«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

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venerdì 17 novembre 2023

Società, donne e psicologia

Oggi scrivo con le cuffie!
Sono cuffie anti rumore, da usare con martelli pneumatici, tiro al bersaglio e simili: in pratica utilissime per il traffico cittadino il cui frastuono entra direttamente in casa di mio padre. Mi stringono le orecchie ma funzionano piuttosto bene…

L’idea del pezzo di oggi è di scrivere di psicologia: non si tratta però di Rogers o Jung ma di una mia intuizione che ho avuto stamani proprio pochi minuti fa.

Lo spunto probabilmente me lo hanno dato Jung e UUiC (!).
Secondo Jung le persone NON hanno tutte la stessa psicologia e, nelle pagine iniziali di “Tipi psicologici”, inizia a dividerle fra introverse ed estroverse. Queste differenze si riflettono poi sul pensiero e sulla visione del mondo tanto che le stesse culture del tempo possono propendere verso una direzione psicologica o un’altra.
UuiC mi ha però fatto notare in un suo commento che nessun tentativo di catalogazione è mai perfetto né, soprattutto, adatto a interpretare/comprendere ogni tipo di comportamento, inclusa quindi anche la partizione di Jung.

Ora una divisione psicologica ha un campo di applicazione piuttosto ampio perché, alla fine, gran parte del comportamento umano è dettato dalla psicologia. Stamani mi chiedevo quindi se e dove questa dicotomia iniziale di Jung fra introversi ed estroversi tralasciasse un qualche fattore importante che creasse un “cono d’ombra” in quanto si può ricavare partendo da essa.

Ecco, da qui in poi è tutta fantasia mia...

In breve mi è venuta in mente una nuova dicotomia: uomini e donne.
Non so se questa sia più basilare che introversione ed estroversione ma sicuramente non è meno importante nel definire il comportamento.
Non si deve dimenticare la psicologia evolutiva, ovvero tutti quei comportamenti istintivi volti alla sopravvivenza: per esempio fuggire da un pericolo.
La società con la sua cultura aggiunge poi tutta una serie di comportamenti accettabili che vanno a sovrapporsi agli istinti iniziali. Si forma così quello che Freud chiamava “super io”.
Ora, per tenere le cose semplici, limitiamoci a considerare una delle direttive principali (per esempio la prima regola dovrebbe essere sopravvivere o, in certi casi, proteggere la prole) di ogni essere umano: riprodursi.
Si tratta di un caso molto interessante perché le strategie, quelle dettate dalla psicologia evolutiva, fra uomini e donne sono diverse.
Fondamentalmente gli uomini ricercano il massimo potere nella propria società (niente di nuovo: esattamente come i babbuini e chissà quante altre specie di scimmie e primati) mentre le donne cercano di scegliere gli uomini più potenti perché questi danno maggiori garanzie di essere in grado di provvedere con adeguato cibo e sicurezza alla futura prole. Anzi si potrebbe anche dire che gli uomini cercano di divenire potenti/ricchi/famosi per attrarre più donne ma, forse, questo aspetto è talvolta sublimato.
Ah, e mentre le donne scelgono gli uomini in base al loro successo (potere, ricchezza, fama e altre declinazioni di esso) questi ultimi scelgono le donne in base alla potenzialità riproduttiva ovvero l’età e la bellezza in quanto misura di salute.
Attenzione! Non sono io maschilista a pensarla così: si tratta infatti di comportamenti appurati e studiati dalla psicosociologia (v. per esempio L’alieno 2).

E questo porta a un primo interessante problema: la società occidentale esalta il successo individuale e, almeno a parole, afferma l’uguaglianza di uomini e donne.
Gli uomini quindi possono seguire sia gli istinti dettati dalla psicologia evolutiva che quelli suggeriti dalla società perché, in pratica, si sovrappongono perfettamente.
I problemi (psicologici) sono per le donne: la società le insegna che il loro obiettivo principale dovrà essere avere successo ma la psicologia evolutiva invece le dice che non è così importante e che anzi dovrebbero concentrarsi su altro. Questo porta a un grosso conflitto interiore fra cultura sociale e, diciamo per semplificare, istinto.

