata da queste influenze esterne: specialmente se si tratta di un artista la sua opera può essere comunque intrinsecamente di valore. In questi casi generalmente, l’affiliazione dell’artista ai propri parapoteri di riferimento è secondaria: al giorno d’oggi può avvenire, ad esempio, tramite interviste o comunque dichiarazioni pubbliche: dove si loda una parte politica e se ne critica un’altra o, magari, si prendono posizione ben definite (ma a favore di qualche parapotere, magari non apertamente) su temi caldi. In genere questa testimonianza di “fedeltà” è come minimo sufficiente per garantire un po’ di visibilità in più sotto forma di interviste, comparsate in tivvù e simili.
Questo ci porta direttamente all’elemento della “buona fede” e “onestà intellettuale”. È possibilissimo che un intellettuale esalti i protomiti dei parapoteri (in genere proprio per questo dominanti) perché realmente crede in essi: in questi casi sincerità e fanatismo rischiano di sovrapporsi e, chi la pensa diversamente, rischia di divenire un esponente del male. In genere però gli intellettuale che spontaneamente e sinceramente prendono le parti dei parapoteri hanno una caratteristica comune: NON sono dei grandi intellettuali (*1), magari sono abili e capaci, in grado di generare genuina ammirazione nei loro contemporanei, ma difficilmente superano la prova del tempo!
Questo perché manca loro una delle qualità più importanti e necessarie: il riuscire a trascendere gli epomiti che dominano la propria epoca che, come spiegato nell’Epitome, sono strutturati fra loro in maniera da garantire e giustificare la stabilità sociale e, quindi, le relative diseguaglianze. Infatti solo trascendendo il presente si può aspirare a raggiungere quelle verità universali valide anche nelle epoche successive.

Da queste considerazioni emerge un concetto non secondario: quale dovrebbe essere lo scopo di ogni intellettuale, anzi di ogni uomo? La domanda è ovviamente troppo ampia per avere un’unica risposta eppure credo che uno dei fattori fondamentali sia la sincerità la quale, nel nostro contesto, si traduce nella diffusione di protomiti non fuorvianti (quindi magari errati ma non in malafede). Qui poi si travalica nella morale: a mio avviso l’intellettuale che si rende conto di un’ingiustizia dovrebbe denunciarla e, come scritto in [E] 4.5, l’ingiustizia maggiore (*3) è probabilmente quella degli enormi e ingiustificati squilibri di ricchezza fra i pochi fortunati (*2) e gli appartenenti alla democratastenia.

Ma perché trovo queste definizioni così importanti?
Perché sono utilissime!
Se si riconosce con che tipo di intellettuale si ha a che fare diviene allora anche evidente quale sia il valore della sua opera.
I lavori degli intellettuali organici (quando, ovviamente, non prettamente artistici) ripropongono, esaltano e giustificano gli ideali (cioè i protomiti) dei rispettivi parapoteri di riferimento: danno quindi una visione della realtà falsata da una prospettiva di parte. Essa può avere una sua utilità storica, almeno per la comprensione delle ragioni dei parapoteri, ma non aiuta particolarmente a comprendere il presente.
Al contrario le opere degli intellettuali critici sono utilissime perché spesso spiegano e analizzano quelle problematiche “scottanti” che evidenziano problematiche sociali in cui i parapoteri hanno ingiusti vantaggi sulla democratastenia; invece gli intellettuali organici, le stesse problematiche, le sfuggono, le minimizzano, le distorcono o le falsano.
C’è da dire che, a volte, come accennato nel breve passaggio riportato, anche le opere degli intellettuali organici possono avere una loro utilità pratica: spesso infatti possono attaccare dei parapoteri su mandato, diretto o indiretto, del proprio potere di riferimento. Talvolta le accuse di questi intellettuali possono avere base valide e, quindi, essere utili per una migliore comprensione della realtà. L’uomo comune deve però ricordarsi che a nessun parapotere stanno a cuore gli interessi della democratastenia e che, al 99%, si tratta di una lotta di potere (*4) da cui il vincitore si aspetta un aumento di forza, come al solito, magari indirettamente ma sempre a scapito della popolazione.

Chi riesce a individuare un intellettuale critico (perché come detto la stragrande maggioranza non lo è) ha trovato un tesoro. Conoscerne il pensiero aiuterà a comprendere le vere problematiche della società meglio della conoscenza delle idee di decine di intellettuali organici.
Esempi di intellettuali critici sono Pasolini e Flaiano (sebbene quest’ultimo di produzione più artistica), probabilmente dal poco che ho letto anche Gramsci (ma dovrei conoscerlo meglio). Attualmente aggiungerei anche Bagnai almeno prima della sua recente presa di posizione politica (che potrebbe ora renderlo, almeno parzialmente, organico).

