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venerdì 25 aprile 2014

Il giaguaro ghignante (1/3)

Non so dove eravamo né come ci arrivammo: ma non è sempre così? Qualcuno sa veramente dov'è e dove sta andando? E comunque non è questo l'importante...

Eravamo stanchi di vagare e quello sembrava un buon posto: era una zona residenziale tutta linda, vecchie case in legno dipinte una accanto all'altra, piccoli giardinetti antichi, ombrose strade alberate, l'unico suono era il frinire dei grilli nella calura estiva.
Non vedemmo nessuno ma non c'erano tracce né di fiamme né di devastazioni: come se un mattino tutti gli abitanti se ne fossero ordinatamente andati dimenticandosi di tornare.

A me la casa grande non piacque, mi sembrò minacciosa, ma gli altri, specialmente le donne, ne furono entusiasti: la dispensa era ricca di cibo e c'erano tutte le comodità adatte a una lunga attesa del nulla. Risero quindi, allora come sempre, dei miei ammonimenti: non mi ascoltavano mai. Non so perché stavo con loro, visto che la maggior parte di essi mi sopportava a malapena. Però c'era Eleonora...

Eravamo undici: quattro donne e sette uomini. Tre coppie si erano già formate, o esistevano già... non ricordo né mi interessa: donne insulse e di nessun significato nelle vicende che seguirono... Ma Eleonora era diversa: non solo era alta, bella, simpatica, intelligente e dotata di tutte le migliori doti che potete immaginare, ella aveva qualcosa di più. Un tocco di magico, qualcosa di impalpabile che la rendeva unica e che non mancava di affascinare chiunque. Mi rattristava sapere che la maggior parte degli uomini ne vedevano solo la splendente bellezza, già molti meno ne apprezzavano anche le qualità morali e intellettive ma pochissimi, forse solo io, ne percepivano la magia.
Lei inizialmente restò sulle sue: sembrava guardarsi intorno mentre tutti gli uomini, anche quelli con una compagna, facevamo a gara a mostrarci forti, saggi, sicuri e intelligenti per impressionarla favorevolmente...
Io sapevo di non avere possibilità ma apprezzavo che Eleonora non mi guardasse con disprezzo ma mi trattasse invece con lo stesso gentile distacco che riservava a tutti gli altri: dopotutto lei era così superiore a noi tutti che non solo io, ma anche gli altri cinque, dovevamo sembrarle tutti ugualmente inadeguati. Forse per questo, quasi per principio, non mi escluse dalla competizione con gli altri uomini. Da parte mia ero sicuro che non si sarebbe mai abbassata al nostro livello mettendosi con uno di noi ma, non per la prima volta, mi sorprese.
Dopo qualche giorno infatti sciolse gli indugi e la vedemmo, sempre più spesso, accompagnarsi a Roberto: un ragazzo alto e robusto, suppongo molto bello, sicuro di sé e sempre allegro. Secondo me un totale idiota, mentalmente incapace di apprezzare la magia di lei: ma come al solito nessuno, men che meno Eleonora, chiese la mia opinione...

I giorni seguenti divennero tristi quando mi accorsi che anche Eleonora era diventata fredda e indifferente nei miei confronti: la mia colpa fu quella di non essermi congratulato con Roberto dandogli sonore quanto ipocrite pacche sulle spalle accompagnandole con battute ambigue. Fui troppo stupido e non celai i miei sentimenti per lei né il disprezzo per lui: il risultato fu che Eleonora si sentì in dovere di allontanare ogni minimo sospetto di incoraggiarmi. Ma il peggio non furono i dileggi di Roberto (a quelli c'ero abituato) ma quando per la prima volta la vidi salire le scale, tenendogli la mano e sorridendogli maliziosamente, mentre andavano ad appartarsi.
Le altre coppie continuarono a ignorarmi, mi consideravano una fastidiosa mosca, e io feci altrettanto. Gli altri tre uomini invece iniziarono a esplorare i paraggi, sempre più lontano, alla ricerca di oggetti utili e altre persone. Io no: non mi vollero con loro e comunque preferivo languire vicino a lei, ai margini della sua fredda e annoiata indifferenza...

