«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Per contattarmi e istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo
4. Molti articoli di questo blog fanno riferimento a definizioni e concetti che ho enunciato nella mia Epitome gratuitamente scaricabile QUI. Tali riferimenti sono identificati da una “E” fra parentesi quadre e uno o più capitoli. Per esempio: ([E] 5.1 e 5.4)

martedì 18 febbraio 2020

L'abito fa il monaco

Come ho più volte scritto il saggio Le radici psicologiche della diseguaglianza di Chiara Volpato è ricchissimo di spunti: alla fine sono così tanti che ne sono sopraffatto e finisco per non scriverne: inizio a pensare che dovrò preparare un pezzo impegnativo e complesso e questo mi scoraggia…

Quindi ho deciso di provare a prendere questo compito con più leggerezza e di scrivere ciò che più colpisce la mia fantasia senza preoccuparmi di essere completo e preciso.
Proprio ieri ho letto qualcosa che mi ha particolarmente impressionato: sono al secondo capitolo, intitolato “La classe conta” (è un gioco di parole: per “classe” si intende quella sociale) dove l’autrice riporta numerose ricerche che indicano come le persone siano in gradi di capire a colpo d'occhio (basta circa mezzo secondo) lo status di un’altra persona.
I fattori considerati sono numerosi: il tono della voce, la pronuncia delle parole, l’aspetto generale, la cultura e intelligenza percepita e, infine, anche l’abbigliamento.

Innanzi tutto ho scoperto (ma in verità l’avevo già intuito da solo) che il mio abbigliamento usuale, jeans e maglietta, indicano un basso status sociale!
Ma la cosa più interessante è che l’abito fa il monaco: non solo si è giudicati per ciò che si indossa ma l’abito che portiamo condiziona anche il nostro comportamento.
In un esperimento i partecipanti sono stati divisi in tre gruppi: nel primo indossavano abiti da dirigente (alto status), in uno i propri e nel terzo jeans e maglietta. Tutti i partecipanti dovevano poi contrattare il prezzo per uno specifico prodotto: sorprendentemente il primo gruppo (quello dei vestiti da dirigente) ha mostrato le caratteristiche della classe elevata: non scendeva a compromessi e aveva più difficoltà a comprendere lo stato emotivo del proprio interlocutore…

Mi ha colpito perché io tendo a non dare nessuna importanza all’abbigliamento: quando mi vesto prendo i primi capi che mi capitano dal mucchio di quelli puliti: non credo di aver mai riflettuto se un abbinamento fosse più o meno buono di altri. Poi, in passato, il grosso della mia attenzione andava nell’abbottonare bene le camice perché, essendo distratto, tendevo spesso ad accoppiare erroneamente bottone e asola. Adesso che per evitare lo sforzo indosso solo magliette la mia attenzione è tutta concentrata sull’indossarle dalla parte giusta (specialmente i maglioni!)…
Poi ci sarebbero le scarpe: ne ho un paio raccapricciante! Si tratta di scarpe da ginnastica (di buona marca in realtà) ma che dopo averle indossate quotidianamente per molti anni sono ormai completamente a pezzi: entrambe le suole sono scollate dalla tomaia sul davanti e, nel complesso, hanno un aspetto decisamente logoro. Eppure non le butto via e ancora le porto (magari per andare a fare la spesa) perché ci sono affezionato. Da circa sei mesi le alterno con un altro paio di scarpe vecchie ma mai usate: ma ci devo prestare attenzione perché se sono distratto indosso le altre…
Per i calzini indosso quelli che capita: intendo spaiati. Cerco di trovare colori simili ma non è la mia priorità. La mia logica è che tanto non si vedono quindi eventuali buchi e colori diversi che importanza hanno?
Una mia cugina aveva giustamente ironizzato definendo il mio “stile” da homeless, senzatetto: in effetti!

Forse anche a causa del mio comportamento temo di non essere molto sensibile ai segnali di status degli abiti: certo distinguo una giacca da una maglietta ma non credo che questo influisca molto sul mio giudizio della persona. Del resto ciò che non reputo importante per me lo considero anche poco importante negli altri...