Mettendo insieme il tutto questo significa che una “buona” psicologia dovrebbe studiare come i diversi tipi psicologici si fondano con le tendenze istintive e come si confrontino con le direttivi provenienti dalla società.
Questo studio dovrebbe essere la base di partenza teorica con cui poi valutare le singole psicologie individuali in maniera efficiente ed efficace. Altrimenti si rischia di dover reinventare sempre la ruota studiando come una certa persona si confronta con certe problematiche che, alla fine, sono sempre le stesse.
Insomma lo psicologo dovrebbe prima individuare il tipo psicologico della persona e poi saprebbe immediatamente, grazie alla teoria già studiata, dove sarebbero le difficoltà maggiori dell’individuo. Anche gli scostamenti dalla norma sarebbero più facilmente comprensibili.

Il problema è che, forse per la cultura individualistica del nostro tempo, si tende a concentrarsi sulla psicologia individuale sottovalutando invece le tendenze istintive e i dettami della società. Si dovrebbe quindi iniziare a individuare e catalogare i diversi comportamenti istintivi cosa, immagino, già più o meno nota ma, soprattutto, fare qualcosa di analogo sulle direttive psicologiche date dalla nostra cultura.
Questo ultimo punto è invece tabù: le ragioni sono almeno due. La prima è che, come visto, risulterebbe evidente che la società dà alle donne indicazioni conflittuali con i loro istinti ma questa è un’ammissione inammissibile perché in contraddizione col principio che uomini e donne siano uguali. La seconda è che analizzare psicologicamente la cultura sociale porterebbe a evidenziare l’inutilità sostanziale di tanti comportamenti che diamo per scontati: per esempio il consumismo si basa sull’impulso psicologico di compensare le frustrazioni quotidiane con l’ acquisto di un qualcosa che dà un sollievo molto effimero e che quindi favorisce l’instaurazione di un circolo vizioso: il lavoro produce stress → si acquista oggetti per diminuire lo stress → si lavora di più per avere più denaro per acquistare di più → si ha ancora più stress e così via…
Ma questo circolo vizioso è utile all’economia mentre il suo opposto (meno lavoro, meno stress, meno acquisti) non lo è...

In altre parole la società funziona, nel senso che si tiene in piedi, grazie ai limiti psicologici della popolazione che, sostanzialmente, ne tollerano le ingiustizie di cui si rendono conto solo parzialmente. Risolvere questi aspetti psicologici, dimostrare che sono comportamenti illogici, controproducenti per il singolo e di cui pochissimi beneficiano, porterebbe alla crisi della società.

Ripensandoci una riflessione simile l’aveva fatta anche Marcuse in “Eros e civiltà” ma la sua conclusione era più ottimistica della mia: secondo il filosofo la società non sarebbe caduta nell’anarchia una volta abbattuti i vincoli della società occidentale.

In realtà neppure io sono totalmente pessimista: come ho scritto nell’epitome si potrebbe in teoria arrivare a un tipo di società che “aggiri” le limitazioni psicologiche umane mantenendo giustizia ed efficienza. Il problema è arrivarci!
Tramite passaggi graduali temo che le resistenze sarebbero troppo forti mentre la rivoluzione è sì “la locomotiva della storia” (Marx) ma la direzione in cui si mette a correre non è controllabile...

Conclusione: beh, forse non è una grande intuizione o magari non ho centrato in questo pezzo l’elemento fondamentale del problema: analizzare psicologicamente le pressioni che la società impone a uomini e donne porterebbe alla crisi della stessa.

mercoledì 15 novembre 2023

La fantasia di Jung

Al momento sto leggendo il capitoletto intitolato “c. Il tentativo di conciliazione di Abelardo” che fa parte del gruppo riguardante “4. Nominalismo e realismo”.

Per Jung il nominalismo è concettuale ed è legato alle psicologie introverse (che, almeno in questa fase, fa corrispondere a Ti, il pensiero introverso) mentre il realismo sarebbe legato a quelle estroverse (che, analogamente al caso precedente, tendono a coincidere con Fe, il sentimento estroverso). Da qui la mia confusione del pezzo F vs T dove la contrapposizione più profonda era fra introversione ed estroversione piuttosto che pensiero e sentimento.