Una mattina sul tardi, nel cuore dell'estate, i tre esploratori ritornarono alla grande casa con un ricco bottino costituito da numerose casse di birra e tante bottiglie dalle forme disparate e le etichette colorate: evidentemente avevano trovato e saccheggiato un pub abbandonato...
Decisero di fare una festa: da molte settimane eravamo lì senza aver mai incontrato anima viva e iniziavamo a illuderci o a temere, dipende dai punti di vista, di essere gli unici esseri umani rimasti al mondo. Gli stolti pensavano di avere un'intera città silenziosa e vuota tutta per loro.

Io non bevo mai, non tollero l'alcool, ma ero sempre più allarmato: il mio sesto senso mi rendeva inquieto, sentivo che qualcosa non andava. Cercai di convincerli a non eccedere, a non fare rumore, a rimanere nascosti in casa. Risero di me.
Col senno di poi mi chiedo se i nostri tre “esploratori” avessero causato tutta questa confusione seguendo un piano prestabilito: perché costretti oppure semplicemente per soddisfare la propria lussuria o se, magari, fossero caduti nella trappola di una mente molto più raffinata della loro...

L'atmosfera diventò rapidamente sempre più calda: cantavano e ballavano nel salone della casa passandosi le bottiglie di mano in mano. Alcuni uomini, guarda caso quelli con le compagne, erano già accasciati sui divani sbronzi e indifferenti a ciò che succedeva intorno a loro. Anche Eleonora, delicatamente stesa sul suo canapè verde, aveva gli occhi languidi: Roberto seduto all'altra estremità gli accarezzava distrattamente una coscia ma la testa gli ciondolava. Le altre donne invece erano tutte molto allegre e ridevano sguaiatamente: iniziarono a spogliarsi e corsero fuori in giardino, seminude, come goffe silfidi inseguite da satiri barcollanti.

Io ero sempre più nel panico: i miei compagni non mi ascoltavano eppure io udivo chiaramente che la grande casa stava già ridendo di noi. Alla fine non ressi più alla tensione che montava dentro di me: in lacrime per la frustrazione corsi di sopra, all'ultimo piano, alla mansarda calda e polverosa dell'ultimo piano dove ero solito rifugiarmi. Scostai le tendine a quadretti rossi (sembrava una tovaglia) di un abbaino e guardai cosa stava succedendo in giardino. Le ragazze avevano abbandonato ogni pudore e gli uomini, gli “esploratori” ovviamente, erano lieti di poterne finalmente approfittare appartandosi con loro fra i cespugli sia del nostro giardino che in quello vicino...