In effetti, ripensandoci, i maggiori (ma minimi!) segnali di interesse da parte delle donne nei miei confronti sono avvenuti all’estero, nell’ambiente di lavoro: io vestivo sempre allo stesso modo ma evidentemente il contesto del luogo indicava che comunque non ero un disoccupato! Come sono banali però le donne a giudicarmi dall’abito: probabilmente intuiscono correttamente i miei limiti ma sono comunque banali. Del resto credo di avere dei difetti molto più interessanti!

Conclusione: come temevo mi è venuto un pezzo estremamente modesto: alla fine ho scritto principalmente di me stesso, oltretutto ripetendo argomenti di cui avevo già scritto in passato…
Però questa cosa che l’abito fa il monaco mi ha proprio impressionato: la trovo così controintuitiva…

PS: comunque interloquendo con un conoscente di Sinistra su FB a proposito di Salvini e di come egli si presentasse come “uno di noi” gli ho fatto notare il suo abbigliamento alle manifestazioni: mai in giacca e cravatta ma in jeans e felpa (che credo sia l’equivalente invernale della maglietta). Ho già iniziato ad assorbire le mie letture...

lunedì 17 febbraio 2020

Morale felina

Un po’ per abitudine, un po’ perché non uso praticamente più la macchina fotografica, tendo a non scrivere mai di Bisba. Al contrario, quando era piccolina e combinava sempre pasticci, l’immortalavo invece spesso con le mie foto e poi ci scrivevo sopra dei pezzi.
Adesso ogni tanto capita che i miei conoscenti, invece di informarsi sui progressi della mia Epitome, mi chiedano come sta Bisba!

Che dire? Bisba sta benissimo! E in realtà è molto più buona e tranquilla di quanto i miei pezzi su di lei facciano pensare: me lo fece notare un mio amico esperto di gatti quando la conobbe: si aspettava una specie di tigrotto selvatico mentre invece scoprì che Bisba è una gattina mansueta, socievole e giocosa…
C’è da dire che io ho probabilmente dei meriti nella formazione del suo carattere: dubito che ci sia volta in cui l’incontro in casa e non interagisca con lei in qualche maniera. Questo fa sì che lei abbia una comprensione del mio comportamento molto superiore a quella di un gatto comune: non so, per esempio, un gioco che facciamo quasi senza pensarci è il seguente: a volte, quando per caso incrociamo lo sguardo, io mi blocco e faccio dei movimenti di scatto ma frenati con le braccia e un po’ col resto del corpo, come se la volessi inseguire/attaccare, allora lei capisce che scherzo, si mette tutta torta col corpo e con la testa e strabuzza un po’ gli occhi a matta, poi scappa a nascondersi e io l’inseguo un po’…
Incidentalmente Bisba riesce a intuire quando la sto per portare dal veterinario: quando mi vede muovermi di fretta, entrare e uscire di camera, capisce che sto per uscire e se si accorge che le do degli sguardi per vedere dov’è allora va a nascondersi e non si fa vedere nemmeno a offrirle le crocchette (e lei è sempre famelica).

