«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Per contattarmi e istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo
4. Molti articoli di questo blog fanno riferimento a definizioni e concetti che ho enunciato nella mia Epitome gratuitamente scaricabile QUI. Tali riferimenti sono identificati da una “E” fra parentesi quadre e uno o più capitoli. Per esempio: ([E] 5.1 e 5.4)

lunedì 30 ottobre 2023

Video importante

Grande video del solito Berletic!
In questo caso passa al setaccio un documento scritto dal Brookings Institution nel 2009 che propone la strategia geopolitica che gli USA dovrebbero seguire per l’Iran.

Analogamente, lo stesso Berletic, aveva analizzato un documento (mi pare del 2004), sempre del Brookings Institution (mi pare), in cui veniva suggerita la strategia geopolitica contro la Russia e, in particolare, su come sfruttare l’Ucraina per provocare una guerra.
Questo per dire che questo “think tank” è decisamente ascoltato… e ovviamente non importa chi sia il presidente: si va da Obama, a Trump e, ovviamente, Biden (l’esecutore pasticcione).

Non entro nei dettagli (penso che ci scriverò un pezzo a parte) ma il succo è che gli USA vogliono una guerra con l’Iran ma hanno bisogno di un pretesto, di qualcosa che venga considerato un “attacco non provocato”. Si ipotizza anche l’idea di sfruttare Israele per provocare detto attacco o, addirittura una guerra a cui poi subentrerebbero gli USA.

Il video è questo: The 2009 US Plan for Iran War Sees New Opportunity in Israeli Gaza Ops Update on Ukraine dal canale The New Atlas

Come al solito Berletic fornisce i collegamenti a tutti i dati, compresi i documenti ufficiali del Brookings Institution (che non sono segreti ma disponibili sul loro sito).

Gaza e Ucraina - 31/10/2023
Era da tempo che la cercavo senza trovarla e così me la sono fatta da me: ho incollato il territorio della Striscia di Gaza su parte del territorio dell’Ucraina nella stessa scala.
Ecco qui:
PS: la Striscia di Gaza sarebbe quel rettangolino giallo con bordo arancione che ho sovrapposto, abbastanza a casaccio, in basso a destra...

Scherzetto alla Meloni - 1/11/2023
Mi sono imbattuto in questo cinguettio che riporta la conversazione telefonica fra un comico russo, che finge di essere il capo dell’Unione Africana, e la nostra Fotomodella Svedese: Meloni con Vovan & Lexus

Onestamente mi ha fatto una buona impressione: non ha detto stupidaggini, mi è parsa sincera e che abbia un’idea della situazione geopolitica, fa quello che può con i vincoli esterni e interni che ha. Decisamente pensavo peggio. E anche il suo inglese mi è parso più che dignitoso.
Ovviamente non sono d’accordo con tutto quello che dice però mi sembra che almeno abbia delle idee. Poi anche lei è stata prudente e non si è lasciata andare in dichiarazioni eclatanti come probabilmente sarebbe piaciuto al comico russo…

L’unica frase non in linea con la narrativa ufficiale è stata quando ha detto che la controffensiva ucraina non ha avuto i risultati sperati e che non cambierà il “destino del conflitto”. Indirettamente questo significa che anche in Europa si dà per scontato che l’Ucraina non possa vincere. Aggiunge poi che la guerra andrà avanti almeno un altro paio di anni: io invece credo che i tempi saranno più brevi e mi aspetto un crollo improvviso dell’esercito ucraino (*1).

Nota (*1): Una delle “mie” fonti osservava che il problema dei finanziamenti esteri all’Ucraina non è solo quando finiscono ma anche quando le autorità locali pensano che finiranno: in quel momento infatti i soldi (che ancora arrivano) smetteranno di essere distribuiti ai destinatari finali (per esempio come stipendio per i soldati) ma verranno intascati come “bonus d’uscita” dai vari alti papaveri ucraini...

Articolo paradossale - 1/11/2023
Incuriosito sono andato per la prima volta dopo settimane a dare un’occhiata all’Huffington Post per vedere se si parlava della telefonata della Meloni (sì).

Mi è così caduto l’occhio su questo articolo: Ci eravamo scordati una delle radici dell’Europa: l’antisemitismo di Marco Gervasoni.

Il sito mi ha avvisato che normalmente questo sarebbe un articolo a pagamento ma, per questa volta, me lo regalavano: e io scemo l’ho letto veramente!

Mi aspettavo che spiegasse le ragioni del riemergere dell’antisemitismo con la crisi della Striscia di Gaza ed ero curioso delle possibili argomentazioni.
Invece no: prima c’è una lunga introduzione generica sul fatto che l’antisemitismo non è mai morto e poi c’è il ricorso all’“Auctoritas” (v. Auctoritates, auctoritas e bifidus actiregularis), in questo caso quella dell’Adorno. Ma anche qui si dice che l’Adorno pensava che l’antisemitismo non fosse morto ma non si spiegano le sue argomentazioni.
Un articolo completamente inutile essendo privo di contenuto: solo asserzioni senza spiegazioni!

Per la cronaca la mia posizione è che essere contro la politica di Israele, e in particolare con i bombardamenti indiscriminati sulla Striscia di Gaza, non equivale a essere antisemiti. La dimostrazione è semplice: molti ebrei sono anch’essi contro l’attuale politica di Israele.

Augustus - 2/11/2023
Che tipo psicologico era Ottaviano Augusto?
Il solito sito inaffidabile che seguo lo dà come INTJ e, in alternativa, ISTJ.
Ovviamente giudicare una persona a millenni di distanza in base a pochi scritti è solo un gioco che, comunque, mi diverte…
Entrambe le classificazioni mi appaiono plausibili però, da quello che ho letto, opterei di più per ISTJ: Augusto era super tradizionalista… contemporaneamente però la sua fedeltà agli amici era più da INTJ…

Naturalmente buono

Ieri, leggendo Rogers, ho fatto una connessione imprevista.
Rogers spiegava di essersi reso conto, nel corso della sua carriera di terapeuta, che l’essenza umana è buona perché l’uomo è un animale sociale: questo però è in contrasto con la psicologia di Freud in cui l’uomo ha tendenze innate distruttive che deve tenere a freno per vivere con i propri simili (proprio la frustrazione provocata dal super-io porta alle nevrosi). Altro elemento di contrasto è la religione e, in particolare, il cristianesimo protestante secondo cui l’essenza umana è naturalmente peccaminosa e solo grazie all’intervento divino l’uomo può evitare di peccare.

Questo mi ha fatto tornare in mente “Il cotone è re” in cui, “per migliorare la razza nera”, e per combattere la criminalità che anche gli abolizionisti, statistiche alla mano, vedevano associata agli schiavi liberati, si pensa che il problema sia di “istruzione” che va a coincidere poi con lo studio della Bibbia.
Ecco spiegata l’idea (che a me suonava un po’ strana) di mandare missionari in Africa: l’immoralità (che porta al crimine) delle popolazioni di origine africana non è vista tanto come un fenomeno razziale (per cui l’istruzione religiosa sarebbe solo una debole patina protettiva) ma sarebbe connaturata a tutti gli uomini.
Insomma l’idea dei missionari, in questa prospettiva, sarebbe molto meno razzista di quanto avevo percepito in prima lettura.

Di fondo rimane l’equivoco che, in genere, l’uomo commetta reati per malizia invece che per semplice necessità.
Io infatti, come Socrate, penso che la natura umana sia fondamentalmente buona e che il reato sia un errore di calcolo/ragionamento provocato dalla necessità. In altre parole credo che gli uomini nascano buoni e che poi possano divenire cattivi solo grazie alle singole esperienze di vita.

Ricordo che ne parlai con un’amica giudice e secondo lei invece, considerando la natura di molti crimini, alcuni uomini sono proprio cattivi. Suppongo cioè che, avendo la scelta fra compiere un’azione giusta e una sbagliata, scelgano volutamente la seconda. Che dire? Secondo me bisognerebbe valutare l’intera storia della persona per capire se essa sia sempre stata cattiva o no. Ovviamente sto parlando del giudizio morale non di quello legale!

Io credo che l’argomento che l’uomo sia un animale sociale sia molto forte. L’animale sociale che lede la propria società ne è espulso e difficilmente sopravvive al suo esterno: così non può trasmettere i propri geni “antisociali”. Ciò vale anche per l’uomo.
Piuttosto il vero problema è che la complessità della società moderna, con le sue interrelazioni in tutto il mondo, ha di gran lunga sopravanzato la semplicità della moralità umana naturale.
Quello che voglio dire è che l’uomo ha comportamenti istintivamente sociali con le persone che stanno immediatamente intorno a lui ma ciò diviene più difficile via via che ci si allontani dal contatto diretto con le altre persone: la persona di fronte a noi è reale e concreta, quella che vive in un’altra nazione è solo una vaga idea.
Il dirigente che mette in vendita un prodotto che sa essere potenzialmente più dannoso che utile riesce a farlo perché poi non vivrà a stretto contatto con le persone che ha indirettamente danneggiato: non intendo dire che queste lo lincerebbero se lo ritenessero colpevole, immaginatevi per esempio che fosse invisibile, è che proprio la conferma visiva di aver provocato tanto male alla società lo distruggerebbe.
Invece la distanza sociale, garantita dalla ricchezza, permette di evitare il confronto diretto con la propria coscienza.

Conclusione: vabbè, argomento complesso su cui credo sia impossibile giungere a giudizi definitivi e certi.

domenica 29 ottobre 2023

Trotsky mi ricalca

Sono in una fase di insonnia acuta: sono andato a letto a 00:30 e mi sono svegliato alle 3:30. Poi ho finito di leggere il terzo libro di Erikson, ho preso una camomilla, visto un po’ di Primevideo e ascoltato un po’ dei canali YouTube più noiosi: niente… non ho più chiuso occhio. Adesso sono le 8:00 e proverò a scrivere un pezzo mediamente impegnativo…

Ecco: ho appena fatto uno sbadiglio!

Ho appena terminato di scrivere questo pezzo: mi sono reso conto che è molto autoreferenziale. In pratica Trotsky descrive la burocrazia sovietica e io sottolineo come la gran parte del sottocapitolo ricalchi degli aspetti della mia teoria (molto più generale). Insomma il senso di questo pezzo è “quanto è bella la mia teoria” mescolato a un po’ di autocompiacimento: per questo motivo ho messo all'articolo il marcatore “Peso”...

