«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Per contattarmi e istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo
4. Molti articoli di questo blog fanno riferimento a definizioni e concetti che ho enunciato nella mia Epitome gratuitamente scaricabile QUI. Tali riferimenti sono identificati da una “E” fra parentesi quadre e uno o più capitoli. Per esempio: ([E] 5.1 e 5.4)

giovedì 12 ottobre 2017

Lezione XCII: velocità

Dopo secoli (beh, dopo oltre sei mesi: v. Lezione XCI!) ho finalmente avuto una nuova lezione di chitarra. Colpa mia che, allenandomi a singhiozzo e con lunghi intervalli senza maneggiare la chitarra, non mi sentivo mai pronto per incontrare il maestro...
Stavolta avevo preparato tutto il materiale in una epistola ma, prima ho voluto ricontrollare di aver scelto gli archivi giusti, poi sono stato distratto da altri messaggi, e alla fine mi sono dimenticato di premere il tasto “Invia”!
Di conseguenza abbiamo dovuto accontentarci di quello che mi ricordavo e degli appunti che mi ero portato con me...

In sintesi attualmente sto studiando sei brani più un esercizio di riscaldamento e uno di improvvisazione. In ben tre brani su sei il mio problema è la velocità: non riesco ad andare abbastanza veloce, o magari ci vado ma perdo la sincronia fra mano destra e sinistra col risultato di sbagliare le note...

Ma procediamo con ordine:

Riscaldamento: non ne abbiamo parlato: rimane il solito...

Pentatomica o Improvvisazione: stufo di allenarmi sui soliti tasti ero autonomamente passato a suonare le note della relativa tonalità su tutto il manico: vedi Richitarro. Ho anche chiesto al maestro come mai della tonalità mi faceva suonare solo sei note e non tutte e sette: il motivo era semplicemente che eravamo partiti dalla pentatonica con cinque note e lui voleva farmi familiarizzare con i nuovi tasti in maniera progressiva!
Tanto per la cronaca ho smesso di esercitarmi sul brano in Em e sono passato a suonare sopra Unholy Paradise in Gm. Il MIO metodo multicolorato è eccezionale!

Unholy Paradise: l'avevo ripreso qualche mese fa: senza troppi problemi avevo rimemorizzato le varie battute e, anzi, mi sembra di essere nettamente migliorato in scioltezza e sicurezza. Il problema sono le battute veloci: siccome me le ricordavo le abbiamo riguardate col maestro.
Il problema della velocità è complesso e il maestro mi ha spiegato che dovremo lavorarci affrontandolo da più fronti. Mi ha dato i seguenti consigli generali:
1. Il mio primo problema è la postura della mano destra: dovrei cercare di tenerla non curvata a gru ma parallela, quasi aderente, alla chitarra. Poi potrei plettrare sia muovendo l'avambraccio che il polso tenendo però presente che la plettrata con il braccio è meno precisa e quindi non sempre la più adatta a ciò che si vuol suonare.
2. Il plettro: io ho un'impugnatura molto alta e quindi meno precisa (e quindi meno veloce). Mi ha consigliato di provarne a prenderne uno di quelli di dimensioni ridotte (non ricordo come si chiamano) in maniera da essere forzato a tenerlo vicino alla punta. Mi ha poi spiegato che se il plettro è troppo sottile, piegandosi, mi rallenta: mi ha invece suggerito di comprarne uno spesso circa 1mm e di plettrare di taglio.
3. La plettrata: mi ha dato una nuova regola: non staccare mai il plettro dalla corda. Questo mi obbligherà a fare movimenti più corti e quindi più veloci (*1).
4. Le dita della mano sinistra devo invece cercare di tenerle più vicino alle corde in maniera che anche queste non debbano fare movimenti troppo lunghi.
Ascoltandomi suonare si è accorto poi che sulle note più “difficili” rallento e su quelle più "facili" (la corda a vuoto) accelero. Per provare a superare questo ostacolo mi ha detto di scomporre la battuta: prima dovrò suonare cinque note (quattro volte quella a vuoto più quella sul tasto) alla stessa velocità, poi sei, sette, etc... Vedremo: ho qualche dubbio!

