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martedì 30 maggio 2017

SPS IPC Drives

L'altra settimana ho accompagnato un amico che andava a visitare la fiera di Parma “SPS IPC Drives“ per lavoro. Onestamente io non c'entravo molto con questa manifestazione ma comunque ho pensato che fosse un'occasione per fare una nuova esperienza e magari scriverci poi un pezzo...

Mi ero pure portato un quaderno per prendere appunti ma alla fine non l'ho usato. L'amico mi aveva detto, probabilmente scherzando, di vestirmi "bene" e io ho avuto la malaugurata idea di indossare oltre alla camicia (invece della solita maglietta) un paio di scarpe che consideravo "eleganti" solo perché non da ginnastica: il problema è che non le mettevo da oltre 15 anni e così dopo un'ora mi facevano già male i piedi: a quel punto tutta la mia attenzione si è spostata dalla mostra a cosa fare per il benessere delle mie estremità inferiori...

La conseguenza è che mi è mancata la lucidità per fare l'analisi organica che avevo in mente: piuttosto mi sono limitato a fare diverse osservazioni senza però legarle insieme fra loro.

Prima di tutto la fiera, come si capisce dal suo titolo incomprensibile, non era pensata per il grande pubblico ma si rivolgeva solo ai produttori di macchinari industriali: in pratica i diversi espositori proponevano le loro novità (e non) di congegni elettronici e meccanici atti a essere assemblati in macchinari più complessi. Probabilmente un ingegnere elettronico si sarebbe trovato a suo agio ma a me la maggior parte dei pezzi, soprattutto quelli immobili e senza lucine intermittenti, non destavano molto interesse. Contemporaneamente preferivo non distrarre l'amico con le mie domande visto che per lui era una visita lavorativa. Oltretutto anche quando vedevo qualcosa di interessante e mi mettevo a studiarlo per capire di cosa si trattava ecco che prontamente arrivava qualcuno del padiglione a chiedermi se poteva essermi d'aiuto (magari mi succedesse qualche volta a Mediaworld!): dopo un po', per evitare questo fastidioso imbarazzo, ho imparato che dovevo vagare con lo sguardo perso senza concentrarmi su niente. Mi viene un terribile dubbio: non sarà che, a un primo sguardo, io sembri un ingegnere?!

Pur capendo poco di quello che vedevo ho fatto comunque varie osservazioni che propongo qui di seguito in ordine sparso.