Come si “intuisce” dal titolo, il sottocapitolo in questione propone il tentativo di sintesi di Abelardo delle posizioni opposte sugli universalia, ovvero del nominalismo e del realismo.
Questo tentativo di soluzione si svolge nelle prime quattro pagine più o meno ma i dettagli non sono importanti quanto piuttosto che l’operazione fallisce!

Successivamente viene ricalcata una mia recentissima intuizione stimolata proprio dalla lettura di “Tipi psicologici”. Ora il passaggio finale in cui propongo la mia idea è troppo lungo per riproporlo qui interamente: il succo è che mi sono reso conto di capire facilmente i libri dove la parte razionale è forte ma di fare notevolmente più fatica dove predomina il sentimento. Spiego che uso Te per connettermi al testo (più raramente e solo dove è indispensabile Fe) ma che poi cerco di legare tutto insieme con la mia funzione principale Ti.
Scrivo “Se il testo era razionale (e avevo usato Te) ricostruire tutto con Ti non presenta particolari problemi; quando invece ho dovuto usare Fe poi il tentare di legare il tutto con Ti può essere più problematico” e poi spiego che il problema è che io cerco di dare un senso logico (con Ti) a concetti nati da F che l’autore stesso non si preoccupa di collegare fra loro logicamente. Questo proprio perché pensa con una diversa psicologia rispetto alla mia, la logica generale è secondaria rispetto ai singoli elementi. La mia forzatura può quindi non avere senso perché rischio di cercare un qualcosa che lo stesso autore può non aver inserito…
Scrivo infatti: “Il punto è, lo capisco adesso, che non si tratta di “errori” ma che l’autore, magari anche consapevole delle proprie inconsistenze logiche, usa F e non T: la razionalità in questi casi può essere subordinata a un senso più profondo percepito come più vero dall’autore.
Io invece in questi casi costruivo complicate eccezioni con Ti per risolvere la “contraddizione” ma, l’ho capito adesso, forse sarebbe più opportuno e fedele al pensiero dell’autore accettarla come tale.”
Ecco Jung spiega che il tentativo di Abelardo fallisce proprio perché nel suo tentativo di conciliazione lui usa solo la razionalità che però non riesce a racchiudere in sé le ragioni del sentimento.
Scrive Jung: “Il suo [di Abelardo] tentativo di soluzione è unilaterale. Se nel caso dell’antitesi fra nominalismo e realismo si trattasse solo di un confronto logico intellettuale non si arriverebbe a comprendere perché mai non sia possibile una formulazione finale che non sia paradossale. Ma poiché si tratta di un’antitesi psicologica, la formulazione unilateralmente logico-intelletuale deve necessariamente sboccare nel paradosso.” (*1)

Interessante è anche la conclusione a cui giunge Jung per risolvere questo problema. Io opinavo che alla fine, per comprendere il concetto F, sarei dovuto ricorrere non alla logica ma alla mia intuizione.
Invece, benché mi lasci perplesso, la soluzione di Jung è più elegante: lui ipotizza infatti una facoltà capace di legare insieme non solo pensiero (T) e sentimento (F) ma anche sensazione (S) e intuizione (N) ma esterna a esse. Questa facoltà la chiama “fantasia”, una congiunzione di funzione psichiche legata all’inconscio.
Non so: io sto ancora rimuginandoci sopra: cosa avrebbe la fantasia in più dell’intuizione per connettere insieme le funzioni psicologiche? Probabilmente la fantasia è vista come composta un po’ da tutte le funzioni ed, essendo della stessa “materia”, le può quindi legare insieme.
Mi torna in mente il mio pezzo sulla comunicazione fra individui (v. anche [E] 22.3, “Comunicazione e comprensione”) dove, volendo dargli una rilettura, affermavo che la comunicazione puramente logica, basata su una comprensione inequivocabile del linguaggio, non è possibile: uso la metafora della descrizione di un disegno. Chi vuole comunicare la propria idea, un disegno, lo descrive al proprio interlocutore che a sua volta prova a disegnarlo seguendo le informazioni fornitegli.
Che facoltà si usa in questo passaggio (al di là che si tratta di una metafora)? Forse ha ragione Jung: qui non si usa solo l’intuizione ma un po’ di tutte le funzioni (primariamente il pensiero T ma, come ho detto, si tratta di una metafora). Forse semplicemente non mi piace il termine “fantasia” perché contiene troppo poco T…