The Final Countdown: anche qui c'è una serie di tre battute veramente troppo veloci per me. Sono consapevole che non riuscirò mai a suonarle alla loro velocità reale ma mi piacerebbe comunque migliorare.
Un amico mi aveva detto che avrei dovuto usare una tecnica chiamata di sweep picking ma il maestro mi ha consigliato una tecnica più semplice.
Innanzi tutto, siccome le corde da suonare sono sempre le solite due (la 1° e la 2°) e sono adiacenti mi ha detto di usare una tecnica che consiste nel tenere il plettro sempre fra queste due e plettrare quindi la 2° verso l'alto e la 1° verso il basso.
Le note hanno poi una struttura del seguente tipo: (15° tasto, 2° corda), (14° tasto, 1° corda), (17° tasto, 1° corda) e (14° tasto, 1° corda) (*2). Il maestro mi ha suggerito di plettrare solo le prime due note e di eseguire con un hammer on la terza (che invece nel mio spartito andrebbe plettrata) e con un pull off la quarta.
Proverò ma è difficile metabolizzare queste variazioni su brani che ho già imparato in maniera diversa perché oltre a imparare devo anche dimenticare ciò che già sapevo...

Aces High: anche qui avevo un problema di velocità in una specifica battuta in cui la difficoltà principale sta nel fatto che una nota è molto lontana sul manico e ci arrivo solo con estrema fatica se mantengo la posizione con l'indice (se invece lo sollevo ovviamente rallento troppo). La soluzione consiste nel cambiare semplicemente la diteggiatura e la nota lontana diviene vicina: ci avevo pensato anch'io ma pensavo fosse comunque utile cercare di sforzarmi ma secondo il maestro in questo caso non ne vale la pena. D'accordo: sono curioso di vedere di quanto posso migliorare...

Sincronia: infine il maestro mi ha dato un nuovo esercizio specifico per sincronizzare la mano destra con la sinistra. Si tratta di uno di quegli esercizi noiosi in cui si esercitano tutte le coppia di dita facendole via via scorrere lungo il manico. L'esercizio è piuttosto semplice ma descriverlo a parole sarebbe troppo complicato. Magari, una volta che l'avrò inserito in Guitar Pro vedrò di riproporlo qui...

Il maestro mi ha poi suggerito due nuovi brani che ripropongono le difficoltà tecniche di The final countdown ma che, essendo più lenti, sono più abbordabili. Si tratta di:
Wrathchild degli Iron Maiden, solo l'inizio della chitarra di accompagnamento.
e
Wasted years, sempre degli Iron Maiden, di cui però non ricordo cosa devo imparare!

Hard Rock Halleluja: non ci sono novità. Venerdì vedrò di registrarmi per farvi ascoltare i miei progressi e poi lo metterò da parte per un po'.

She is my sin: il maestro mi ha corretto un errore nella battuta 136 (ho imparato le prime 135!) che mi bloccava (semplicemente uno slide che non c'era frutto, probabilmente, di qualche vecchio errore di conversione fra Tuxguitar e Guitar Pro). La tentazione sarebbe “togliere” anche questo brano ma mi piacerebbe anche imparare completamente una canzone e in questa non mi sembra ci siano poi ostacoli insormontabili. Deciderò in base al tempo...

Scissor, Paper and Rock delle Indica. Un brano pop-rock decisamente più facile dei brani che studio di solito e che ho aggiunto autonomamente qualche mese fa. Non avendo ricevuto i miei archivi non abbiamo potuto guardarlo nel dettaglio. Mi ricordavo però la diteggiatura di uno “strano” accordo: il maestro mi ha detto che è un accordo rivolto e mi ha suggerito di semplificarlo in un bicorde. Bo... deciderò che fare una volta che arriverò a studiarlo...

Conclusione: spero di riuscire ad allenarmi con regolarità in maniera da poter fissare una nuova lezione in un mesetto... vedremo...

Nota (*1): a una conclusione analoga ero arrivato autonomamente: in ottica zen avevo pensato di immedesimarmi con la punta del plettro ed essere sempre ben conscio della sua relazione (posizione relativa) con la corda!
Nota (*2): questa sequenza di note si ripete più volte nella battuta e viene traslata di qualche tasto nelle seguenti...

mercoledì 11 ottobre 2017

Quel solone di Solone

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.4.0 "Leida").

La mia visione, ancora relativamente fluida, della giustizia l'ho riassunta in un capitolo ([E] 17) intitolato volutamente “Legalità” in maniera da non confondere i due concetti ben diversi: non è detto che ciò che sia legale sia giusto e che ciò che è giusto sia legale.