Ieri ho letto il sottocapitolo “The social physiognomy of the ruling stratus” de “La rivoluzione tradita” di Trotsky: l’ho letto ieri ma non ho voglia di sforzarmi di ricordare e mi baserò solo sulle mie note…

Con lo “strato che comanda” Trotsky non intende i vertici politici ma l’apparato burocratico: fermo restando che la burocrazia va a sovrapporsi col potere politico dato che ogni fabbrica, ogni fattoria, ha il responsabile burocratico che risponde solo ai suoi superiori, risalendo, fino ad arrivare ai politici.
Ma, osserva Trotsky, nella letteratura sovietica la burocrazia non è considerata come un corpo a sé stante ma come uno strumento astratto con qualche difetto di funzionamento.
Scrive infatti: «Nella letteratura politica sovietica spesso si incontra l’accusa di “burocratismo” come un’abitudine cattiva di pensiero o metodo di lavoro.» (*1)
Ma la burocrazia è invece qualcosa di concreto e umano: «Ma ciò che non puoi mai incontrare da nessuna parte è un’indagine sulla burocrazia come strato che comanda – i suoi numeri e struttura, la sua carne e sangue, i suoi privilegi e appetiti, e la fetta di ricchezza nazionale che ingoia.» (*1)

Tutto questo per evidenziare che Trotsky, correttamente, sembra applicare la mia definizione di gruppo ([E] 3, “La società riflessa”): ovvero persone che, a uno specifico livello di dettaglio ([E] 4.3, “La relatività del potere”), hanno lo stesso ruolo e svolgono le stesse funzioni. E tutti i gruppi sono poteri ([E] 4, “I poteri”), più o meno forti, ma che comunque seguono le regole del potere: in particolare avranno i propri obiettivi e cercheranno di preservare o meglio ancora incrementare la propria forza.

Mi pare che questi pochi paragrafi evidenzino bene la potenza della mia teoria: come essa sia applicabile, o almeno adattabile, con facilità a ogni livello di dettaglio. Ciò che gli scrittori sovietici (forse volontariamente) non vedevano, ciò che per Trotsky è un caso speciale da analizzare nei suoi dettagli, è invece la norma per la mia teoria: non ho bisogno di spiegare come e perché un potere abbia i suoi basilari “appetiti” ma posso, per esempio, concentrarmi solo sulle inevitabili peculiarità determinate dalla specifica complessione della società ([E] 3.3, “I gruppi e la dinamica dei protomiti sociali”).

Per esempio, varie pagine dopo, Trotsky si indigna perché: «[…] la burocrazia dei sindacati riceve dalla burocrazia industriale, in segno di amicizia, immensi doni di denaro, appartamenti, mezzi di trasporto etc.» (*2)
Questo è ovvio nella mia teoria: è la legge del confronto ([E] 5.6) i parapoteri, come evidentemente erano le diverse burocrazie sovietiche, collabora preferenzialmente con altri parapoteri: e i regali non erano “segni di amicizia” ma più propriamente scambi di favori nella forma di uso diretto della propria specifica forza.

Forse la parte più interessante è la duplice natura della burocrazia: da una parte obbedisce al potere politico (e quindi sarebbe subordinata) ma a un altro livello di dettaglio stabilisce e gestisce i beni pubblici (e qui appare come un potere autonomo).
In particolare in una nota di [E] 14.1, “Le tendenze storiche”, scrivo: «La burocrazia di uno Stato può essere vista come un gruppo/potere un po' particolare: per certi versi è aperto (perché molto numeroso) per altri chiuso (perché i suoi membri, come rappresentanti dello Stato, si pongono in contrasto con il resto della popolazione); contemporaneamente è anche sia subordinato (perché ogni singolo membro deve seguire le procedure prescritte) che autonomo (perché la burocrazia ha, almeno parzialmente, il potere di creare nuove procedure: questo grazie al fatto che molti dei suoi tautomiti sono interni). La legge della crescita ci dice che ogni potere cerca di aumentare la propria forza e la burocrazia non fa eccezione: per quanto detto essa ha la peculiare capacità di poter aumentare la propria forza semplicemente creandosi nuovi compiti ovvero creando ulteriore burocrazia. Questo aumento di forza sarà, in genere ma non solo, a danno dei più deboli: i singoli cittadini o le piccole aziende. In ultima analisi la crescita di forza della burocrazia avviene ai danni della libertà delle persone costrette a un numero sempre maggiore di obblighi e procedure capziose. Diversamente le grandi aziende possono gestire più facilmente la burocrazia e anzi, grazie ai buoni rapporti col potere politico, possono talvolta addirittura avvantaggiarsene. Qualsiasi ideologia dovrebbe tener conto di questo problema intrinseco di ogni burocrazia limitandone al massimo l'autonomia (nella capacità, strettamente legata al controllo dei tautomiti, di creare nuova burocrazia) e salvaguardando le libertà dell'individuo (facendo in modo che siano rarissimi i casi in cui sia lecito imporgli qualcosa).»
In questa nota mi riferisco alla burocrazia in generale, non specificatamente a quella sovietica, che evidentemente aveva evidentemente più potere, ma anche a essa.

Alla fine Trotsky ripete, applicandoli alla burocrazia sovietica, vari aspetti della mia teoria sulle caratteristiche di qualsiasi potere.
La parte “nuova”, quella che dipende cioè dalla particolare complessione sociale sovietica, per capirci il punto da dove sarei partito io per spiegare la “burocrazia sovietica”, è che essa finisce per rivestire il ruolo che nel capitalismo è della piccola e grande borghesia (in base al livello di importanza del singolo burocrate). Poi avrei evidenziato l’autonomia maggiore (perché va a sovrapporsi alla diretta gestione dei beni pubblici) rispetto alle burocrazie occidentali.
E, infine, avrei speculato sul suo livello di coesione ([E] 3.6, “La coesione di un gruppo”) che, da quanto letto, mi pare basso: ma di questo aspetto Trotsky non parla, lo desumo io dalle sue spiegazioni…

Conclusione: beh, visto che nessuno apprezza la mia opera, ogni tanto lasciatelo fare a me!

Nota (*1):  tradotto al volo da “The revolution betrayed and Other Works” di Leon Trotsky, (E.) Graphyco, 2021, trad. Max Eastman, pag. 104.
Nota (*2): ibidem, pag. 109.

sabato 28 ottobre 2023

Due librucci

Solo un piccolo aggiornamento sui libri che sto leggendo, quelli leggeri intendo…

Il peggiore libro di fantascienza che abbia mai provato a leggere ha avuto uno spasmo di significato: poi magari non si risolverà in niente però c’è una vaga speranza di interesse.
Qualche giorno fa ho scoperto che l’autrice ha basato il suo romanzo su un proprio racconto breve che aveva vinto il premio Hugo o Nebula (!). Ora ho la sensazione che queste 150 pagine totalmente inutili e noiosissime fossero un’aggiunta per preparare lo sfondo dell’idea veramente interessante che, ipotizzo, fosse alla base del racconto vincente.
In un racconto breve l’inconsistenza dell’ambientazione l’avrei tollerata: avrei dato per scontato che vi fossero delle giustificazioni, a cui non ero in grado di pensare, per spiegare il tutto. Il problema è quando scrivi 150 pagina per spiegare l’ambientazione e, invece di renderla verosimile, ne dimostri la totale implausibilità!
A questo aggiungiamo che non c’erano elementi che rendessero interessante questa lunga introduzione…

Intendiamoci: le pagine promettenti che ho letto saranno le ultime cinque! Però, essendo piuttosto fantasioso, ho delle ragionevoli idee sulle loro potenzialità: poi magari semplicemente questa autrice non fa per me e il romanzo proseguirà in una direzione priva di interesse…

L’altro libro che sto leggendo è “Memories of ice”, il terzo libro della serie sull’impero Malaziano di Erikson.
In passato avevo scritto un pezzo sul primo volume, I giardini della luna, trovandovi molti difetti di fondo e qualche pregio: un libro che mi aveva lasciato un retrogusto cattivo in bocca ma che tutto sommato, sul momento, avevo letto volentieri. Alla fine su Goodreads.com gli ho dato 3 stelline su 5 (avendo in mente un 6 su 10).

Il secondo libro ha gli stessi difetti di fondo del primo, qualche piccolo miglioramento, ma la storia di per sé è poco interessante.
Uno dei difetti del primo libro erano, a mio avviso, i troppi personaggi: nel secondo ne segue solo metà… solo che sono quelli meno interessanti. Ovviamente ne inserisce anche molti nuovi ma nessuno particolarmente valido o unico. La trama è poi noiosa e, come al solito, poco credibile.

Il terzo libro ha il pregio di seguire le avventure dell’altra metà di personaggi e, questa volta, sono i migliori e già questo è un grosso vantaggio. Come al solito aggiunge anche nuovi personaggi ma stavolta sono validi. La trama continua ad avere poco senso ma avendo investito emotivamente nei personaggi si è automaticamente interessati al loro destino.
Nel complesso questo volume sembrava il migliore di quelli letti ma, dalla seconda metà, la trama raggiunge un livello di irrazionalità che non ha senso: questo autore non può essere un INTJ!

Provo a spiegare il problema: abbiamo l’alleanza dei buoni che deve distruggere l’esercito cattivo arroccato in una città lontana.
L’alleanza dei buoni è costituita da varie forze ma principalmente ci sono due schieramenti che nel primo libro si combattevano fra loro prima di allearsi per sconfiggere il nemico comune (*1). Una schiera è quella dell’impero Malaziano, organizzata come una legione romana ma senza personaggi super potenti; l’altro schieramento ha invece almeno due personaggi che in pratica sono delle semidivinità, 2 o 3 draghi, una schiera di pseudo elfi immortali, una fortezza volante grande come una montagna etc. Come nel primo libro queste forze fossero in equilibrio è un altro mistero (*1)!
Comunque per procedere verso la città obiettivo finale decidono di procedere per strade separate (*1). Senza alcun motivo l’autore inizia a scrivere che i due schieramenti non si fidano più fra loro, vabbè…
L'attacco finale alla città nemica prende poi la seguente forma: senza motivo i due schieramenti procedano a tappe forzate verso Coral (la città famigerata) creando però sfiducia fra di loro (*1). La fortezza volante e la semidivinità che la comanda sparisce (*1): nemmeno la sua schiera ne conosce il motivo e dove sia, neppure il suo braccio destro (*1).
La schiera dell’impero malaziano si divide in due: una prima parte attaccherà a sorpresa Coral con la speranza che la seconda arrivi in tempo (*1). La seconda metà procede a marce forzate ma ha bisogno che l’altra schiera arrivi a sua volta in tempo altrimenti tutto sarà comunque perduto (*1).
Inutile dire che i buoni arrivano alla spicciolata e si ha un massacro di personaggi che si battano con grande coraggio ma in situazione di grande inferiorità.
Ah! la fortezza volante si era nascosta nell’acqua e ne esce fuori all’ultimo momento per speronare la fortezza nemica: peccato che essendosi immersa nel mare anche la fortezza volante è condannata. C’era motivo per farlo e soprattutto non dire niente neanche agli alleati più fidati? Assolutamente no!