Anzi proprio leggendo Gramsci ho avuto la netta sensazione che senza la confusione, il rumore di fondo, provocato dagli intellettuali organici, l’umanità avrebbe fatto dei grandissimi passi avanti: invece gli interessi di pochi, difesi però da schiere di intellettuali prezzolati, costringono l’uomo in una gabbia di incertezze e di verità parziali, quando non apparenti, dalla quale è difficilissimo liberarsi per poter progredire.

Conclusione: trovo che queste semplici definizioni di intellettuale abbiano la stessa utilità delle mie precedenti definizioni di populismo in [E] 12.4: in un attimo, riconoscendo il tipo di populismo con cui abbiamo a che fare, è possibile prevederne l’azione e le possibilità di successo. Lo stesso vale per queste definizioni di intellettuale (inizio già a immaginarmi delle tabelle che ne stabiliscano le diverse caratteristiche) dalle quali sarà facilmente possibile capire con chi si ha a che fare...

Nota (*1): ad esempio il Manzoni fu un intellettuale organico in buona fede; la stragrande maggioranza degli attuali giornalisti italiani sono invece intellettuali organici in mala fede (spesso mentono sapendo di mentire per favorire gli interessi di una parte).
Nota (*2): perché la ricchezza non proviene dal merito (anche se così si tende a voler far credere!) ma dalla semplice fortuna e dal fatto che la ricchezza stessa offre più facilmente la possibilità di incrementarla.
Nota (*3): la diseguaglianza alternativa alla ricchezza che avevo in mente è la libertà: ma alla fine credo che a forti squilibri di ricchezza corrispondano anche squilibri di libertà. Quante volte, anche in epoca moderna, nel “progredito” mondo occidentale, si vede il potente di turno che la fa franca anche di fronte alla legge? Oppure, cambiando livello di dettaglio, pensiamo alle libertà che gli USA si possono prendere nell’uso della forza militare. Al contrario, come disse Spourgita ad Andros, “la necessità è avara di scelte”: alla povertà non corrisponderà mai una grande libertà…
Nota (*4): chissà perché mi viene in mente la lotta fra papato e Sacro Romano Impero nel medioevo...

sabato 6 luglio 2019

L'alba del tramonto

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 1.3.0 "Strauss III").

Prima o poi dovrò scrivere un pezzo (impegnativo) su Il tramonto dell’euro di Alberto Bagnai: ci sono troppi concetti importanti…
Oggi pensavo di fare una rapida panoramica, così a memoria senza sfogliarne le pagine, di ciò che mi ha colpito.

Prima di tutto, dalla lettura assidua del suo sito (Goofynomics), avevo già imparato molto: fra questi spiccano la scarsa rilevanza del debito pubblico (v. Goofydebit) e gli effetti distruttivi dell’Euro (v. L’euro assassino) per l’economia italiana. E già questo non è poco visto che molte delle decisioni economiche della politica quotidiana girano intorno a questi temi…

Ma nel libro ovviamente c’è di più!

C’è tutta la ricostruzione della storia economica italiana dagli anni ‘70 in poi: e alla fine ci si rende conto di un altro concetto fondamentale: le macro dinamiche finanziarie, di cui quasi nessuno sa nulla, non sono solo numeri che riempiono le pagine dei giornali economici ma, invece, ci riguardano tutti. L’effetto di queste grandi manovre è mimetizzato perché non agisce direttamente e immediatamente sulla vita di tutti giorni ma lo fa indirettamente e nel corso degli anni: eppure la sua influenza è fondamentale e, alla fine, decisiva nel renderci tutti più poveri o più ricchi.
L’altro concetto che emerge chiaramente (e in effetti la stessa sensazione l’avevo già provata con Goofynomics) è che l’economia è una vera e propria scienza: gli effetti di alcune scelte macroeconomiche erano prevedibili e previste e, quindi, volute. Sfortunatamente i media, da una parte con giornalisti economici impreparati e dall’altra completamente subalterni al potere politico, ci hanno abituato a considerare l’economia come fosse una sorta di astrologia: gli economisti/giornalisti facevano le loro previsioni ma poi, solo circa la metà delle volte, se non meno, indovinano l’effetto. Invece no, non è così: almeno su grandi linee, tutto era previsto e chiaro per chiunque avesse delle basi di macroeconomia. Non esiste il dilemma “ci è” o “ci fa” che tanto mi turbò ai tempi di Monti (v. Monti 23: ci è o ci fa?). Tutti gli economisti e, presumibilmente, i politici sapevano bene cosa facevano: aumentare la diseguaglianza sociale rendendo i ricchi più ricchi e tutti gli altri più poveri.
Non è un caso che, secondo il Bagnai, la maggiore giustizia sociale si sia raggiunta alla fine degli anni ‘70 grazie alle battaglie sindacali e del PCI che portarono alla “scala mobile” e, in generale, a una maggiore tutela dei lavoratori.
Non è nemmeno un caso, aggiungo io, che la politica italiana abbia iniziato a tradire gli italiani a partire dagli anni ‘80, ovvero a poco più di una generazione dalla fine della seconda guerra mondiale: tale periodo di tempo è sufficiente, come spiego nella mia Epitome, a far sì che i principi fermamente creduti dopo la fine della guerra, libertà e giustizia sociale in primis, perdano la loro presa sugli uomini: è allora che il potere delegato smette di fare gli interessi del potere rappresentato ([E] 5.8 e 11.1)…

