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lunedì 6 luglio 2015

Il "no" della Grecia

In questi giorni non ho scritto altro sulla Grecia: mi sembrava che ci fosse solo da aspettare l'esito del referendum e non avevo voglia di ripetermi.
Il poco che ho ascoltato alla tivvù (come sempre!) era completamente di parte: ci si limitava a liquidare il “no” come pura follia e si dimenticava di riportare qualsiasi altra opinione contraria.
Volendo dare una pluralità di vedute si sarebbe, ad esempio, potuto intervistare qualche premio nobel per l'economia che si era apertamente schierato per il “no”: vedi il corto Tre cogli### che la pensano come me.

Comunque è significativo questo disciplinato allineamento dei media nostrani alle posizioni di Bruxelles, pure in una situazione in cui influenzare l'opinione pubblica italiana era poco rilevante.
Un po', forse, si guarda al futuro quando, prima o poi, anche noi ci ritroveremo in una situazione analoga a quella greca ma, credo, soprattutto i media italiani sono così servizievoli e ubbidienti che cercano di compiacere i potenti di Bruxelles anche senza averne ricevuto l'ordine esplicito.

Il risultato è stato netto: il 61% dei greci ha votato “no”. Alla faccia dei sondaggi che davano estremo equilibrio. Erano pilotati? Era una maniera per condizionare il voto? Possibile, anche se non mi è chiaro come: magari esistono studi di psicosociologia sull'argomento...

E ora? Rimango dell'opinione che ci sia una sola possibilità per la Grecia: dichiarare il default e uscire dall'euro.
L'unico inghippo politico a questa linea di condotta è che Tsipras non vuole/non può prendere queste iniziative autonomamente: vuole che sia l'UE a “costringerlo” a farlo.
Se default/uscita dall'euro sembrassero delle sue decisioni si spaccherebbe infatti il paese fra sostenitori e oppositori di Tsipras mentre, se la costrizione giungesse dall'estero, aiuterebbe a ricompattare l'intera popolazione intorno al governo.
Se poi l'UE dovesse fare una proposta accettabile che non deprimesse ancor di più l'economia, che portasse alla ristrutturazione del debito e non chiedesse inutili e inaccettabile sacrifici sociali allora tanto meglio.
Tale possibilità non è peregrina: la dimostrazione di forza data col referendum indica che il governo greco è deciso ad andare per la propria strada e quindi a liberarsi, comunque, del giogo economico che schiaccia il paese.
Il ragionamento che i poteri forti potrebbero fare è qualcosa di questo tipo: “Se la Grecia fa a modo suo e, magari dopo qualche anno burrascoso, torna a crescere e a prosperare più di prima darebbe la dimostrazione che le nostre «ricette» economiche non solo non funzionano ma, evidentemente, hanno altri scopi. Cosa farebbero allora gli altri paesi, Italia in primis, che stanno venendo dissanguati in maniera analoga? Forse è allora conveniente arrivare a un accordo che vada incontro alle richieste greche ma che sembri il contrario: un accordo dove, a parole, la UE abbia mantenuto le proprie posizioni ma, nei fatti, abbia ceduto ad Atene. In questa maniera, grazie al controllo sui media, si potrebbe perfino far passare l'idea che la futura ripresa greca sarebbe dovuta alle misure economiche suggerite dall'estero...”
Ovviamente questa è fantapolitica/economia ma non ritengo tale scenario completamente inverosimile.

Anche le dimissioni di Varoufakis vanno in questa direzione: dare la scusa alla UE per tornare a dialogare. Si potrebbe infatti dire che l'accordo è stato possibile non perché l'UE abbia ceduto ad Atene ma perché non c'era più l'intransigente (e ingombrante) ministro dell'economia a far naufragare la trattativa. In questo caso si tratterebbe di un sacrificio vincente.
Per valutare la situazione sarebbe fondamentale conoscere il sostituto e quali siano le sue posizioni: per adesso si fanno tre nomi ma, date le mie scarse risorse, non perderò tempo su queste illazioni e aspetterò la decisione definitiva.

Un inciso: il governo Tsipras viene fatto passare strumentalmente dai media come un partito di estrema sinistra. Il motivo è che semplicemente si vuole spaventare l'opinione pubblica più moderata.
In realtà, in questo caso Grillo ha pienamente ragione, come ho più volte scritto (v., ad esempio, Riciclo 1/2 e Riciclo 2/2) “sinistra” e “destra” sono categorie politiche che non esistono più, che appartengono al secolo scorso.
Adesso la linea di demarcazione è quella delle forze politiche realmente dalla parte dei cittadini (ci vuole il contagocce: Podemos, Tsipras, per certi versi il M5S...) e quelle infiltrate o controllate dai poteri forti (tutte le altre) ovviamente, a parole, anch'esse dalla parte dei cittadini ma, nella realtà, sempre pronte a fare gli interessi dei poteri forti e delle lobby di turno.
La dimostrazione di questo la dà proprio il governo greco: Tsipras non ha infatti la maggioranza assoluta ma governa grazie all'appoggio della destra (*2). Evidentemente, per essi, le categorie “sinistra” e “destra” passano in secondo piano rispetto a “dalle parte dei cittadini”/”contro di essi”.

Conclusione: la mia sensazione è che il governo greco sappia quello che sta facendo e che, anzi, almeno per adesso sia in pieno controllo del gioco.
Al contrario stride l'esibizione del pulcinella di Rignano che aveva messo in gioco i suoi enormi prestigio e credibilità internazionale (*1) schierandosi a favore del “sì”. Ho la sensazione che lui non abbia alcuna idea di ciò che stia succedendo e che oggi passerà la mattinata a ripetizione da Padoan per farsi rispiegare la situazione...

Nota (*1): a parte gli scherzi ho la sensazione che questo sia un altro esempio del fatto che Renzi non si renda conto dei propri limiti. Così come si ostina a ridicolizzare se stesso, ma soprattutto l'Italia, con il suo inglese, evidentemente oblioso dei propri limiti linguistici, allo stesso modo sembra sopravvalutare il suo peso e la sua credibilità internazionale: davvero pensa che qualcuno in Grecia ascolti le sue parole?
Nota (*2): si tratta di ANEL che, secondo wikipedia, ha un'ideologia caratterizzata da: conservatorismo nazionale, nazionalismo, populismo di destra ed euroscetticismo...

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