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lunedì 5 ottobre 2015

La lingua degli angeli

Attenzione! In questo pezzo divagherò e, al momento, non so nemmeno io dove andrò a parare...

Almeno la partenza mi è però chiara: si tratta di un'altra di quelle coincidenze che io, forse un po' impropriamente, chiamo serendipità (*1).

Come al solito le origini della “scoperta” sono piuttosto convolute, provate a seguirmi: mio zio mi ha parlato di un documentario sull'assedio turco di Vienna; io mi sono ricordato di un mio libro di fantasia in cui se ne parlava; sono andato a ricercarlo per, eventualmente, farglielo leggere; ho trovato il volumetto ma è stato “schifato” (il sue genere è infatti di fantasia, incluso re Artù e un assortimento di creature mitologiche varie...); però ho iniziato a sfogliarlo io e mi sono imbattuto in una foto di un mio subcugino (*2); mi sono così ricordato di aver prestato lo stesso libro a una mia zia (scrissi di lei in Nostalgie varie) che, evidentemente, aveva usato la foto del nipote come segnalibro; intenerito, decido di rileggere per l'ennesima volta tale romanzo (*3)...
Ed eccoci alla serendipità: a pagina 39 (*3) è scritto «Un italiano raccontò la storia morbosa di una ragazza di nobile nascita che conserva la testa del suo innamorato, uno stalliere, in un vaso di fiori, ed innaffiava di lacrime la pianta che vi cresceva dentro.»
Esatto! Questa novella di cui il libro di fantasia offre solo tale breve sintesi l'ho letta pochi giorni fa nel Decameron: si tratta infatti (v. Decameron: quarto giorno) della quinta novella della quarta giornata (*4)!

Tutto qui? Ebbene sì...
Ormai chi segue questo viario lo sa, tali coincidenze mi affascinano: mi chiedo se capitino a tutti o no. O magari sono io particolarmente suscettibile a esse e le noto quindi più frequentemente di altri...
Eppure non riesco a togliermi la convinzione che queste coincidenze abbiano un loro schema e un preciso significato. Per gli antichi greci si tratterebbe di messaggi dagli dèi che vanno interpretati e ascoltati. Io non credo agli dèi e, anzi, sono consapevole che per la ragione non siano altro che eventi irrelati che solo la mia immaginazione/memoria lega insieme.
Però da tempo penso che l'idea che scienza, logica e razionalità spieghino tutto sia solo un'illusione: la scienza è il mito fondante di questo ultimo secolo, ma è un mito e come tale non va ciecamente seguito. C'è altro, ne sono convinto, di ignoto alla scienza che è comprensibile solo andando oltre a essa, non ascoltando i suoi continui ammonimenti di logica e razionalità.

Ecco io credo che queste coincidenze, in cui frequentemente mi imbatto, abbiano un significato profondo sebbene non mi sia chiaro. Ma si tratta di una convinzione ascientifica e, come tale, non dimostrabile né esprimibile chiaramente a parole.
Sebbene il significato di queste coincidenze mi sia precluso, dall'entusiasmo con cui le scopro, credo però che si tratti di messaggi positivi: che ho scelto bene, che sto andando nella direzione giusta...

Tutto questo ha senso? Ovviamente no!
Per capire e condividere le mie parole occorrerebbe infatti un afflato dell'intuizione che però, o sorge spontaneo, oppure non è trasmissibile dallo scritto, per sua natura aridamente oggettivo. Ecco, se fossi un poeta, avrei potuto provare a spiegare questo concetto con una poesia: nella poesia infatti le parole trascendono il proprio significato letterale e ampliano a dismisura la propria potenza espressiva (*5).

Conclusione: è folle quello che scrivo? Beh, se così fosse, per una volta avrebbe senso la frase faceta «scemo chi legge»!

Nota (*1): Per la Treccani.it serendipità significa fare una felice scoperta, specialmente scientifica, quando si sta ricercando altro. Io invece uso il termine più genericamente come “imbattermi, felicemente, in qualcosa che non cercavo”.
Nota (*2): chiamo così i figli dei miei cugini! Da notare che la relazione di parentele non è simmetrica: da loro mi faccio chiamare “mastercugino”. Inutile dire che questa mia iniziativa non sta raccogliendo un vasto consenso!
Nota (*3): Il re pescatore di Tim Powers, Ed. Casa Editrice Nord, 1992, trad. Annarita Guarnieri.
Nota (*4): in realtà la protagonista della novella non è nobile ma appartiene a una ricca famiglia di mercanti e l'innamorato non è uno stalliere ma un dipendente. Volutamente o per errore è facile mescolare insieme elementi di novelle diverse ma simili!
Nota (*5): mentre cercavo di esprimere questo difficile concetto mi è passata per la mente la frase «La poesia è la lingua con cui parlano gli angeli» o, più sinteticamente, «La poesia e la lingua degli angeli». L'ha già scritto/detto qualcuno? Non lo so...
Aggiungo, ma non dovrebbe essercene bisogno, che tale frase non significa che esistano gli angeli ma che per descrivere realtà superiori, altrimenti inconoscibili, è necessario usare il linguaggio poetico. Da cui il titolo del pezzo...

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