Oltre a ribadire quanto la legalità sia lontana dalla giustizia, spiego che la legge è divenuta il mezzo principale con cui la società rende realtà multisoggettive i propri protomiti. Ma quando scrivo società intendo il governo che la guida che è sempre consistito in parapoteri (di forme anche molte diverse attraverso le epoche e le società). In altre parole le leggi umane sono da sempre state ([E] 17.1) espressione dei parapoteri e, per questo, fra i loro scopi c'è stato sempre quello di tutelarli.
Anche nel mondo moderno l'uguaglianza di ogni uomo davanti alla “Legge” è solo un mito ([E] 17.2): basta pensare al fatto che gli avvocati migliori (e quindi più cari) riescono mediamente a ottenere sentenze più favorevoli (altrimenti non sarebbero considerati bravi avvocati!) e quindi chi ha il denaro per assumerli può aspettarsi un trattamento “migliore” da parte della “Giustizia”. Nel passato questo era ancora più vero: l'equità della legge esiste solo quando deve giudicare fra individui appartenenti allo stesso gruppo o a gruppi di forza equivalente (*1).
La riprova la si ha dal fatto che, da quando l'istituzione della “Giustizia” è “nata”, ha poi sempre prosperato visto anche la sua effettiva utilità ed efficacia nel mantenere l'ordine sociale. Evidentemente non ha mai intralciato più di tanto la possibilità dei parapoteri di perseguire la propria crescita ([E] 5.2).

Al giorno d'oggi, con la globalizzazione, i parapoteri sono entità dalla forza smisurata: in pratica i governi dei paesi più grandi e ricchi, le multinazionali e le grandi banche.
In passato però, quando il sistema di potere in cui prosperava una singola società era molto più circoscritto ([E] 4.3), i parapoteri non erano delle istituzioni ma veri e propri essere umani come i ricchi e potenti di un'antica polis greca.

Proprio ieri ho trovato in Plutarco un passaggio che riassume in poche frasi tutto il mio pensiero: si tratta di uno scambio di battute fra Solone (il famoso legislatore di cui Plutarco narra la vita) e il suo amico Anacarsi a cui poi segue il commento dello stesso autore.

«[Solone è impegnato a preparare le leggi per Atene] La qual cosa intendendo Anacarsi si rise della sua impresa, che pensasse di raffrenare l'ingiustizia e l'avarizia de' suoi cittadini con leggi scritte, le quali rassomigliarsi dicea alle tele de' ragnateli, le quali arrestano i piccoli e deboli; ma i potenti e ricchi le rompono. A che... ...replicò in questa maniera Solone: “Gli uomini pur osservano il contenuto ne' contratti, per non esser utile la trasgressione d'essi né all'una né all'altra parte; così accodomerò io le leggi a' miei cittadini in guisa, che sembrerà loro migliore la giustizia che la violazione.” Ma riuscì nell'avvenire più la comparazione d'Anacarsi che la speranza di Solone.» (*2)

Non c'entra niente col pezzo odierno ma ecco anche il parere di Anacarsi sulla democrazia: «Ancora disse Anacarsi in pubblica adunanza di maravigliarsi, che i savi della Grecia proponessero, e gl'ignoranti giudicassero.» (*2)

Giudichino i lettori se aveva ragione Solone o Anacarsi...

Conclusione: FUORI TEMA (per non scrivere un corto!) nelle pagine dove tira le somme e soppesa le vite parallele di Licurgo e Numa, Plutarco ritorna sulle donne spartane e dà il suo parere: dal suo punto di vista esse erano troppo libere e indipendenti. In particolare riporta un paio di epiteti con i quali erano conosciute: “fenomeridi” (“che mostrano le cosce” a causa della tunica che si apriva sul fianco all'altezza della vita) e “andromani” (“pazze d'amore per gli uomini” a causa della relativa libertà sessuale e, probabilmente, per il fatto che Licurgo impose che dovessero sposarsi solo in età adulta, quando anch'esse desiderassero il maschio, e non da bambine come, ad esempio, poteva avvenire fra i romani). Inutile dire che soprattutto “fenomeride” mi è piaciuto molto!

