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venerdì 22 gennaio 2021

Noam Chomsky

[E] Attenzione! Per la comprensione di questo pezzo è necessaria la lettura della mia Epitome (V. 1.7.1 "Sherlochulhu").

Di solito non scrivo più di un pezzo al giorno ma oggi mi sento di farlo: ho appena finito di guardare questa video intervista a Noam Chomsky e ne sono rimasto estasiato!

Noam Chomsky: Where the left goes after Trump


Il suo nome mi era noto dall'informatica (grammatiche generative) e l'avevo poi di tanto in tanto notato in alcuni meme principalmente riguardanti il rapporto fra società e media.
Da quel poco che si poteva intuire da poche parole si trattava di teorie interessanti ma quasi troppo sconcertanti, troppo innovative e fuori dalla narrazione comune per essere considerate seriamente.
Nel corso degli anni, leggendo e riflettendo, sono però giunto anch’io a teorie estremamente negative sullo stato della società moderna (vedi la mia Epitome). In pratica sono giunto autonomamente là dove Chomsky era da anni.

Della sua lunga intervista condivido tutto: solo che lui riesce a esprimersi molto meglio di me con un linguaggio pacato ma anche affilato che va dritto al nocciolo della questione. Chiaro che si avverte il fatto che lui è da sessanta e più anni (è del 1928 come mio zio Gip) che riflette su queste tematiche e osserva da vicino la politica americana e mondiale.
Il suo giudizio su Trump è estremamente negativo là dove io invece, in mancanza di informazioni, ero incerto: ma mi ha convinto. Al di là del covid-19 che ha scombussolato tutto, la riforma fiscale di Trump è chiaramente a favore dei ricchi e penalizzante per i poveri.
Ma è forse troppo facile “sparare” su Trump: mi è piaciuto come abbia attribuito le responsabilità più pesanti del trionfo del neoliberismo a Reagan (e Thatcher in Europa), come del resto anch’io ho scritto nell’Epitome, ma anche poi a Clinton (creazione Nafta che ha causato guerra fra poveri) e all’osannato Obama (che del programma di: 1. salvare sia le banche; 2. salvare le vittime delle banche; ha portato a termine solo il primo abbandonando i cittadini a loro stessi), entrambi democratici.

Secondo Chomsky è dagli anni ‘70 (con Carter) che i democratici negli USA non fanno più gli interessi delle classi lavoratrici. Qualcosa di analogo a quanto successo col PCI e le sue successive degenerazioni.

Buone parole per Sanders pur facendo notare che la sua idea di sinistra si potrebbe collocare nella CDU tedesca in Europa (ovvero praticamente di centro destra!)…

Interessantissimi poi i concetti, ribaditi più volte, sia della perseveranza (che ironicamente ha definito “marxista”!) dei poteri economici di proteggere i propri interessi a scapito della popolazione sia, soprattutto, della necessità di indebolire i lavoratori per incrementare le diseguaglianze a loro danno. Entrambi i concetti sono presenti nella mia epitome: in [E] 12.4 che le multinazionali sono sempre all’erta per aumentare il proprio potere; mentre è conseguenza della legge della variazione della forza ([E] 5.8) che si indebolisca un potere, in questo caso la democratastenia, diminuendone l’autonomia.

Già, non lo ha detto esplicitamente ma mi pare che Chomsky la pensi come me nel contrapporre non solo la classe lavoratrice ma anche la media ai ricchissimi. Ecco forse Chomsky mette dalla stessa parte dei parapoteri anche i “normalmente” ricchi, dall’industriale, al chirurgo famoso, dalla stella di Hollywood a quella dello sport.

Infine mette l’accento su un qualcosa che forse io do per scontato: se né i democratici né tantomeno i repubblicani fanno gli interessi dei lavoratori allora questi per chi dovrebbero votare?
In altre parole c’è un fondamentale problema di rappresentanza: il 90% della popolazione americana non è rappresentato: nel senso che le persone da queste elette il 90% delle volte non ne fanno gli interessi. Al contrario subito entrano in contatto con le pressioni delle lobbi: C’è da aggiungere che in America vi è praticamente una correlazione diretta fra fondi per la campagna elettorale e l’elezione al senato/congresso. Pensate quindi quali interessi proteggeranno i vari deputati/senatori.

