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e applica la tua mente alla SUA istruzione
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sabato 9 settembre 2017

Un libro strano

In genere a libri “impegnativi” mi piace alternare letture più “leggere”: negli scorsi giorni ho quindi letto La mente di Schar di Iain M. Banks, Editrice Nord, 1989, trad. Gianluigi Zuddas (480 pagine, comprato usato per 3,50€).

Raramente nei libri di fantasia e fantascienza trovo spunti interessanti ma questa è una di quelle eccezioni.
La vicenda narrata dal romanzo è inserita nel contesto più ampio della guerra galattica fra una razza di alieni tripodi, fanatici militaristi e religiosi, contro un agglomerato di razze umanoidi, genericamente chiamate la Cultura. Oltre a queste due grandi fazioni esiste una terza civiltà, di gran lunga più antica e avanzata, che si mantiene neutrale, anzi indifferente: le due fazioni semplicemente evitano di disturbarne i confini temendone la schiacciante superiorità.
Questa terza civiltà, detta dei Dra' Azon, ha la caratteristica di proteggere, come se fossero dei monumenti, i Pianeti della Morte, ovvero dei pianeti abitati da razze che si sono autodistrutte con delle guerre planetarie. E il pianeta Schar è uno di questi.

L'autore non entra nei dettagli (*1) ma accenna una frase molto significativa, qualcosa del tipo “Tutte le razze che hanno costruito armi col potenziale di sterminarsi completamente alla fine si sono sempre estinte” (*2).
Personalmente ho trovato l'idea affascinante soprattutto perché, magari senza averla apertamente esplicitata, è sempre stata una mia convinzione: se qualcosa può andare storto prima o poi lo farà e, di conseguenza, l'unica maniera per minimizzare i rischi è quella di evitare del tutto situazioni anche solo potenzialmente pericolose.

Arrivai a questa conclusione quando avevo sui vent'anni in maniera piuttosto curiosa: ascoltando le esperienze degli incidenti automobilistici altrui notai che erano spesso basati su una lunga serie di coincidenze sfortunate: quattro o cinque fattori che, sebbene singolarmente non decisivi, insieme causavano l'incidente. Ne conclusi che, se si eliminavano da questa catena i fattori (magari anche uno solo) totalmente sotto il nostro controllo, le probabilità di avere un incidente si riducevano sensibilmente.

Questo modo di pensare, forse anche troppo pessimista, lo applico anche in altri contesti: ad esempio la mia preoccupazione per le leggi che potenzialmente potrebbero venire abusate è dovuta al fatto che do per scontato che, prima o poi, queste saranno effettivamente usate in maniera impropria. Dal mio punto di vista l'unica possibilità che un potere non degeneri è toglierli la possibilità di farlo.
Una legge che limita la libertà d'espressione a certe condizioni è il tipico esempio di pericolo che potenzialmente potrebbe degenerare in censura: l'unica strada sicura per evitare tale rischio è quella di non scrivere leggi di tal genere. Inutile dire che si va sempre nella direzione opposta a quella che auspico...

Attenzione! Da qui in poi potrebbero essere rivelati degli sciupatrama...

Tornando al libro l'ambientazione non mi ha impressionato e la trama in sé mi ha deluso: è totalmente sbilanciata. Lo scopo del protagonista dovrebbe essere quello di recuperare la famigerata mente di Schar ma, per i cinque sesti del libro, l'eroe è impegnato in avventure totalmente irrilevanti a tale scopo. In pratica più andavo avanti nella lettura e più rimanevo perplesso...