Conclusione: è stata dura capire quella decina di pagine che mi avevano confuso ma adesso, almeno per il momento, seguo abbastanza facilmente il percorso di Jung.

Nota (*1): tratto da “Tipi psicologici” di Carl Gustav Jung, (E.) Bollati Boringhieri, 2022, trad. Cesare L. Musatti e Luigi Aurigemma, pag. 58.

martedì 14 novembre 2023

Libri e sangue

Oggi scrivo a braccio: in genere spengo lo schermo ma già mi trovo male su questa tastiera e senza vedere quello che scrivo sbaglierei troppe parole…

Di sicuro voglio scrivere dei miei libri, poi forse sia di Ucraina che di Gaza.

Nei giorni scorsi ho risolto il problema di “Tipi psicologici” (v. il corto Casino con Jung).
Ero incerto di non aver capito niente di quanto letto dato che chatGPT mi aveva dato un’interpretazione semplice del significato di due termini specifici usati in un sottocapitolo ma completamente diversa da ciò che mi era parso di intuire.
Alla fine ho riletto il tutto una terza volta: era chatGPT che non aveva capito niente.
Volendo fare autocritica probabilmente anch’io avevo frainteso Jung in uno dei sottocapitoli precedenti: nel pezzo F vs T contrappongo la funzione Sentimento (F) con quella Pensiero (T) mentre invece Jung voleva evidenziare il contrasto fra estroversione e introversione. Ma è solo un mezzo errore perché poi effettivamente contrapponeva Fe (Sentimento estroverso) con Ti (Pensiero introverso).

Ho comprato questo libro per la curiosità del sistema dei tipi MBTI basato sulla sua teoria ma il concetto di Jung è molto più profondo: la psicologia umana caratterizza epoche, società e cultura.
Io vi ero arrivato autonomamente: inizialmente da ragazzino come critica a Freud (lessi “Interpretazione dei sogni” e un paio di altri suoi saggi fra le elementari e le medie) perché non mi sembrava che tutte le psicologie dovessero essere basate sul sesso. Più recentemente (*1), proprio partendo dai tipi MBTI, avevo stabilito che la differenza fra chi ancora crede alla propaganda delle autorità e chi no, non è di intelligenza o di cultura ma di psicologia. Mi accorgo adesso che avevo diviso la popolazione fra TJ (hanno fiducia nell’autorità) ed FJ (manipolabili facilmente dai media) da una parte e il resto della popolazione (TP ed FP) dall’altra. Ma questo equivale a dividere la popolazione fra colori che hanno la funzione riflessiva (F o T) estroversa (non importa se funzione primaria o secondaria) e coloro che l’hanno introversa. Ovvero l’esatta dicotomia evidenziata da Jung!

Ecco, ci pensavo ieri sera: mi chiedevo come faccio spesso se le mie intuizioni sono veramente tali o se invece trasformo e forzo il pensiero degli autori che leggo nelle forme che io stesso voglio darli per convalidare le mie teorie. A me sembrano pure intuizioni ma non sono la persona migliore per giudicare.

Ho quasi finito di leggere il “Malleus maleficarum” che sfortunatamente si è rivelato deludente. Anche di Svetonio sono a buon punto: è il mio libro leggero e lo leggo bene.
Ah! Ho finito “Mercanti di Spagna” o come si chiama: sul finale c’erano state un paio di idee decenti ma non sono state sviluppate come sarebbe piaciuto a me.

