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martedì 21 novembre 2023

Economia del cotone

Non so se ho abbastanza materiale per scriverci un pezzo ma ci provo e vediamo cosa ne viene fuori.

La mia lettura di “Cotton is king” procede lentamente ma anche uniformemente.
Per adesso non vi ho trovato rivelazioni straordinarie (o epigrafi utili) ma nell’ultimo capitolo sta emergendo un qualcosa forse non chiaro neppure all’autore del testo. Ovviamente io ho il vantaggio di valutare con un senno di poi di quasi due secoli…

Nel capitolo in questione viene ripreso il punto di vista dell’Economist, e quindi dei poteri economici della Gran Bretagna, sul commercio del cotone. Questo a sua volta fa emergere le motivazioni di possibili complotti fra stati.

Ma prima cerchiamo di fare il punto della situazione. Siamo nel XIX secolo e il Regno Unito è in piena rivoluzione industriale. L’industria trainante è probabilmente quella tessile e i tessuti di cotone sono il prodotto principale che viene poi venduto in tutto il mondo (*1).
In UK vi sono le industrie ma manca la materia prima: il cotone infatti non può essere coltivato in tutto il mondo ma necessita di un clima tropicale.
Lo si può produrre negli stati degli USA del sud, nelle indie occidentali, nelle zone tropicali dell’Africa, in Egitto, in Brasile e soprattutto in India.
Oltre al vincolo del terreno/clima adatto vi è quello della manodopera necessaria a coltivarlo: un lavoratore può produrre solo una certa quantità di cotone: per averne di più è necessaria più manodopera.

Ovviamente gli industriali inglesi vogliono acquistarlo al minor prezzo possibile. Per i motivi sopraddetti l’India sarebbe il produttore ideale avendo sia terre adatte che manodopera in abbondanza: il problema è il trasporto. All’epoca (1860) il canale di Suez (1859-1869) ancora non è stato neppure iniziato (gli articoli sono dei primi anni '50) e i prodotti provenienti dall’India (e dall’oriente in genere) devono circumnavigare l’Africa. In pratica la produzione indiana diviene conveniente e si espande senza problemi (c’è manodopera e terreno) quando negli USA il raccolto è cattivo e, di conseguenza, il prezzo del cotone grezzo sale. La produzione africana, potenzialmente promettente, è invece piccola (*2).

La produzione statunitense è competitiva grazie allo schiavismo il cui costo corrisponde in pratica a quello del cibo necessario per gli schiavi e che proviene dagli stati dell’ovest e del nord.
La produzione statunitense è quindi legata al numero degli schiavi: proprio per questo alcuni si auspicano la ripresa della tratta degli schiavi (abolita dal 1808).
Gli inglesi, mi pare di intuire, non vorrebbero comprare il cotone statunitense perché, suppongo, si rendono conto che gli USA diventeranno loro avversari almeno economicamente (l’ultima guerra fra USA e UK fu del 1812). Al contrario il Regno Unito avrebbe tutto l’interesse a comprare il cotone dalla propria colonia indiana.

Questo è più o meno lo scenario dell’economia del cotone a cui si aggiungono le riflessioni dell’Economist.
La rivista spiega più o meno esplicitamente che il cotone indiano diverrebbe conveniente se non vi fosse la schiavitù negli USA e, al contrario, non lo sarebbe se, per esempio, riprendesse la tratta degli schiavi. La maniera migliore per evitarlo, continua l’Economist, sarebbe attraverso la promozione della coltivazione del cotone direttamente in Africa. Si spiega che se i capi locali si rendono conto che gli schiavi rendono di più a coltivare il cotone che a essere venduti allora non avrebbero ragione di cederli ai trafficanti.
In altre parole gli inglesi non erano contrari alla schiavitù americana per ragioni morali ma solo perché permetteva agli USA di avere quasi il monopolio sulla produzione del cotone: la dimostrazione è che lo schiavismo in Africa non era considerato un problema. Con ipocrisia molto moderna si parlava di “rispetto per le leggi e tradizioni locali”.

Mi viene quindi da pensare che il Regno Unito, al di là di quelle morali, avesse delle motivazioni economiche molto forti per opporsi allo schiavismo (almeno in alcuni stati).

Sarebbe interessante sapere se e quale ruolo abbiano avuto questi interessi inglesi nell’abolizione della schiavitù negli USA e in Sud America.