Nota (*1): per la precisione: la forza di un individuo è pari a quella del proprio gruppo divisa per il numero dei suoi membri. Di conseguenza l'appartenente a un gruppo debole (aperto e quindi numeroso) avrà una forza pressoché insignificante.
Nota (*2): da “Le vite parallele” Vol. I, di Plutarco, trad. Marcello Adriani il Giovane, Salani Editore, 1963.

martedì 10 ottobre 2017

La superbia di KGB

Qualche giorno fa ho iniziato a scrivere un pezzo, completandolo pure al 90%, ma poi non mi è sembrato più così degno di nota e ho lasciato perdere: dopo aver terminato la nuova versione dell'epitome sono in una fase di stanca e non ho molta voglia di scrivere...
Oggi però, mentre ero in macchina e stavo andando a fare la spesa, ho fatto delle riflessioni che sul momento mi sono parse interessanti: adesso in realtà mi sembrano un po' troppo autoreferenziali ma, dopo tutto, questo è un viario (che nella mia fantasia significa Virtuale dIARIO: v. anche Italianismi) personale e quindi ci sta che ogni tanto vi finiscano anche dei monologhi interiori con i miei dubbi...

La riflessione odierna è nata da uno scambio epistolare avvenuto ieri: analizzando scherzosamente i sette vizi capitoli scrivevo a un amico che, sicuramente, il mio vizio principale è la superbia.
L'amico, piuttosto stupito, mi replicava che io non gli sembravo assolutamente superbo... e qui sarebbe toccato a me replicare ma non gli ho ancora riscritto...

Così oggi in macchina ripensavo alla mia superbia e al suo genere molto particolare.
È una superbia strana perché, paradossalmente, mi rende molto longanime (*1) nei confronti del prossimo.
Provo a descrivere le mie sensazioni (e sono consapevole che sono tali e quindi, potenzialmente, erronee): mi sento circondato da bambini non troppo svegli che capiscono un decimo di ciò che dico e faccio; anche chi mi apprezza non lo fa con la giusta consapevolezza dei miei meriti ma comunque mi sottostima. Ma sono talmente abituato a queste sensazioni che, non solo non mi turbano, ma non ci faccio neppure caso. Immaginatevi di andare a tenere un discorso in una classe delle elementari: voi dite qualcosa di molto arguto e intelligente ma i bambini, magari distratti da un aeroplanino, non solo non apprezzano le vostre sottigliezze ma neppure vi ascoltano. Vi arrabbiereste forse con i bambini? Che colpa ne hanno se avete espresso dei concetti che non arrivano a comprendere?
Ecco: io sono tollerante con il prossimo non perché ne rispetti l'intelligenza ma perché do per scontato di aver a che fare con un cretino! Questa è la mia superbia... (*2)

In effetti, me ne rendo conto adesso, la prima cosa che faccio quando parlo con qualcuno, è cercare di comprendere “quanto capisca” in maniera da adattarmi per poterci interagire più facilmente (*3).

La riflessione di oggi era semplicemente la domanda “E se mi sbagliassi?”. E se io fossi molto meno sveglio e intelligente di quanto non creda? Dopotutto molte ricerche psicologiche spiegano che, in genere, chi si crede più intelligente della media è invece più stupido mentre, proprio chi è più intelligente, avendo molti più dubbi e remore, non se ne rende conto.

Allora mi sono fatto un rapido riassunto mentale dei “dati” a mia disposizione.
Ho ripensato a quando piccolissimo: a 2-3 anni il babbo aveva comprato un libro con un esame per valutare l'intelligenza dei bambini che ancora non sapevano leggere. Io però percepii che si trattava di un qualcosa per “misurarmi” e non volli farlo, forse per paura di deluderlo.
A circa 8 anni quando, dopo i primi anni molto incerti, iniziai ad andare bene a scuola ricordo una discussione fra i miei genitori (io ero in un'altra stanza) la mamma diceva che dalla pagella risultava che io fossi “super dotato” mentre mio padre diceva che al massimo ero “dotato”.
Alle medie (*4) iniziò la mia personale rivolta contro la stupidità dei miei insegnanti: smisi di aprire libro e iniziai ad andare relativamente male (anche perché mi ero preso di punta con la severissima e influentissima professoressa di inglese e vice preside!).
A liceo e università bene e male: davvero sarebbe troppo lungo spiegare i pro e contro di ciò che influenzò il mio rendimento e, comunque, l'ho già scritto altrove (*4).