La lettura de “Il cotone è re” procede. Sono diversi capitoli che si insiste sull’importanza economica della schiavitù. Il libro cerca di dimostrare che il cotone prodotto dagli USA (grazie agli schiavi) è indispensabile non solo per i locali ma anche per l’economia mondiale. Il contrasto fra stati del nord e del sud va avanti dai primi decenni del XIX secolo ed è incentrato sui dazi con il Regno Unito. Il sud non li vuole perché teme ritorsioni (dazi inglesi) sui suoi prodotti mentre il nord li vorrebbe per proteggere la propria nascente industria.
In queste analisi manca un fattore fondamentale: che gli schiavi liberati non sarebbero rimasti al sud ma sarebbero emigrati al nord. La differenza è che per il nord la liberazione degli schiavi diviene una situazione vinci-vinci e non perdi-vinci come prevedono questi economisti del sud.
Il trasferimento degli schiavi al nord porta contemporaneamente manodopera economica e mercato per i propri prodotti. Qui ci sono in effetti delle analogie con l’immigrazione: le autorità la dipingono come salvifica (senza argomentazioni concrete) per economia e società ma in realtà la si vuole per deprimere il costo del lavoro e allargare il mercato interno. Mi piacerebbe trovare qualche epigrafe concisa ma al momento non ci sono riuscito…

Passiamo alla guerra fra Ucraina e Russia.
Aveva ragione la narrativa occidentale (l’unica ammessa e discussa dai media) oppure le mie teoria basata su fonti secondarie, anzi terziarie o peggio?
Al di là dei dettagli minori (come poteva essere Putin dato come morente ormai da anni e che, al momento, non è ancora morto; oppure le sanzioni economiche date come decisive e che invece hanno penalizzato fortemente l’Europa e rivitalizzato l’economia russa) la differenza principale è che la narrativa dominante dava l’Ucraina vincente con i russi in ritirata dal nord e dal sud dopo le "sconfitte" della scorsa estate. La “mia” interpretazione era invece che i russi avevano volontariamente abbandonato tali aree perché poco difendibili: soprattutto l’obiettivo dei russi non era/è conquistare l’Ucraina (o il resto dell’Europa come fantasticava la propaganda occidentale) ma demilitarizzarla (perdendo il minimo delle proprie truppe).
La resa dei conti c’è stata con l’offensiva ucraina di primavera/estate che non ha ottenuto nulla e che è però costata un esercito di uomini e mezzi. Già da un paio di mesi la propaganda americana, che guida quella europea, aveva iniziato a mettere le mani avanti spiegando che l’Ucraina “non stava vincendo”: adesso si sente sempre più spesso mormorare che sta perdendo. Io credo che ormai si voglia solo evitare che crolli prima delle elezioni del 2024 negli USA...

La crisi a Gaza sta affrettando il processo di sganciamento degli USA dal progetto fallito o fallimentare in Ucraina. I media hanno altre esplosioni da mostrare e la divisa mimetica di Zelensky non riscuote più le simpatie dello scorso anno.

A proposito di Gaza ho riletto il primo pezzo che scrissi all’indomani (beh il 9: appena mi interessai alle notizie che arrivavano e che inizialmente avevo completamente ignorato) della crisi (v. A caldo su Gaza-Israele) e devo dire che avevo inquadrato correttamente gli aspetti principali della vicenda.

Previsioni errate:
- Le armi sono prodotte localmente e non sembrano provenire dal mercato nero ucraino.
- Inizialmente prevedo guerra breve e che, proprio per questo, l’aiuto degli USA all’Ucraina non ne sarà influenzato. Già sul finale del pezzo però, via via che avevo nuove notizie, vado a modificare questa mia opinione iniziale.
- Censura UE sulle vittime palestinesi.
- Mi aspettavo semplice assedio di Gaza.

Previsioni corrette:
- Numerose vittime civili palestinesi, disinteresse di Israele a evitarle.
- Cambiamento equilibri geopolitici della regione con posizione di Israele complessivamente più debole.
- Coinvolgimento Iran e beneficio per Russia.
- Gli USA non possono permettersi un’altra guerra (sebbene Capitan Babbeo e squadra di badanti sembri credere il contrario)

Parte più saliente:
“I prigionieri possono servire per trattare come moneta di scambio ma, al momento, Israele non sembra intenzionata a farlo.
Per come la vedo io, se non succede “niente”, nei prossimi giorni Israele avrà recuperato i territori persi, e poi? Si continuerà a bombardare Gaza? Se truppe o carri israeliani entrassero all’interno subirebbero notevoli perdite: mi aspetto allora un assedio. A Gaza ci sono (se non erro) circa due milioni di persone di cui un milione di bambini. La crisi umanitaria è dietro l’angolo.