Conclusione: ovviamente il mio è solo un sospetto ma le motivazioni economiche sono un movente molto forte. Io credo che gli inglesi (cioè i potenti) abbiano fatto di tutto per convincere gli stati del nord (cioè i potenti) dell’utilità di una guerra col sud. Ancora nel 1860 l’autore del libro non crede all’ipotesi di una guerra con il nord che, dal suo punto di vista, non sarebbe economicamente utile a nessuno.

Nota (*1): per esempio la moneta “ghinea” inglese viene da Guinea perché coniata con l’oro ottenuto da tale nazione in cambio di tessuti di cotone (di bassa qualità).
Nota (*2): (secondo me) in Africa il limite non era né di terra né di manodopera ma di mancanza infrastrutture che permettessero di scalare efficacemente la produzione.

domenica 19 novembre 2023

Un ragazzo difficile

Un paio di anni fa mi capitò di vedere su YouTube un’intervista a (mi pare) Carlsen, l’allora campione del mondo di scacchi.

L’intervistatore era un ragazzo vestito in maniera impeccabile con giacca e cravatta. Lo studio estremamente curato e professionale.
Però mi colpirono i suoi occhi spenti e la voce lente, che strascicava le parole come se facesse fatica a pronunciarle. In effetti usava termini precisi e appropriati ma le frasi sembravano nascere con la lentezza esasperante di chi si sforza di usare termini precisi senza però che gli venga naturale.

In breve catalogai il ragazzo come leggermente ritardato ma con grande forza di volontà nel tentativo di battere il proprio “handicap”: mi immaginai tutta un’organizzazione dietro di lui che gli organizzasse ospiti e domande. Per esempio ipotizzai che a Carlsen fosse stato detto “Guarda c’è questo ragazzo che ha grosse difficoltà ma lo aiutiamo a tenere un programma dove intervista persone famose e, grazie a esso, si sente accettato nella società: se tu te la sentissi di parteciparvi faresti un’opera molto buona...”

Qualche mese fa ho però scoperto che questo “ragazzo”, che a me era parso problematico, è invece piuttosto famoso. Non solo: è un laureato del MIT specializzato in intelligenza artificiale ma che non disdegna neppure la filosofia e altri aspetti della scienza.
Insomma non dovrebbe essere il ragazzo un po’ tonto che avevo immaginato io!

Ah! il canale che porta il suo nome è questo: Lex Fridman.
Ho chiesto informazioni a chatGPT su eventuali disturbi della parola ma non mi ha saputo dire niente al riguardo…

L’inevitabile controllo sulla banca dati (inaffidabile) che controllo sempre lo dà come INFJ… uhm… bo…

Comunque trovo buffo aver sbagliato così completamente una mia valutazione: di solito nel valutare gli uomini (*1), e specialmente la loro intelligenza, mi ritengo molto bravo.

Per riprova oggi ho voluto provare ad ascoltare un’altra intervista ma ho scelto male: ho provato ad ascoltare quella a un tale Jared Kushner senza sapere chi fosse. In realtà è un alto diplomatico statunitense che ha lavorato nella presidenza Trump. Poi l’intervista era stata fatta il 6 ottobre e quindi vi è aggiunta una seconda parte il 9 ottobre infarcita di senno di poi. E Fridman nei 35 minuti che ho seguito praticamente non apre bocca lasciando parlare senza mai interromperlo il proprio ospite.
Insomma non ho potuto raffinare la mia valutazione del personaggio…

Conclusione: magari cercherò un video dove Fridman parli di se stesso per farmene un’idea più precisa...

Nota (*1): invece sono consapevole che le mie valutazioni delle donne sono totalmente inaffidabili e io per primo non mi fido del mio giudizio!

sabato 18 novembre 2023

Il vero uomo

Il vero uomo: “Non amo me stesso: non sono omosessuale.”

Indovinato! - 24/11/2023
Ho dato un’occhiata su chatGPT alle opere del filosofo David Lewis (v. Cinque logiche o il buon dittatore) che mi ha segnalato (con relative brevi spiegazioni) i seguenti campi di studio:
- Modalità e Mondo Possibile
- Teoria delle Descrizioni
- Contrafattuali Controfattuali
- Contibuti alla Filosofia della Mente

Il paragrafo “controversie” diceva che non tutti sono d’accordo con i suoi risultati: probabilmente non li capivano!

Affascinante: e così ho pensato “questo deve essere un INTP!”
Sono così andato a controllare sul sito (inaffidabile) sui diversi tipi e MBTI: David Kellog Lewis
La nota biografica dice: “Known for defending his radical metaphysical modal realism, in addition to a humean supervenience about space-time points, a counterfactual position on causation, functionalism about the mental, among much more.”