Però nelle ultime 50 pagine l'autore ha dimostrato una certa originalità che, seppure non redime l'opera, le dà comunque un certo motivo d'interesse.
Il protagonista è un tale Horza, della razza umanoide dei Mutex capaci di mutare completamente il proprio aspetto (*3), al servizio degli alieni tripodi che, descritti dal suo punto di vista, non appaiono particolarmente malvagi. A metà libro si scopre che Horza ha un suo vecchio amore proprio sul pianeta Schar mentre, più o meno contemporaneamente, la sua compagna attuale gli dice di essere incinta: semplicemente il lettore si aspetta che l'eroe si troverà ad affrontare degli intricati problemi sentimentali fra nuovi e vecchi amori. Quando però Horza arriva alla piccola base dei Mutex sul pianeta Schar, trova la sua vecchia amante uccisa nel sonno proprio da un gruppo di alieni tripodi (in teoria suoi alleati) mandati anch'essi a recuperare la famigerata “mente”.
Ci si aspetterebbe che Horza si vendichi ma invece, dopo una dura battaglia, si limita a immobilizzare il tripode catturato (ovviamente proprio quello che aveva ucciso la sua vecchia amante) con l'idea di consegnarlo ai suoi superiori affinché questi lo processino per i suoi crimini contro i civili.
Non solo: approfittando di un'occasione propizia il tripode riesce a liberarsi e uccide anche l'attuale amante incinta di Horza. Ah, dimenticavo! C'è una terza donna, la bella Balveda, una prigioniera appartenente a un corpo speciale della Cultura con cui Horza ha uno strano rapporto quasi di amore/odio. Nelle ultime pagine gli unici personaggi ancora in vita sono il tripode, Horza e Belveda che, si capisce, a sua volta subisce il fascino del protagonista. Horza decide quindi di inseguire e uccidere il tripode ma invece alla fine si uccidono a vicenda. È Balveda che recupera la mente e la consegna alla Cultura: è quindi un romanzo dove il protagonista muore e non raggiunge il proprio scopo e i “cattivi” (che non sono poi così cattivi) vincono.
Nell'epilogo si viene a sapere che Balveda nauseata dalla guerra si fa ibernare chiedendo di essere risvegliata solo quando ci saranno le prove che la guerra contro i tripodi ha causato meno vittime di quante ne avrebbe provocate arrendersi a essi: viene risvegliata qualche secolo più tardi perché tale dimostrazione è stata provata ma lei a quel punto, dopo qualche mese, opta per l'eutanasia.

In definitiva è un libro contro la guerra e l'autore ribadisce due concetti: 1. non ci sono né buoni né cattivi, ognuno ha le proprie ragioni, più o meno buone; 2. la guerra provoca vittime innocenti e, spesso, totalmente inutili anche ai fini della stessa.

È un libro che lascia l'amaro in bocca e che, almeno sul finale, sorprende il lettore con un finale mesto e sconsolato dove non vince nessuno e muoiono tutti.

Conclusione: difficile dargli un giudizio complessivo perché i quattro quinti del libro sono quasi totalmente superflui mentre la parte finale è certamente meritevole. Io forse lo giudicherei da 5 su 10 (quindi insufficiente) ma non mi stupirei se altri lettori con gusti diversi dai miei lo trovassero anche decisamente buono.

Nota (*1): ma leggendo wikipedia ho scoperto che Iain Banks ha scritto un intero ciclo basato sull'universo della Cultura e sono quindi sicuro che avrà approfondito gli scopi dei Dra'Azon in altri romanzi.
Nota (*2): scusate ma non mi sono appuntato dove si trova la citazione e non ho voglia di cercarla...
Nota (*3): non in un istante, come gli eroi Marvel, ma nel giro di un mese o poco più...

venerdì 8 settembre 2017

Richitarro

Oggi, dopo oltre un mese, ho ripreso a esercitarmi con la chitarra: come al solito sono andato male ma non malissimo e, se riuscirò a farlo con costanza, nel giro di due settimane dovrei tornare quasi al 100% del mio usuale (basso) livello.

Però ciò che mi ha dato più soddisfazione non è stato scoprire che alcuni automatismi chitarristici li ho ormai ben assimilati quanto piuttosto un inaspettato miglioramento del mio orecchio.
Ieri, per invogliarmi a riprendere in mano la chitarra, ho deciso di cercarmi un nuovo brano con cui rompere la monotonia: ne ho ascoltati diversi per poi concentrarmi su “Scissor, Paper and Rock” delle Indica, un gruppo tutto femminile finlandese.
Durante l'ascolto non solo avevo riconosciuto i power chords (facile) ma anche la corda suonata a vuoto con palm muting: probabilmente non è difficile riconoscerla ma per me è stata la prima volta... Oggi ho trovato in rete lo spartito di quel pezzo e ho verificato che avevo ragione! È una sciocchezza ma mi ha dato molta soddisfazione.

