«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
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mercoledì 31 dicembre 2014

Appunti vari


Nella notte fra domenica e lunedì una ventata ha fatto cadere un albero sulla mia linea telefonica lasciandomi isolato fino a oggi all'ora di pranzo.

Un breve aggiornamento: per la tragedia sto proseguendo con la selezione dei brani (è un processo lungo e frustrante perché a volte è come cercare un ago in un pagliaio) mentre sono volutamente fermo alla terza revisione con l'idea di far passare ancora qualche giorno prima di rimetterci le mani. Comunque dei cambi qua e là, di cui uno di una certa consistenza, ho continuato a farli...

Lunedì sera sono uscito per partecipare a una riunione post M5S dove il risultato principale è stato quello di aver preso parecchio freddo (tornato a casa alle 3:00AM) e aver riattizzato la mia tosse...

Ho ripreso a esercitarmi più o meno regolarmente con la chitarra (circa 2 giorni su 3) ma ancora non ho rifissato la lezione fissata prima di Natale che saltò per i miei motivi di salute.

Sto continuando a leggere Cent'anni di solitudine ma le mie perplessità, espresse in 50 anni di solitudine, rimangono invariate.

Da un po' mi frulla per la testa un'idea balzana: passare una giornata (8 ore di orologio) a lavorare sul problema matematico di Gauss (o Fermat) di cui accennai a inizio ottobre (v. Gauss, Fermat o KGB?). Ci lavorai per circa una settimana senza arrivare a dimostrare il teorema dalla parte che mi mancava. Il problema è come faccio le cose: il lavorarci “una settimana” significa che ci avevo ragionato quando ero in bagno, insonne a letto, prima di dormire fra le 0:00 e le 1:00, quando correvo su e giù per le scale, davanti alla tivvù, durante il riavvio del calcolatore, in macchina etc... spesso quindi senza nemmeno avere la possibilità di mettere su carta le mie idee...
Mi piacerebbe vedere cosa sono in grado di tirare fuori in otto ore seduto al tavolino con i miei appunti e senza distrazioni. Vedremo...

Non mi viene in mente altro... Gli auguri per il nuovo anno si fanno domani vero?

domenica 28 dicembre 2014

FNHM 11/11

Ho deciso di chiudere questa serie: ho ricontrollato tutte le note che mi ero appuntato per i capitoli finali (molto numerose perché ero più sistematico nelle mie annotazioni) e, anche a scapito di tralasciare alcuni temi interessanti (il nazionalismo, l'importanza della guerra franco-prussiana, la religione, Wagner, l'opera, etc... oltre alla solita miriade di concetti ripetuti e sottilmente rivisti), ho deciso di limitarmi a riassumere quelle che secondo me sono le debolezze di questa opera di Nietzsche...

Probabilmente i miei commenti di oggi sono fra i più interessanti dell'intera serie dove, in maniera non particolarmente originale, cerco di tradurre in parole povere le idee di Nietzsche magari aggiungendovi delle esperienze personali. Premetto però che, a distanza di mesi dalla lettura di La nascita della tragedia, i miei ricordi su cosa non mi convincesse hanno perso il nitore originale: al riguardo infatti mi ero appuntato molto meno di quanto ricordassi...

Prima di tutto ho un paio di dubbi.
Lo scopo della tragedia è quello di rendere accettabile la vita: il dolore connaturato in essa viene infatti assorbito dall'opera catartica della tragedia che ne sgrava così lo spettatore.
Al contrario si accusa la civiltà attuale, e fondamentalmente la scienza, di illudere l'uomo con il suo ottimismo: la scienza dà risposte illusorie che rendono tollerabile la vita.
Ma se la vita è comunque dolore è così importante cosa la renda accettabile?
Qual è il pregio superiore di annullare il dolore rispetto a quello di nasconderlo dietro un'illusione?
Al riguardo si potrebbero fare molte ipotesi (e probabilmente le mie conclusioni sarebbero affini a quelle di Nietzsche) ma sarebbe stato compito dell'autore esplicitare chiaramente questo problema di fondo.

