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lunedì 23 novembre 2015

Pigro e facile

Oggi non mi sento particolarmente creativo: ho quindi deciso di limitarmi ad analizzare il seguente articolo del FattoQuotidiano.it Attentati Parigi: 5 opinioni non richieste.

Come si può facilmente immaginare si tratta di una serie di cinque commenti sugli eventi della scorsa settimana. Gli autori di questi giudizi, che vengono definiti “a freddo”, scrivono tutti su un viario chiamato Zeppelin.

Di seguito riassumo brevemente i vari commenti (ma consiglio di leggere direttamente l'articolo originario) facendoli seguire dalle mie osservazioni.

1. Paolo: L'Europa da 70 anni non conosce la guerra; la guerra di oggi è asimmetrica: terroristi contro eserciti; la visione della violenza a cui non siamo più abituati provoca paura e, per avere maggiore sicurezza, siamo pronti a tutto; nessuna guerra nasce dal nulla; la stessa Italia è impegnata in molti teatri bellici; ora ci rendiamo conto che, nonostante la forza delle nostre armi, anche noi siamo vulnerabili.

L'autore tocca moltissimi argomenti che andrebbero ampliati e approfonditi: tutti gli elementi menzionati sono corretti ma qual è il suo punto? Non capisco quale sia il collegamento fra gli stessi... Mi sfugge quale sia la conclusione e come derivi dalle premesse elencate.
Mi sa che i concetti siano fondamentalmente due e abbastanza indipendenti fra loro: 1. la violenza a cui non siamo abituato ci pone nell'idea di cedere parte delle nostre libertà in cambio di maggior sicurezza; 2. L'Italia e l'occidente in genere hanno delle responsabilità indirette che hanno portato a questi atti di terrorismo.

2. Lorenzo: Gli attentati di Parigi porteranno a un cambiamento delle strategie politiche/militare sullo scacchiere del Mediterraneo; speriamo che gli obiettivi strategici siano ragionati e realistici.

Può darsi... per adesso la risposta sono dei bombardamenti di dubbia efficacia.
Si ha la sensazione che l'autore sia comunque piuttosto scettico e, immagino, come il suo collega, veda delle responsabilità occidentali nella crescita dell'Isis. Soprattutto si capisce che egli non concordi con la strategia adottata fino a questo momento. Al riguardo non posso commentare perché non ho seguito minimamente la vicenda...

3. Samantha: Gli ultimi atti di terrorismo sono la conseguenza di una vicenda iniziata in Siria il 15 marzo 2011; inutile discutere sull'effetto se non se ne affronta la causa; la causa sono i finanziamenti all'Isis e il caos siriano; la violenza del governo siriano nel reprimere le manifestazioni di piazza ha favorito l'ascesa dell'Isis; se ignoriamo queste cause non potremo risolvere il problema; la nostra solidarietà dovrebbe andare a tutte le vittime degli attacchi terroristici; il fatto che così non sia evidenzia la nostra ipocrisia; questa ipocrisia è forse pericolosa tanto quanto il terrorismo

Concettualmente la prima parte di queste argomentazioni è ineccepibile: in generale anch'io la penso alla stessa maniera: bisogna eliminare l'origine di un problema, non le sue estreme conseguenze.
È corretto anche il ragionamento sull'ipocrisia: ma non sono sicuro che sia corretto chiamarla “ipocrisia”, a me pare più “miopia” generata dalla risposta emotiva provocata da questi attacchi. È normale che si rimanga più impressionati dagli attentati di Parigi che di quelli, ad esempio, in Libano e in Kenia perché la realtà francese è, per un gran numero di fattori, molto più vicina alla nostra e per questo ci coinvolge maggiormente.
L'affermazione che questo tipo di ipocrisia sia pericoloso, forse, tanto quanto il terrorismo, presa alla lettera, è eccessiva; se però le si dà il significato più ampio che il non considerare tutti gli uomini uguali (e di conseguenza le loro morti) porta a tutta una serie di ingiustizie, le cui estreme conseguenze potrebbero essere più gravi di qualsiasi atto di terrorismo, allora diviene maggiormente condivisibile anche se, essendo un'affermazione estremamente generica, ci sarebbe da discuterci sopra all'infinito...

4. Marco: La violenza del terrorismo genera paura e questa, a sua volta, può portare alla diffidenza verso tutti colori che ci sembrano diversi; le conseguenza sono ancora imprevedibili ma, di sicuro, c'è già chi mira ad approfittarsi di questa atmosfera di sospetto; la paura porta a prendere decisioni irrevocabili; fortunato chi è immune a questa emotività anche se non lo sarà alle bombe.

Vero: concetto già in parte espresso anche nel primo commento. Anch'io ne accennai a caldo: temo infatti che questo clima emotivo possa essere sfruttato per toglierci (inutilmente!) altri pezzetti di libertà. Suppongo che l'affermazione finale, banalmente vera, volesse dare al commento un tocco drammatico ma suona un po' ingenua.