Bagnai onestamente aggiunge che nei primi decenni anni ‘80 c’erano in realtà anche delle teorie economiche che potevano giustificare le scelte fatte: ma la realtà dimostrò ben presto quali fossero quelle corrette e quali quelle errate. Peccato però che la politica, che aveva impegnato tutta la sua credibilità in una direzione, non potesse tornare indietro senza compromettersi: i media, come al solito, andarono a rimorchio della politica…

Ma di quali decisioni macroeconomiche sto parlando: beh essenzialmente due. Una di queste è l’entrata dell’Italia nello SME che, per chi non se lo ricordasse, era un sistema che vincolava le fluttuazioni del cambio della lire entro precisi limiti: insomma non un cambio fisso ma quasi.
È evidente l’analogia fra l’euro, non solo dal cambio fisso (all’interno della EU) ma proprio al di fuori dal controllo del singolo stato, e la lira incatenata allo SME.
Come spiegato in L’euro assassino il cambio fisso causa dei problemi enormi e, analogamente, anche quello semi-fisso non funziona bene…
L’altro fattore “sconosciuto” che ha cambiato la storia italiana è stato poi la separazione fra Banca d’Italia e Tesoro: fatto con motivazioni speciose il suo vero obiettivo (risultato raggiunto) era quello di rendere i ricchi più ricchi e i poveri più poveri ridistribuendo la ricchezza del paese.

Sembra quasi un racconto di fantascienza, vero? Gli economisti “cattivi” che manipolano l’economia per favorire pochi a scapito di tutti...
Peccato che le parole di Bagnai siano supportate dalla teoria, dai dati, da grafici e tabelle e da tutta una coerenza logica che dà grande credibilità alla sua visione.

In questo pezzo ho voluto evitare di scendere in dettagli tecnici (che avrei dovuto verificare e, sostanzialmente, studiare a parte) ma mi sono limitato alle considerazioni più generali ma che danno una visione più consapevole e realistica della situazione attuale: l’odierna crisi economica italiana era già stata scritta e annunciata da una serie di decisioni macroeconomiche errate (ma è più corretto dire prese in malafede) decise negli anni ‘80 e successivi (divorzio BdI/Tesoro e lo SME) e sigillata dall’adozione dell’euro.
Sullo sfondo vi è il declino della politica italiana che ha reso possibile questo tradimento: in particolare della sinistra che ha smesso di fare la sinistra, direi io da quando il PCI si trasformò in Ulivo. Impressiona poi l’evidente coscienza di sapere quello che stavano facendo: della malafede nel voler danneggiare gli interessi della maggioranza degli italiani…

Conclusione: l’amarezza, la rabbia d’impotenza che suscita la lettura di questo libro è forse il motivo principale per cui ancora non ho finito di leggerlo. Ma se avete lo stomaco più forte del mio non posso che consigliarlo: provoca una vera e propria metanoia, un capovolgimento della visione della storia economica, ma non solo, dell’Italia.

mercoledì 3 luglio 2019

Ah! ah! Ah!

Che dire? Che Carola potesse cavarsela con una pacca sulle spalle l’avevo ipotizzato e scritto (v. Carola Rackete) ma mi sembrava che le condizioni per passare qualche tempo in carcere, in attesa del processo, ci fossero tutte!
La decisione del GIP di Agrigento è evidentemente politica e mi fa pensare che la mia ipotesi su eventuali “rassicurazioni”, da parte del triumvirato piddino salito a bordo della Sea Watch, sia ancora più plausibile…

Questa vicenda dovrebbe far capire l’importanza delle priorità e perché io, nei giorni scorsi, (di nuovo rimando all’introduzione di Carola Rackete) stavo seguendo principalmente la vicenda delle infiltrazioni politiche nel CSM: è infatti evidente che la militanza politica di una parte della magistratura (ci cui il CSM è solo la punta dell’iceberg) sta avvelenando uno dei pilastri della democrazia italiana, il potere giudiziario.

E, per favore, non ripetetemi il mantra che “le decisioni della magistratura vanno rispettate”: io posso rispettare l’onestà, il coraggio o la buona fede non le sentenze (politiche o no).

Tanto per ricordare - 3/7/2019
Notizia di un mese fa: Terremoto al Csm: fuori altre due toghe. L'allarme del Colle da IlMessaggero.it

E, tanto per capire da che parte soffia il vento politico, David Ermini, il vicepresidente del CSM, che nell’articolo sullodato conciona come si debba ridare credibilità alla magistratura, è uomo di Renzi (e già questo è un bel bollino di garanzia!): lo conosco (solo di fama fortunatamente!) perché eletto nella mia circoscrizione e, qualche volta, si è pure fatto vedere sul territorio...