L'altro dubbio è sulla relazione fra tragedia (vista come forma d'arte perfetta) e popolo greco (visto come popolo “perfetto”). Non è chiaro se sia la tragedia che renda il popolo greco “perfetto” o, vice versa, che sia il popolo “perfetto” a giungere necessariamente alla tragedia “perfetta”. Cioè cosa è la causa e quale l'effetto?
Stabilirlo sarebbe fondamentale per comprenderne l'evoluzione: la tragedia greca declinò perché i greci non erano più “perfetti” o, al contrario, fu il declino della tragedia a rendere i greci deboli e timorosi? Non ne sono sicuro, dovrei rileggere con più attenzione stando attento a questo aspetto specifico, ma ho la sensazione che Nietzsche optasse per l'una o l'altra di queste interpretazioni a seconda della necessità...
Nelle sue interpretazioni storiche Nietzsche appare molto superficiale: riduce e semplifica troppo limitandosi ad affermare quanto basta a giustificare le proprie teorie.

Ma questi erano dubbi che, in teoria, non minano alla base la sua opera. Veniamo invece agli errori veri e propri.

Un primo errore di Nietzsche è quello di considerare nelle proprie argomentazioni interscambiabili il singolo individuo e l'intero popolo. Se prendere un singolo tedesco a casaccio e porlo a esempio, in piccolo, del popolo tedesco può avere, con molti “se” e “ma”, una sua logica ma è invece assurdo prendere un tedesco e dire "Il popolo tedesco è lui: ciò che accade a questo singolo accade all'intero popolo". Fra una persona e un popolo ci sono sì molte similitudini ma anche fondamentali diversità. Gli effetti della tragedia si hanno su singoli individui non sui popoli: non è equivalente dire che, poiché tutto il popolo assiste alle tragedie, l'effetto finale sul popolo è lo stesso che sul singolo. La sociologia ha caterve di esempi in cui un gruppo di persone si comporta in maniera totalmente difforme da quanto farebbe un singolo!
Invece Nietzsche nelle sue argomentazioni scambia indifferentemente individuo e popolo arrivando così a conclusioni dubbie.

Ma l'errore fondamentale è quello di confondere i presunti effetti della combinazione fra musica e mito (tragedia) con l'interpretazione che di essi ha il singolo individuo.
Per Nietzsche sono la musica e il mito il soggetto agente mentre l'individuo è l'oggetto che subisce la loro influenza. Io affermo invece che è il contrario: il soggetto è l'individuo che, grazie alla propria sensibilità, interpreta la tragedia e viene toccato nell'intimo da essa.
Le implicazioni sono fondamentali.
Se è l'agente è l'individuo allora l'effetto della tragedia varierà a seconda delle varie sensibilità. Questo oltretutto significa che l'effetto sul singolo non potrà essere lo stesso che sul popolo perché ogni persona reagirà in maniera diversa.
Lo stesso Nietzsche ammette l'ovvio, ovvero l'esistenza di sensibilità diverse, ma non arriva alla logica conclusione che l'efficacia della tragedia è variabile, quindi non universale, e non può essere trasferita a un popolo. Credo che Nietzsche abbia confuso la propria sensibilità pensando che fosse comune a tutti.

Detto questo, sebbene l'opera sia basata su premesse fallaci, è comunque ricca di spunti interessanti. Chiaramente si tratta di un'opera prima organizzata in modo caotico (le continue ripetizioni, come fossero appunti non ricontrollati, confondono terribilmente) anche a causa del suo scopo inconscio di fondo. Lo stesso Nietzsche lo afferma nella prefazione scritta una decina di anni dopo...

In conclusione NON consiglio la lettura di questo libro: è stata interessante per me per vari motivi personali (v. i vari FNHM iniziali) ma, per il lettore occasionale, c'è poco di valido.

sabato 27 dicembre 2014

Misura infelicità

Una questione che mi ha sempre affascinato è la felicità.

Al riguardo ho una teoria ben precisa: mi sembrava di averne già accennato sul viario ma (come al solito) la ricerca effettuata con la parola chiave “felicità” non ha portato a niente.
In breve, secondo la mia teoria, la felicità è in noi e non all'esterno: per trovarla quindi va cercata nel nostro modo di vedere la vita. Secondariamente, ma non troppo, la felicità è qualcosa non solo di interno ma anche di innato, quasi di biologico: questo è un risultato negativo perché significa che non tutti sono in grado di raggiungerla.

