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mercoledì 5 aprile 2017

Il capitolo mancante

Un possibile capitolo mancante della mia epitome è quello sul fenomeno dell'immigrazione. Non ho ancora scritto niente al riguardo perché, nonostante inizi ad avere delle idee abbastanza precise, ancora non sono completamente sicuro di esse; inoltre l'argomento è molto “caldo” e dibattuto: il risultato è che le persone cercano solo argomentazioni che diano ragione alle proprie idee precostituite, non veramente di capire o, almeno, essere aperte a nuovi punti di vista. Insomma l'immigrazione è un po' un campo minato dove si deve misurare con attenzione ogni parola per non essere immediatamente catalogato come pro o contro gli immigrati o, addirittura, come razzista o buonista. E a me non piace misurare le parole: è una forma di autocensura che limita la libertà personale ma è la pressione della società, supportata dall'ingerenza di alcune leggi, che in pratica costringono a una cautela eccessiva che, nel dubbio, spinge al silenzio piuttosto che alla comunicazione.

Insomma dell'argomento so poco, cosa che in genere non mi impedisce di dire la mia (!), ma non mi voglio ancora sbilanciare fino a quando non sono più sicuro delle mie idee...

Oggi mi sono imbattuto in una coppia di articoli sull'immigrazione: I rifugiati diventano operai: “Il mercato ha bisogno di noi” di Davide Lassi e Letizia Tortello e Gli immigrati fanno solo i lavori che agli italiani non piacciono di Alessandro Barbera entrambi dalla Stampa.it

Il titolo di questi articoli riassume piuttosto bene anche l'essenza dei loro contenuti.
Ovvero: gli immigrati non “rubano” il lavoro perché si accontentano di mestieri che gli italiani non vogliono fare.
Nel secondo articolo si spiega poi anche che: 1. gli immigrati non sono zavorra sociale (ovvero contribuiscono alla società italiana più di quanto non costino); 2. l'offerta di manodopera costituita dagli immigrati non abbassa i salari italiani.
Sempre nel secondo articolo c'è l'esempio concreto di un cantiere che ha formato dei giovani africani che, ottenuto il “patentino di saldatori”, sono stati assunti in tale azienda; oppure c'è un altro esempio che spiega come a Roma dei rifugiati africani si improvvisino spazzini/giardinieri curando delle zone trascurate della città.

Al momento il mio pezzo di “riferimento” sull'argomento è: Le ragioni dell'immigrazione. Un pezzo certamente interessante ma che ha il difetto di basarsi solamente su un articolo. Sarebbe utile avere altri riscontri che confermassero o smentissero le tesi lì espresse: ma la pressione sociale che inibisce il sottoscritto la subiscono un po' tutti: solo i fanatici non hanno problemi a dar voce alle proprie idee, oppure chi si accontenta di ripetere pedissequamente l'opinione "ufficiale" del tempo...
E quindi estremamente difficile documentarsi: ho la sensazione che l'autore di un libro di storia sull'antica Roma non abbia (troppi) problemi a scrivere quello che pensa: e, proprio per questo, nel 95% di questi libri, scopro comunque delle idee interessanti...
Al contrario temo che se comprassi a casaccio un libro sul “fenomeno dell'immigrazione”, il 95% delle volte mi troverei semplicemente una ripetizioni di quelle che sono le idee ritenute accettabili dalla società sul problema: insomma chiacchiere e aria fritta.

Dopo questa lunga premessa sono QUASI arrivato al punto del mio pezzo!
Il contenuto dei due articoli della Stampa.it segue il tradizionale filone, allineato con la posizione ufficiale della maggior parte dei vari governi europei, Italia compresa, che vedono nell'immigrazione un fenomeno che reca sì dei problemi ma che è anche sostanzialmente positivo.
Danno poi per scontato che il fenomeno sia inevitabile e lo spiegano esclusivamente dalla prospettiva degli immigrati che cercano rifugio dalla guerra e/o prospettive economiche migliori: manca totalmente una possibile spiegazione del perché i paesi occidentali non facciano realmente niente di concreto per opporsi a questa immigrazione. Non per niente il fenomeno viene descritto da una parte come inevitabile e, dall'altra, come positivo.