Giorno letteralmente memorabile - 3/7/2019
Come “sicuramente” i miei lettori sanno dal gennaio del 2013 esercito la memoria grazie a un programma apposito chiamato Anki (v. Anki). In pratica quando leggo un libro mi annoto le parole che non conosco e poi, successivamente, le inserisco in Anki insieme alla definizione che trovo sul dizionario Treccani ed, eventualmente, vi aggiungo anche immagini spigolate in rete.

Oggi, in poco più di 6 anni, “festeggio” le 1000 parole imparate!
Di seguito qualche immagine presa dalle statistiche di Anki:

Notare il 1000 a “mature”…

Il dettaglio degli ultimi 30 giorni: ultimamente ne sto sbagliando più o meno lo stesso numero di quelle che aggiungo…

Da quando ho iniziato a esercitarmi: alla fine 234 ore sembrano tante ma in realtà sono appena 10 minuti al giorno!

Stato letture - 4/7/2019
Ho quasi finito di leggere Ivanhoe di Walter Scott e ho ripreso, seppur faticosamente, la lettura de Il tramonto dell’euro di Alberto Bagnai.
Languono invece i Racconti di Cechov: è scritto piccolino e non mi invoglia alla lettura.
Con Plutarco sono invece sempre al capitolo su “Gaio Mario”: a dire il vero mi era un po’ passato di mente e vedrò di metterlo più vicino al mio comodino…

Comunque avevo deciso di leggere “Il principe” del Machiavelli ma nonostante ne abbia diverse copie non me ne è riuscito trovarne una (*1)!

Oggi ho preso la scala per cercare nei piani alti della mia libreria: non l’ho trovato ma sono sbucate fuori delle altre letture potenzialmente interessanti.
- “Storia e religione” di Arnold Toynbee: era lo storico preferito di mio zio quindi non dovrebbe essere malaccio!
- “Nascita dell’eresia”di T. Manteuffel: mi ispira…
- “L’anticristo” di Nietzsche: tempo fa lo cercavo e, ovviamente, non lo trovavo…
- “Le Confessioni” di Sant’Agostino: beh, lo cito nell’Epitome quindi mi devo decidere a leggerlo. Oltretutto ne ho due diverse versioni quindi sceglierò la più leggibile.
- “Lila dice” di Chimo: l’avevo letto in inglese e mi era piaciuto: quasi quasi lo rileggo in italiano...

Nota (*1): beh, una in realtà l’ho trovata ma è una riproduzione di un vecchio libro con i caratteri poco leggibili e senza note...

Ivanhoe - 8/7/19
Ivanhoe 1819, I promessi sposi 1827-1840.
Il primo un capolavoro che ha dato vita a un nuovo genere letterario e che è ancora godibilissimo; il secondo un buon libro ma di gran lunga sopravvalutato.
Ai lettori di questo ghiribizzo la mia antipatia per il Manzoni e i Promessi Sposi è ben nota (v. W il divorzio e/o Salgari vs. Manzoni) ma adesso ho una nuova chiave di lettura per analizzarne il successo: quella degli intellettuali critici e organici ([E] 3.5 nota 149; che dovrò trasformare in sottocapitolo a causa della sua importanza).
Manzoni fu un intellettuale organico in massimo grado: per nascita vicino ai parapoteri dell’epoca ne diffuse e ne esaltò i protomiti (leggi principi e ideali) e, proprio per questo, fu a sua volta esaltato ben oltre i suoi meriti e, da allora, si è pensato bene di infestare la scuola dell’obbligo col suo pensiero.

E alla fine cos’è rimasto del suo messaggio educativo? Che i Don Abbondio cadono sempre in piedi e che a risolvere i problemi ci pensa la Provvidenza: meglio una preghiera che darsi da fare, meglio subire le prepotenze che ribellarsi a esse, etc...

martedì 2 luglio 2019

Regole x FB

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 1.3.0 "Strauss III").

Da tempo mi ero posto la questione di se e come sia possibile usare FB (ma anche Twitter e qualsiasi rete sociale in genere) in maniera più costruttiva.
Cioè attualmente, almeno visionando le mie conoscenze, gli usi di FB sono i seguenti:
1. Pubblicare foto carine, meme o video buffi.
2. Pubblicare foto di figli, casa e vacanze.
3. Sfogo romantico o lavorativo ma non solo.
4. Tentarivi di informazione e/o comunicazione, soprattutto politica ma non solo.

I primi tre usi sono neutri per gli altri utenti e, potenzialmente, pericolosi solo per l’utente che rende pubbliche le proprie informazioni personali.
Vediamo nel dettaglio. L’uso 1 è totalmente inoffensivo e tutti gli utenti, con l’eccezione dei più seri (e privi di umorismo!), lo adottano prima o poi. Anche gli usi 2 e 3 non provocano particolari reazioni dagli altri utenti ma mettono però a serio rischio la propria riservatezza e quella dei propri cari. Probabilmente questi sono i commenti che FB “preferisce” e dai quali estrae più informazioni.