Comunque, al di là della teoria, poi nella pratica mi sono spesso chiesto se e quanto ero felice.

Finalmente l'HuffingtonPost.it (*1) risponde a questa domanda con una semplice prova di autovalutazione: Le 7 abitudini degli infelici cronici.

In effetti che la felicità equivalga all'assenza di infelicità è tutto da dimostrare: ad esempio, Leopardi (vedi la serie OM...) ci avrebbe messo la firma!
Ma, per semplicità, farò finta che sia così e proverò a valutare il mio comportamento...

1. Pensi sempre che la vita sia dura.
No, in prima approssimazione direi che la vita è dominata dal caso: se è contrario la vita è dura, se è favorevole la vita è facile. E nulla toglie che tutto possa improvvisamente cambiare...

2. Sei convinto che la maggior parte della gente sia inaffidabile.
Direi di no. Non sono così categorico però, quando posso, mi piace metterla alla prova. Poi dipende da chi (e come) me la presenta e, soprattutto, dall'impressione che mi fa.
In genere mi riservo di valutare le persone alla prova dei fatti.

3. Ti concentri su ciò che non va (nel mondo) invece che su cosa funziona. Sì, proprio nel “mondo” specifica l'articolo...
Questo lo faccio: soprattutto non mi pare che ci sia molto che vada bene nel mondo. È probabile che la natura egoistica dell'uomo e l'incapacità di organizzarsi per il bene comune porterà alla sua estinzione. Comunque non mi pare che questo mio atteggiamento sia umorale bensì oggettivo...

4. Sei invidioso.
Assolutamente no! Anzi la mia totale mancanza di invidia è una delle mie caratteristiche più anomale. In parte perché filosoficamente desidero poco ma, soprattutto, non riesco a concepire un sentimento che mi faccia desiderare il male di alcune persone perché io non ho il loro stesso bene! Giuro: non faccio il santino...
Ecco: semmai posso pensare “Quello piacerebbe anche a me” ma manca completamente l'auspicio al male altrui...

5. Tieni tutta la tua vita sotto controllo.
Bo, non saprei... Direi di no: considerandola in balia della sorte ritengo abbia poco senso cercare di pianificarla nel medio/lungo termine.

6. Guardi al futuro con timore e preoccupazione.
Sì. Sono molto ansioso e tendo a prevedere il peggio.

7. Sei pettegolo e ti lamenti.
Direi di no. Tendo a parlare pochissimo e, quando lo faccio, vado diretto al sodo. Soprattutto il pettegolezzo mi è estraneo. Lamentarmi: a volte direi di sì ma è l'eccezione non la regola. Lo si vede anche da questo viario: i pezzi in cui mi lamento di qualcosa sono rari...

In definitiva ho due sintomi (di cui uno molto pronunciato) dell'infelicità cronica: che significa? Sono infelice perché ho almeno un “sintomo” oppure dovrei averne almeno quattro oppure tutti?

Sfortunatamente l'articolo non lo spiega: è la solita lettura per far tardi dove il tuttologo di turno spaccia per verità assodate le proprie teorie arbitrarie (v. il paradossale Padri (idioti) e figlie per un esempio lampante). Lo sapevo già ma per passare il tempo...

Nota (*1): ci sono capitato per sbaglio mentre ero sovrappensiero!

venerdì 26 dicembre 2014

FNHM 10/??

Vediamo di andare un po' avanti...
Oltretutto mi pare di non aver ancora accennato agli “errori” di Nietzche che forse sono i commenti più interessanti che ho da fare sull'intero libro... Riprendo da dove ero arrivato:

Capitolo 16
Lungo capitolo dove Nietzsche riassume per l'ennesima volta vari concetti base. Come deciso nello scorso pezzo mi soffermerò solo sulle mie note nella speranza di essere più conciso.
Ho annotato: “La tragedia è legata a doppio filo con la musica del coro”. Vero ma l'ho già spiegato più volte. Forse questa insistenza è ciò che mi ha spinto a cercare delle canzoni per accompagnare le scene della mia tragedia!

