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venerdì 3 agosto 2018

Fascismo (2/?)

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 0.5.2 "Paterna").

Prosegue la serie iniziata con Fascismo (1/?) e Introduzione al (pezzo sul) fascismo.

Ricordo che il mio scopo è quello di rispondere a tre questioni:
1. la definizione di fascismo;
2. il rapporto di Mussolini con la religione;
3. come il fascismo abbia preso il potere.

Riguardo il primo punto abbiamo già parzialmente risposto: il fascismo è principalmente religione della nazione e di se stesso (50-60%?). Diciamo che ci manca ancora una buona metà di definizione di fascismo.
Sul rapporto di Mussolini con la religione è stato determinante capire che, a causa dell'atteggiamento del Vaticano, contro la Stato italiano la reazione dei politici altrettanto dura (l'ateismo) era comprensibile e, probabilmente, piuttosto normale. Questo spiega un buon 50% del perché l'ateismo di Mussolini non ne abbia impedito la popolarità.
Su come il fascismo abbia preso il potere ancora non abbiamo detto niente.

Ricordo anche che il testo a cui faccio riferimento è Fascisti di Giordano Bruno Guerri, Arnoldo Mondadori Editore, 1995.

Prima di iniziare un chiarimento. Un amico con cui ne ho discusso era piuttosto scettico sull'equazione fascismo=religione=nazione. Egli opinava che, soprattutto agli inizi, il fascismo non potesse certo essere una religione.
È vero, dubito fortemente che Mussolini un giorno si fosse svegliato con la mistica del fascismo tutta ben chiara in mente: sicuramente è stato un processo graduale. Suppongo che tutta la teoria sia derivata dal bisogno di spiegare e giustificare il nazionalismo visto che il resto è abbastanza banalmente conseguente.
Insomma il fascismo non è nato come una religione ma lo è diventato: da quel che ho letto mi pare che almeno, diciamo, dai primi anni '20 le sue basi filosofiche/mistiche fossero comunque già ben delineate.

Adesso riprenderò a seguire le mie note ma il prossimo capitolo è sul giovane Mussolini e quindi segnalerò solo passaggi particolarmente curiosi/interessanti.

Curiosità. Nel 1909 Mussolini (all'epoca socialista) si trasferisce a Trento per dirigere l'“Avvenire del lavoratore”. Nello stesso periodo a Trento vi abitano anche Alcide De Gasperi e Cesare Battisti (anche loro direttori di giornali: cristiano il primo, socialista il secondo). Mussolini polemizzerà furiosamente con De Gasperi e collaborerà con Battisti.

Curiosità. In un discorso tenuto l'8 febbraio 1914 a Firenze Mussolini afferma chiaramente che il governo in Italia, ma anche nelle altre nazioni occidentali, è l'espressione di una minoranza mentre la maggioranza del popolo subisce in maniera apatica anche se non viene fatto il suo interesse. Io vi vedo l'intuizione che i governi democratici collaborano fortemente con i parapoteri ([E] 11.1 e 11.2) generalmente a danno della democratastenia.
Come vedremo, la soluzione di Mussolini, ovvero la dittatura fascista, non è certo quella migliore.

Fatto importante: nel novembre del 1914 Mussolini (interventista) fonda il proprio giornale “Il Popolo d'Italia” e, poco dopo, viene espulso dal PSI (contrario alla guerra).
Inizialmente Mussolini si rivolge a particolari gruppi ristretti: sindacalisti rivoluzionari, anarchici interventisti, agli estremisti socialisti.

Fatto importante: i socialisti italiani non sfruttano Caporetto (ottobre 1917): da una parte non tentano un colpo di mano rivoluzionario ma dall'altra non sostengono neppure l'Italia nel suo momento di massima difficoltà. Questa loro neutralità assoluta li allontanerà dalla massa degli italiani.
Leggendo questo libro ho avuto la sensazione che Mussolini sia stato abilissimo nel giocare le proprie carte ma che, contemporaneamente, i suoi avversari abbiano sbagliato tutto ciò che fosse possibile sbagliare.
In questo caso i socialisti si alienano una fetta importante della popolazione italiana: quella dei soldati prima e poi dei reduci.

Fase importante: nel 1918 cambia il sottotitolo de “Il Popolo d'Italia” che da “quotidiano socialista” diviene “quotidiano dei combattenti e dei produttori”. Secondo il Guerri, e a me pare un'intuizione corretta, questo è il momento in cui per Mussolini la nazione diviene più importante del popolo che, infatti, per essa combatte e produce.

E siamo arrivati a pagina 56. Vado però ancora un po' avanti perché ho scritto poco...