Oltretutto il “piano” originario era quello sensato di far ricongiungere le due schiere e procedere così all’attacco della città con tutte le forze contemporaneamente: perché non è stato seguito?
Non c’è motivo: solo un vago accenno alla “sfiducia” reciproca fra le due schiere…

Che poi capisco che in questa maniera la battaglia finale è più drammatica ed emozionante ma allora trova un motivo concreto per non far arrivare le varie forze contemporaneamente: ci sarebbero state migliaia di possibilità! Un attacco a sorpresa del nemico, un tradimento, qualche imprevisto imprevedibile… invece no: senza motivo i grandi “strateghi” malaziani decidono di distruggere inutilmente il proprio esercito e di rischiare di perdere la guerra…

A questo punto prevedo di dare 2 stelline su 5 su GoodReads.com: non 1 perché comunque, almeno la prima parte, si legge bene. Poi l’autore ha anche una caterva di buone idee solo che, dal mio punto di vista, le spreca malamente con trame poco credibili.

A parte i soliti problemi di fondo ho iniziato a notare altre due problematiche stilistiche:
1. le aggiunte a posteriori che vanno a cambiare quanto accaduto nel primo libro: “sembrava XXX ma invece era YYY perché…”. Una variante del deus ex machina per far tornare la trama ma chiaramente lo trovo un trucco spiacevole soprattutto se, come in questo caso, è abusato.
È chiaro che Erikson non aveva le idee chiare sulla trama dei suoi libri fin dall’inizio e costantemente rimodella personaggi ed eventi passati per adattarli al bisogno del momento…
2. credo che per precisa scelta stilistica le caratteristiche somatiche dei diversi personaggi sono ignorate totalmente: non si sa l’aspetto preciso nemmeno dei protagonisti principali. Penserò male ma secondo me l’autore aveva già in mente di vendere i diritti della sua opera al cinema e voleva lasciare libertà di inserire qualsiasi attore in qualsiasi ruolo. Non vi vedo altro motivo.
Una conseguenza negativa di questa scelta è che i vari personaggi secondari non si distinguono fra loro: sono tutti troppo simili, hanno solo il nome che li contraddistingue. Nella battaglia finale ne muoiono tanti ma in realtà non si sa bene chi siano!

Conclusione: mentre scrivevo questo pezzo ascoltavo Asmongold. Ha detto una frase molto saggia: “Non si può far cambiare idea a una persona con la logica se questa ha raggiunto la sua posizione attuale senza usare la logica”. Io tempo fa, nel pezzo Persuasione 2, scrissi qualcosa di simile: la persuasione con la logica è usabile solo con persone logiche e non su quelle emotive. Scrissi: «La maggior parte delle persone poi sono comunque scarsamente logiche: con difficoltà capiscono numeri e ragionamenti che non siano sequenziali, spesso non sono neppure in grado di seguire una catena di ragionamenti, dimenticano le ipotesi iniziali e che erano d’accordo a ogni singolo passaggio e, alla fine, sospettano di essere stati raggirati da un qualche paralogismo.»
Ovviamente il mio pezzo è molto articolato (per esempio parlo di “passione” piuttosto che di logica: anche la persona logica su alcune questioni può essere passionale) ma la frase di Asmongold mi piace perché è molto semplice e diretta.

Nota (*1): già questa idea è una forzatura della trama ma ci passo sopra...

venerdì 27 ottobre 2023

Sul conflitto Israele-Gaza

È da giorni che non scrivo della situazione in Israele-Gaza. Il motivo è che non ci sono molte novità: diciamo che, piuttosto, inizia un po' a posarsi la polvere ed è più chiara la posizione dei vari paesi della regione e non solo.

Cerchiamo di procedere con ordine.

- Israele sapeva dell’attacco? Sembra che i servizi segreti egiziani avessero informato dell’attacco. Altre fonti danno invece Netanyahu come un politico pronto a tutto per salvare il proprio potere se non addirittura la propria libertà (probabilmente sarebbe stato processato)…
La mia SENSAZIONE è che qualche notizia dell’attacco fosse probabilmente arrivata anche ai servizi segreti israeliani ma che questi ne abbiano di gran lunga sottovalutato la portata: ormai si sa che la politica di Israele verso Gaza, e sui palestinesi in generale, è quella di espellerli dal paese e di appropriarsi di tutte le loro terre: con le buone o, più spesso, con le cattive.
Suppongo quindi che l’idea fosse quella di sfruttare un “piccolo” attacco di Hamas per giustificare un’azione repressiva su Gaza.
Il problema è stato che l’attacco si è rivelato essere di uno o due ordini di grandezza più grave del previsto con gli esiti che conosciamo.

Sempre secondo la mia precedente ipotesi Netanyahu avrebbe annunciato automaticamente, senza cioè riflettere bene sulla situazione delle forze in campo (e in particolare sottovalutando le capacità militari di Hamas), l’invasione di Gaza.
Inizialmente prevista dopo due-tre giorni di bombardamenti l’offensiva terrestre ancora non è cominciata. Alcuni dicono che sono gli USA, che ancora stanno inviando le proprie forze in loco, a chiedere a Tel Aviv di posporre l’attacco; secondo me invece adesso ci si rende conto che l’attacco terrestre non sarebbe una passeggiata: continuare l’attacco a distanza invece persegue l’obiettivo di lungo termine di scacciare la popolazione palestinese dalla loro terre.
Lo stesso Netanyahu (o forse un generale, non sono sicuro) ha infatti cominciato a dire che la guerra a Gaza potrebbe durare anche anni.
Ci sarebbe da chiedersi dell’efficacia dei bombardamenti contro i guerriglieri di Hamas: non sono un militare quindi prendete le mie parole con sano scetticismo, ma ricordo bene un video di Barbero sulla prima guerra mondiale. Nel video spiegava che lungo le trincee fra Austria e Italia, prima degli attacchi, i bombardamenti sulle posizioni avversarie duravano giorni (e col tempo divennero sempre più lunghi): in questi casi però l’avversario semplicemente se ne stava nascosto in luoghi sicuri da cui usciva solo a bombardamento finito.
In altre parole la mia SENSAZIONE è che i bombardamenti con l’artiglieria e l’aviazione abbiano ugualmente scarso effetto contro i militanti di Hamas: come già spiegato comunque l’altro intento di Israele nel lungo termine, rimuovere la popolazione civile dalla regione, è facilitato col distruggere tutte le infrastrutture e le residenze civili.

- La posizione dell’Iran è chiara: pieno sostegno ad Hamas e minaccia di intervento diretto contro Israele in caso di offensiva terrestre. E l’Iran è decisamente forte: i suoi missili balistici e i suoi droni sono molto temuti.
Non siamo più negli anni ‘90 in cui gli USA avrebbero potuto distruggere l’intero paese senza difficoltà. Alcuni poi vedono in alcune mosse russe nel mar Nero un messaggio di supporto all’Iran e di minaccia agli USA: i missili ipersonici dei caccia russi potrebbero infatti affondare senza troppa difficoltà le navi, portaerei comprese, statunitensi perché non possono essere intercettati.
A me però SEMBRA strano che Putin, che sta facendo i salti mortali per evitare il precipitare dello scontro con l’occidente in Ucraina, sia disposto ad attaccare direttamente gli USA per la guerra fra Israele e Gaza: insomma forse è un segnale di supporto ma solo quello…
C’è poi da dire che, molto probabilmente, Russia e Cina non starebbero a guardare in caso di attacco massiccio all’Iran loro alleato (ormai è entrato nei BRICS) ma come interverrebbero è difficile dirlo.

- Il governo egiziano è filo occidentale ma la popolazione è di gran lunga molto più filo-palestinese: del resto vi sono in Egitto milioni di profughi (e loro discendenti!). Probabilmente il governo egiziano sarebbe ben lieto di tenersi fuori da questo pasticcio con le pressioni USA che spingono in una direzione e la popolazione in quella opposta.
Il problema è che l’Egitto condivide l’unico varco che non dà su Israele di Gaza: sembra che gli USA abbiano chiesto all’Egitto di far entrare i profughi palestinesi nel paese, perseguendo così l’obiettivo israeliano di lungo termine di scacciare la popolazione civile da quel territorio e, per lo stesso motivo, Il Cairo esita a farlo.
Di nuovo probabilmente qui l’obiettivo di Israele è quello di rendere la situazione umanitaria talmente insostenibile da forzare l’Egitto ad accogliere i profughi palestinesi per non lasciarli morire di stenti: ovviamente questo “salvando la faccia” permettendo degli aiuti irrisori (come una dozzina di camion di farmaci e altri beni di prima necessità) che possono solo prolungare l’agonia del popolo palestinese senza però concedergli un vero sollievo.

- La situazione degli altri paesi arabi della regione è simile: la popolazione è fortemente a favore dei palestinesi ma i governi locali sono titubanti a seguirne la volontà.
In passato, con gli USA forti, non ci sarebbe stata storia: difficilmente i paesi arabi avrebbero osato andare oltre qualche parola di condanna nei confronti di Israele. Ma adesso, con Capitan Babbeo alla guida di una potenza comunque in declino, la situazione è diversa. Giorni fa il re del Marocco ha rifiutato di accogliere per un incontro Biden che stava volando in Israele: successivamente (non ricordo più dove ho visto il video) non ha risparmiato parole durissime.

- Cosa più importante gli USA sembrano incerti su cosa fare: ovviamente a parole vi è il massimo sostegno a Israele (compresi i repubblicani, Trump e perfino Sanders), di sicuro i neo conservatori vorrebbero altra guerra… ma ci sono anche legittimi scetticismi: è possibile che gli USA che non sono riusciti a sconfiggere i talebani in Afghanistan possono vincere contro Cina, Russia e Iran contemporaneamente come sembrano pensare alcuni “falchi”?
Già Zelensky si lamenta di non ricevere più sufficienti aiuti e munizioni.
E sapete i famosi proiettili per i cannoni da 155mm? Il loro costo è passato al pezzo da 2000€ a quasi 3500: un buon 75% di aumento, grandi affari per chi guadagna dalla guerra: capite perché c’è chi la vuole? “E che sarà mai questo costo!” qualcuno potrebbe dire: beh, facciamo un rapido calcolo: 3500€ (costo unitario) * 5000 (proiettili di artiglieria sparati giornalmente da Kiev) * 365 (giorni in un anno) = 6.230.000.000€ ovvero circa 6 miliardi di euro all’anno solo per questo tipo di munizioni...
In questo caso la mia SENSAZIONE, considerando com’è andata in Ucraina, è che opteranno per la guerra.