Il quarto uso è invece quello che mi sta più a cuore: il potenziale delle reti sociali per mettere in comunicazione i vari utenti fra loro sembrerebbe infatti altissimo eppure non mi sembra che venga usato in maniera costruttiva.
Teoricamente sembrerebbe perfetto: ognuno condivide le proprie idee e amici e conoscenti le commentano, potenzialmente migliorandole attraverso il confronto, ed eventualmente le diffondono a propria volta. Si forma un dialogo, un dibattito, magari critico ma sempre nell’ambito del reciproco rispetto, e il pensiero di tutti coloro che vi partecipano evolve, migliorandosi e raffinandosi.

Chi però ha un profilo su FB sa bene che questo non accade mai. Il tentare di capire cosa non funzioni è lo scopo (ambizioso) di questo pezzo.
Ho quindi scorso FB prendendo appunti sulle varie tipologie di approccio e i loro eventuali problemi. Premetto che non sono giunto a conclusioni definitive ma ho comunque formulato varie ipotesi e teorie…

Innanzi tutto alcuni utenti pubblicano messaggi del tipo: “La verità è questa” o, leggermente meglio, “La MIA verità è questa” + articolo, tabella, collegamento ad altri siti, etc…
È chiaro che in questa maniera l’autore del messaggio non cerca una reale comunicazione con gli altri utenti: egli infatti già conosce la verità e non ha quindi bisogno di discuterla con gli altri. Semplicemente, con grande "generosità", la vuole condividere, per non dire imporre, ai suoi “amici”.
È un po’ il meccanismo della pubblicità senza però né la sua sottigliezza né la sua capacità di persuasione. La pubblicità spesso si basa sulla figura di un “autorità” (v. Auctoritates, Auctoritas e Bifidus) più o meno riconosciuta e/o riconoscibile: così, un po’ ingenuamente, molti utenti FB si eleggono a esperti di un argomento dando per scontato che anche i loro amici/conoscenti gli riconoscano il medesimo ruolo: inutile dire che raramente si è profeti in patria!

Si potrebbe pensare che, da un punto di vista comunicativo, non si possa fare di peggio: ma non è così. Di nuovo chi frequenta FB lo sa bene…
Ci sono infatti degli utenti che vanno oltre e pensano bene di offendere chi non la pensa come loro: i contenuti che condividono sono accompagnati da messaggi del tipo “Chi non la pensa così è un cretino” oppure “Chi la pensa diversamente me lo dica che gli tolgo l’amicizia”.
Quale possa essere il potere persuasivo di questi messaggi è facile immaginarlo: supponiamo che un lettore la pensasse anche solo lievemente in maniera diversa: pensate che andrà a commentare qualcosa del tipo: “Sì, è vero, però io pensavo che...”? Ovviamente se ne guarderà bene!
Attenzione poi: a volte l’offesa all’altro può essere espressa anche solo implicitamente. In effetti è pleonastico scrivere “chi non la pensa come me è un cretino” se, ad esempio, il titolo dell’articolo condiviso è “Chi vota Renzi/Salvini/Di Maio è un cretino”. Idem se si condivide una vignetta che ridicolizza in maniera offensiva ad esempio, una figura politica: chi in effetti l’ha votata non apprezzerà il rozzo umorismo contro di essa. Ancora peggio quando a essere offesi sono i relativi elettori…

Ma c’è di più: l’utente di FB finisce per conoscere i propri “polli”…
Alla fine, anche se il contenuto condiviso ha un titolo neutro, e anche se non è accompagnato da messaggi impropri, l’utente di FB è ormai guardingo: conosce bene chi pubblica cosa e, spesso, si è già formato un giudizio piuttosto definitivo sulla fonte originaria del contenuto.
Se so che il tizio X ha delle idee politiche ben definite non mi lascio ingannare dall’eventuale titolo neutro del contenuto che pubblica: so già che il 99% delle volte l’articolo semplicemente ribadirà, magari senza offese esplicite, le idee di chi le condivide. Lo stesso vale per la fonte: se questa è ben conosciuta chi ne legge il relativo articolo è già comunque prevenuto. Personalmente se mi presentate un articolo di Repubblica.it o Corriere.it mi aspetto automaticamente un contenuto fazioso, parziale e fuorviante e sono genuinamente sorpreso quando non è così. Per altre persone lo stesso può valere quando si accorgono che l’articolo condiviso è de IlGiornale.it o de IlFattoQuotidiano.it, etc…

Insomma gli utenti con cui si cerca di comunicare sono in realtà molto sospettosi e guardinghi verso qualsiasi contenuto “caldo” (ad esempio politico, sull’immigrazione, la religione etc…). Paradossalmente proprio il fatto che le reti sociali mettano in contatto fra loro persone che già si conoscono fa sì che inizialmente la comunicazione sia falsata da pregiudizi.
È probabile che chi si ostina a tentare di comunicare “energicamente” (ma sarebbe più corretto dire “ostilmente”) le proprie idee ad amici e conoscenti otterrà soltanto di far peggiorare l’opinione che gli altri hanno di lui/lei: finirà infatti per essere considerato un fanatico intrattabile. Nel caso migliore le sue condivisioni su argomenti “caldi” verranno considerate “tabù” e accuratamente ignorate; nel caso peggiore anche le condivisioni più “neutre” verranno evitate per sicurezza o magari per un’abitudine al silenzio, data dall’abitudine, verso quel particolare utente…