Come esercizio chitarristico (che mi sono autoimposto per memorizzarne meglio i dettagli teorici) devo descrivere il mio “approfondimento” di un compito che mi aveva dato il maestro tanto tempo fa (v. Lezione XCI).
Si tratta dell'esercizio “Pentatomica” (che poi ho ribattezzato “Patomica”) in pratica dovevo suonare sopra una base in MI minore un'improvvisazione usando solo le seguenti 9 note.


Secondo la legenda del maestro il pallino nero rappresenta la tonica, il quadrato la “2° maggiore” mentre il cerchietto vuoto semplicemente altre note della pentatonica (minore?).
L'esercizio mi richiedeva soltanto di terminare le mie melodie con una delle due toniche disponibili ma non mi dava indicazioni né pratiche né teoriche sugli altri tasti.
Comprensibilmente, dopo circa 5 mesi, il suonare sempre le stesse note mi aveva annoiato e così, col tempo, l'ho espanso a tutta la tastiera.

Forse ricorderete che in Tonalità maggiore e minore avevo già analizzato la posizione delle note, in base alla tonalità, sul manico della chitarra e avevo creato un grafico riepilogativo che poteva essere traslato lungo il manico:


Confrontando il mio diagramma generico con quello fornitomi dal maestro ci si accorge che i cerchietti neri del maestro corrispondono alle mie noti “verdi” ovvero alla tonica nella tonalità minore, mentre i quadrati nel mio grafico non sono particolarmente evidenziati, infine nel mio diagramma è evidenziato un tasto blu non presente nel diagramma del maestro.


In pratica mi sono reso conto che potevo usare tutti i tasti del manico presenti nel mio schema (ovvero 6 note della scala della tonalità Em: MI, FA#, SOL, SI, RE e LA con l'esclusione del DO) tranne quelli “blu”. E in effetti le varie note si accordavano bene alla base che mi aveva fornito il maestro: anzi, le note intorno al 9° tasto si integravano forse meglio con essa!

Mi rimane però la perplessità teorica del perché si devono evitare le note “blu”. Perché in effetti, quando magari ne suono una per sbaglio, mi sembra che stoni rispetto alle altre: però non so se dipende dal fatto che non sono abituato a sentirla o se c'è una ragione teorica più profonda... In effetti, se volutamente la suono più volte, dopo un po' non mi infastidisce più di tanto.

Per cercare di capire questo piccolo mistero ho evidenziato le note della tonalità MI minore e dell'equivalente (con le stesse esatte note) SOL maggiore:


Come si vede nella scala di MI minore la nota in “blu” corrisponde alla 6° nota della relativa scala. Come mai non la si suona? Dopo averci riflettuto a lungo credo che la ragione sia legata allo scopo dell'esercizio: ovvero abituarmi ad associare a orecchio la nota tonale a una base musicale della stessa tonalità.
Se si provano a costruire accordi a partire dalla tonale MI (per l'ipotesi che la base ne userà molti) ci si accorge che una nota a 8 semitoni di distanza da essa (quindi una “quinta eccedente” o una “sesta minore”: sì ho verificato anche l'astrusa teoria musicale!), in questo caso il DO, non serve a molto: l'unico accordo basato sulla tonale MI che userebbe il DO sarebbe un Eaug (che però contiene anche una nota fuori dalla tonalità e infatti a me, nei brani che suono, non mi è mai capitato di incontrarlo: suppongo che sia usato in altri generi musicali...).
Ovviamente il DO sarebbe utilissimo per suonare un Am però tale accordo non conterrebbe il MI come tonale e, come detto, lo scopo dell'esercizio è invece quello di legare la tonale alla tonalità.