- E le colonie europee? Ovviamente obbediscono pedissequamente a Capitan Babbeo: la Baronessa Tedesca ha già giurato eterna e assoluta fedeltà a Israele tanto da essere ripresa da vari ministri UE (in teoria lei dovrebbe essere la voce della commissione, ovvero riportare e attuare quanto deciso dai vari governi europei, non stabilirne personalmente la politica) per il suo eccessivo zelo.
Anche qui i governi sono tutti acriticamente a favore di Israele e di qualsiasi azione voglia intraprendere: niente di nuovo qui. La popolazione europea è leggermente meno indolente e ci sono state varie manifestazione a favore dei palestinesi in tutto il continente, le maggiori a Londra e a Parigi. E questo nonostante che nel “giardino di libertà” che è l’Europa si siano vietate le manifestazioni a favore dei palestinesi (beh, formalmente quelle a favore di Hamas ma la volontà è ovviamente quella di scoraggiarle tutte).
Dalla libera UE non mi aspetto niente: spero solo che i nostri mediocri politici abbiano imparato la lezione dell’Ucraina e non si lascino quindi trascinare in qualche altra disastrosa iniziativa ideate dai badanti di Capitan Babbeo...

- L'unica vera novità è l’atteggiamento della Turchia che, ricordiamolo, dopo l’Ucraina (e ovviamente gli USA) ha l’esercito più forte della NATO.
Inizialmente aveva condannato Hamas e cercato di mediare ma era stata sostanzialmente ignorata da Israele e USA.
Adesso la sua posizione si è notevolmente irrigidita. Riporto qui le parole di Erdogan: «L'attacco di Israele a Gaza, sia in termini di chi li effettua e in termini di chi li supporta, sono indice di intenti sia assassini che di malattia mentale. Noi non abbiamo problemi con lo stato di Israele ma non abbiamo mai approvato e mai approveremo la crudeltà e le modalità con cui sta agendo: come un'organizzazione [terroristica?] invece che uno stato.
In questo quadro, le lacrime delle potenze occidentali per Israele, mentre contemporaneamente si chiudono gli occhi sulle crudeltà in Gaza, non sono altro che il più grande esempio di inganno. Hamas non è un'organizzazione terroristica ma un gruppo di liberazione, un gruppo di "Mujahhdeen" che combatte per proteggere le proprie terre e i propri concittadini.» (v. il video Col. Douglas Macgregor: How ill-equipped is the US for two wars? dal canale Judge Napolitano – Judging Freedom)
Segue un nuovo appello alla pace e a una tregua da ambo le parti.
Da notare il cambiamento di prospettiva su Hamas. Erdogan ha fatto poi chiaramente intendere che anche la Turchia è pronta a intervenire nel conflitto. Come se non bastasse il Pakistan si è offerto di donargli qualche bomba nucleare come strumento di dissuasione contro Israele affinché non usi le sue contro Ankara.
Che dire? Come ho scritto questa estate Erdogan sta facendo il gioco che avrebbe dovuto fare l’Europa se avessimo avuto dei politici capaci: ovvero si barcamena fra USA e Russia per ottenere il massimo da entrambi invece che obbedire ed essere sfruttata da una sola di queste. Questa estate aveva fatto lo “sgarbo” alla Russia ora dovrebbe essere il turno degli USA.
Ma qui è in gioco qualcosa di ancora più profondo: gli equilibri della regione e del mondo intero.
Perché le nazioni che hanno ancora un po’ di autonomia dovrebbero schierarsi con gli USA visto come Washington tratta i suoi “presunti” alleati: qualcuno si ricorda ancora del gasdotto Nord Stream?
Quello che voglio dire è che non escludo che Erdogan possa fare un passo significativo (altro che lo sgarbo insomma) e questo sposterebbe tutti gli equilibri della regione.

- Il nodo della questione sarà l’attacco via terra a Gaza: allora vedremo la reazione di Iran e Turchia che, come detto, a catena potrebbero trascinarsi dietro buona parte del mondo arabo col concreto pericolo di un allargamento in guerra mondiale.
Da un punto di vista militare poi sarà interessante vedere come se la caveranno le forze israeliane (forse coadiuvate da quelle statunitensi): l’esperienza ucraina, ma in genere di tutte le moderne guerre combattute in ambienti urbani, si sono dimostrate estremamente dispendiose in termini di uomini e mezzi per la parte che attacca. Ma ora Israele, dopo aver fatto prematuramente la voce grossa, non può tirarsi indietro senza perdere la faccia: sicuramente se lo aspettano gli elettori di Netanyahu e lui non può permettersi di deluderli.

Insomma la situazione è molto incerta e, soprattutto, molto pericolosa: il rischio non è tanto un allargamento locale del conflitto (che comunque farebbe schizzare in alto il costo dell’energia in occidente… ma non in Russia e Cina) quanto una guerra mondiale vera e propria.
Probabilmente in questa situazione un normale presidente degli USA riuscirebbe a tenere a freno Israele e cercherebbe di riportare la calma… ma noi abbiamo Capitan Babbeo che forse non sa nemmeno il giorno della settimana (*1)...

Vale poi la pena sottolineare un’osservazione interessante che ho letto sui siti di UUiC (v. Spaccato – 2: la sovrappopolazione) e di Marco Poli (v. ISR→PSE/1 – Persecuzioni e progressione demografica di Israele).
In pratica la popolazione di Israele dal 2000 a oggi è quasi raddoppiata passando da circa 6 milioni a circa 10: in altre parole la pressione demografica sarebbe un elemento che amplifica le tensioni fra le due popolazioni che competono per gli stessi spazi e risorse limitate.
Io credo che indubbiamente questo possa essere un fattore, soprattutto per i palestinesi di Gaza costretti a vivere in una prigione a cielo aperto, ma non credo che sia quello determinante.
Il fatto è che la politica israeliana mi sembra sia sempre la solita sicuramente dagli anni ‘80-’90 ma, probabilmente, da ancora più tempo (non ne conosco troppo bene la storia e quindi non mi sbilancio) indipendentemente dalla densità della sua popolazione.
Resta il fatto che la teoria malthusiana sempre ben presente fino all’inizio del secolo XX, e temporaneamente dimenticata nell’opulenza occidentale seguita alla seconda guerra mondiale, in questo inizio (abbondante) di XXI secolo deve tornare a essere considerata in ogni analisi seria di geopolitica.

Conclusione: come spiegato la vera grande incognita è la Turchia: mi aspetto importanti concessioni da parte degli USA per cercare di tenerla buona ma non sono sicuro che saranno sufficienti...

Nota (*1): breve inciso: mi è capitato di vedere molti video di Biden e ho notato che, anche quando riesce a leggere il discorso che gli hanno preparato senza errori evidenti, il suo linguaggio del corpo, l’espressione del volto, l’intonazione delle parole, lo sguardo vacuo etc. danno la sensazione che non sappia quello che dice.

giovedì 26 ottobre 2023

Lo scaffale TV-A2

Finalmente ho ripreso la catalogazione dei miei libri: questa mandata sono essenzialmente di mio zio Gip. E sono di argomento “strano”: io per semplicità li ho catalogati come “Spiritualità” ma in realtà c’è anche misticismo ed esoterismo.
Davvero fa riflettere che mio zio comprasse libri così strani: che poi li leggeva anche… come tutti ne comprava di più di quanti ne leggesse ma, a occhio, un buon 75% sembra letto. Difficile dire perché, come me, stava molto attento a non sciupare i libri che leggeva ma osservando la costola (si chiama così?) talvolta si riesce a capire se un libro è stato letto…

Di seguito la lista completa dello scaffale. Ovviamente ci sono anche libri “intrusi” come i dizionari e altro ma, insomma, scorrendo i titoli è facile farsi un’idea del genere!

Il gattopardo
Moby Dick o la balena
Lezioni sulla massoneria
Grandi iniziati
Manuale dei Tarocchi
Il culto di Priapo
La mia battaglia
La pancia degli italiani
La badessa di Castro
Storia della letteratura italiana vol. 2
L’interpretazione dei sogni
Dizionario etimologico
Storia occulta
Il re deve morire
Il libro tibetano dei morti
Il prossimo futuro
Corso superiore di filosofia yoga ed occultismo orientale
I King
Il ramo d’oro
Dizionario latino
Dizionario inglese Garzanti
Vocabolario Zingarelli
Pico della Mirandola, la vita e il pensiero
I misteri dell’antico Egitto
Râja Yoga
Il numero sette
Iniziazione alla kabbala Ebraica
Le profezie di Mago Merlino
Esoterismo cristiano
Il Taoismo
Religione dionisiaca
Le nuove stanze
La morte e l’aldilà nel mondo pagano
Studi sull’induismo
Dei e diavoli nel paganesimo morente
Sufismo e mistica islamica
Gli incontri
La tradizione pitagorica massonica
Occultismo e filosofia
Rosa-Croce
Studi sulla massoneria
Il libro completo dei rituali massonici
Il simbolismo ermetico nella vita di Cristo
Religione delfica
L’Anticristo
Bestie uomini e dei
Pensieri sull’esoterismo
Le favole egizie e greche
Considerazioni sulla via iniziatica
Impronte degli dei
Il commodoro Hornblower
Epica e romanzo nel medioevo persiano
I legami pericolosi
Guglielmo Tell
Il novellino
I mistici dell’occidente II
I mistici dell’occidente III
I nostri antenati
Le 48 leggi del potere
Platone e l’atlantide
La sacerdotessa di Iside
Bhagauad gĩtã
L’inferno e le sue pene
Lo gnosticismo

Per divertimento chiedo ai miei lettori di scegliere per me un libro da leggere fra quelli qui elencati!

Dalla lista vanno esclusi:
- Il gattopardo → ho visto la pellicola!
- Moby Dick o la balena → Letto…
- Manuale dei Tarocchi → Letto (questo era di mia mamma oppure è un doppione)
- L’interpretazione dei sogni → Letto
- Storia della letteratura italiana vol. 2 → è un seguito… (e poi non mi interessa per niente!)
- Dizionario etimologico → è un dizionario…
- Dizionario latino → è un dizionario…
- Dizionario inglese Garzanti → è un dizionario…
- Vocabolario Zingarelli → è un dizionario…
- Il ramo d’oro → Letto
- Rosa-Croce → Letto (incomprensibile)
- I legami pericolosi → Letto
- Guglielmo Tell → Letto
- Il novellino → Letto
- I mistici dell’occidente II → è un seguito…
- I mistici dell’occidente III → è un seguito…
- Le 48 leggi del potere → lo iniziai a leggere anni fa e ne rimasi deluso: fu comunque lo stimolo che mi portò a scrivere le basi di quello che diventò poi il capitolo 5 della mia Epitome: “Le leggi del potere”

Scegliete bene mi raccomando!
Cercate di evitarmi libri troppo lunghi o banali romanzi… Grazie!

Conclusione: speriamo che qualcuno proponga qualcosa (basta commentare questo pezzo)...

mercoledì 25 ottobre 2023

Cesare e il cotone

Terminato il “Secolo breve” di Hobsbawm avrei potuto iniziare subito il suo precedente “L’età degli imperi” ma ho preferito darmi un minimo di intervallo. Così ho iniziato a leggere il mio acquisto da 3€, “Le vite di dodici cesari” di Svetonio.

