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giovedì 29 marzo 2018

Da Lady D a Frizzi

Una mia vecchia teoria: risale ai tempi della morte di Lady D e all'ondata di cordoglio che ebbe il suo epicentro nel Regno Unito ma che si avvertì chiaramente anche in Italia.
Ricordo che mi chiesi come mai questo personaggio fosse sentito così vicino anche da persone che con lei non avevano mai avuto niente a che fare. Non so: immagino che al tempo Lady D fu definita la “principessa della gente” o cose del genere; che se ne esaltò le presunte virtù e le iniziative benefiche. Mi pare di ricordare anche delle vignette divertenti che la contrapponevano a Madre Teresa di Calcutta...

In realtà i motivi del lutto nazionale inglese erano molto più banali mentre i meriti “umani” della principessa c'entravano il giusto.
La costante sovraesposizione mediatica che la seguiva praticamente giorno per giorno l'aveva fatta diventare “una di famiglia”. Tutti sapevano (o pensavano di sapere!) tutto di lei: i suoi amori, i suoi dolori, i suoi figli...
Quando morì ogni famiglia perse una parente: una specie di cugina, bella e lontana, con cui non si parlava mai direttamente ma che si seguiva con affetto e su cui si era sempre aggiornati. I media avevano trasformato una sconosciuta in una figura pubblica condivisa da milioni di famiglie private che la consideravano come fosse di casa.

Qualcosa di analogo è successo con Frizzi: la televisione ha dato a milioni di italiani l'illusione di conoscerlo bene, di considerarlo un amico anche se non gli aveva direttamente mai rivolto la parola.

È una stranezza del genere umano che evidentemente si è evoluta con la capacità di stabilire dei legami emotivi anche con persone totalmente sconosciute e magari neppure mai incontrate dal vivo. L'obbedienza del gregge umano passa anche attraverso queste emozioni concrete e reali anche se spesso infondate.

Intuizione. Oppure è un sacrificio? Penso a Frazer (v. Il ramo d'oro): forse percepiamo nella morte di un personaggio famoso il sacrificio umano dedicato a divinità dimenticate per il bene collettivo? Magari anche questa logica sconclusionata è inserita nel DNA umano...

Conclusione: Ecco la sintesi della mia intuizione: il conoscere qualcuno lo rende nostro proprio; il perderlo equivale quindi a un nostro sacrificio personale per cui ci aspettiamo una compensazione dal fato: questo ci rende tristi per la perdita ma anche più ottimisti verso il futuro.

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