Comunque la mia più grande soddisfazione è quella di averle fatto capire la differenza fra il bene e il male. Per semplicità le ho dato i seguenti dieci comandamenti:
1. Non miagolare alla mia porta di camera al mattino.
[Di questo sono particolarmente orgoglioso: i gatti hanno la molesta abitudine di gnaulare fastidiosamente per richiamare l’attenzione e ottenere qualcosa. Io quando miagola alla mia porta non esco MAI e così lei si è rassegnata a non provarci nemmeno.]
2. Non salire sul tavolo
[Questo da piccola lo faceva spesso ma, con qualche urlaccio, nel giro di un anno ha capito e smesso. Ogni tanto ci saliva sopra sovrappensiero ma in tal caso basta dirgli (senza neppure urlare ma con solo un accenno di delusione nella voce) “Bisba?!” e lei se ne ricordava e schizzava immediatamente giù...]
3. Non rubare
[I primi tempi la notte andava a cercare qualunque cosa minimamente commestibile e poi la rosicchiava un pochino. Al mattino io la prendevo e la mettevo davanti al suo “crimine” dandole uno scapaccione sul sedere. In seguito ho iniziato a brontolarla e basta perché vedevo che comunque era impauritissima e non volevo eccedere rischiando di traumatizzarla.]
4. Rientrare subito quando si è chiamate a sera
[Questo in verità lo fa spontaneamente e del resto non avrei saputo come insegnarglielo: solo un paio di volte all’anno rimane fuori per tutta la notte...]
5. Non graffiare le persone (me essenzialmente!)
[Anche questo l’ha imparato spontaneamente: anche quando giochiamo è delicatissima sia con gli artigli che con i denti.]
6. Non salire sul mio letto
[La mia camera è un premio: in genere non ce la faccio entrare ma ogni tanto cedo e lei schizza dentro tutta contenta e va a grufolare nei miei mucchi di disordine. Sul letto però non deve salirci perché è tendenzialmente pulciosa (è delicatissima e non può portare il collarino mentre i vari antiparassitari funzionano il giusto, cioè poco). Come per il tavolo è bastato urlargli di scendere per farglielo imparare. Adesso talvolta accade che la vedo puntare il letto per saltarci sopra e allora le dico “No” (senza urlare ma con pazienza) e allora lei miagola delusa ma non ci prova più...]
7. Farsi dare l’antipulci senza protestare
[Devo coadiuvare l’antipulci in gocce con l’olio di nim che le do tramite uno spruzzino: siccome è (per lei) puzzolente e il rumore dello spruzzino le suona particolarmente minaccioso, tende a dibattersi parecchio per sfuggire alla mia presa. Qui devo quindi ricorrere a un po’ di intimidazione facendo la voce grossa e poi a premiarla con qualche crocchina una volta terminata l’operazione.]
8. Non portare topini in casa
[Fortunatamente ha capito abbastanza alla svelta: oltretutto tendeva a perderli e questi morivano sotto i mobili! Comunque la lodo sempre quando li cattura e ci gioca in giardino.]
9. Non cercare di salire in collo quando le si dice di no (basta anche il cenno con la mano).
[Questa è stato facile: inizialmente ti saliva in grembo senza chiedere il permesso ma in tal caso bastava spingerla giù tutte le volte che ci provava. Adesso invece prima di salire ti guarda e aspetta il permesso: se le dico di no o le faccio anche solo il cenno di diniego col dito capisce e va a sistemarsi altrove...]
10. Non avrai altro padrone all’infuori di me
[Vabbè: dovendo arrivare a dieci questo comandamento ci stava bene… Credo che nel complesso lo rispetti visto che torna sempre a casa mia!]

Comunque Bisbetta non è perfetta ci sarebbero almeno altre due cose che dovrebbe imparare a fare ma che non so come spiegarle:
1. Non dovrebbe graffiare le sedie ma solo il gratta artigli (o come si chiama): ma come posso spiegarle la differenza?
2. Dovrebbe cercare di non vomitare sul tappeto o sul divano: sfortunatamente Bisba è molto delicata di stomaco e, almeno una volta al mese, ha per qualche giorno grossi problemi. Il risultato è che vomita sul posto, anche dove non è opportuno. Il problema è che c’è poco tempo per intervenire: quando sono nei paraggi la prendo e la sposto sul pavimento: qui l’accarezzo e, così facendo, in genere evita anche di vomitare. Ma la maggior parte delle volte arrivo a fatto compiuto e ovviamente non ha senso brontolarla per aver vomitato visto che non è colpa sua…

Conclusione: vedrò di aggiungere qualche foto recente nei prossimi giorni...

sabato 15 febbraio 2020

Crisi sulla via del Mezzetta

Oggi non avrei voglia di scrivere ma mi sono svegliato con un’idea e devo liberarmene.

Pensavo alla famosa crisi di mezz’età che colpisce gli uomini intorno ai cinquant’anni: riflettevo a cosa fosse dovuta…
La mia teoria è la seguente.