La prima vita descritta è ovviamente quella di Giulio Cesare ed è stato sconcertante il cambio di prospettiva con l’immagine che appariva dall’autobiografico “La guerra gallica”.
Nella “Guerra gallica” avevo avuto la sensazione di capire in profondità il personaggio ma ci sono delle evidenti incompatibilità con quanto descritto da Svetonio. Il “Cesare” che avevo capito io non avrebbe fatto quello che racconta Svetonio.

Essendo una sensazione non è facile definirne i particolari: diciamo che nella biografia di Svetonio appare chiaro che Cesare fosse fin da giovane interessato a raggiungere il massimo potere possibile e che per ottenerlo fosse disposto a molto se non a tutto. Di sicuro non lesinava il denaro per comprarsi il sostegno di popolo, esercito e potenti. Le enormi ricchezze ottenute dalla conquista della Gallia dovettero essere tutte reinvestite in quella che oggi chiameremo “pubblicità” e “marketing”!
Addirittura secondo alcuni contemporanei citati da Svetonio (Pompeo mi sembra) uno dei motivi della guerra civile fu che Cesare si rese conto di non essere in grado di finanziare tutte le spese che aveva avviato e aveva quindi bisogno di un buon motivo per interromperle.

Qualche mese fa parlai di questo libro a un mio conoscente (il gestore di un ristorante/pizzeria vicino casa mia che sospetto essere un ENTP) spiegandogli quanto fosse interessante conoscere il punto di vista di Cesare e il suo carattere: immediatamente mi smontò dicendomi che era scettico riguardo al fatto che Cesare fosse stato onesto. Io gli risposi che ero conscio che Cesare scrivesse anche per farsi pubblicità ma mi ritenevo in grado di individuare eventuali incongruenze nel suo racconto: confidavo insomma nel mio “sensore di bugie” innato.

In realtà questa mia capacità si basa essenzialmente nella valutazione razionale della compatibilità fra quanto scritto e quanto realmente possibile: notando anche i particolari mi è facile notare automaticamente delle incongruenze e, da queste, risalire alla loro origine logica che le spieghi.
Ma non avevo tenuto conto di un particolare: anche Cesare (ritenuto l’ENTJ per eccellenza) era estremamente logico e soprattutto NON ha mentito: ha semplicemente taciuto ciò che non intendeva far conoscere. Non mentendo io non avevo percepito bugie e mi ero così fatto un’idea troppo idealistica del personaggio: forse l’avevo interpretato troppo come INTP (*1), mi ero immaginato il condottiero/politico che si ritrova “per caso” nella situazione in questione e, quindi, prende tutte le scelte logiche per ottenerne il massimo come, più o meno, avrebbe fatto un INTP. Quello che mi era sfuggito è che “per caso” non si ottiene la gestione della Gallia Cisalpina e dell’Illirico più il comando di svariate legioni: per arrivare a quel punto ci vuole una determinazione e un interesse per il potere che gli ENTJ hanno ma gli INTP no!

Comunque Svetonio scrive bene: mi è sembrato molto distaccato nello stile e concede poco allo “straordinario”. Mi ha dato la sensazione che fosse ben documentato ed equilibrato nei suoi giudizi. Per la verità inizialmente mi era parso un po’ avverso a Cesare ma sul finale gli fa molti elogi e, per esempio, riporta anche quelli di un suo nemico politico come Cicerone che ne ammirava l’abilità retorica e la razionalità del pensiero.

Visto che il pezzo è ormai troppo lungo per farne un corto, ma è comunque ancora abbastanza breve, ne approfitto per un commento anche su “Il cotone è il re”.
Ieri ho iniziato a leggerne un nuovo capitolo. L’autore non è molto lineare nella sua esposizione. Questo è comprensibile: giustificare lo schiavismo con argomenti limpidi e chiari è più difficile che farlo con discorsi vaghi, ripetizioni e ragionamenti associativi non sempre evidenti.

Ritorna spesso quello che in realtà non è un vero argomento contro lo schiavismo ma che invece evidenzia l’ipocrisia di chi si dice contro di esso: il movimento per l’abolizione della schiavitù parte dal Regno Unito, la grande potenza dell’epoca, ma proprio il Regno Unito compra il 90% della produzione di cotone basata sullo sfruttamento degli schiavi.
L’autore afferma: “se siete veramente contro lo schiavismo allora non comprate il nostro cotone perché allora avere tanti schiavi non sarà più conveniente e noi saremo i primi a volercene disfare”.
C’è molto di vero in questo argomento: il problema è che gli abolizionisti inglesi non erano quelli che acquistavano il cotone grezzo dagli stati schiavisti degli USA del sud. Vero che questi avrebbero potuto boicottare i tessuti di cotone ma più ci si allontana dal prodotto originale e più che il boicottaggio diviene incerto.
Questa situazione mi ricorda qualcosa di attuale: “tutti” sono contro lo sfruttamento del lavoro minorile però, nonostante che gran parte del litio usato nelle batterie dei telefonini e altri aggeggi elettronici provenga da miniere in Africa che sfruttano i bambini, tutti si guardano bene dal boicottare tali prodotti.

Il capitolo in questione si lamenta della scarsa moralità degli africani e di come ci sarebbe bisogno di missionari che “civilizzassero” il continente nero. Secondo l’autore se ci fosse questo innalzamento della moralità allora anche gli schiavisti potrebbero liberare i loro schiavi senza temere una degenerazione morale della società. Ricordo che l’argomento del precedente capitolo era che, negli stati del nord dove gli schiavi erano stati liberati, i neri rappresentavano una percentuale spropositata di carcerati rispetto alla popolazione totale. Io spiegavo il fenomeno con la povertà ma gli abolizionisti coevi (almeno quelli citati dall’autore) con la scarsa istruzione a cui viene legata la moralità: l’istruzione infatti si confondeva con lo studio della Bibbia…

Conclusione: piacevolissimo il libro di Svetonio (non credo infatti di iniziare subito a leggere il quarto libro della serie di Erikson una volta che avrò finito il terzo), pesante ma interessante "Il cotone è il re" a favore della schiavitù.

Nota (*1): come scritto altrove i tipi psicologici INTP ed ENTJ hanno una strana relazione psicologica di reciprocità.

lunedì 23 ottobre 2023

Hobsbawm azzecca cose (1/2)

Va bene, ieri mi sono dilungato più del previsto sugli aspetti del futuro non previsti da Hobsbawm. A ripensarci sembrerebbe anzi che non abbia indovinato niente ma non è così: in realtà ha individuato bene i meccanismi di alcune fondamentali tendenze non sempre però arrivando alle conclusioni corrette.

Un problema di fondo, come ho accennato in Le non previsioni di Hobsbawm, è che l’autore sottovaluta l’influenza dei media. Un suo punto fermo è che nelle democrazie occidentali il potere politico non possa andare contro l’opinione pubblica (se non con notevoli difficoltà) e questo lo porta a mettere dei paletti in ciò che i governi occidentali possono fare. Ma la situazione attuale è che tutti i media tradizionali sono allineati fra loro e ripetono lo stesso punto di vista: l’opinione pubblica è quindi fortemente diretta in specifiche direzioni.
In questi anni abbiamo visto un farmaco sperimentale, per una malattia pericolosa solo per una fascia piccolissima di persone, considerato e accettato come un salva vita.
La guerra in Ucraina è il trionfo della disinformazione e sono convinto che la maggioranza degli occidentali sia convinta che l’Ucraina stia vincendo, che il “folle” Putin voleva conquistare il mondo etc.
In questo contesto il potere politico può fare quello che vuole perché può convincere l’opinione pubblica di quello che vuole.
C’è da dire che nel decennio precedente Chomsky aveva già scritto “La fabbrica del consenso” (1988) che mostrava la tendenza dei media ad appartenere a gruppi economici sempre più grandi: era quindi prevedibile che questa tendenza si sarebbe accentuata con conseguenze a loro volta prevedibili. Ma è facile per me parlare col senno di poi…

Il capitolo in questione è il XIX, “Verso il terzo millennio”, diviso in 7 sottocapitoli dove l’ultimo è “di saluti”. Di questi il 6° sottocapitolo sarebbe da copiare parola per parola e può darsi che ne scriverò in un pezzo a parte.

Il primo sottocapitolo è sulla violenza (in senso generale): terrorismo, fondamentalismo e guerra vera e propria. Questi eventi dipendono troppo da situazioni specifiche per essere prevedibili. Hobsbawm specifica soltanto che all’inizio degli anni ‘90 l’occidente (beh, gli USA) era militarmente imbattibile: soprattutto i paesi del “terzo mondo” non avevano speranze in una guerra tradizionale. Probabilmente Hobsbawm aveva ben chiara in mente la prima guerra del Golfo del 1990-1991 dove l’esercito iracheno, considerato uno dei più forti al mondo, fu spazzato via dalla potenza occidentale.
Oggi questo non è più completamente vero a causa del declino militare/economico/scientifico degli USA: ma come scritto nel pezzo sullodato era impossibile prevedere la rapidità del crollo americano.

Nel secondo sottocapitolo si parla delle ideologie politiche (equiparate a religioni) e in particolare di quella comunista e quella super liberista.
Dell’ideologia comunista ne lega il crollo a quello dell’URSS e, anzi, si domanda se essa segni la fine del comunismo. Più interessante è la sua valutazione dell’ideologia super liberista di cui vede il massimo esponente nella Thatcher del decennio precedente.
Secondo Hobsbawm anche il liberismo esasperato è palesemente fallito e, quindi, si dovranno cercare alternative.
Scrive Hobsbawm: «D’altro canto, l’utopia contraria a quella sovietica è anch’essa palesemente fallita. Si tratta della fede ideologica in un’economia nelle quali le risorse siano ripartite interamente da un mercato senza alcun freno, in condizioni di competizione illimitata: uno stato di cose che, secondo i suoi fautori, dovrebbe produrre non solo il massimo di beni e servizi, ma anche il massimo di felicità e il solo genere di società che merita il nome di “società libera”. […] Il tentativo più coerente di realizzare in Occidente questa utopia, cioè il governo della signore Thatcher in Gran Bretagna, il cui fallimento economico venne generalmente riconosciuto all’epoca in cui quel governo cadde, dovette procedere con gradualità.» (*1)
La valutazione del “momento” di Hobsbawm è corretta: probabilmente per gli “esperti” era già evidente che un’economia che azzera il ceto medio e impoverisce tutti tranne i ricchissimi non rendeva tutti più felici, anzi.
Quello che sfuggì a Hobsbawm, e io ovviamente scrivo col beneficio di trent’anni di senno di poi, è che il fallimento del comunismo sovietico fu di vari ordini di grandezza più evidente tanto che divenne paradossalmente la prova del successo del liberismo occidentale.
Nell’appendice [E] D.5, “Considerazione storica”, scrivo: «Il crollo dell’URSS ha poi trascinato con sé anche l’ideologia comunista e, per una sorta di paralogismo, ha portato all’esaltazione del liberismo come unica para-ideologia possibile. Ma in realtà, come vedremo nel prossimo sottocapitolo, il fallimento di un’ideologia (il comunismo sovietico) non equivale alla dimostrazione che quella che vi si opponeva (il liberismo statunitense) fosse migliore.»
Ma il tradimento dei media tradizionali invece consolidò l’idea che l’iper liberismo fosse l’“unica” strada percorribile. In Italia ciò si tradusse nei vari “ce lo chiede l’Europa” e nella privatizzazione delle aziende pubbliche e la progressiva ritirata dello Stato dalla sua funzione sociale.