Altra nota: “Arte = riflesso del fenomeno; Musica = riflesso della volontà”. In realtà Nietzsche cita Schopenhauer ma l'idea è affascinante. Mi permetto di inserire qui un aneddoto.

Lo scorso mese, prima della lezione col maestro di chitarra, mi fermai da un amico fotografo per una decina di minuti perché ero in anticipo. Mi capitò di osservare come, mentre un principiante con la chitarra suona sempre e comunque da fare schifo, un principiante di fotografia, nella quantità, è talvolta in grado di scattare delle ottime foto. Considerando fotografia e chitarra come due arti rimasi colpito, e sottolineai, questa differenza non ben spiegabile. Ovviamente sul momento non arrivammo a niente e ci limitammo a osservazione generiche su fotografia e chitarra: in realtà osservai l'immediatezza artistica della fotografia ma non so se la legai direttamente alla volontà...
L'osservazione di Schopenhauer mi ha però aperto gli occhi e ora credo di poter spiegare i motivi di questo apparente paradosso.
Innanzi tutto il suonare la chitarra, intendo le dita che si muovono su di essa, non è musica ma un'arte plastica (e quindi riflesso del fenomeno): i suoni emessi dalla chitarra sono invece musica (riflesso della volontà). Il mio problema con la chitarra è che l'imitazione dei movimenti ideali che le mani dovrebbero compiere per produrre i suoni voluti è sempre goffa. Al contrario il movimento fisico del dito che preme sul pulsante della macchina fotografica non presenta alcuna difficoltà: da questo punto di vista la fotografia è realmente figlia diretta della volontà...
Parafrasando Schopenhauer si può quindi dire: “L'arte e la manualità del suonare = riflesso del fenomeno; Musica e fotografia (compreso il clic!) = riflesso della volontà”.

Riporto una frase su un concetto su cui ho già scritto in abbondanza ma che mi pare essere molto efficace: «...e ciò spiega perché la musica faccia risaltare, dandovi un significato più profondo, quasi potenziato, ogni scena del mondo reale, tanto più energicamente quanto più la melodia è analoga all'intimo spirito del fenomeno in causa.» (sempre tratto da Schopenhauer).

Effetti della musica:
1. contemplazione allegorica dell'universalità dionisiaca;
2. evidenzia l'immagine allegorica più profonda;
1. e 2. sono però l'essenza del mito (“l'esempio più significativo che esista”) e quindi la musica, in virtù di se stessa, lo genera.

Il capitolo si conclude con l'ennesima illustrazione del valore della tragedia rispetto all'arte apollinea: la tragedia esalta il costante divenire, l'annullarsi e il rinascere: in questo processo il dolore è assorbito e annullato. L'arte apollinea invece nasconde il dolore con l'inganno del bello.

Nel capitolo 17 si riparte da dove si è arrivati (!) e si aggiunge che l'arte dionisiaca invece dà un conforto metafisico perché l'individuo perde la consapevolezza del sé perdendosi nell'essere originario.

Osservazione storica di Nietzsche che mi è parsa degna di nota: i testi sopravvissuti delle antiche tragedie greche ci sembrano più superficiali di quanto non siano perché manca l'elemento musicale.

Nietzsche si chiede poi se ci potrà essere un ritorno alla tragedia antica: la sua risposta è sì. Il ritorno sarà possibile quando sarà sconfitto il motivo principe della sua scomparsa: la visione teoretica (e ottimista) della vita, ovvero della scienza.

Nel suo caotico andare e tornare su temi già affrontati (ho la sensazione che Nietzsche trovasse l'ispirazione per nuove idee mentre scriveva!) si aggiunge un nuovo elemento che contraddistingue la “nuova” tragedia da quella antica: da Sofocle in poi i personaggi diventano individualità e così perdono la possibilità di essere prototipi, ovvero miti.

Conclusione: Nietzsche si ripete e si ripete, aggiungendo dettagli e significati. Davvero un'opera costruita male dove le idee non sono presentate in maniera coerente ma affastellate l'una sull'altra in maniera tale che è difficile districarle ed esaminarle facilmente una alla volta...