Arrivati intorno ai cinquant’anni il corpo inizia a mandare dei chiari messaggi che, presto o tardi, ti tradirà. In genere già da qualche anno servono occhiali per leggere e, magari, si inizia ad avere un qualche acciacco, oppure le analisi del sangue ci obbligano a cambiare dieta, etc…
Il risultato è che l’uomo inizia a rendersi conto, anche se forse non l’ammetterà apertamente, di non essere per sempre, che gli anni in cui avrà ancora energie sufficienti per essere pienamente attivo sono ormai limitati: dieci, massimo venti, in base al singolo individuo…

Questa consapevolezza spinge a una riflessione più profonda: ci si rende conto che, ormai, realisticamente dei sogni rimarranno tali e, in generale, si riconsidera la propria vita e ci si chiede se ne siamo soddisfatti o meno.
Questa introspezione filosofica personale dà in genere esiti negativi: la società alletta l’uomo con illusioni irraggiungibili e lo spinge verso obiettivi secondari. Una corsa verso il nulla: ma chi vede tutti i propri conoscenti che corrono nella stessa direzione si persuade, nonostante eventuali dubbi, che momentaneamente fuori portata dalla vista vi sia un traguardo da raggiungere.

Alla fine l’uomo, che per decenni era stato sviato e illuso dalla società che l’aveva convinto a comportarsi “come fanno tutti”, comprende che la propria vita non gli dà felicità, che il massimo obiettivo a cui potrà aspirare sarà forse una pensione e una vecchiaia tranquilla ma poco di più, che tutte le sue altre speranze sono invece irraggiungibili.

La logica conclusione è che debba cambiare qualcosa nella propria vita: il problema è cosa. La maggior parte degli uomini dovrà confrontarsi con un lavoro insoddisfacente che raramente la gratifica: un lavoro che magari si era iniziato a fare per “guadagnare qualcosa”, che forse era stato visto come una tappa temporanea, che poi è divenuto una fastidiosa e grigia abitudine ma, in genere, c’è sempre bisogno di continuare a “guadagnare qualcosa”: la società è strutturata in maniera tale che chi è ricco si arricchisce ancora di più e accumula non milioni ma miliardi su miliardi; chi invece deve lavorare per vivere non accumula nulla: solo quel tanto che gli serve per mantenere la propria famiglia e, con fatica, permettersi qualche piccolo lusso. Ma a tutti va bene così, la società maschera la palese ingiustizia, continua a far credere, soprattutto ai giovani, che la partita non sia truccata: che chi si impegna e lavora sodo possa raggiungere qualsiasi obiettivo si sia posto. I pochi casi di uomini di successo che si sono “fatti da soli” vengono additati come prova: “chiunque ce la può fare!”. Viene taciuto che la ragione principale del loro successo sia solo la fortuna: che migliaia, forse milioni, più capaci e meritevoli di loro, nonostante magari un impegno ancora maggiore, non sono arrivati da nessuna parte. La lotteria della vita esalta il fortunato vincitore ma tace sulla moltitudine che ha comprato il biglietto per ritrovarsi poi in mano con solo un pezzetto di carta colorata…

E poi magari l’uomo nel corso degli anni si è costruito una famiglia e questo comporta delle responsabilità a cui la morale e l’istinto impediscono di sottrarsi. Il “guadagnare qualcosa” è una necessità ancora più impellente: i figli non diverranno pienamente autonomi per altri 10 o 20 anni: seppur cambiare lavoro fosse stato possibile adesso diviene un azzardo troppo rischioso. Non è in ballo solo il futuro personale ma anche quello dei propri cari.

Allora resta l’amore: ci si illude di essersi sposati troppo giovani, quando ancora non si era veramente capito che persona fosse la futura moglie, che quello che sembrava amore era solo una passione temporanea. E anche lei è cambiata: anche lei vittima dell’insoddisfazione (ne scriverò, forse, in un altro pezzo) invece di consolarci per le inevitabili sconfitte ce le rinfaccia: lei l’aveva detto, avrebbe fatto così e cosà, ma noi con pervicacia e protervia non le si dà mai retta: e invece è stato il marito di Giulia a ottenere la promozione e poi i vicini hanno fatto tre settimane di vacanze negli USA mentre loro vanno sempre al solito campeggio...

