Sto rileggendo le mie note salvate dall’e-libro per preparare l’ennesima nuova versione dell’epitome.
Ho scoperto di aver dimenticato di aggiungere alla mia base dati un sacco di epigrafi del Guicciardini: ho provveduto.
Ma non voglio divagare: leggendo le note al testo di Rizal avevo evidenziato gli stereotipi filippini su cinesi e indiani di cui, evidentemente, piccole comunità erano da sempre presenti nell’arcipelago.
Colpisce come dei cinesi venga evidenziata l’astuzia ma non in senso positivo: è l’astuzia che si basa sul fregare il prossimo.
Lo stereotipo mi ha ricordato quello occidentale (diciamo del XIX secolo e precedenti) sugli ebrei.
Allora mi sono chiesto se questa apparente similitudine possa avere una spiegazione nella mia teoria delle microsocietà ([E] 23.1). Penso di sì.
Una microsocietà è caratterizzata da un conflitto fra gli epomito globali della popolazione della società esterna e quelli locali dell’interna. Ma un “conflitto” fra protomiti in che cosa si traduce? Si traduce nel vedere/leggere gli stessi eventi da prospettive diverse: osservare un treno mentre siamo fermi sui binari di un passaggio a livello oppure a un chilometro di distanza perpendicolarmente al tracciato della linea ferroviari ci fa vedere la locomotiva in maniera molto diversa!
Quello che voglio dire è che il membro della società interna può vedere molto più facilmente limiti o incongruenze di scelte (per esempio leggi ma non solo) della società esterna i cui membri invece, per motivi culturali, fanno molta più fatica a cogliere.
Ovviamente questo “approfittarsi”, ovvero interpretare e sfruttare a proprio favore come i membri della società esterna (per vari motivi) non farebbero, viene interpretata come la “perfida” astuzia che caratterizza i membri della microsocietà.
I babbei della guerra
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