Poi all'improvviso accadde. Un grosso pick-up scalcinato carico di miliziani, come quelli che si vedevano nei documentari sulle guerre in Africa (ecco, forse eravamo in Sudafrica, ma non è importante...), arrivò sgommando e inchiodò in mezzo alla strada: subito dei soldati neri come la pece e armati fino ai denti saltarono giù e iniziarono a sparpagliarsi gridando e sparando in aria.
Guardando come si muovevano rapidi e sicuri, mentre il loro comandante restava appoggiato al pick up fumandosi una sigaretta, capii che sapevano che eravamo qui: senza difficoltà, anzi ridendo fra loro, catturarono subito due coppiette. La terza, dall'alto li vidi bene, cercò di salvarsi dividendosi: lei, una rossa graziosa, si nascose in una siepe mentre lui cercò di scappare via correndo e inciampando.
Passandomi la lingua sulle labbra secche pensai che avrebbero subito violentato le donne ma mi resi conto che il loro capo, il colosso rimasto accanto alla camionetta a supervisionare l'azione, aveva dato ordini ben precisi e non tollerava la mancanza di disciplina. Capii che per prima cosa avrebbero ispezionato ogni casa setacciando anche gli anditi più nascosti: non volevano correre rischi, solo dopo si sarebbero divertiti...
Questo mi scosse: mi guardai intorno per nascondermi ma non c'erano veri nascondigli. Non avrei avuto scampo a infilarmi sotto le coperte dentro al baule!
Ma io volevo sopravvivere a ogni costo: ero perfettamente lucido e mi era chiaro che per salvare Eleonora non potevo farmi catturare. Uscii dalla finestra e mi arrampicai sul tetto: dal basso qualcuno mi vide e impartì un secco ordine gutturale. Sentii fischiare un proiettile ma ero già sull'altro versante del tetto. Scivolai lungo le tegole fino a un'ampia terrazza ornata di piante rampicanti. Non l'avevo mai vista prima ma pensai che doveva trattarsi del balcone della camera padronale di cui si erano appropriati Roberto ed Eleonora durante il loro breve regno. Da qui c'erano altri edifici vicini. Valutai i possibili appigli e dove sarei potuto arrivare saltando. La prospettiva era strana e a ogni sguardo le distanze sembravano variare: pensai fossero le vertigini o l'adrenalina e cercai di ignorare la sensazione. Nessuna delle alternative che vedevo mi convinceva ma sapevo di avere pochissimi secondi. Mi immaginavo un miliziano armato di fucile automatico che saliva le scale e irrompeva alle mie spalle per trovarmi e uccidermi. Sentii altri spari e garrule grida femminili, ma sembravano molto lontane e non a poche decine di metri sull'altro lato della casa. Corsi all'angolo più lontano: più in basso, a pochi metri di distanza, vidi qualcosa che mi fece sobbalzare. Un giaguaro stava affacciato con metà corpo fuori da una finestra del palazzo vicino. Guardai meglio: era finto e sporgeva attraverso un apposito foro nel vetro, sembrava fatto di vimini, colorato di nero, a macchie, con la testa un po' troppo grossa e stondata, le piccole orecchie erano delle piume nere; la bocca aperta, colorata di rosso e con le zanne bianche sembrava sorridere. Cercai di guardare dentro la finestra da dove sporgeva ma il riflesso del vetro mi impediva una chiara visuale. Mi sembrò di vedere un lungo serpente a strisce e un ripiano con una lunga serie di ceste colorate allineate per dimensione decrescente. Per un attimo pensai che si trattasse di un museo: buffo che non me ne fossi mai accorto.

Scavalcai la balaustra del terrazzo: se riuscivo a raggiungere il giaguaro avrei forse potuto allontanarmi. Sfortunatamente non potevo prendere nessuna rincorsa per saltare e avevo la netta sensazione che la distanza fosse appena oltre le mie capacità. Detti un'occhiata sotto di me: le frasche di un albero nascondevano il suolo distante in basso. Sentii la paura stringermi le viscere e risalirmi amara in gola: fissai la testa del giaguaro raccogliendo le forze, poi udii un fracasso alle mie spalle. Non pensai più e saltai usando tutta la mia volontà!

Riuscii ad afferrarmi saldamente, con entrambe le mani, alla testa del giaguaro. Disperatamente allungai la gamba destra alla ricerca di un appiglio ma improvvisamente la testa alla quale ero aggrappato si svellò dalla sua sede. Caddi nel vuoto all'indietro reggendomi inutilmente a essa: il mio sguardo incontrò gli occhi di onice della strana creatura e, per un attimo, ebbi netta la sensazione che ridesse di me.

Cascai urlando. Con la schiena colpii un ramo e il dolore mi tolse il fiato. Pensai di stare per fracassarmi al suolo e chiusi gli occhi rassegnato. Ma non accadde niente: sentivo di stare ancora precipitando ma non aveva senso. Il tempo può essere soggettivo ma solo fino a un certo punto! O almeno così pensavo allora...
Riaprii gli occhi mentre l'aria, sempre più fredda e buia, sibilava intorno a me. Guardai la testa del giaguaro che ancora tenevo ben stretta e mi accorsi che nel bel mezzo della bocca dipinta c'era una stretta cavità, una specie di tasca rossa, che spariva al suo interno. Senza sapere perché vi infilai la mano: la bocca era viscida e calda ma io spinsi la mano il più a fondo possibile, sempre più dentro fino al gomito, spinsi ancora, qualcosa cedette e vi penetrai fino alla spalla. Poi colpii il suolo e persi i sensi.

Mi svegliai: ero nella giungla tropicale circondato da liane, tronchi caduti, alte felci, fiori profumatissimi e libellule gigantesche.

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