Ovvio quindi che il tentativo di fuga più comune da una realtà insoddisfacente sia quella di ricercare una relazione con un’altra donna: non è la soluzione migliore ma solo il tentativo più semplice da compiere. La vera soluzione sarebbe riuscire a trovare quale sia il senso della vita ma questo è oltre le possibilità di comprensione della maggior parte degli uomini: quando lo si intuisce fa troppa paura perché è un luogo interiore che si trova dalla parte opposta alle lusinghe inani indicate dalla società. Guardate la pubblicità: come ci vende solo delle promesse di felicità: “Comprate questo e sarete felici”, questa è l’essenza del suo messaggio. Come se, per esempio, guidare un autovettura o un’altra ci rendesse persone diverse: la società ci dice che è così ma mente. La gioia per il possesso del nuovo oggetto si esaurisce molto molto prima della sua garanzia.

E allora? L’uomo tira avanti si illude per qualche anno di essere più felice: poi lentamente capisce che quella che sembrava una soluzione è in realtà solo un altro problema. Sa bene di non avere più le forze per mollare la vecchia vita e iniziarne una nuova.
Così si accontenta, si dà pace: abbandona le proprie speranze e si limita a cercare di sostenere quelle dei figli: magari cerca di guidarli in maniera che non ripetano i “suoi errori” ma ovviamente non vi riesce…

Per altri le cose vanno diversamente: ovvio. Per motivi di spazio mi sono limitato al caso più comune: poi ci sarebbero infinite varianti e complicazioni ma il senso è questo. Quando l’uomo inizia a comprendere quale sia il senso della vita è ormai troppo tardi per cambiare la propria.

Conclusione: come avrete capito stamani mi sono svegliato con questa crisi di mezz’età che però ho risolto in tarda mattinata mangiandomi un quadretto di cioccolato (extra) fondente…

venerdì 14 febbraio 2020

Svalentino

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 1.5.0 "Coronavirus").

Oggi sono particolarmente rintronato: è due giorni (notti) che dormo terribilmente male…
Contemporaneamente, anche se non mi sembra una buona idea, avrei voglia di scrivere: allora ho deciso di liberarmi di una serie di idee che sto accumulando da giorni. Come al solito preferisco incastrarle in un unico pezzo piuttosto che farne dei corti che mi costringerebbero a maggiore attenzione alla sintesi e che, comunque, comportano un minimo di lavoro extra che non mi va di fare…

Nel febbraio 2019, in un giorno in cui ero di umore particolarmente tetro, scrissi il pezzo Elogio della morte dal titolo piuttosto esplicativo: in particolare osservavo che soprattutto i più potenti avrebbero potuto abusare di tale tecnologia e che la loro morale ne avrebbe risentito pesantemente disumanizzandosi. Mi sembrava un buon pezzo: cupo ma originale…
Da qualche giorno ho cominciato a riguardare la prima stagione della serie “Altered Carbon” che mi era piaciuta moltissimo quando la vidi per la prima volta nel maggio (o forse aprile del 2018; v. Serie modeste). A questa seconda visione mi sono reso conto che uno degli elementi più profondi della bellissima trama è proprio l’idea dei “Meth”: dei miliardari ricchissimi e che sono gli unici a potersi permettere di vivere per sempre e, da questa specie di immortalità, vengono moralmente corrotti.
Esattamente la mia idea!
Quello che è da sottolineare è come avessi, evidentemente inconsciamente, assorbito questa intuizione psicologica e, contemporaneamente, dimenticatone la provenienza.
Tutto sommato sono felice di questa mia capacità di “assorbimento” che mi permette poi di rielaborare a modo mio (in questo caso di rielaborazione ve ne era stata poca!) le idee spigolate qua e là: anche se, sicuramente, ricordarmi la fonte sarebbe auspicabile…

