Adesso, per non rischiare di incorrere nella censura, aggiorno raramente questo blog e stando bene attento a evitare argomenti “scomodi”. Mi manca però come detto il passaggio intermedio con cui le idee più articolate passavano dalla mia mente all’Epitome!
Oggi volevo scrivere un sottocapitolo sulla libertà e ho avuto una certa difficoltà a mettere insieme tante idee su cui avevo già riflettuto in un discorso unitario. Alla fine ho scritto la seguente bozza che ripropongo qui di seguito.
La prima parte sarà probabilmente poco comprensibile a chi non ha letto la mia epitome (gratuitamente, anzi LIBERAMENTE scaricabile!) ma la seconda, più “filosofica” (per comodità l’evidenzio in blu), dovrebbe essere apprezzabile da tutti.
Eventuali commenti saranno particolarmente graditi.
«In questo sottocapitolo voglio analizzare l’importanza della libertà soprattutto alla luce della teoria esposta nelle precedenti parti dell’opera.
È evidente che la libertà è una componente essenziale dell’autonomia di un gruppo (v. XXX) che a sua volta è una delle dimensioni fondamentali che danno una stima della forza di un potere: più si è liberi e più numerose saranno le opzioni a propria disposizione, ovvero l’autonomia, e quindi la forza di un gruppo.
Questo vale anche per la democratastenia, il gruppo aggregato (v. XXX) che corrisponde alla stragrande maggioranza della popolazione di un sistema: come visto in XXX più le persone sono libere e maggiore è la forza della democratastenia. La conseguenza è che a una democratastenia più forte corrispondono parapoteri meno forti e, di conseguenza, una società più giusta.
Vi è quindi una relazione diretta fra libertà e giustizia sociale: maggiore libertà equivale a maggiore giustizia e minore libertà equivale a minore giustizia.
Come spiegato precedentemente non è un caso che le tendenze attuali, dove la politica dell’Occidente è dominata dai parapoteri economici, si vada sempre più a ridurre le libertà fondamentali degli individui di cui infatti, sebbene indirettamente, si avvantaggeranno proprio gli stessi parapoteri.
In XXX abbiamo visto come la censura, ovvero la limitazione della libertà d’espressione1, si stia diffondendo sempre di più. In questo caso, al di là delle ragioni risibili e speciose con cui è giustificata, la censura ha lo scopo di sopprimere tutte quelle opinioni che si oppongono al pensiero maggioritario (v. XXX), ovvero in pratica allo status quo e agli equimiti che lo giustificano e legittimano, e quindi il suo intento reale è quello di fuorviare l’opinione pubblica, di ridurne l’infodinamica (v. XXX) e quindi la capacità della popolazione di comprendere quali decisioni politiche (ma non solo) vengono decise e di conseguenza di opporsi a esse. In altre parole questo è un caso più specifico in cui a una diminuzione di libertà corrisponde una diminuzione di forza della democratastenia.
La minore libertà, soprattutto quella di espressione, si ripercuote anche sul corretto funzionamento della democrazia. Minore libertà porta a minore infodinamica e quindi a una ridotta capacità di votare per le forze politiche realmente interessate a fare gli interessi dei propri elettori e non di lobbi economiche o potenze esterne al sistema. In pratica una cattiva informazione dei media, che può prosperare solo sopprimendo con la censura tutte le voci fuori dal coro, portano gli elettori a votare per partiti, di solito sistemici (v. XXX), che non hanno interesse nel bene della popolazione.
Da un punto di vista più filosofico nel sottocapitolo XXX abbiamo visto come l’obbiettivo di una società ben strutturata, dovrebbe essere quello di dare a ogni individuo la possibilità di raggiungere la felicità.
Secondo Jung le persone non sono tutte uguali ma ci sono diversi tipi psicologici che vedono e affrontano la vita da prospettive estremamente diverse quando non opposte: in parole povere questo significa che non esiste una formula unica, che vada bene a tutti, con cui raggiungere la felicità. Ogni persona avrà priorità e obiettivi diversi e solo garantendogli la massima libertà avrà la possibilità di scegliere la propria strada da intraprendere perché solo il singolo può, in pratica, sapere cosa è meglio per sé. Tentativi esterni, per esempio dello Stato, di imporgli quello che “dovrebbe” essere il suo bene è arrogante e presuntuosa manipolazione, eterodirezione moralmente inaccettabile.
La libertà non garantisce la felicità ma è però precondizione al suo raggiungimento.
Una buona società è poi costituita da individui maturi, capaci di pensare autonomamente e agire per il meglio: anche da questo punto di vista limitare la libertà ha effetti negativi.
Solo passando attraverso scelte, ponderando cioè con attenzione cosa fare ed eventualmente subendo le conseguenze di quelle errate, un individuo può crescere mentalmente, maturare.
È scegliendo, decidendo per sé, ovvero applicando la propria volontà che l’individuo può sperimentare la realtà, conoscerla e comprenderla. Questo lo rende più ricco di esperienze, di consapevolezza, di capacità, in altre parole lo farà crescere.
Inevitabilmente a volte compierà degli errori, delle decisioni controproducenti, magari non solo per sé ma anche per gli altri: in questo caso ne pagherà le conseguenze e questa esperienza negativa si trasformerà in un’occasione di crescita interiore ancora più grande.
Il bene imposto poi non è bene ma solo obbligo: l’atto del cittadino che fa del bene perché glielo impone la legge non ha valore morale. Il bene deve provenire da una scelta della volontà che lo preferisce al male2.
Le persone a cui si toglie la libertà, che non possono decidere niente di significativo nemmeno per la loro vita, non possono crescere, non possono divenire migliori, non potranno raggiungere il loro pieno potenziale. Oltretutto togliere libertà causa frustrazione che si accumulerà fino a sfogarsi improvvisamente alla prima occasione in cui l’individuo avrà la sensazione di poter sfuggire al controllo e alla repressione dell’autorità3, oppure in crimini violenti: in entrambi i casi con grave nocumento per la società nel suo complesso.
Una società composta da queste persone incomplete, e alla fine interiormente insoddisfatte, non potrà che essere peggiore, sotto ogni punto di vista, di una società costituita da cittadini consapevoli e maturi4.»
Ah! c'erano anche 4 note che nel copia e incolla non sono venute... vabbè facciamo un lavoro per bene: ve le copio manualmente qui di seguito:
1. Indirettamente anche della libertà di pensiero temo: personalmente infatti la vedo come Sartori secondo il quale si finisce per non pensare ciò che non si può dire.
2. Chi beneficia del bene derivato da un obbligo lo considererà (giustamente da un punto di vista legale) dovuto e ciò non stimolerà nessun desiderio di emulazione. Al contrario chi beneficerà di un bene liberamente dato ne sarà interiormente toccato e, nei casi migliori, vi sarà la voglia di fare a propria volta del bene. In altre parole costringere al bene non solo non fa maturare la persona obbligata ma nemmeno colui che se ne avvantaggia.
3. Come per esempio accade nei sempre più frequenti disordini che colpiscono le città occidentali magari in occasione di significative interruzioni della corrente elettrica o simili sospensioni dell’usuale ordine della società.
4. Il cittadino libero vede nell’autorità un alleato che lo aiuta a raggiungere i propri obiettivi e che come tale deve essere a sua volta aiutato (non solo rispettando la legge ma andando oltre); il cittadino a libertà limitata vi vede invece un oppressore che ne ostacola direttamente la felicità, un avversario troppo forte per sfidarlo apertamente ma che è moralmente lecito tradire quando si ha l’opportunità di farlo impunemente.