Che tipo potrà mai essere?

Berusky - 20/11/2023
[Questo è il pezzo/corto a cui accenno in Cinque logiche o il buon dittatore ma che mi ero dimenticato di pubblicare! Ho lasciato volutamente la data originaria.]

Ho ritrovato un vecchio gioco (gratuito) di logica a cui giocavo una quindicina di anni fa: Berusky (degli stessi autori esiste anche un Berusky 2 tridimensionale e sempre gratuito).

Ci avevo giocato molto (non avevo altri giochi all’epoca!) e comunque mi divertivo: non ne ho la certezza ma sono abbastanza sicuro di essere arrivato almeno ai livelli di difficoltà media.

Ieri sono ripartito dall’inizio risolvendo quelli di apprendimento senza problemi e poi sono passato a quelli facili. Già al secondo di quelli facili ho perso abbastanza tempo ma è al terzo che mi sono piantato.

La struttura logica era molto semplice ma non sono stato in grado di calcolare correttamente tutte le possibilità e alla fine ho guardato la soluzione in Rete.

C’è da dire che avevo un vago ricordo di un livello col “trucco”: qualcosa tipo una falsa parete. La paura di perdere tempo a cercare una soluzione logica quando invece non esisteva si è sempre fatta più forte togliendomi contemporaneamente la capacità di rifletterci.
Addirittura (di solito non lo faccio mai in nessun gioco) ho provato a farmi dare un suggerimento: per l’appunto è apparso un testo ambiguo che, in tono scherzoso e con molte più parole, diceva che “Non ci sono trucchi ma è divertente pensare che il giocatore lo creda”. In pratica non era un suggerimento a meno che le allusioni al trucco non fossero significative. E qui mi sono convinto che ci fosse veramente un “trucco” e per questo ho cercato la soluzione in linea…

Però mi rimane il forte sospetto che le mie capacità mentali siano significativamente calate rispetto a 15 anni fa. Nei prossimi giorni ci giocherò ancora ed, eventualmente, ne avrò la conferma...

Ariosto patriarcale - 26/11/2023
Oggi nell’articolo Demoni dall’aspetto umano su Il blog della Curiosona ho trovato una citazione molto bella direttamente dall’Orlando Furioso dell’Ariosto:
Parmi non sol gran mal, ma che l’uom faccia
contra natura e sia di Dio ribello,
che s’induce a percuotere la faccia
di bella donna, o romperle un capello:
ma chi le dá veneno, o chi le caccia
l’alma del corpo con laccio o coltello,
ch’uomo sia quel non crederò in eterno,
ma in vista umana un spirto de l’inferno.


Che “italianizzato” da chatGPT significa:
“Non solo mi sembra un grave male,
ma anche un atto contro natura e una ribellione contro Dio,
quando qualcuno si spinge a colpire il viso
di una bella donna o a spezzarle un capello:
ma chi le dà del veleno o chi le strappa
l'anima dal corpo con lacci o coltelli,
non potrà mai considerarsi un essere umano,
bensì un demone in forma umana.”

Insomma una condanna molto dura del femminicidio. Un momento: ma l’Italia a cavallo fra il XV e il XVI secolo non era una cultura patriarcale?
Nel pezzo Panoramica sul “femminicidio” avevo scritto:
“Ho sentito parlare di cultura “patriarcale”: che alcuni valori giustificherebbero, almeno parzialmente, tali omicidi.
Sono scettico: le culture patriarcali, come tutte le culture, non tollerano questo tipo di crimine: sicuramente il colpevole sarebbe giudicato più brutalmente da una società veramente patriarcale [...]”

Io e Lee Whorf - 27/11/2023
Poche settimane fa scrissi il pezzo Lingua e pensiero e oggi mi sono imbattuto in questo video educativo: Linguistic Relativity: How Language Shapes Thought dal canale Sprouts (pubblicato da appena 28 minuti quando l’ho visto!).

Il video è molto generico e si limita a elencare diversi tipi di influenza della lingua sul pensiero ma senza entrare in alcun dettaglio: di sicuro però conferma la relazione fra lingua e pensiero e, di conseguenze, che lingue diverse plasmano diversamente il pensiero.

