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mercoledì 15 agosto 2018

L'orizzonte (48) del razzismo

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 1.0.0 "Bennata").

Avevo trovato il seguente collegamento all'articolo RAZZISMO, XENOFOBIA: LE FRONTIERE DELLA MISTIFICAZIONE. (di Arturo su Orizzonte48.Blogspot.com) ormai diverse settimane fa e volevo commentarne alcuni aspetti che mi avevano particolarmente colpito.

Prima di tutto l'articolo è scritto veramente molto bene: ricorda più un saggio (*1) che un pezzo giornalistico.
Leggendo qua e là ho scoperto che gli autori di questo sito lo ritengono uno spin-off "giuridico-istituzionale" di Goofynomics: genericamente l'argomento è quindi il rapporto fra Italia ed Europa ma l'accento non è tanto sull'economia quanto sulle leggi e istituzioni.

L'articolo in questione, come si intuisce dal titolo, affronta l'argomento del razzismo e della xenofobia: personalmente non mi pare di aver mai trattato questi temi. Volutamente: come al solito le mie idee personali sono molto particolari e, dato l'argomento, avrei dovuto spiegarle con molta pazienza e circospezione per non rischiare di essere frainteso; ho quindi “risolto” evitando di parlarne...

Anche stavolta eviterò opinioni personali e mi limiterò a ripercorrere i passaggi di questo articolo di Orizzonte48 (e alla cui lettura autonoma ovviamente rimando!) che più mi hanno impressionato.

Inizialmente viene citata un'intervista di Levi-Strauss sul razzismo dove viene data una definizione dello stesso (riassumo con “razzismo = discriminazione su base biologica/genetica”) e viene affermato che l'argomento è spesso strumentalizzato in maniera superficiale e talvolta controproducente.
L'autore (Arturo intendo!) ne conclude che essere contrari all'immigrazione non significa essere razzisti. A me parrebbe un'affermazione ovvia ma in effetti, nell'Italia di oggi, chiunque nutra dubbi sull'immigrazione, e sulle sue conseguenze sociali ed economiche, è apoditticamente e spesso strumentalmente tacciato di razzismo.

Semmai, prosegue l'autore, ha più senso parlare di razzismo nella ricorrente affermazione che “gli immigrati fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare” perché suggerisce l'idea che ai primi spettino solo, e quasi “naturalmente”, i lavori più umili e meno pagati (l'ipocrisia di questa affermazione la evidenziai anch'io in Il capitolo mancante l'anno scorso).

L'articolo si chiede poi se l'immigrazione ([E] 19) rappresenti una minaccia: la risposta è sì, almeno da un punto di vista economico e politico.
Il “pericolo” economico ([E] 19.2) è banale: l'afflusso di mano d'opera abbassa gli stipendi: gli imprenditori ne sono contenti perché abbassando i costi aumenta il loro guadagno, ma i lavoratori, diciamo autoctoni, hanno solo da rimetterci. Interessante che su questo punto concordino anche studiosi di sinistra (*2).
Non ho trovato invece accenni alla mia intuizione che possa esistere un effetto a catena sui salari: ovvero che abbassando gli stipendi dei lavori più umili si possano poi mantenere artificialmente più bassi anche tutti gli altri: cose che, nella mia teoria/intuizione, contribuisce all'emigrazione dei giovani italiani ([E] 19.3).

Cosa si intenda per “pericolo” politico è meno chiaro: fra rimandi ad altri pezzi e vaghi accenni mi pare che si indichi una frammentazione dell'unita culturale del paese (che diviene quindi più facilmente vittima delle ingerenze dei parapoteri economici/politici alle quali non riuscirebbe a rispondere in maniera compatta) e di “distrazione”, spostando cioè il dibattito politico su questioni secondarie (più o meno quanto ipotizzo anch'io nell'Epitome anche se l'idea dell'unità culturale è un concetto interessante).

L'argomento è poi ripreso nella parte finale dell'articolo che è quella che più mi ha incuriosito. L'autore riprende una ricerca di Robert Putnam: professore americano, esponente del comunitarismo e quindi ideologicamente favorevole all'immigrazione ma che nel suo studio arriva però a conclusioni contrarie.
Il succo della ricerca è che l'immigrazione tende a diminuire la solidarietà all'interno della società. La riduzione non avviene solo a livello complessivo ma anche all'interno di ogni singolo gruppo sociale. In pratica sembra che le persone, non riconoscendosi più nella società, tendano a estraniarsi da essa richiudendosi nel proprio bozzolo.
Questo ci riporta al pericolo politico precedentemente accennato: una società che non si riconosca in se stessa è più prona, ad esempio, all'astensionismo (grazie al quale alcune forze politiche riescono a governare con i voti di una minoranza dei potenziali elettori di un paese) ed è acquiescente verso anche iniziative politiche che vadano contro il suo diretto interesse (come, ad esempio, la diminuzione di libertà d'espressione).

Infine c'è un'osservazione finale: l'emigrazione non fa bene neppure ai paesi (africani) di provenienza. Su questo sono solo parzialmente d'accordo: sicuramente non fa bene quando a partire sono i giovani più istruiti (che lavorando nel proprio paese potrebbero contribuire a renderlo più ricco) ma quando invece si tratta di ragazzi senza alcuna preparazione e formazione allora (nell'ipotesi che poi rimandino a casa qualche soldo) diventano una fonte di guadagno per la loro nazioni di origine.

Conclusione: in realtà il titolo dell'articolo è fuorviante: di razzismo si parla solo per concludere che essere contrari all'immigrazione non equivale a essere razzisti! Poi si analizzano due problematiche legate all'immigrazione. La prima economica dovrebbe essere ovvia a tutti se non fosse per la continua disinformazione interessata fornita dai media che negano l'ovvia legge della domanda e dell'offerta nel mercato del lavoro; la seconda, ovvero la frattura nella società causata dall'immigrazione è forse più interessante: io ne avevo intuito alcuni aspetti ma l'articolo ha colmato diverse lacune (*3).

Nota (*1): Probabilmente a causa delle numerose citazioni e riferimenti che permettono di approfondire ogni aspetto del problema
Nota (*2): Anche Marx analizzò l'impatto dell'immigrazione dall'Irlanda all'Inghilterra e, senza il pallio del razzismo a intorbidire le acque, ne concluse che chi ne traeva veramente vantaggio erano i grandi industriali.
Nota (*3): in particolare la “teoria del contatto” mi pare molto significativa: soprattutto perché per essere applicabile al rapporto fra popolazione autoctona e immigrati dovrebbero essere rispettate delle premesse che però, almeno in Italia, sono invece completamente ignorate.

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