C'è anche da menzionare un fenomeno curioso: durante tutta la mia “carriera” scolastica, università compresa, tutto quello che mi veniva spiegato l'avevo già intuito. Tranne rarissime eccezioni mi è sempre sembrato tutto logico e conseguente, per molti versi banale. Sapevo già dove voleva arrivare l'insegnante quando iniziava a dire “Attenti a...” perché avevo già compreso non solo quanto spiegato ma anche le sue conseguenze: mi era quindi banale rispondere a eventuali domande di comprensione (*5). Non ho idea se questa sensazione sia comune e cosa possa significare (*6): di certo quando dico che la mia intuizione è superiore alla mia intelligenza non scherzo...

In quegli anni comunque avevo un'ottima opinione di me stesso ma non sapevo come raffrontarmi al “resto del mondo”. Davo però per scontato che ci fossero tante persone più intelligenti e in gamba di me. A casa mia madre mi esaltava e stravedeva per me mentre il babbo era molto più critico (*7). Ero nella fase in cui, secondo gli psicologhi, le persone intelligenti combattano con i loro dubbi e incertezze finendo per sottovalutare le proprie capacità.

Ah, poi finita (faticosamente!) l'università feci l'esame del Mensa, essenzialmente per avere qualcosa da aggiungere nella sezione “Club e attività” del modello di Word per i CV!
Il risultato non fu particolarmente negativo ma io tendo a vergognarmene sempre un po' e raramente ne parlo: comunque ci scrissi il pezzo La solitudine del pamviro...

Però il mio cambiamento di prospettiva avvenne un po' dopo quando mi capitò di lavorare qualche anno come consulente esterno all'ESA (l'Agenzia Spaziale Europea) in Olanda.
Da sempre mi ero immaginato che solo le persone più eccezionali e dotate vi lavorassero tanto che non avevo mai neppure aspirato a entrare a farne parte!
Lavorandoci però dall'interno mi resi conto che questi miei colleghi erano tutt'altro che fenomenali: intendo di un'intelligenza che, dal mio punto di vista, valutavo marginalmente sopra la media e, anzi, con una percentuale significativa degli onnipresenti idioti. Giustamente mi hanno fatto notare che io lavoravo in una sezione amministrativa e che quelle tecnico/scientifiche sono di un altro spessore. Suppongo che sia vero ma se il buon giorno si vede dal mattino...

Ecco è più o meno da allora che, potendomi confrontare con il “top”, e trovandolo deludente, ho preso consapevolezza delle mie capacità. E la mia superbia, in realtà sempre presente, da, diciamo “personale” è divenuta più assoluta.

E quindi? Qual è la mia conclusione?
Non credo ci possa essere una risposta ben motivata logicamente e, tutto sommato, non mi interessa neppure cercarla. Ho una consapevolezza (v. La montagna dell'albagia) e questa mi basta e non mi va di sprecare energie per scoprire qualcosa che, alla fine, comunque non mi cambierebbe niente...

Conclusione: trovo particolarmente vero l'evangelico “nessuno è profeta in patria”... e quindi per apprezzarmi servirebbero gli extraterrestri!

Nota (*1): comprensivo, tollerante e paziente...
Nota (*2): e quando giocavo a scacchi questa mia superbia era particolarmente evidente, direi quasi comicamente. Negli scacchi non si deve calcolare solo le proprie mosse ma anche le migliori che il nostro avversario potrebbe giocare. Quando l'avversario fa qualcosa che non abbiamo previsto allora deve suonare un campanello d'allarme perché i casi sono due: 1. non ha giocato la mossa migliore e quindi, forse, c'è la maniera per incrementare il nostro vantaggio; 2. ci era sfuggita la mossa migliore che, invece, è stata trovata e giocata dal nostro avversario.
Io ero sempre sicuro, assolutamente certo, di essere sempre nel caso 1. Non avete idea di quante partite io abbia perso sottovalutando in questo modo il mio avversario... Decisamente la cosa non depone a mio favore!
Nota (*3): in un altro pezzo, forse quelli sulla scuola media, mi pare di aver anche raccontato di quanto fossi bravo a manipolare il prossimo e di come abbia improvvisamente smesso ritenendolo immorale.
Nota (*4): sulla mia “carriera” scolastica ho scritto una nutrita serie di pezzi ma non mi va di cercarli: chi è interessato può usare i marcatori “elementari”, “medie”, “liceo” e “università” per ottenere la lista dei relativi pezzi...
Nota (*5): della fastidiosa regola che mi ero autoimposto di contare (lentamente) fino a tre per dar modo di rispondere anche ai miei compagni ho già scritto...
Nota (*6): ad esempio, ai tempi del liceo, la ritenni una conferma dell'esistenza dell'iperuranio di Platone, il mondo delle idee, al quale “evidentemente” ero particolarmente collegato...
Nota (*7): e, mentre ritenevo l'opinione di mia madre ininfluente, probabilmente quella di mio padre mi pesava molto di più...