Hobsbawm accenna anche all’ascesa dei populismi e, in particolare, al problema che denunciare un problema non equivale a saperlo risolvere. Potrei copiare le parole di Hobsbawm al riguardo (ultimo periodo di pagina 655) ma sono pigro e, quindi, prendetemi sulla parola, sono equivalenti a questo mio passaggio [E] 13.6, “I pericoli del populismo”: «I populismi tendono infatti a sfruttare la frustrazione popolare: evidenziano facilmente i problemi della società senza essere dotati, almeno in genere, di una solida ideologia né della comprensione delle loro origini necessaria per risolverli.»

Il sottocapitolo 3 è invece sui massimi pericoli per l’umanità del futuro. Nel primo sottocapitolo l’autore aveva eliminato il pericolo di guerra nucleare grazie alla distensione fra USA e URSS: impensabile la stupidità umana che, una generazione dopo, va a cercare volontariamente questo pericolo: dei bambini che giocano col fuoco…
Comunque per Hobsbawm rimangono due grandi problemi: «I due problemi centrali e determinanti nel lungo periodo sono quello demografico e quello ecologico.» (*2)
Negli anni ‘90 mi sembra indichi una notevole chiarezza delle priorità: anch’io dovrò rivalutare alcuni punti della mia Epitome per tenere conto dell’influenza del problema demografico (come del resto mi ero già riproposto di fare grazie ad alcuni commenti di UUiC).

Dal problema demografico deriva poi la crescita della diseguaglianza economica fra Stati e l’emigrazione dai paesi poveri a quelli più ricchi.
Hobsbawm di nuovo sottovaluta il potere dei media di controllare l’opinione pubblica e formula un paio di ipotesi con cui i paesi ricchi avrebbero potuto gestire il fenomeno che adesso sembrerebbero inaccettabili o di estrema destra (e Hobsbawm è sempre stato un vero comunista!). Per esempio suggerisce un sistema in cui i lavoratori stranieri possono lavorare in un paese ma senza acquistare diritti politici e, una volta terminato il contratto, se ne ritornano, anche dopo anni, nei paesi di origine.
Questo perché le problematiche causate da un’immigrazione incontrollata sono evidenti e l’opinione pubblica, secondo Hobsbawm, non le tollererebbe.
Di nuovo qui lo storico sottovaluta la potenza persuasiva di un sistema con i media che propongono un’unica verità e, quindi, riescono a manipolare come vogliono l’opinione pubblica.
Vediamo se trovo un passaggio non troppo lungo che esprime almeno parte di questi concetti… Ecco: «La [soluzione] più probabile è quella di consentire un’immigrazione temporanea e condizionata, che non dà agli stranieri i diritti politici e sociali di cittadinanza, cioè di creare società essenzialmente non egualitarie.» (*2) (*3)

Stranamente Hobsbawm non accenna a una possibilità che a me pare ovvia: il controllo delle nascite. Forse preferisce evitare di infilarsi in un ginepraio.
Per la cronaca non vi è neppure nessun accenno al pericolo di una pandemia.

Il sottocapitolo 4 è invece dedicato all’economia. Prevede:
- aumento distanza fra paesi ricchi e poveri.
- meno lavoro dovuto alla tecnologia. I “nuovi” lavori non sufficienti per rimpiazzare i vecchi persi.
Osservazione molto attuale pensando alla novità dell’IA. Al riguardo rimando a [E] 21.4, “Il pericolo dell’Intelligenza Artificiale (IA)”.
Ci sarebbero molti altri spunti interessanti ma non voglio/posso dilungarmi troppo.
Per il resto del sottocapitolo Hobsbawm prevede correttamente quali sono i problemi di un eccesso di liberismo (che lui ha già notato negli anni ‘80 nel Regno Unito) e conclude che in futuro si dovranno superare questi difetti evidenti.
Per esempio: «[…] un’economia di libero mercato senza restrizioni né controllo non può offrire alcuna soluzione a essi [problemi sociali]. Se mai, non può che peggiorare fenomeni come la crescita di una disoccupazione o di una sottocupazione permanenti, dal momento che la scelta razionale delle imprese orientate al profitto è: a) ridurre il più possibile il numero dei dipendenti […]; b) ridurre il più possibile tutte le tasse per la sicurezza sociale e ogni tassa in generale.» (*4)
Mentre in precedenza aveva scritto della tendenza del lavoro a migrare dove il costo è minore con conseguente diminuzione del costo del lavoro anche nei paesi ricchi (tutti più poveri tranne i ricchissimi).
Forse l’osservazione più interessante è come, con la globalizzazione, vengano a mancare i mezzi tradizionali con cui uno stato può proteggere la propria società: per esempio col protezionismo che, tipico del XIX secolo, aveva portato ricchezza e sviluppo ai vari stati europei.
O venendo a noi basta osservare come le norme europee (sostanzialmente scritte dalla Germania per la Germania) impediscano agli stati di intervenire anche per le emergenze con la motivazione che drogherebbero il mercato e sarebbero “aiuti di stato”.
Un'altra osservazione notevole è che con l'aumento inevitabile della disoccupazione (dato dalla tecnologia) diventa fondamentale la ridistribuzione della ricchezza dalle multinazionali sempre più ricche al resto della popolazione: per far questo però occorrerebbero stati forti che però, come scritto sopra, con la globalizzazione tendono invece a indebolirsi. Ecco spiegato l'aumento della diseguaglianza sociale in cui un pugno di supermiliardari ha la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale (ovvero di circa 5 miliardi di persone): e quello che avviene a livello globale si replica a livello dei singoli stati.
Infine: «Con l’avvicinarsi del terzo millennio, è diventato sempre più chiaro che il compito centrale del nostro tempo non è di esultare dinanzi al cadavere del comunismo sovietico, ma di considerare, ancora una volta, i difetti intrinseci del capitalismo» (*5). Segue elenco…

Il sottocapitolo 5 inizia a essere molto interessante: Hobsbawm afferma che il crollo sovietico sembra aver esaltato il successo del capitalismo e della democrazia liberale.
Questi due elementi sono spesso considerati sinonimi ma in realtà non lo sono: mentre Hobsbawm non nutre dubbi che il capitalismo (non l’eccesso di iper liberismo che invece ha poi trionfato) sopravviverà, lo stesso non si può dire per la democrazia liberale, al di là delle più vuote apparenze. Attuale, eh?
Scrive infatti: «D’altro canto nessun osservatore serio nei primi anni ‘90 potrebbe essere così ottimista sul futuro della democrazia liberale come lo è su quello del capitalismo. Il massimo che si possa prevedere con una certa fiducia […] è che in pratica tutti gli stati continueranno a proclamare il loro profondo attaccamento alla democrazia, a organizzare elezioni di qualche tipo, a tollerare un’opposizione talvolta soltanto formale, proprio mentre ciascuno di essi interpreterà a suo modo la democrazia.» (*6)

Poi cominciano i “fuochi d’artificio” ma ormai rimando il seguito a un prossimo pezzo…

Conclusione: qui si inizia a intravedere il problema di fondo della previsione di Hobsbawm: non pensava che le cose potessero proseguire lungo la traiettoria peggiore che aveva individuato perché era certo che l’opinione pubblica si sarebbe opposta. Non aveva preso in considerazione la forza della narrativa unica uniformata su tutti i media tradizionali.

Nota (*1): tratto da “Il secolo breve” di Eric J. Hobsbawm, (E.) BURexploit, 2009, trad. Brunello Lotti, pag. 651.
Nota (*2): ibidem, pag. 656.
Nota (*3): a onor del vero non ho trovato nella pagina in questione un accenno chiaro alle difficoltà “evidenti” per la società dell’immigrazione: potrebbe quindi essere una mia allucinazione ma sono piuttosto sicuro che altrove Hobsbawm abbia scritto della minor coesione sociale provocata dall’immigrazione. E comunque ciò è implicito dal fatto che non prende seriamente in considerazione l’immigrazione incontrollata.
Nota (*4): ibidem, pag. 662.
Nota (*5): ibidem, pag. 663.
Nota (*6): ibidem, pag. 664.

domenica 22 ottobre 2023

Le non previsioni di Hobsbawm

Stanotte sono stato sveglio dalle 3:30 alle 6:00 e ho fatto in tempo anche a scrivere un pezzo che non pubblicherò: in genere non mi piace “gettare” niente ma questo era piuttosto inutile…

Lì, fra varie altre, spiegavo di dover scrivere un pezzo su “Il secolo breve” perché ieri l’avevo quasi finito e l’ultimo capitolo sul “futuro” (dalla prospettiva del 1993) era molto interessante. Chiaramente, essendo notte, avevo scritto di altro: ma adesso è mattino…

Prima però qualche osservazione più generale. Del capitolo della scienza non scriverò niente: probabilmente, ricontrollando le note, almeno un paio di spunti degni di essere menzionati li avrei trovati ma oggi voglio concentrarmi sul “futuro”.
Il fatto è che tendo a ricordare ciò che mi colpisce e, in genere, si tratta di idee, o più spesso punti di vista, a cui non avevo pensato; più raramente noto anche delle idee che avevo già ma espresse molto meglio di quanto io sia in grado di fare o che, comunque, mi fa piacere ritrovare ripetute da autori importanti. Con le nuove idee poi posso essere in accordo ma, talvolta, anche in disaccordo: nel secondo caso mi piace spiegarne il motivo.
Ecco, nel capitolo sulla scienza Hobsbawm ripete idee e punti di vista che già mi appartenevano e, quindi, mi manca lo stimolo per scriverne. Comunque vi ho trovato diverse potenziali epigrafi per l'Epitome.

Ma veniamo al capitolo sul futuro scritto ormai, come il resto del libro, trent’anni fa, nel 1993: in pratica è passata una generazione e in una generazione possono cambiare molte cose.

È interessante partire da cosa Hobsbawm non ha previsto: il risorgere di Cina e Russia, il tracollo degli USA e, in misura minore, l’irrilevanza internazionale e il declino della UE.