Può darsi che Hamas sia disposta a sacrificare una fetta significativa della popolazione civile per raccogliere consenso nel Medio Oriente? Israele cadrà in questa trappola? Io penso di sì: se non distrugge Gaza non potrà dire di aver vinto: ma questa logica di violenza militare aveva senso quando gli USA potevano fare i bulli con il resto del mondo. Ora la situazione è cambiata.

E che faranno Turchia (grande manifestazione popolare a favore dei palestinesi), Egitto (che da decenni accoglie profughi palestinesi) e soprattutto l’Arabia Saudita? Come reagiranno se Israele inizia a uccidere migliaia di civili?”

Le previsioni corrette sono importanti: fondamentale quella sul cambiamento degli equilibri geopolitici (intuizione che, oltretutto, risaliva al marzo 2023).
Manca la previsone sulla volontà di Israele di radere al suolo Gaza e di scacciarne tutti i palestinesi: l’operazione mi sembrava troppo cinica. Manca anche l’elemento Turchia ma esso era imprevedibile senza conoscere bene gli equilibri locali.
In confronto le mie previsioni errate sono tutte su aspetti secondari: beh, forse non l’assedio, ma secondo me qui si è trattato di un errore di calcolo di Netanyahu. Del resto avevo anche scritto che cercare di entrare con i carrarmati in Gaza sarebbe stato costoso in termini di uomini e mezzi. Mi aspettavo quindi che Israele cercasse di distruggere tutto ma senza entrare materialmente nella Striscia. Insomma più errore di Netanyahu che mio… forse pensava di riuscire a chiudere in fretta la partita, non so…

Conclusione: non so perché ho messo insieme questi argomenti, ma almeno il titolo del pezzo è accattivante...

Nota (*1): per non parlare della mia interpretazione di una delle funzioni del “wokismo” (di cui ho già scritto) e forse qualche esempio minore che al momento mi sfugge.

PS: A proposito! c’è un elemento anomalo su cui nessuno (credo) si è soffermato.
Hamas è stata sorprendentemente attenta alla propaganda diffondendo piccoli documentari, con tanto di sigla, che esaltano le operazioni più eclatanti.
Sarebbe stato ragionevole aspettarsi filmati con interviste agli ostaggi con appelli a trattare e “ringraziamenti” ai sequestratori: io credo che avrebbero messo in difficoltà Israele.
Invece niente. Come mai?
Su due piedi mi viene da pensare che Hamas voglia che Israele continui il suo attacco: forse spera di coinvolgere altri stati arabi della regione? Un po’ come Israele spera nel coinvolgimento diretto degli USA in effetti...

domenica 12 novembre 2023

Mi (e vi) tocca Rawls

Non ho molta voglia di scriverne ma ho letto una ventina di pagine (due sottocapitoli di cui uno più lungo del solito) e sto accumulando molto materiale.

Il primo è “La giustificazione dell’obiezione di coscienza”.
Tutto piuttosto ragionevole: l’obiezione è giusta se la guerra è ingiusta (per motivi o per conduzione). Per stabilirne la “giustizia” di deve però avere una sorta di morale fra stati di riferimento.
Rawls ripropone la sua idea dell’assemblea originaria col suo velo di ignoranza: stavolta i suoi membri sarebbero i rappresentanti delle diverse nazioni.
Il problema di fondo è che le nazioni, a differenza degli uomini (e anche qui con molti “se”), non sono tutti uguali. Anche qui i partecipanti possono uscire con un accordo più o meno equilibrato ma c’è il problema che poi, nella realtà, gli stati nettamente più forti degli altri avranno comunque modo di approfittarsi di quelli più deboli.