venerdì 6 ottobre 2017

Licurgo

Ieri sera ho finito di leggere la “terza” vita di Plutarco, ovvero quella di Licurgo. È veramente interessante!! E, come previsto, mi sono abituato all'italiano arcaico usato nella traduzione...
Della vita di Licurgo in realtà dice relativamente poco (non sono sicuro che sia un personaggio storicamente esistito (*1)): ciò che invece mi ha molto colpito è la dettagliata descrizione di come il famoso legislatore avrebbe organizzato le leggi e la società di Sparta. In pratica realizzò a tavolino una società all'apparenza utopistica ma che, nella pratica, durò per molti anni (Plutarco scrive per “cinque secoli” ma dubito che i suoi calcoli siano attendibili! (*1)) e che portò Sparta all'egemonia sulla Grecia.

La logica di Licurgo è ferrea: egli vede l'origine di ogni vizio nella cupidigia e, partendo da questo principio, organizza la società in maniera che, quasi “fisicamente”, non ci sia spazio nella vita degli spartani per il desiderio di ricchezze o di beni materiali. Da questo punto di vista mostra anche un acuto intuito psicologico che usa astutamente per rafforzare i meccanismi sociali che ha ideato.
E se i cittadini sono virtuosi allora non c'è necessità di leggi complesse e articolate perché essi tenderanno a fare spontaneamente, senza cioè esserne costretti, ciò che è bene e giusto. In caso di discordia poi meglio affidarsi al buon senso di un giudice saggio piuttosto che all'interpretazione del codice scritto.
Significativo al riguardo il seguente passaggio: «[Licurgo non volle leggi scritte...] Perché quel che più importa e ha maggiore efficacia per rendere una città felice, credeva stampato ne' costumi e ne' cuori de' cittadini dover rimanere immobile e stabile nella lor buona volontà, che è legame più forte della necessità, e per via di buona instituzione introduce nell'anima di ciascun giovane disposizione di legislatore. I leggieri contratti intorno al dare e all'avere, i quali or in una or in altra maniera secondo il il bisogno si mutano, pensò essere meglio non legare con necessità di scrittura... ...ma lasciargli alle occasioni e all'arbitrio d'uomini ben istruiti per aggiungere o levare secondo il lor giudizio. » (*2)
Sono d'accordo con Licurgo: adesso però non potremmo fare a meno delle leggi perché l'animo di molte persone è corrotto e non tende spontaneamente al bene. Ma il ruolo della legge moderna intesa come giustizia è spesso illusorio perché il suo compito principale è quello di essere il meccanismo per obbligare al rispetto di alcuni epomiti (le leggi): e tali epomiti, nel loro complesso, sono orientati alla tutela dei parapoteri e dello status quo, non della giustizia.