Io la Cina la tenevo d’occhio già negli anni ‘90: ma all’epoca ero giovane e per i giovani è facile cogliere le nuove e nuovissime tendenze e vedere facilmente la loro traiettoria. Per tutta la vita di Hobsbawm la Cina era stata un paese sottosviluppato: difficile quindi avere l’elasticità mentale per immaginare dove potesse arrivare con la giusta combinazioni di fattori.
C’è poi da dire che nella “giusta combinazione di fattori” vi è molta stupidità e, soprattutto, miopia occidentale: che la corsa a trasferirvi industrie e tecnologia avrebbe indebolito l’occidente era evidente e qui sarebbe dovuta intervenire la politica. Ma la politica nel corso di questi trent’anni è divenuta lo zerbino delle lobbi economiche e, quindi, ne ha assecondato i miopi interessi.
Probabilmente l’anno della svolta è stato il 2009 con l’inizio della presidenza Obama: intendiamoci, tutti i presidenti successivi a Carter (compreso) hanno tradito le aspettative popolari, con Clinton c’è stato il secondo significativo peggioramento e con Obama il terzo. Voglio invece considerare episodica l'incapacità mentale, a causa di gravi problemi di salute, di Biden: certo il fatto che si ipotizzi di ricandidarlo fa venire il dubbio che l’idea di un presidente burattino, manovrato dai suoi “badanti”, piaccia alle lobbi economico/politiche neo conservatrici che attualmente guidano la politica di Washington. In questo caso Biden segnerebbe l’inizio di una quarta fase: quella del presidente inutile, di facciata, che dice sempre sì alla propria squadra e quindi alle lobbi.

Caso a parte Trump: la ferocia con cui i media lo hanno attaccato, per non parlare delle bugie e della concreta opposizione di organismi federali come l’FBI mi portano a pensare che egli sia stato una grande spina nel fianco nei progetti, ovviamente anti democratici, delle lobbi dei neo conservatori. Questo motivo da solo mi fa esprimere un giudizio positivo sul personaggio nonostante tutti i suoi limiti politici: in fondo il nemico del mio nemico è mio amico.

Da notare che le varie fasi di peggioramento della politica USA corrispondono a presidenze democratiche: in parte ciò dipende dal fatto che in questi anni il partito democratico è stato più spesso al potere ma, volendo, ci si può cogliere una legge più sottile.
Non è mia ma di un professore di storia del liceo (sono incerto fra due) che ci spiegò che in un sistema democratico solo un presidente di destra può fare significativi cambiamenti, senza grande opposizione, una politica di sinistra e vice versa. Questo perché, nel caso di un presidente di destra, i suoi sostenitori hanno fiducia nel loro rappresentante mentre quelli di sinistra non possono rigettare una politica che, più o meno, rientra nel loro programma.
Una politica contro il popolo e antidemocratica negli USA la potrà quindi fare solo il partito democratico: se ci provasse il partito repubblicano (che comunque contro la politica antidemocratica dei democratici non ha niente da obiettare!) la base dei democratici insorgerebbe.
Una politica contro il popolo può quindi essere portata avanti solo dal partito che, in teoria, dovrebbe più difendere il popolo.

Tornando al 2009, Obama è stato il presidente che ha "ucciso" la classe media americana e ha salvato invece le banche e i grandi investitori dopo la crisi del 2007 (crisi dei “sub prime”) che ha innescato la crisi finanziaria del 2008.
Non credo che sia stato un caso che il “colpo di stato” in Italia del (non eletto) Monti sia stato nel 2011: cioè sotto la presidenza Obama.
Non conosco altrettanto bene la situazione degli altri stati europei ma sono abbastanza sicuro che, approfittando delle difficoltà provocate dalla crisi finanziaria, vi siano state in quegli anni influenze politiche anche nel resto d’Europa.
È del 2014 il colpo di stato in Ucraina che portò al potere un regime filo occidentale e provocò la prima crisi con la Russia. Dello stesso anno il famoso “fuck the EU” di Victoria Nuland: l’Europa non è più vista come un alleato ma come una colonia.

Volendo per par condicio attribuire qualche grossa colpa anche a un presidente repubblicano abbiamo George W. Bush che, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, istituì il “Patriot Act” che, in pratica, permetteva alle agenzie federali di indagare sui cittadini americani. Forse non tutti sanno però che tale legge eccezionale, e per molti versi non costituzionale, avrebbe dovuto avere una durata limitata nel tempo. Invece (dati da chatGPT) fu rinnovata col "USA PATRIOT Improvement and Reauthorization Act of 2005" e il "USA PATRIOT Act Additional Reauthorizing Amendments Act of 2006” che prorogarono il tutto fino al 31 dicembre 2009. E qui, il solito Obama, raccolse la “fiaccola” e con il "PATRIOT Sunsets Extension Act of 2011" e l’"USA Freedom Act" del 2015 prolungò ulteriormente tale legge.

Inutile dire che evidentemente tale legge, nella sostanza spiare e controllare maggiormente i cittadini americani, non faceva comodo solo alla lotta al terrorismo.
Da notare anche come quando un potere acquista forza e influenza farà di tutto per non rinunciarvi: è la prima legge del potere [E] 5.1, “La legge della conservazione”.

Io credo che senza queste leggi non sarebbe stato possibile far intervenire l’FBI contro Trump alle elezioni del 2016 (con accuse rivelatesi poi false) e del 2020 (facendo nascondere prove contro Biden rivelatesi poi vere).

Tornando a noi la crescita della Cina era prevedibile negli anni ‘90 (io personalmente iniziai a boicottarne i prodotti ma i miei sforzi fallirono!) e ovvia negli anni 2000 ma la politica USA, seguendo gli interessi delle proprie multinazionali, non se ne curò.

Invece riguardo la mancata previsione del ritorno in auge della Russia credo che i motivi fossero due: all’epoca l’URSS fu sostituita dalla CSI il cui ruolo e funzione era vago; Eltsin, arrivato al potere nel 1991, non era evidentemente all’altezza del compito e le sue riforme economiche furono fallimentari.
Impossibile prevedere l’arrivo di una figura dello spessore e capacità di Putin in grado di risollevare il paese.
D’altro canto c’è da dire che la Russia aveva le risorse economiche, una base di industria e sicuramente enormi capacità tecniche (soprattutto in campo militare: ma credo sia più difficile progettare carrarmati che lavatrici). Insomma con la politica giusta le possibilità di crescita erano evidenti.
Per esempio già ad aprile 2017 nella versione 0.21 dell’Epitome scrivevo: «Dalla fine dell'URSS la Russia si è ridimensionata militarmente e la sua economia, nonostante la ricchezza di materie prime, è rimasta indietro nel suo sviluppo. Potenzialmente, se la sua economia riuscisse a raggiungere quelle occidentali, potrebbe tornare a essere effettivamente una potenza di livello globale.
Il suo governo “autoritario” è paradossalmente un vantaggio per la popolazione perché la tutela dall'influenza dei parapoteri economici che (v. 10.2 e 10.3) invece ormai dettano l'agenda politica nelle democrazie occidentali europee.
Gli USA ne sono consapevoli e questo spiega i rapporti contrastanti.»

Questo periodo è rimasto praticamente identico nel corso degli anni: solo in una delle ultime versioni, forse proprio nella 1.100, ho ampliato il concetto…

Anche l’irrilevanza della UE era forse prevedibile intuendone da subito la natura essenzialmente antidemocratica e di grande mercato da deregolamentare. Ma questo diviene “abbastanza” evidente solo col trattato di Lisbona del 2007 che determinò l’assetto istituzionale dell’unione.
Ho scritto “abbastanza” fra virgolette perché per rendersi conto dell’inefficacia del trattato costituzionale, di come metta da parte il volere della popolazione, bisogna conoscere la storia della costituzione americana: questa è (relativamente) conosciuta negli USA e, suppongo, nel Regno Unito; evidentemente poco o per nulla nel resto d’Europa.
Un solo esempio: negli USA la figura politica più potente, ovvero il presidente, è direttamente eletto dalla popolazione; invece il presidente della Commissione Europea, che poi in realtà non avrebbe costituzionalmente grandi poteri, è eletto dal Parlamento Europeo. In altre parole il presidente europeo è a due gradi di distanza dalla popolazione invece che uno: può sembrare poco ma non è così: vedi [E] 5.5 “Il corollario dei gradi di distanza”.
Una volta compreso l’assetto non democratico dell’UE diviene facile prevedere che sarà particolarmente vulnerabile alle pressioni e richieste delle lobbi e dei poteri esterni a essa (come gli USA).

Impossibile invece era prevedere il crollo verticale del potere USA che, agli inizi degli anni ‘90, era al suo massimo. Bruciare in poco più di una generazione tutto il proprio vantaggio economico, scientifico e militare non è facile: anzi ci si deve mettere d’impegno.
Onestamente non me la sento di dare un’opinione definitiva sull’argomento ma credo che il fattore principale sia stata l’influenza crescente del potere economico su quello politico che ha portato ha un’enorme miopia geopolitica su quale fosse l’interesse degli USA nel lungo termine e che, contemporaneamente, ha portato a politiche ultraliberiste nonostante queste avessero effetti deleteri sul ceto medio americano (e occidentale in genere) perché aumentavano la ricchezza delle lobbi e, quindi, dei ricchissimi.
A questo si aggiungono le distorsioni introdotte dalla tecnologia sia di sorveglianza che di influenza della popolazione e il tradimento dei media tradizionali: questo permette di mantenere la maggioranza della popolazione inconsapevole del disastro a cui va incontro.
Per oggi ho già scritto abbastanza, mi limito quindi solo a segnalare [E] 16.2, “Roma contro gli USA”, in cui descrivo la trasformazione, dopo la caduta dell’URSS, degli USA in un impero guidato da un’oligarchia economica con analogie con Cartagine, e la conseguente trasformazione dell’alleato europeo in semplice mercato e la sottovalutazione della Cina.

Conclusione: ovviamente scriverò delle previsioni corrette di Hobsbawm in un altro pezzo!

PS: Adesso è tardo pomeriggio. Ho finito di leggere “Il secolo breve”, il sottocapitolo che mi mancava è eccezionale e andrebbe ricopiato parola per parola: vabbè, in qualche maniera farò…
Comunque rileggendo quanto scritto vale la pena evidenziare un’altra importante mancanza nelle previsioni di Hobsbawm: il ruolo di Internet (che nei primi anni ‘90 era ancora in fasce) e la concentrazione dei media nelle mani di grandi gruppi economici.
Queste due carenze portano lo storico a delle valutazioni successive imprecise sebbene non scorrette: ma di questo scriverò nel prossimo pezzo...

sabato 21 ottobre 2023

Disobbedienza civile

E fra tutte le letture di ieri non ho niente di interessante da scrivere?