Ingenuamente nel mio vecchio pezzo avevo scritto “È un peccato che non esistano studi su questa materia” ma, ovviamente, esistono. Il video cita tale Benjamin Lee Whorf, linguista e antropologo; secondo chatGPT la sua “Teoria del Linguaggio e Pensiero” “suggerisce che la struttura della lingua che parliamo influenzi il modo in cui percepiamo il mondo e pensiamo a esso. Ha sostenuto che le lingue modellano la nostra realtà e che ciò che possiamo pensare è vincolato dalla lingua che parliamo.”

Comunque mi stupisco sempre di come le mie intuizioni trovino così spesso conferma in teorie di cui vengo a conoscenza solo a posteriori! Beh, in questo caso magari ervamo stati entrambi ispirati da Nietzsche...

Telefonare no?

Quando possibile mi piace fare due cose nello stesso momento: vado in bagno e leggo, uso la “cyclette” e guardo la televisione, scrivo un pezzo e ascolto un video etc.
Ultimamente, essendo bloccato in città, ne approfitto per lunghe passeggiate dimagranti in centro: il problema è che a camminare mi annoio perché è una cosa sola. Già tempo fa mi era venuta in mente l’idea di cercarmi dei problemi matematico/logici in rete per cercare di risolverli camminando: l’esito fu insoddisfacente. Avevo cercato problemi difficili ma li risolsi dopo nemmeno 100 metri (ma anche 50!): non io bravo ma si trattava di problemini adatti a ragazzi delle scuole medie, altro che difficili!

Così ieri ho provato a cercare su YouTube “problemi logico matematici Google” e ne ho scelti due: uno molto semplice su dei cavalli (di cui non parlerò) e l’altro invece è stato quello che mi sono “portato a spasso” con me!

Tre fratelli vogliono andare a visitare lo zio che vive a 300Km di distanza.
Per raggiungerlo hanno a disposizione una moto su cui però possono viaggiare solo in due alla volta e che ha una velocità di 60Km/h. Chi va a piedi (correndo immagino) si muove invece a 15Km/h.
Il problema è quello di trovare la strategia per minimizzare il tempo necessario (e calcolarlo) affinché tutti arrivino a destinazione.

SCIUPATRAMA da qui in poi!

C’erano parecchi numeri ma, non avendo altro da fare, ho deciso di provare comunque a risolverlo calcolando a mente. Ovviamente mi sono più volte confuso dovendo ripartire da capo (anche per un motivo di cui parlerò in seguito) e ogni volta mi veniva un risultato diverso. Comunque il mio risultato “ufficiale”, per pura fortuna visto che vi avevo fatto due errori (di cui non aggiungerò altro perché me ne vergogno!), era di 9,2 ore e il risultato corretto verificai poi guardando l’intero video del problema, era di 9,28 ore...

La prima difficoltà era trovare la strategia migliore.
In realtà le uniche ragionevoli sono due: 1. La moto, carica di due fratelli, ne porta uno a destinazione e torna poi indietro a prendere l’altro che nel frattempo si è avvicinato correndo; 2. La moto, carica di due fratelli ne molla uno a una distanza tale dall’arrivo che questo, proseguendo correndo, arriverà a destinazione esattamente nello stesso tempo impiegato dal fratello in moto per andare a recuperare quello lasciato indietro e portarlo dallo zio.

Non ci ho perso molto tempo: la seconda strategia mi era subito parsa più efficiente ma in effetti non è banale dimostrarlo. È che a occhio la moto nel secondo caso fa un percorso più breve (ma andrebbe dimostrato) e, di conseguenza, arriva prima a destinazione minimizzando il tempo.

Di questo tipo di problemi avevo una vaghisima esperienza di qualche decennio orsono: ricordavo infatti il problema di una barca che si muove lungo un fiume, che lascia una bottiglia a galleggiare nella corrente, che poi la supera e poi ritorna verso di essa etc. Al di là dei dettagli era facile perdersi nelle equazioni e per questo, senza ricordare altro, mi ero riproposto di non cercare di calcolare “tutto e subito”.

Avevo poi notato che la moto è quattro volte più veloce di chi cammina e quindi, a parità di tempo, percorre quattro volte più strada. Ecco in effetti, capisco adesso, ho eliminato dai miei ragionamenti la variabile tempo limitandomi alla dimensione dello spazio.

Tenendo presente la seconda strategia ho diviso il percorso in tre tappe.
Tappa 1: Il fratello in moto (F2) ne accompagna un altro (F3) fino a un punto del percorso al momento indeterminato. Il terzo fratello (F1) inizia a correre verso la destinazione.
Per quanto detto il fratello a piedi percorre un quarto della distanza della moto. Quindi:
F1=1/4
F2, F3 = 1 o 4/4 se preferite.