5. Eliza: non è ipocrisia preoccuparsi maggiormente di chi ci è più vicino, dipende anche dal nostro vissuto; “Ribadire l'ovvio” non è più sufficiente; al contrario sarebbe importante ricordare la compassione; si dibatte troppo su concetti ovvi (ci si preoccupa maggiormente per chi ci è più vicino e che l'uomo è di natura etnocentrica) e si dimentica la comprensione, il cuore, la compassione; la risposta francese ed Europea di violenza contro la violenza: non è una vera strategia ma solo rivalsa e, anzi, aumenterà il numero di profughi peggiorando il problema invece di risolverlo; la vera tragedia è la mancata comprensione e distinzione fra le cause e gli effetti.

Ho la sensazione che l'autrice di questo commento abbia voluto in parte rispondere ai suoi colleghi e in particolare a Samantha. Come me non trova che “ipocrisia” sia la definizione giusta del fenomeno che ci rende più impressionabili dagli eventi francesi piuttosto che da quelli extra europei.
Poi spiega che affermare l'ovvio non è più sufficiente (affermazione opinabile visto che, ad esempio, cioè che è ovvio a me può non esserlo ad altri e vice versa) ma che si debba divenire più empatici per capire la vera origine del problema e, quindi, risolverlo. Posizione certamente legittima ma che mi pare un po' troppo filosofica e poco pratica.
Infine spiega che i bombardamenti francesi sono inutili e, anzi, controproducenti: può darsi, ma bisognerebbe conoscere la strategia militare nel suo complesso. In mancanza di tali informazioni bisogna avere pazienza e aspettare per poter giudicare le conseguenze. Non bisogna poi dimenticare che l'obiettivo dei bombardamenti francesi potrebbe essere stato non solo militare ma anche psicologico: far pensare ai francesi di non essere impotenti di fronte a queste aggressioni può infatti aiutarli a vincere la paura e il senso di impotenza...

Quando ho iniziato a scrivere questo pezzo progettavo di terminarlo qui. Mentre però svisceravo questi commenti, sezionandoli e analizzandoli, ho fatto alcune riflessioni che mi sembrano interessanti e che voglio condividere.

Mi ha colpito come i singoli concetti espressi nei vari commenti non siano sempre chiaramente collegati fra loro o strutturati insieme in qualche maniera. Paradossalmente hanno, a mio parere, proprio la forma di commenti “a caldo” mentre invece sono definiti “a freddo”.

Le possibili spiegazioni per questa apparente incoerenza sono due ed entrambe comportano delle riflessioni molto interessanti.

La prima possibilità è che questi commenti, originariamente più articolati, siano stati poi sintetizzati per semplici motivi di spazio.
In questo caso le riflessioni interessanti sono due: la prima è che colui che sintetizza i pensieri altrui (e magari anche il proprio) rischia di dare per scontati, dopo averli letti, alcuni dei passaggi che legano insieme un'osservazione a un'altra che in realtà non sono tali. Non si rende cioè conto che alcune osservazioni sono chiare e conseguenti solo grazie al contesto in cui si trovano.
La seconda riflessione è l'importanza di questi dettagli se si vuole avere autentica comunicazione e, quindi, comprensione. Non basta elencare una serie di osservazioni per comunicare un concetto complesso ma queste vanno legate insieme fra loro per evitare che vengano interpretate male. Ogni volta che manca uno di questi collegamenti logici il lettore cerca di intuirlo autonomamente ma non è detto che vi riesca né che arrivi alle stesse conclusioni dell'autore: questo può generare un'interpretazione sbagliata di ciò che si legge e, nei casi più gravi, l'incomprensione del testo.

La seconda possibilità è che questi commenti siano stati direttamente scritti in questa forma dai loro autori.
In questo caso, al di là dei concetti stessi comunicati, mi lascia perplesso la modalità con cui sono stati espressi.
Io cerco sempre nei miei pezzi di essere “genericamente” chiaro in ciò che scrivo: dal mio punto di vista questo significa anche, e forse soprattutto, relazionare bene ogni mia affermazione con le altre. Come se i miei pensieri fossero delle dimostrazioni matematiche, parto da alcune premesse e arrivo a delle conclusioni attraverso numerosi passaggi intermedi.
L'idea che non tutti facciano come me è una rivelazione sconcertante: perché l'implicazione è che, in generale, non si pensa tutti alla stessa maniera con la conseguenza che la comunicazione, e quindi la reciproca comprensione, possa divenire estremamente difficile quando non impossibile. Su questo concetto dovrò ritornare in seguito perché non è molto importante ma, anzi, fondamentale.

Sarebbe interessante fare una riprova: una persona che analizzasse frase per frase un mio pezzo e ne verificasse, dal proprio punto di vista, la logicità e conseguenza dei vari passaggi. Per controllo sarebbe utile rifare anche lo stesso lavoro che ho fatto io per questi cinque commenti in maniera da poter confrontare la mia interpretazione di essi con un'altra esterna ma ugualmente precisa.

Conclusione: volontari?

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