Il risultato di questo codice fra nazioni secondo Rawls è di nuovo qualcosa di analogo a quanto ha già spiegato: non si può opprimere la libertà delle altre nazioni. Non si deve cioè interferire nelle sue decisioni, nell’autodeterminazione di altre popolazioni. In più vi sarebbe un principio di uguaglianza: tutte le nazioni devono avere pari voce nelle decisioni comuni. Ho usato il condizionale perché questo mi pare il tipico accordo ragionevole in teoria ma che in pratica si rivela utopistico.

Comunque la guerra giusta è sostanzialmente quella di difesa: ma anche in una guerra di difesa vi è uno ius in bello che non deve essere violato.
Scrive Rawls: “Anche in una guerra giusta, certe forme di violenza sono assolutamente inammissibili e, nel caso in cui il diritto di un paese a muovere guerra sia discutibile o incerto, le restrizioni sui mezzi che esso può usare devono essere ancora più severe.”(*1) e poco dopo “Lo scopo della guerra è una pace giusta, e di conseguenza i mezzi impiegati non devono distruggere la possibilità della pace, o incoraggiare a un disprezzo della vita umana che metta a repentaglio la nostra sicurezza e quella dell’umanità.” (*2)

Giudicate voi se, in questa prospettiva, la guerra in Israele sia giusta.

Il capitoletto successivo è intitolato “Il ruolo della disobbedienza civile”.
Anche qui si ripetono con piccole variazioni i concetti già visti: il più importante è che la disobbedienza civile ha senso solo in una società quasi giusta perché alla fine si tratta di un appello della minoranza alla moralità del potere e della maggioranza della popolazione: si presume quindi la buona fede nel resto della società.
A mio avviso non è quindi applicabile in una società dove il potere è ormai corrotto e la maggioranza della popolazione non in grado di valutare correttamente in quanto manipolata da media il cui unico scopo non è più informare ma solo controllare l’unica narrativa dominante.
Inoltre Rawls assume che la giustizia dei tribunali sia indipendente ma essa è invece fortemente influenzata sia dai veleni della politica che dalle bugie dei media: difficile in queste condizioni aspettarsi giustizia dai giudici.
Ribadisce l’autore per l’ennesima volta: “Dobbiamo quindi riconoscere che la disobbedienza civile giustificabile è, di norma, una forma efficace di dissenso soltanto in una società regolata in grado considerevole da un senso di giustizia.” (*3)

Rawls prosegue poi cercando di definire quando sia giusto, o addirittura doveroso, opporsi al potere. Nel bel mezzo di questa analisi fa però un’osservazione non filosofica ma psicologica che mi ha colpito e che, mi pare, sia molto profonda.
“Negare la giustizia a qualcuno significa o non considerarlo come un uguale […] o manifestare la volontà di sfruttare [gli eventi] a nostro vantaggio. In entrambi i casi, l’ingiustizia deliberata invita o alla sottomissione o alla resistenza. La sottomissione stimola il disprezzo di coloro che perpetuano l’ingiustizia e li conferma nelle loro intenzioni mentre la resistenza recide i vincoli di comunità” (*4) (il neretto è mio).

La “stimolazione del disprezzo” è una considerazione psicologica, non filosofica. In questo caso mi sembra però corretta e mi sembra spiegare bene il comportamento delle autorità nei confronti di una popolazione acquiescente e obliosa di fronte alle ingiustizie: raddoppiarne e triplicarne la dose.

Anche la resistenza all’ingiustizia ha delle conseguenze negative (lacera la società) ma nel lungo andare, secondo Rawls, avrebbe comunque un effetto benefico sulla democrazia rendendola anzi migliore.