Quello che succede quando un utente cerca di fare la propria “informazione politica” su FB è che delle sue centinaia, se non migliaia, di contatti soltanto una dozzina di questi gli dà il proprio “mi piace” e/o commenta. Si tratta però generalmente di persone che la pensano esattamente come l’autore del commento originario: si ha cioè una polarizzazione delle idee che, indirettamente, porta a una loro estremizzazione.
L’utente, ricevendo pochissimi o nessun commento contrario alla propria opinione, si convince di avere totalmente ragione: finisce così per sottovalutare enormemente il numero delle persone che la pensano in maniera contraria.
Inutile dire che senza un vero confronto, senza la condivisione pacifica di idee diverse, senza un vero e rispettoso dialogo, lo sforzo di “informazione politica” è destinato a fallire e a rimanere limitato a uno stretto cerchio di conoscenze che per giunta, come detto, tendono a estremizzarsi.

Alla fine credo che il problema di fondo sia che né FB né le altri reti sociali mettono a disposizione degli utenti i giusti strumenti per permettere ai propri utenti di comunicare in maniera costruttiva fra loro.
Cosa succederebbe ad esempio se fossi possibile non solo approvare un messaggio con il “mi piace” ma anche disapprovarlo anonimamente con un “non mi piace”?
Io credo che l’utente che pubblica un commento in cui dà del cretino a chi non la pensa come lui riceverebbe una caterva di “non mi piace” anonimi. A quel punto detto utente avrebbe due possibilità: si potrebbe rendere conto di aver ecceduto nelle proprie affermazioni (o almeno di star seguendo un approccio poco efficace nel comunicare con gli altri) oppure potrebbe infantilmente chiedere a “tutti coloro che la pensano come lui” di affermarlo esplicitamente: ma è evidente che, prima o poi, magari dopo aver ricevuto solo un pugno di ulteriori imbarazzati (dato che molti utenti si conoscono fra loro) “mi piace”, in base alla maturità del soggetto, si renderebbe conto di star sbagliando strada.
Insomma il fornire semplicemente la possibilità di dare un giudizio negativo anonimo porterebbe a un’automatica moderazione dei contenuti: certo questo non basterebbe per risolvere tutti i problemi di comunicazione ma sarebbe comunque un passo nella direzione giusta.

Ma se favorire la comunicazione costruttiva fra gli utenti fosse facile come ipotizzo perché allora FB non fa alcun tentativo in tal senso?
Il motivo è che così come le case farmaceutiche non sono interessate alla salute pubblica ma a vendere medicinali, così le reti sociali sono interessate a carpire informazioni personali e non a favorire lo sviluppo di nuovo idee fra gli utenti.
Probabilmente proprio questa tendenza alla polarizzazione delle idee rende più facile profilare i diversi utenti secondo le loro opinioni politiche (o comunque sui diversi temi “caldi”). Queste informazioni sulle idee degli utenti sono poi un bene prezioso che, almeno potenzialmente, potrà essere usato per effettuare pubblicità mirata. O comunque si tratta di informazioni utilissime per monitorare in tempo reale gli umori di un’intera nazione: inutile dire che qualsiasi governo sarebbe interessato a questi dati.
Al contrario vi è la tendenza a cercare di moderare, controllare o addirittura bloccare la vera informazione, intesa come comunicazione costruttiva e utile, fra la popolazione: non voglio andare fuori tema ma, per chi fosse interessato, ne ho scritto in [E] 9.5.

La mia conclusione è molto sconfortante: nonostante il loro enorme potenziale, le reti sociali sono volutamente realizzate in maniera da profilare efficacemente gli utenti e non per permettere una condivisione ed elaborazione costruttiva delle loro idee.
Onestamente non vedo una maniera fattibile per usare le reti sociali per comunicare su temi “caldi” con persone che la pensano diversamente. Non bisogna poi dimenticare il potenziale pericolo che gli algoritmi di FB possono manipolare in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo, quale utente veda cosa: ad esempio, una volta che gli utenti sono profilati politicamente, lo sapete quali sono i più appetibili per la pubblicità? Si tratta degli incerti perché questi, sostanzialmente, decidono l’esito delle votazioni. Gli algoritmi di FB potrebbero facilmente far sì che la pubblicità a pagamento raggiunga solo questi e che, allo stesso tempo, essi non vedano i meme politici dei loro conoscenti. Magari, ad esempio, solo nelle due settimane precedenti un’elezione. Non mi stupirei se FB potesse indirizzare un 5-10% dei voti di un’elezione…