Uhm, fatemi pensare: Hobsbawm → normalità sulla scienza del XX secolo; Trotsky → conclude capitolo su tradimento comunismo sovietico rispetto a quello ideale. Belli alcuni esempi; “Il martello delle streghe” → capitolo su vari livelli di sospetto di eresia e come questo spesso sia sufficiente per condannare (a morte); sul terribile “Mercanti di Spagna” ho già scritto un corto che non vala la pena neppure citare; su Rogers →sei paginette in cui riporta il (trentesimo!) colloquio con una paziente in cui vuole evidenziare l’importanza del rendersi conto del fatto che il terapeuta è dalla sua parte per poi ampliare il concetto ad altre persone. Non molto convincente; “Il maestro e Margherita” → bo, un romanzo… magari migliora…; “Il cotone è re” → ma… ho letto un nuovo capitolo e mi sembra si faccia molta confusione su fatti storici e, per l’appunto, la guerra di indipendenza americana la conosco abbastanza bene. Ma dovrei verificare…

Insomma non ho letto niente che spicchi particolarmente ma con un’eccezione: “Una teoria della giustizia” di John Rawls. Il capitoletto 55 “Le definizione della disobbedienza civile” è molto interessante.

La domanda è: cosa può fare la popolazione, in un sistema democratico, quasi giusto (*1) quando non approva assolutamente una nuova legge?
Infatti il cittadino che crede nella democrazia ha il dovere di obbedire anche alle leggi che ritiene sbagliate: quando però questi superano dei confini, per esempio limitandone immotivatamente la sua libertà, ha anche il dovere di proteggersi. Questo porta così a un conflitto fra doveri contrastanti.

Interessante poi che Rawls parli sempre di “minoranza insoddisfatta”: lui scrive infatti in un’epoca (1971) quando era impensabile che una democrazia andasse contro il volere e gli interessi della maggioranza. Ora invece questa è la norma. Perfino la maggioranza della popolazione potrebbe ritrovarsi a compiere la disobbedienza civile.

La disobbedienza civile è nella sua essenza un appello al senso della giustizia della maggioranza e del potere politico che la rappresenta (vedi però la mia obiezione al precedente paragrafo): è come dire “guardate noi siamo pronti a infrangere pacificamente una legge e a pagarne le conseguenze perché siamo assolutamente contrari a quest’altra legge (non necessariamente quella che si viola) per i motivi XXX, quindi, per favore, cambiatela”.
Solo se la disobbedienza civile è inascoltata allora è moralmente lecito prendere in esame ulteriori misure.

Importante sottolineare che la legge che si decide di infrangere può non essere quella che si contesta soprattutto se quest’ultima prevede delle pene severissime: per esempio una legge per il tradimento del proprio paese con pene ritenute immoralmente eccessive. In questo caso i cittadini che vogliono protestare con la disobbedienza civile non devono tradire il proprio paese ma possono, semplicemente, coordinarsi insieme per infrangere un’altra legge.
Da questo si ricava che la disobbedienza civile deve essere pubblica e dichiarata oltre che, come già detto, assolutamente pacifica.

Ma Rawls spiega di riferirsi alla protesta in una democrazia “quasi giusta”: qui la premessa è che il governo cerca di fare l’interesse della popolazione e, solo per errore, può finire per opprimere una minoranza. In questa situazione ha senso appellarsi al “senso di giustizia” di maggioranza e governo perché comunque il fine ultimo condiviso da tutti è il bene generale.

Che fare invece quando la società non è una democrazia “quasi giusta” ma, per esempio, una dittatura? In questo caso il cittadino non ha alcun dovere morale verso il governo e, da un punto di vista morale, può agire come meglio crede (*2).

Sul finale del capitoletto Rawls ritorna su questa problematica spiegando perché la disobbedienza civile avrebbe poco senso in una società che non fosse una democrazia “quasi giusta”. L’autore parla di “militanti” ma secondo me oggi si chiamerebbero “terroristi”.
Per non fare torto a Rawls copierò la mezza pagina in cui spiega questo suo pensiero: «La disobbedienza civile così intesa è chiaramente distinta dall’azione militante e dall’ostruzionismo attiva; essa è ben lontana dalla resistenza violenta organizzata. Per esempio, un militante si oppone in modo molto più profondo al sistema politico esistente. Egli non lo accetta come qualcosa di quasi o di ragionevolmente giusto; crede che il sistema devii ampiamente dai principi che professa, o persegua una concezione della giustizia completamente sbagliata. Anche se la sua azione è, nei suoi propri termini, secondo coscienza, egli non fa appello al senso di giustizia della maggioranza (o di coloro che detengono il reale potere politico), poiché pensa che il loro senso di giustizia sia errato, o comunque privo di efficacia. Egli cerca invece di attaccare la visione prevalente della giustizia, o di costringere a uno spostamento nella direzione desiderata, per mezzo di atti pianificati di destabilizzazione, resistenza e simili. Il militante può perciò tentare di sottrarsi alle sanzioni, poiché non è disposto ad accettare le conseguenze giuridiche della sua violazione della legge; ciò significherebbe non solo affidarsi, ma anche esprimere un riconoscimento della legittimità della costituzione cui si oppone.» (*3)
E, alla pagina successiva: «La struttura di base viene considerate così ingiusta o talmente deviante rispetto agli ideali che essa stessa professa che occorre tentare di preparare la via a un mutamento radicale o addirittura rivoluzionario.» (*4)

Molto attuale. La degenerazione della democrazia sta portando la società e il potere nella direzione indicata da Rawls.

Conclusione: si può non essere d’accordo con Rawls ma non si può negare la profondità delle sue idee.

Nota (*1): se la democrazia fosse completamente giusta non si potrebbe verificare l’eventualità di una legge così sgradita a una minoranza della popolazione. È il solito idealistico modo di ragionare di Rawls.
Nota (*2): anzi suppongo che avrebbe il dovere di opporsi alla dittatura ma Rawls non approfondisce questo concetto.
Nota (*3): tratto da “Una teoria della giustizia” di John Rawls, (E.) Feltrinelli, 2021, trad. Ugo Santini, pag. 351.
Nota (*4): ibidem, pag. 352.

venerdì 20 ottobre 2023

Vacanze 2

Come temevo la mia “vacanza” di ieri è stata un po’ avvelenata da un messaggio su WhatsApp: poi a sera ho risolto tutto ma per un quattro ore sono stato piuttosto teso e irritato. Per far “pari” mi prenderò libero anche oggi (e non controllerò né posta né WhatsApp)!

A dire il vero mi sentivo un po’ strano ieri: mi è venuto il dubbio di avere la pressione alta a causa del tè preso massicciamente da mio padre e, in giornata, quello fortissimo indiano qui da me. Non ho la macchinetta per verificare ma nel dubbio sospendo di nuovo il tè indiano e limiterò l’altro.

Questa premessa per dire che, nonostante tutto, (ovvero il silenzio, l’assenza di zanzare, la temperatura ideale) ho dormito male.
Mi sono svegliato verso le 4:30 dopo aver fatto un sogno decisamente stressante: ero a casa dei miei nonno materni e, per qualche motivo che non ricordo, avevo da leggere in loro vece un discorso, preparato vari decenni fa, alla festa di paese che sarebbe passata per la strada principale sotto la finestra della camera da letto dei nonni.
Sulla credenza prima trovo un foglietto intitolato “Versione corretta del discorso del Rattini”, che suppongo essere ciò che dovrò leggere, poi trovo anche il testo completo: oltre una dozzina di fogli A4, ingialliti dal tempo e scritti a macchina, spillati insieme.
Per capire la situazione dovrei avere il tempo per controllare dove si trovi il discorso del Rattini nel programma generale ma mi affaccio alla finestra e mi accorgo che il corteo è ormai quasi arrivato: fra pochi secondi dovrò leggere il foglietto (sperando che sia effettivamente quello corretto) e così gli do un’occhiata. Con orrore mi accorgo che ci sono anche delle frasi in greco antico che non so leggere!
In pochi secondi decido che l’opzione migliore è quello di bleffare e leggerle con sicurezza, con un accento un po’ strano: quante saranno le persone in grado di capire il greco antico a questa festa di paese?
Fortunatamente sento che è arrivata anche mia cugina: lei conosce bene il greco antico quindi la chiamo e le dico che, proprio per questo, deve leggerlo lei il discorso. Stranamente non protesta e si accolla l’incombenza a me sgraditissima.
Nel frattempo però avevo visto nella folla in strada un mio amico che da giorni sto cercando di contattare (temo abbia qualche problema famigliare) che, per conto suo, si sta allontanando rapidamente.
Scendo quindi in strada per parlargli e qui le cose si fanno stressanti: non mi riesce raggiungerlo! Cerco di accelerare il passo ma mi viene subito il fiatone e più volte mi devo fermare. L’inseguimento dura a lungo con io che fatico per non perderlo di vista ma senza riuscire ad avvicinarmi. Alla fine mi sfugge in un parcheggio labirintico a più piani dove aveva evidentemente lasciato la macchina.

Qui mi sveglio completamente spossato: credo di essermi davvero mosso nel sonno. Contemporaneamente mi viene il sospetto di avere la pressione alta di cui ho scritto prima. Mi metto a leggere alle 5:00 per oltre un’ora con l’idea che tanto recupererò in mattinata.

Mentre sono a letto ripenso al sogno e al testo del Rattini (cognome mai sentito prima) e in particolare al testo in greco. Inizio a ragionare sulle lingue e a come esse influenzano il pensiero di chi le parla.

Rifletto che apparentemente l’italiano, con la sua corrispondenza precisa fra scrittura e pronuncia, dovrebbe portare a chiarezza di pensiero e di espressione: ma basta pensarci un attimo per rendersi conto che non è così. L’italiano sembra essere la lingua ideale per gli ipocriti che possono parlare a lungo senza dire niente.
Ho pensato così all’inglese: la struttura delle frasi più semplici, meno tempi e modi verbali, il soggetto sempre esplicito. Una lingua in cui, sebbene la pronuncia non si accordi con la scrittura (*1), ha una grammatica essenziale che rende più facile essere chiari e diretti.

In altre parola la pronuncia sembra irrilevante mentre la grammatica decisiva.

Per associazione di idee mi è tornato in mente un video che avevo visto qualche giorno fa sui “dad jokes” (non chiedetemi perché l’ho guardato!) in cui si gioca proprio su queste ambiguità per costruire doppi sensi e battute.
Allora, mezzo addormentato ho pensato il mio “dad joke” da dire se un’intervistatrice inglese mi chiedesse se so cosa sia: “Of course I know what a dad joke is: it is a joke so funny that you die. PAUSA. This dad joke is mine: I mean mine here, not in North East USA.”

Un amico inglese di mio padre diceva che avevo un umorismo molto inglese: forse aveva ragione…

Conclusione: spero sbuchi il sole per andare a leggere in giardino: al momento la mattinata non sembra promettere bene ma c’è tempo per migliorare!

Nota (*1): spesso ci sono parole scritte nello stesso modo ma con pronunce diverse in base al significato. Per esempio “lead” (piombo) si legge “led” mentre “to lead” (condurre) si legge “liid”. Oppure stessa pronuncia ma scrittura e significato diverso per esempio “red” (rosso) e “read” (letto, verbo leggere al passato). E infine stessa pronuncia e scrittura ma significati diversi: “light” può significare sia “leggero” che “chiaro”...