Poi mi sono anche annotato un libro citato da Chomsky che voglio leggere: “The framers’ coup: the making of the United States constitution” di Michael Klarman. In teoria va contro la mia ipotesi della temporanea particolare affinità fra parapoteri americani e democratastenia: sospetto però si tratti di un giudizio provocatoriamente troppo severo, ma voglio saperne di più!

Colpisce però l’ottimismo di Chomsky che spiega come già nel passato vi siano state delle variazioni di potere a favore dei più deboli e che nulla impedisce che ciò accada di nuovo.
Non sono però sicuro di condividere questa sua speranza: è vero che alcuni aspetti della storia sono ciclici ma al giorno d’oggi non va dimenticata quello che io chiamo il pericolo causato dalla combinazione della seconda globalizzazione ([E] 12.4) con l’effetto dell’omogeneizzazione ([E] 5.14) di cui, per esempio, il cambiamento climatico è una conseguenza. In pratica siamo, a livello globale, alla fase finale della mia teoria dell’espansione ([E] appendice D).
Non è detto che vi sia ritorno dalla strada che stiamo prendendo...

Infine ho guardato la pagina Wikipedia su Chomsky: tutto sommato scarna dato lo spessore del personaggio. Per capire quanto siamo in sintonia cito (da Wikipedia) questa sua valutazione del 2014 sulla situazione politica italiana: «Per quel che mi riguarda la democrazia in Italia è finita con il governo Monti, designato dai burocrati seduti a Bruxelles e non dagli elettori.». Che aggiungere?

Ah, ho poi scoperto che dato che io la penso come Chomsky, e che egli è definito un socialista libertario, allora ne posso concludere che anch’io sono un socialista libertario.
Ed effettivamente credo che sia la definizione giusta per me: i miei ideali di giustizia sono sostanzialmente socialisti ma sono anche fortemente convinto che affinché vi possa essere giustizia la democratastenia debba essere forte: questo significa che il singolo cittadino deve esserlo e, quindi, deve essere massima la sua autonomia, ovvero le sue libertà individuali (sia nei confronti dello Stato che dei parapoteri).

Modificato: 21/1/21
Nella mia Epitome c’è un capitolo, il ventesimo, che faccio sempre un po’ fatica a spiegarmi.
Si tratta del capitolo conclusivo dell’Epitome dove illustro i pericoli noti e ignoti che l’umanità si trova di fronte. Si tratta di un qualcosa di apparentemente avulso e non consequenziale rispetto al resto dell’opera e anch’io faccio fatica a capire come sono giunto alla conclusione che tale capitolo fosse necessario.
La logica in breve è: nei capitoli iniziali illustro la mia teoria su come funziona il mondo e poi arrivo a proporre un sistema per creare una società più giusta. Ma tutto questo esercizio è motivato se il mondo si autodistrugge? Ovviamente no: vanno quindi presi in considerazione anche i pericoli globali capaci di distruggere, o comunque seriamente danneggiare, l’intera umanità.
Sembrerebbe una motivazione un po’ forzata e, forse, è effettivamente così ma, sorpresa, è anche la stessa conclusione a cui arriva Chomsky.
Lui si limita a due problemi principali: il surriscaldamento e la guerra nucleare (più la pandemia di covid-19 che però considera, giustamente, molto meno grave) mentre io vedo il problema più complesso e sfaccettato.
Ma il punto è che entrambi abbiamo compreso l’importanza delle priorità: la salvezza del pianeta e dell’umanità deve venire prima di qualsiasi ideologia e deve quindi essere sempre tenuta presente.

Conclusione: come faccio a essere la reincarnazione di Chomsky se egli è ancora vivo? Comunque vedendo le foto anche di pochi anni fa e la sua faccia attuale non mi pare che gli resti molto da vivere. Peccato perché è ancora lucidissimo.

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