Conclusione: usare FB per comunicare con chi non la pensa come noi è sostanzialmente inutile e, anzi, serve solo per essere profilati dagli algoritmi della rete sociale. Da questo punto di vista l’unica utilità è quella di rimanere in contatto con chi la pensa già come noi col pericolo però di un’estremizzazione delle idee. Alla fine il miglior uso che si può fare di FB e simili è quello indicato nel primo punto: condividere materiale irrilevante, ricordarsi di fare gli auguri ai propri conoscenti e poco altro...

lunedì 1 luglio 2019

Carola Rackete

Oggi avevo idea di completare un pezzo che ho iniziato a scrivere diverso tempo fa e, credo, abbastanza interessante: però la mia visita mattutina a FB mi ha fatto cambiare idea.
Molti amici esaltano la capitana tedesca, Carola Rackete, della nave Sea Watch come un’eroina disposta a salvare vite a rischio della propria incolumità o, almeno, della propria libertà; al contrario altri sembrano considerarla una ricca ragazza viziata che si fa beffa delle leggi italiane.

Ammetto che la vicenda, nonostante l’entusiasmo con cui (presumo) sia stata seguita dai media, non mi ha molto interessato: ritengo, ad esempio, molto più importante il caso che vede coinvolti il CSM e il PD perché dimostra inequivocabilmente che uno dei pilastri della nostra democrazia, la magistratura, non era, e quasi certamente non è, politicamente imparziale. Da questo punto di vista la vicenda della nave che zigzagava intorno a Lampedusa è stata un utile scusa per parlare di altro distogliendo l’attenzione da una situazione molto più grave. Ma torniamo a Carola…

Come detto non mi sono fatto ancora un’opinione ben precisa e vedrò di chiarirmi le idee proprio con la stesura di questo pezzo.

Innanzi tutto credo che se la propria coscienza e la legge entrano in conflitto allora sia giusto seguire la propria morale: è l’imperativo categorico che lo impone. Questo indipendentemente dal fatto che la legge sia giusta o sbagliata. I sostenitori di Carola la considerano un’eroina perché ha infranto una legge “sbagliata” per salvare vite umane: ma come detto che la legge sia giusta o sbagliata è legalmente rilevante ma non lo è moralmente.
Che poi stesse salvando vite umane è opinabile e infatti lo stabilirà la magistratura (*1), al contrario sembra abbastanza accertato che la manovra compiuta dalla sua nave avrebbe effettivamente potuto causare vittime fra le forze dell’ordine: questo mi sembra un elemento grave e che vada ben considerato.

Alla fine se Carola sia un’eroina o no dipende, almeno in parte, dalla sua coscienza: se ha agito in buona fede oppure no. Io credo che fosse convinta di salvare vite umane ma penso anche che le sue decisioni siano state anche condizionate da una forte ideologia politica: soprattutto nell’ostinarsi a voler sbarcare in Italia e non, ad esempio, in Tunisia o in altri porti europei: di sicuro in 14 giorni avrebbe potuti raggiungerli. Invece credo che avesse la volontà di mettere in difficoltà il governo italiano, anche a costo della propria libertà, e non escludo che sia stata incoraggiata a farlo. È infatti sospetto che la decisione di forzare il blocco sia giunta poche ore dopo l’arrivo a bordo del triumvirato piddino (*2): ovviamente difficilmente, se anche questo fosse successo, se ne saprà qualcosa: dubito che questi esponenti politici vogliano essere coinvolti nelle inevitabili beghe giudiziarie…

Ma l’essere eroi o meno dipende anche da un altro fattore, non soggettivo ma oggettivo, ovvero se il gesto compiuto è buono e giusto oppure no. Non basta cioè seguire la propria coscienza (*3), magari a dispetto delle leggi, per essere degli eroi ma bisogna anche fare la cosa giusta.
È quindi giusto che la capitana Carola abbia salvato gli immigrati dal mare e li abbia trasportati in Italia?
Sicuramente è giusto salvare le vite di chi rischia di affogare ma, come detto, è molto meno evidente che l’unica destinazione possibile dovesse essere l’Italia: questa mi pare sia stata una sua precisa scelta politica per dimostrare il suo credo (*4).

C’è poi da discutere un fattore fondamentale e che è alla base della giustificazione morale del blocco dei porti di Salvini: queste navi delle ONG salvano davvero gli immigrati o, sebbene indirettamente, ne causano la morte provocando con la loro presenza la partenza di barconi stracolmi dalle spiagge della Libia?
A me pare che per la logica sia così: se c’è la speranza di essere immediatamente soccorsi da una nave delle ONG è più probabile decidersi a partire, anche su imbarcazione inadeguate, per raggiungere il largo. Chi è contrario alla politica di Salvini dice semplicemente che "non è vero" ma non ho sentito alcuna argomentazione solida a supporto di questa tesi.