Questo è il passaggio matematico/logico che mi aveva confuso: che rappresentano questi numeri da soli? Solo dopo un po’ (camminavo per strada: dovevo stare attento a non essere investito!) mi sono reso conto che potevo fingere che fossero in un’unità di misura che non mi interessava conoscere: l’importante è che fossi coerente e usassi sempre la stessa.

Tappa 2: Il fratello in moto (F2) si ferma prima di giungere a destinazione e lascia a terra il suo passeggero (F3). Poi cambia direzione e torna a prendere il fratello lasciato precedentemente a piedi (F1) e che, nel frattempo, si è comunque avvicinato correndo (e che continuerà ad avvicinarsi mentre la moto torna indietro per caricarlo a bordo).
Al momento in cui la moto (F2) inverte la direzione la distanza fra essa ed F1 è: 4/4 – 1/4 = 3/4
Ora dove si incontreranno esattamente? Ricordando che la moto è 4 volte più veloce significa che F1 avrà percorso 1 e la moto (F2) 4. Quindi F1 avrà percorso 1/5 di 3/4 ed F2 4/5 di 3/4.
F1 quindi 3/20 (in totale allora 1/4 + 3/20 = 8/20)
F2 quindi 12/20 (in totale 32/20 ma in realtà non ci interessa)
Nel frattempo il fratello lasciato vicino alla destinazione (F3) avrà percorso la stessa distanza di F1, ovvero 3/20.

Di nuovo qui, mentre facevo questi calcoli, ero confuso dal significato di queste frazioni. Solo più o meno ai 3/4 del tragitto mi sono, come detto, reso conto che usavo un’unità di misura indeterminata.

Tappa 3: La moto con a bordo F1 e F2 riparte verso la destinazione e vi arriva contemporaneamente a F3. E qui, finalmente, introduco un’incognita.
Come al solito so che la moto avrà percorso 4 volte la distanza del fratello a piedi: se quest’ultima è pari a X allora la moto avrà percorso:
F1, F2: 12/20 (la distanza compiuta dalla moto alla tappa precedente per incontrarsi con F1) + 3/20 (la distanza compiuta da F3 sempre durante la tappa precedente) + X
F3: X

Posso quindi scrivere l’equazione: 12/20 + 3/20 + X = 4X da cui si ha X= 5/20 = 1/4
Quindi la moto percorre 12/20 + 3/20 + 5/20 = 20/20

Ora posso calcolare la distanza totale del tragitto nella mia unità di misura: la distanza totale percorsa da F1 alla fine delle tappa 2 (8/20) a cui si deve aggiungere la distanza percorsa dalla moto alla tappa 3 (20/20) ottenendo 28/20 o 14/10.

Ma il problema richiedeva di calcolare il tempo impiegato dai fratelli per arrivare a destinazione. Siccome questi tempi sono uguali per definizione basta calcolare quello impiegato dalla moto (mi sembrava più semplice). Questo sarà pari a 300Km : 60Km/h = 5h a cui si deve aggiungere il tempo “sprecato” per tornare a prendere il fratello rimasto indietro e tornare fino al punto in cui si era lasciato il precedente: in pratica si deve dividere il doppio (andata e ritorno) della distanza percorsa dalla moto alla tappa 2 e dividerla per la velocità di 60Km/h.
Questa distanza come abbiamo visto è 12/20 e siccome va raddoppiata si ha 24/20 o 12/10 (nella nostra unità di misura indefinita).
Ma come passiamo dalla nostra unità di misura ai Km per calcolare poi il tempo necessario a percorrerli? Facile, basta fare la proporzione:
14/10 : 300 = 12/10 : x
x=300*12/10*10/14=300*6/7 Km
Per trovare il tempo quindi: (300*6/7 Km) : 60Km/h = 30/7 h = 4,28 ore
In totale il tempo necessario ai fratelli per raggiungere lo zio sarà: 4,28 + 5 = 9,28

Allora, il video col problema e la soluzione ufficiale è questo: Google Interview Riddle - 3 Friends Bike and Walk || Logic and Math Puzzle
L’autore mi sembra che risolva il problema più o meno come me ma esplicitando fin da subito con variabili la distanza percorsa. In pratica usa come unità di misura la variabile “p” (o era “q”, non ricordo) poi calcola “p” a quanto equivale etc.

Di seguito la mia versione su carta una volta tornato a casa:
Conclusione: io allo zio avrei semplicemente fatto una telefonata: non ho fratelli ma neppure la moto…