Conclusione: alla prossima lezione (ancora da fissare: prima voglio cercare di riprendere un minimo di confidenza con la chitarra) sono proprio curioso di sapere quale sia la spiegazione del maestro: magari si è trattato solo di un suo capriccio!

mercoledì 6 settembre 2017

Matematicamente sedato

Nella conclusione di Varie di fine agosto accennavo al fatto che nel momento di maggiore tensione, durante l'attesa dell'esito dell'operazione di mio padre, per rilassarmi/distrarmi mi ero dedicato a uno dei giochini più razionali presenti sulla “Settimana Enigmistica”, ovvero al “Calcolo Enigmatico”.

Magari un comportamento di questo genere è comune eppure, anche a distanza di giorni, continuo a trovarlo buffo e inaspettato. Qui di seguito voglio pubblicare la soluzione al giochino per evidenziare l'economicità dei miei appunti (visto che non avevo carta su cui scrivere e cercavo quindi di fare i miei ragionamenti/calcoli a “mente”) che comprova la mia estrema razionalità in quel frangente.


Ricordo che ero partito dalla differenza (l'unica equazione che non ho sfumato) stabilendo che il “triangolo nero” doveva essere il doppio del “quadrato grigio”: questo mi aveva portato a elencare (vedi lista cerchiata in blu) le coppie 2 e 1, 4 e 2, 6 e 3, 8 e 4, 0 e 5. Ricordo bene che tre di queste coppie le esclusi facilmente una dopo l'altra partendo da destra con vari ragionamenti (ad esempio eliminai la coppia 0/5 perché, altrimenti, un numero avrebbe avuto come prima cifra 0).
Rimasto con due coppie passai a un'altra equazione e due nuovi simboli (“elica” e “diagonale”): in questo caso per ognuna delle due coppie iniziali avevo due possibilità mutualmente esclusive per un totale di 4 combinazioni per quattro simboli.
Tornando alla differenza da cui ero partito (ma forse eliminai prima qualche combinazione con altri ragionamenti, non ricordo più) mi bloccai: ero arrivato alla conclusione che “cerchio” doveva essere minore di “diagonale” (che avevo ormai stabilito essere 3) ma consideravo solo le possibilità 1 e 2 (che mi portavano a una contraddizione) dimenticandomi dello 0!
Per questo avevo provato anche a scrivere le varie possibilità per vedere se facevo errori (calcoli cerchiati in verde) finendo poi per ricontrollare i miei ragionamenti precedenti. Solo dopo una decina di minuti mi resi conto che anche 0 è minore di 3! A quel punto tutto era facile: i calcoli cerchiati in rosso sono infatti le mie “riprove”, scritte essenzialmente per soddisfazione personale.

Conclusione: onestamente non ricordo quanto tempo impiegai per risolvere il giochino (immagino sui 20/30 minuti ma alzandomi spesso per andare in sala d'aspetto per verificare che non ci fossero novità) ma, considerando che era la prima volta che mi cimentavo nel tentativo, mi pare un ottimo risultato!
Eppure questo aspetto di me mi ha sorpreso e stupito: è proprio vero che non si smette mai di conoscersi...

martedì 5 settembre 2017

Ingiurie

Per scrivere questo pezzo mi ero preparato una paginata di appunti ma adesso ho deciso che non vale la pena costruire un discorso molto articolato, meglio invece andare al sodo.

Qual è lo scopo dell'ingiuria? Io lo definirei come “ferire con le parole”.

In quale stato mentale si verifica l'ingiuria? Variabile ma, in genere in una via di mezzo fra razionalità e istintualità (*1). Il caso che mi interessa discutere è quello dove entrambe le parti abbandonano la calma della normale comunicazione, intesa come scambio di informazioni, e cercano di ferire verbalmente l'altra dicendole espressioni che le causano dolore e quindi rabbia. In genere si tratta di un circolo vizioso che allontana i partecipanti sempre più dalla ragione avvicinandoli invece all'istintualità dello scontro fisico.

Ma se lo scopo di entrambi i litiganti è “ferire con le parole” ha senso limitare l'uso di alcune espressioni?
A me pare un controsenso e, anche se ci fosse una sottile linea di confine fra un'ingiuria e un'altra, è giusto pretendere tale sensibilità da persone che hanno entrambe abbandonato la piena razionalità?