Qualche legge di Licurgo per dare l'idea di come ideò e modellò la società spartana.
- Per prima cosa ridistribuì la terra a tutti gli spartani in parti uguali capaci di produrre grossomodo la stessa quantità di beni.
- Gli uomini poi non cenavano in casa propria ma, tutti insieme, lo stesso cibo e nella stessa quantità in maniera che non si sviluppasse la golosità che reca con sé la voglia di avere di più.
- Eliminò l'oro e l'argento e fece coniare monete di ferro che avevano (poco) valore solo a Sparta: fu quindi impossibile accumulare una grande ricchezza visto che sarebbe stata ingombrante e che, probabilmente, sarebbe arrugginita rapidamente. Inoltre con monete di ferro non si potevano comprare i beni prodotti in altre città.
- Le case private poi dovevano avere la porta d'ingresso di legno grezzo e, allo stesso modo, il “palco” (non sono sicuro di cosa fosse, ma doveva trattarsi di un altro mobile): l'idea è che se uno spartano aveva la porta e il “palco” tagliati con l'accetta allora non avrebbe voluto avere altri mobili più raffinati perché sarebbero apparsi ridicoli a loro confronto: e se tutto l'arredamento era modesto allora anche le vesti raffinate non sarebbero state ritenute compatibili con esso e si sarebbero preferiti quindi gli abiti più semplici. E in questa ottica quindi tutto il lusso e il superfluo avrebbero avuto poco senso.
- I bambini che alla nascita non sembravano abbastanza forti venivano abbandonati in una grotta. E sembra che fosse ammissibile una certa promiscuità per cui il marito anziano era lieto che la sposa più giovane avesse un figlio da un guerriero vigoroso con l'idea che ciò avrebbe reso Sparta più forte.
- A sette anni i bambini venivano poi allevati tutti insieme con una organizzazione quasi militare dove ai più piccoli veniva insegnato dai ragazzi più grandi che, a loro volta, imparavano dagli spartani più anziani (suppongo che gli uomini fossero impegnati in altre attività). Oltre all'addestramento marziale l'insegnamento prevedeva che i giovani fossero in grado di rispondere con efficacia e sinteticità a domande molto complesse e filosofiche: chi non vi riusciva o era troppo prolisso veniva punito severamente. Da qui l'aggettivo “laconico”. Molto interessanti i numerosi esempi di famose risposte laconiche riportati da Plutarco. Tipo: il re Agide a un ateniese che commentava la strettezza delle strade di Sparta, rispose «E pure aggiunghiamo i nimici con esse.» (*2)
- Gli spartani non lavoravano (lo facevano gli iloti per loro) ma si dedicavano solamente all'esercizio e all'addestramente militare che sospendevano solo quando in guerra tanto che, paradossalmente, essa era quasi un riposo per loro...
- E poi le donne! Anche le fanciulle non dovevano restare chiuse in casa: tutte insieme invece si allenavano duramente: con la corsa, il getto del peso e del disco, la lotta, il tiro con l'arco... L'idea era di renderle meno effeminate, più resistenti al parto e capaci di procreare figli più forti.
- In alcune occasioni e feste le ragazze danzavano e giocavano nude davanti ai giovani: l'idea non era solo quella di non renderle inutilmente pudiche ma di fare in modo che queste schernissero e lodassero opportunamente i ragazzi perché «... 'l morso de' motti, accompagnato da giuoco, non era men pungente delle correzioni severe...» (*2) e questo spronava i ragazzi a imprese di valore.

Sempre riguardo le donne Plutarco scrive una frase che mi ha colpito perché non so bene come interpretare: egli scrive infatti che le spartane, a causa del loro contributo attivo nel mantenere vivi gli ideali della loro società, “credono” di essere partecipi, al pari degli uomini, di virtù e onore. Ecco mi chiedo il significato di quel “credere”: nell'italiano attuale si intenderebbe con un “credono ma si sbagliano” ma nell'italiano antico (XVI secolo) in cui è tradotto Plutarco si può anche interpretare questo “credere” con un “essere giustamente consapevoli”.
Probabilmente il significato corretto è proprio il secondo: poco dopo infatti è riportato un aneddoto che vede protagonista Gorgone (avete presente “300” e la moglie di Leonida? Ecco, è quella Gorgone!) che avrebbe poco senso. L'aneddoto: una forestiera disse a Gorgone «Voi sole, Spartane, comandate agli uomini» e lei replicò laconica «Perché noi sole partoriamo uomini.» (*2)

Ci sarebbero tante altre leggi e curiosità da segnalare ma non voglio dilungarmi oltre!

Conclusione: veramente una lettura piacevole! Ora sto leggendo la vita di Numa Pompilio: onestamente il nome non mi diceva niente ma anche questa non è male: forse un corto ci potrebbe scappare...

Nota (*1): Anche Wikipedia ha dubbi sulla storicità del personaggio che, comunque, porrebbe a cavallo del IX e VIII secolo a.C. ovvero, come indicato da Plutarco, circa cinque secoli prima del declino di Sparta. Ma non sarà una data basata proprio su quanto scritto da Plutarco?!
Nota (*2): Passaggi tratti da “Le vite parallele” Vol. I, di Plutarco, trad. Marcello Adriani il Giovane, Salani Editore, 1963.