1. filosoficamente non sarei potuto essere un buon ingegnere, o almeno non un ingegnere felice: esistono troppi macchinari e congegni per riuscire a conoscerli tutti in profondità. questa sensazione di conoscenza incompleta sarebbe stata molto frustrante per me. Cioè l'idea di specializzarmi, ad esempio, nella progettazione di laser per la misura delle distanze mi sarebbe parso un campo di lavoro troppo angusto e che avrei percepito come troppo soffocante. Un buon ingegnere deve invece sapere "quel che serve" di tutto ma senza perdersi nei dettagli inutili: ma io non sono fatto per questa approssimazione, se non capisco tutto di tutto non mi sento a mio agio. La consapevolezza di dedicare la mia vita a un settore estremamente specialistico mi avrebbe reso infelice nel lungo periodo. Osservazione: "Ma anche il mondo dell'informatica è ricco di nuovi prodotti e tecnologie che anzi, forse, evolvono ancor più velocemente!". È vero e infatti anche l'informatica non mi piace...
2. molti espositori avevano le spiegazioni dei loro prodotti in italiano e tedesco. Quelli più grossi come, Toshiba e Siemens, in inglese. Evidentemente i piccoli produttori preparavano l'esposizione con una chiara idea dei propri clienti (oltre agli italiani di sicuro c'era anche qualche tedesco) mentre quelli più grandi usavano materiale pensato e prodotto per il mercato mondiale.
3. la stragrande maggioranza dei visitatori (senza considerare gli studenti) erano uomini, direi il 95%. Fra gli studenti i maschi erano comunque di più, forse il 70%. Almeno un espositore su tre si affidava alle lusinghe di una bella ragazza, rigorosamente in tacchi alti e gonna corta, per attirare visitatori. Sfortunatamente questa grande qualità di grazie femminili era sprecata con gli ingegneri che facevano infatti estrema attenzione a ignorare completamente le sorridenti donzelle. Questa è forse la differenza maggiore con gli informatici che, sebbene dal vivo non siano neppure loro dei leoni, sicuramente si sarebbero dati da fare con riprese di nascosto col telefonino e “sguardi porchi” (da lontano o alle spalle delle signorine). Non fatico poi a immaginare un gruppo di informatici che si scambiano sghignazzando fotomontaggi osceni, con protagonisti le diverse signorine e di volta in volta i vari membri del gruppo, realizzati sul momento con programmi per l'elaborazione dell'immagine.
In realtà, in mancanza di informatici (tranne me che però, come detto, venivo scambiato con vergognosa facilità per un ingegnere), solo gli studenti (ma neppure troppi) si voltavano a osservare le gonne più corte o, più probabilmente, le gambe più lunghe...
4. ripensandoci però la vera differenza fra ingegneri e informatici la si sarebbe vista con gli stuzzichini offerti dalle aziende: gli ingegneri disdegnavano anche i bocconcini più appetitosi e ho la sensazioni che lo stesso piccolo vassoio sarà bastato per tutti i tre giorni della fiera. Gli informatici invece avrebbero sfogato la tensione sessuale repressa, provocata dalla visione “dal vivo” delle signorine, divorando tutto il cibo disponibile in un paio d'ore: insomma un ottimo esempio di sublimazione delle pulsioni sessuali nella quale gli informatici sono, giustamente, considerati i maestri indiscussi...
5. Anche i piccoli omaggi degli espositori (in genere del livello di penne o portachiavi) erano ignorati dagli ingegneri (*1) e lasciati alla mercé degli studenti. Gli informatici hanno lo stesso timido pudore degli ingegneri ad accattare gli oggettini in regalo ma il desiderio di ottenere un piccolo ricordo li avrebbe spinti a usare l'ingegno e la destrezza: mi immagino facilmente gruppetti di informatici in cui un membro distrae e attira lontano l'addetto che sorveglia i regalini e allontana con i suoi sguardi severi chi si avvicina oziosamente. Il resto del gruppo, rigorosamente voltato di schiena, avrebbe formato invece una barriera dalla quale un'incerta manina si sarebbe allungata per ghermire una generosa manciata di gadgets. Compiuta l'effrazione i vari informatici si sarebbero allontanati rapidamente, anche troppo, in direzioni diverse per ritrovarsi poi in un luogo convenuto per spartirsi la refurtiva.

Nel complesso è stata comunque un'esperienza interessante che mi ha dato una vaga idea della continua evoluzione e complessità del settore ma anche della modularità con cui sono costruiti i macchinari più complessi.

Mi rendo conto adesso di un altro particolare: i prodotti simili erano numerosi ma mancavano, o almeno io non sono stato in grado di individuarli, le informazioni relative all'affidabilità dei componenti. Cioè io, se fossi stato un compratore, sarei stato interessato ad acquistare non tanto il marchingegno più piccolo e nuovo quanto quello più affidabile (non voglio cioè che il mio macchinario si rompa). Bo... immagino che tutti i produttori garantiscano livelli di qualità simili se non diversamente specificato... ma ho anche la sensazione che alla fine molto poi si riduca a scelte basate sulla novità in quanto tale piuttosto che alle effettive prestazioni e, ovviamente, al costo. Ad esempio parole di richiamo, che cioè vedevo spesso nei cartelli pubblicitari/informativi, erano le tecnologie “4.0” (ovvero macchinari connessi e controllabili in rete (*2)) e la “sicurezza”...

Conclusione: una bella esperienza... da non ripetere!

Nota (*1): ad esempio il mio amico (ingegnere) si è riportato a casa un mezzo quintale di cataloghi e opuscoli informativi ma l'unico regalino che ha preso è stato un portachiavi di plastica, così brutto (sembrava un dito arancione) che anche gli studenti lo avevano schifato, offertogli direttamente dall'addetto al padiglione apparentemente ansioso di liberarsene.
Nota (*2): per essere così facilmente compromessi da pirati informatici...

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