La prima guerra mondiale aveva cambiato il paese ma non tutti se ne resero conto subito.
I piccoli borghesi, che in guerra erano magari divenuti degli ufficiali, non si riadattavano facilmente alla vita comune, in particolare alla rigidità della società sabauda. Soprattutto non credevano più nella vecchia politica ma erano invece pronti a credere che l'uso della forza avrebbe potuto cambiare la società.

Contemporaneamente le campagne si erano spopolate e le città industriali si erano espanse enormemente (la FIAT era passata da 20.000 a 200.000 operai). E gli operai erano divenuti più consci della loro importanza e forza. Nelle campagne chi era povero era caduto in miseria mentre chi era benestante si era arricchito ancor di più acquistando a buon prezzo altri terreni.

Con il miglioramento delle comunicazioni iniziavano ad arrivare notizie da ogni angolo del mondo: alla notizia del successo della rivoluzione russa anche i socialisti europei pensarono che il momento del riscatto delle masse previsto da Marx fosse ormai giunto. Ma nonostante svariati tentativi non ci furono successi lontanamente paragonabili a quello russo.
L'autore lo spiega con un passaggio che sembra una parafrasi di quanto ho scritto nell'Epitome:
«[in risposta ai moti socialisti] le classi dirigenti si appellarono agli ideali democratici già messi in pericolo dalla Germania. Erano gli ideali che il popolo aveva difeso a prezzo della vita e i politici sapevano che toccando quelle corde sarebbero stati creduti a avrebbero ottenuto un nuovo consenso sociale.»
In [E] 3.4 ho scritto:
«...se ai soldati che combattono in guerra viene detto che lo fanno per la patria (protomito), per la libertà (protomito), per la giustizia (protomito) o per la democrazia (protomito) questi finiranno per convincersi che sia realmente così e, di conseguenza, attribuiranno grande importanza a tali protomiti. Quindi, anche al termine della guerra, continueranno a considerare precipui i principi e gli ideali (protomiti) per i quali, o perlomeno di questo convinti, hanno combattuto e rischiato la propria vita.»

La storia si ripete: con Caporetto generali e governo, nel tentativo di motivare i soldati, avevano fatto grandi promesse: terre da coltivare, migliori condizioni nelle fabbriche. Promesse che, ovviamente, non furono mantenute...
In Coriolano, una delle biografie di Plutarco si parla di una situazione analoga:
«...a Roma c'è una crisi economica che ha molte analogie con la situazione di Sparta ai tempi di Licurgo e quella di Atene con Solone. I cittadini meno facoltosi sono fortemente indebitati con quelli più ricchi tanto che rischiano di perdere tutti i loro beni e di finire in schiavitù.
A Sparta Licurgo risolse il problema ridistribuendo in parti uguali tutte le terre e, di fatto, annullando la ricchezza; ad Atene Solone cercò un compromesso: non cancellò i debiti ma fece in modo che i poveri non finissero sul lastrico.

A Roma non c'è né Solone né Licurgo ma il senato, composto da cittadini nobili e ricchi. In quel periodo la città è in guerra con i volsci ma il popolo si rifiuta di prendere le armi fin quando non sarà risolta la questione dei debiti. Il senato promette quindi di moderare i prestiti ma terminata vittoriosamente la guerra si rimangia la promessa.
»

E non mantenere le promesse a persone che per queste hanno rischiato la propria vita, come spiegato nell'epitome ([E] 7.2 nota 230), senza delle ottime giustificazioni è una delle poche maniere per far arrabbiare la democratastenia.

La conseguenza in Italia furono scioperi e un accentuarsi della crisi economica: questo sarà terreno fertile per il fascismo.

Mi pare di aver scritto sufficientemente per oggi (ho raggiunto pagina 64): meglio quindi iniziare a trarre delle conclusioni che, in questo caso, riguardano le condizioni che permisero al fascismo di prendere il potere.

L'Italia, o meglio gli italiani, erano appena usciti da una guerra mondiale che aveva cambiato il mondo. I reduci si sentivano traditi dai partiti tradizionali (liberali) che non avevano mantenuto le promesse fatte. La situazione economica era pessima ed erano aumentate le differenze sociali anziché ridursi.
Contemporaneamente i socialisti erano guardati con sospetto da tutte le altre forze politiche e si erano alienati i reduci di guerra con la loro neutralità.
In questi “sintomi” mi pare di riconoscere una società ingiusta dove una gran parte del popolo non è rappresentata da nessuna forza politica. Questo significa che esiste molto spazio politico in cui inserirsi e riscuotere consenso.

Conclusione: nella prossima puntata spero di entrare nel vivo dei motivi che portarono il fascismo al potere. A occhio mi occorreranno ancora due pezzi.

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