Alla fine rimane una questione chiave: chi stabilisce quando sia lecito, se non doveroso, ricorrere alla disobbedienza civile che, ricordiamolo, per definizione è illegale?
Scrive Rawls: “Essa [cioè il NON stabilire chi può decidere se e quando effettuare la disobbedienza civile] inviterebbe all’anarchia, perché incoraggia ognuno a decidere per se stesso, e ad abbandonare l’interpretazione pubblica dei principi politici. Si può rispondere che in realtà ciascuno deve prendere le proprie decisioni. Anche se, di norma, gli uomini ricercano consigli e suggerimenti e accettano le imposizioni di coloro che detengono l’autorità, quando ciò sembri loro ragionevole, essi sono pur sempre responsabili delle proprie azioni. Non possiamo spogliarci delle nostre responsabilità e riversarne il peso sugli altri.” (*5)

Questo mi pare il punto più saliente dell’intero capitolo. Forse perché vi trovo una forte conferma di un passaggio che ritengo io stesso “difficile” della mia teoria.
In [E] 18.1, “Diritti e doveri”, descrivo quali dovrebbero essere i limiti della libertà nel nuovo modello di società che propongo arrivando a una difficoltà chiave:
“Come ho appena scritto il principale dovere è quello di obbedire alle leggi ma esso nasconde un potenziale pericolo: cosa dovrebbe fare il cittadino a cui una legge impone di compiere azioni che egli ritiene non semplicemente ingiuste ma inumane?
Io credo che la risposta a questa domanda dovrebbe darla il primo articolo della costituzione, inabrogabile e inemendabile, che dovrebbe esprimere qualcosa di questo genere: «Il cittadino ha il dovere di non obbedire alle leggi o agli ordini inumani».
Ovviamente queste articolo avrebbe due evidenti problemi dato che vi è un sostanziale livello di interpretazione personale:

1. Il cittadino potrebbe abusarne per giustificare il non obbedire a leggi perfettamente legittime.
Questo problema è facilmente superato dal fatto che l’ultima parola sull’applicazione corretta o no del primo articolo costituzionale non sarebbe del cittadino ma del giudice che lo giudica. Questo però non risolve il problema ma lo accolla al giudice.
2. Il giudice, al cittadino che si appella al primo articolo della costituzione, si troverebbe nella difficile situazione di giudicare la morale di una legge ed, eventualmente, affermare che essa non è applicabile perché inumana.

[…]

Ma perché creare tutti questi “problemi” addizionali inserendo nella costituzione un articolo così controverso?
Io credo che sia fondamentale responsabilizzare tutti i cittadini a vigilare sulla correttezza delle leggi: questo articolo glielo imporrebbe come dovere. Se tutti gli altri meccanismi istituzionali dovessero incepparsi e si arrivasse a una sorta di dittatura allora, grazie a questo articolo, la resistenza popolare sarebbe forte: il limite dell’ubbidienza all’autorità, che così spesso ha dimostrato di avere effetti devastanti sul comportamento delle persone, avrebbe una minore influenza perché contrastato dall’autorità della costituzione.” (*6)

Conclusione: ci sarebbe anche una parte sulla scienza e il metodo scientifico che vengono usati da Rawls come esempio di corretto meccanismo di dialogo e confronto. Ovviamente scrive quello che scrivo sempre anch’io: che la scienza non si basa sull’autorità di pochi (“scienziati” che vengono presentati sui media come gli unici detentori delle verità scientifiche) ma sul confronto razionale e oggettivo delle prove ottenute dalle ricerche. Riovviamente colpisce l’abuso che la propaganda nostrana e non solo fa della scienza. Ma come dice Osho la popolazione è ritardata (v. il corto Osho sulla democrazia (*7))...

Nota (*1): tratto da “Una teoria della giustizia” di John Rawls, (E.) Feltrinelli, 2021, trad. Ugo Santini, pag. 361.
Nota (*2): ibidem, pag. 362.
Nota (*3): ibidem, pag. 369.
Nota (*4): ibidem, pag. 366.
Nota (*5): ibidem, pag. 370.
Nota (*6): da notare che scrissi queste parole molti mesi fa, molto prima di leggere il parere di Rawls che sembra interpretare fedelmente! io per semplicità parlo di “leggi inumane” mentre Rawls direbbe “leggi che violano la giustizia” ma il senso è il medesimo.
Nota (*7): ne approfitto per aggiungere che Osho, secondo me, non si riferisce agli individui, che singolarmente possono anche essere molto intelligenti, ma all’intelligenza collettiva della massa, molto inferiore alla media dei suoi componenti.