Voglio invece far notare una vicenda avvenuta lo scorso marzo che, curiosamente, non mi sembra sia stata evidenziata, neppure dai sostenitori di Salvini.
Il 16 marzo 2019 l’organizzazione Mediterranea Saving Humans pubblica un cinguettio (questo) dove annuncia che la nave “Mare Jonio”, finalmente libera di lasciare il proprio porto, di dirigerà nuovamente verso la Libia.
Il 17 marzo, secondo Voxnews.info (*5), al cinguettio di Mediterranea Saving Humans risponde uno scafista che sembra fissare un appuntamento con la nave: ONG ANNUNCIA ARRIVO IN LIBIA, ‘SCAFISTA’ RISPONDE: “VI ASPETTO”
Il 18 marzo, la nave “Mare Jonio” salva 49 immigrati: Soccorsi 49 migranti, la nave “Mare Jonio” sfugge al mal tempo e fa rotta su Lampedusa.
Ma il 19 marzo arriva la notizia che un barcone è affondato provocando, si stima, una trentina di morti: Nuovo naufragio al largo della Libia, ritrovato il corpo di un neonato.
Mi pare ragionevole pensare che il cinguettio dell’ONG avesse provocato, proprio con la notizia della sua presenza al largo della Libia, almeno due partenze. Il risultato è stato che gli occupanti del primo barcone sono stati recuperati mentre quelli più sfortunati del secondo no.
Quindi la Mar Jonio salvò veramente 49 migranti o, almeno indirettamente, provocò la morte di una trentina di immigrati? Io temo che, almeno moralmente, la Mare Jonio sia stata responsabile della partenza del secondo barcone e, quindi, anche della morte della maggioranza dei suoi occupanti.

In altre parole, a parte il precedente esempio specifico, credo che paradossalmente proprio le ONG nel tentativo si “salvare” immigrati causassero indirettamente la morte di molti di questi. Non ho voglia di cercare le statistiche sulle morti in mare ma è abbastanza evidente che, con il blocco dei porti italiani e il fermo delle navi delle ONG, nel Mediterraneo si muoia meno.

Questo mi fa dubitare fortemente che il gesto della capitana Carola Rackete possa essere considerato buono e giusto nel suo complesso.
In altre parole non credo che Carola sia un’eroina anche nell’ipotesi che abbia agito in buona fede e, oltretutto, molti elementi della vicenda fanno pensare che alla base delle sue decisioni ci siano state considerazioni ideologiche parzialmente estranee al benessere degli immigrati (usati quindi come mezzo e non fine per se stessi).
Detto questo ritengo che sia giusto che venga processata per aver infranto le leggi italiane e aver messo a rischio la vita delle forze dell’ordine durante la forzatura del blocco navale: sarà interessante vedere come finirà la sua vicenda giudiziaria.
Una possibilità che non escluderei è che se la svigni dagli arresti domiciliari magari con l’appoggio di qualche sostenitore: penso però che sia improbabile. Come detto credo alla sua buona fede e quindi non dubito che voglia difendere le proprie motivazioni in tribunale. Oltretutto non sarebbe da eroina (e probabilmente lei si sente così) sfuggire alla punizione per quanto percepita come ingiusta. Se poi dovesse avere la fortuna di venire giudicata da un magistrato del PD allora se la caverebbe con una pacca sulle spalle…

Conclusione: credo che solo il tempo ci dirà se Carola Rackete sia da considerarsi un’eroina oppure se sia solo una ragazza viziata che si sente al di sopra delle leggi, specie se italiane. Per me gli eroi sono Edward Snow e Julian Assange: non è un caso che di voci forti a loro difesa non ce ne siano e già questo dovrebbe far riflettere: il gesto di Carola ha una parzialità, una sfumatura politica, che offusca in partenza la presunta patina di eroismo di cui i suoi sostenitori (parapoteri italiani e non) vorrebbero ammantarla…

Nota (*1): magistratura di cui però, per quanto spiegato nella premessa di questo pezzo, è sfortunatamente lecito dubitare riguardo alla sua imparzialità politica.
Nota (*2): che dalle foto che ho visto, abituati ai salotti buoni e alle spiagge di lusso, sembravano completamente fuori posto con le loro camicie bianche, capelli e barbe perfette, tutti vicini fra loro e con le mani dietro la schiena, come per non dare nell’occhio ma senza riuscirci. Più che una missione di sincero supporto morale sembravano dei “turisti per caso” finiti sulla nave sbagliata!
Nota (*3): è probabile che qualche gerarca nazista fosse sinceramente convinto che sterminare gli ebrei fosse “la cosa giusta” ma questo non li rende certo degli eroi!
Nota (*4): e da questo punto di vista, se così fosse, sarebbe stato moralmente sbagliato: avrebbe infatti trasformato gli immigrati in “mezzi” (ne scrivo in vari pezzi, ad esempio in Sandel sbaglia) per dimostrare i propri principi.
Nota (*5): non ho idea di quanto, in generale, questa testata sia credibile: in particolare non so quali prove ci siano che uno degli interlocutori fosse realmente uno scafista. Col senno di poi sembra però almeno plausibile.