Molto diverso è il punto di vista dell'articolo su cui basai il pezzo Le ragioni dell'immigrazione: Immigration and capital.
In tale articolo è suggerito che:
1. è nell'interesse del capitale (che io liberamente traduco con “parapoteri” economici) avere mano d'opera, specialmente se specializzata, disposta ad accettare salari più bassi di quelli del paese di destinazione.
2. è nell'interesse del capitale (parapoteri economici) avere nuovi cittadini, seppur con individualmente scarso potere d'acquisto, a cui vendere le proprie merci.
3. è nell'interesse dei partiti tradizionali (che io liberamente traduco con “parapoteri” politici) avere, almeno in prospettiva, dei nuovi elettori da poter opporre a quelli delusi dalla vecchia politica e che si rivolgono quindi alle forze populiste. (*1)

Eccomi finalmente arrivato al vero punto di questo pezzo! I due articoli della Stampa.it e quello del misterioso viario ZeroAnthtropology.net portano argomenti fra loro contrastanti: per quale motivo io do molto credito a quello di ZeroAnthtropology.net e quasi nessuno ai due articoli italiani?

Prima di tutto le argomentazioni dell'articolo di ZeroAnthtropology sono completamente compatibili con la visione globale del mondo che do nella mia Epitome: cioè, se fossi totalmente convinto, potrei prendere tali tesi e, cambiando un po' di terminologia, inserirle come un nuovo capitolo dell'epitome. Davvero torna tutto ma, ovviamente, non posso riassumere qui in poche parole il quadro che do in 90 e passa pagine...
Inoltre l'articolo di ZeroAnthtropology spiega bene quello che consideravo un mistero della società occidentale: e, come spiego nell'introduzione dell'epitome, se nella società osserviamo un fenomeno che non comprendiamo allora significa semplicemente che ci mancano le giuste chiavi di lettura per comprenderlo. In questo caso il mistero era l'evidente mancanza di una concreta volontà politica di opporsi all'immigrazione. Sono infatti d'accordo che in parte sia inevitabile ma, senza ricorrere a misure rigidissime, si potrebbe senza dubbio ridurla di un fattore 10 o più (20?): ovvero centinaia di migliaia invece che milioni di immigrati.

Ma veniamo agli articoli della Stampa.it e perché non mi convincono:
- prima di tutto sono estremamente superficiali e mischiano insieme cronaca e dati.
- i dati provengono da uno studio universitario di cui manca però il riferimento (l'avrei letto volentieri).
- si mischiano insieme profughi, irregolari e regolarizzati.
- le argomentazioni con cui spiegano come mai gli immigrati “non rubino” il lavoro agli italiani non sono assolutamente chiare e, principalmente, si limitano a citare lo studio di cui sopra.

Ecco, nel complesso questi articoli mi sembrano (mi esprimo col “gergo” della mia epitome) dei tipici protomiti usati per rafforzare e ribadire quei miti che i parapoteri intendono supportare perché favorevoli ai loro interessi.
Peccato davvero che non ci sia il collegamento allo studio perché, dal mio punto di vista, avrebbe fatto la differenza fra un articolo superficiale e uno credibile.

Perché alla fine questi articoli non mi fanno capire come sia possibile che dei lavoratori che accettano le paghe più basse contemporaneamente non spingano al ribasso tutto il mercato del lavoro: forse che la legge della domanda e dell'offerta in questo caso non valga?

Ironicamente l'autore dell'articolo si dà la zappa sui piedi riportando la domanda che, chiaramente in buona fede, si pone una immigrata peruviana: come mai i giovani italiani quando vanno all'estero accettano i lavori umili che qui rifiutano?
La mia risposta è: perché i giovani italiani si rendono conto che in Italia sarebbero sfruttati mentre all'estero no! In pratica è la riprova che gli immigrati accettano di essere sfruttati: alla faccia di chi è favorevole sempre e comunque all'immigrazione (*2)...

Avrei infine anche la tentazione di citare un libro in inglese che leggevo anni fa (non ho voglia di cercarlo e mi ricordo solo il nome dell'autore: Peter Heather) sulle invasioni barbariche (che nel mondo anglosassone vengono chiamate “migrazioni barbariche”) perché ci sarebbero tante analogie col fenomeno attuale: tanto per dirne una la propensione a ritrasferirsi degli immigrati; una “flessibilità” che sembra quasi stupire i ricercatori italiani che la contrappongono alla sedentarietà degli italiani...

Conclusione: pezzo strano lo so. Alla fine si risolve nella mia valutazione arbitraria di cosa sia credibile e cosa no: spero almeno che le mie motivazioni siano state interessanti...

Nota (*1): Mi sono ricordato tutti questi punti senza aver riletto il mio vecchio pezzo: non troppo male la mia memoria, vero?!
Nota (*2): Ho finito di leggere la monografia sugli schiavi nell'antica Roma e ho quasi concluso quella sui liberti: alla fine l'argomentazione "gli immigrati sono un bene perché accettano i lavori che gli italiani rifiutano" assomiglia parecchio a quella della schiavitù: ovvero un gruppo di persone costretto a fare lavori che nessuno vorrebbe fare...

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