Insisto molto sul fatto che “entrambe” le parti si ingiurino a vicenda perché, nel caso lo faccia solo una, il torto è palesemente dalla parte di quest'ultima.
Se invece entrambi i litiganti si offendono l'un l'altro mi pare ovvio ritenere che ci sia un mutuo accordo a “ferirsi a parole”: chi non vuole essere “ferito a parole” dovrebbe astenersi dall'offendere l'altra parte e, se quest'ultima ingiuria, allora la colpa è interamente sua.

Inoltre la sensibilità alle offese è molto personale: ciò che ferisce una persona potrebbe non significare niente per un'altra, e la gravità di un'offesa non dovrebbe essere proporzionale al male che provoca? Può benissimo darsi che una persona ritenga di aver subito un'offesa gravissima e che qualsiasi altra propria replica sia quindi commisurata a essa e perciò giustificata. Ha senso quindi distinguere a tavolino, ovvero per legge, quali sono le offese più o meno gravi? Secondo me no: la gravità di un'offesa varia da persona a persona, da cultura a cultura e da epoca a epoca.

Diversi anni fa, non mi stupirei se fosse passata una decina d'anni o più, mi colpì un articolo: non ricordo i dettagli ma la sostanza era che, in una lite fra un uomo di colore e una donna italiana, l'uomo “augurò” alla donna che le morisse il figlio e la seconda rispose con un “negro” qualcosa. Il tribunale condannò prontamente la donna per razzismo (*2).

Ecco, per quanto scritto precedentemente, a me in una situazione del genere, dove cioè entrambe le parti hanno mutualmente deciso di “ferirsi verbalmente”, non pare giusto discriminarne una solo perché, nel contesto della lite, usa particolari espressioni arbitrariamente considerate più “gravi” di altre.

Diversa invece la situazione dove frasi ritenute razziste sono espresse nel corso di una normale conversazione, non cioè di una lite. In tal caso potrebbe essere giusto condannare chi le esprime anche se, personalmente, ci andrei con i piedi di piombo per non rischiare di limitare la libertà d'espressione o, magari, d'ironia (*3).

Suppongo che per la legge alcune espressioni, indipendentemente dal contesto in cui vengono dette, non sono considerate normali ingiurie ma qualcosa di diverso e più grave, anche se non mi è chiaro cosa. Quasi quasi voglio provare a interpellare le mie conoscenze esperte di legge per avere il loro parere su quale sia in questo caso la giustificazione morale (*4) dietro alla legge.

Conclusione: se fossi uno squalo d'avvocato proverei a convincere qualche profugo ad arrotondare la misera paghetta giornaliera, in realtà poco più di una mancia, con il seguente stratagemma: convincerei il profugo a inscenare una lite (magari ripresa con i telefonini da complici/testimoni) con un'idrofoba mamma italiana, facendolo insistere molto sull'augurare tutto il male possibile ai suoi figli, nella speranza che questa replichi con insulti razzisti o, ancora meglio, con un'aggressione fisica; in questo caso porterei infatti l'iraconda madre in tribunale e le chiederei un cospicuo risarcimento a favore del profugo offeso. Ovviamente come rapace avvocato mi tratterei i ¾ della somma...

Nota (*1): ci potrebbe essere il caso della persona che, con perfetta lucidità, ingiuria l'altro volutamente per provocarlo. Ma questo caso non ci interesse nel contesto di questo articolo.
Nota (*2): non so perché questo episodio di cronaca mi sia rimasto così impresso: forse perché avevo immaginato cosa sarebbe successo in una situazione analoga con mia madre... l'unica speranza sarebbe stata che lei non avesse avuto con sé nessuna arma perché altrimenti sarebbe stata condannata per omicidio invece che per razzismo!
Nota (*3): che probabilmente non è neppure una libertà anche se per me dovrebbe invece esserlo!
Nota (*4): perché se non ci fosse sarebbe una legge amorale, ovvero tecnica/politica, e per questo potenzialmente (anzi spesso a mio avviso) ingiusta.