Ricercando il vecchio pezzo dove scrivevo di “Altered Carbon” ho scoperto che non esiste! Ho trovato solo il breve accenno in Serie modeste dove spiego che tale serie è invece fatta benissimo (non è cioè modesta!).
Vedo di colmare questa lacuna: il mondo è divenuto il paradiso dei partiti sistemici attuali! L’umanità è divisa fra un migliaio di ricchissimi, i “meth”, che possono permettersi vite eterne e che si credono degli déi, e il resto dell’umanità che si deve accontentare delle briciole e che vive per lavorare con solo il lontano miraggio di potersi permettere un nuovo corpo. Ovviamente giustizia e uguaglianza sono solo delle parole vuote: i meth possiedono tutto e tutti, compresi tali valori…
Duecentocinquanta anni prima vi era stata una rivolta il cui scopo era stato proprio quello di sabotare l’immortalità (non sto a entrare nei dettagli del come) e limitare per TUTTI la vita a 100 anni. La rivolta era rimasta tale perché sconfitta (*1) dalle soverchianti forze al servizio dei meth: adesso un meth ha resuscitato proprio uno di questi rivoltosi affinché indaghi su un tentativo di omicidio che ha subito. E da qui in poi non aggiungo altro se non che, a questa trama principale, se ne aggiungono altre quattro o cinque che si intrecciano fra loro in maniera intelligente e credibile.
L’ambientazione è dettagliata, profonda e realistica come piace a me; gli effetti speciali sono a livello di un film e non da serie.
Con stupore ho scoperto che a breve (fine febbraio) verrà trasmessa una seconda stagione! Sorprendentemente perché di solito ciò che piace moltissimo a me non soddisfa il palato del grande pubblico: speriamo che la qualità della serie non scenda anche se credo sia difficile che non avvenga...

Qualche giorno fa ho iniziato a leggere un nuovo libro scelto a casaccio: “Le origini della democrazia greca – 800/400 a. C.” di Forrest. Mi sta piacendo moltissimo! Ho successivamente scoperto che, nel suo genere, è considerato un classico…
Comunque l’aspetto più curioso è il suo contrasto nello stile con “Le radici psicologiche della diseguaglianza” della Volpato (anche questo un libro, di genere totalmente diverso, ma molto interessante).
Nel libro di Forrest non vengono citati direttamente altri studi: lui snocciola le sue teorie e le sue intuizioni. Solo in fondo al libro c’è una corposa bibliografia.
Il libro della Volpato è invece un vero e proprio saggio moderno: ogni sua affermazione è supportata da uno studio prontamente citato già nel testo. Per adesso avrò trovato solo un paio di paragrafi o poco più dove l’autrice esprime la propria opinione.
I due stili di scrittura (indipendentemente dal diverso argomento) sono agli estremi opposti: con le dovute proporzioni il testo di Forrest assomiglia alla mia Epitome: l’autore scrive a ruota libera e non si preoccupa di distinguere ciò che è solo una sua intuizione e ciò che è stato affermato anche da altri. Questa libertà gli permette di elaborare teorie interessantissime senza vincoli.
Al contrario il saggio della Volpato, sebbene interessante, è al momento molto arido: un’impressionante raccolta e sintesi di ricerche alle quali però l’autrice non aggiunge niente o quasi. Cioè il suo pensiero c’è ma è dato solo dalla maniera e dall’ordine in cui presenta le varie teorie. Però, come detto, trovo questo stile un po’ arido e avrei apprezzato una maggiore rielaborazione dei contenuti (*2). Può darsi che sia così nei prossimi capitoli, spero almeno.

Quello che mi piace di “Le origine della democrazia greca” è che mi sta fornendo dell’ottimo materiale per la mia Epitome trattando elementi (psicologici, sociali, militari ed economici) in cui mi sento estremamente a mio agio. Come al solito le mie teorie (mi sembra) ne escono corroborate: in particolare la teoria della mia Epitome mi sembra applicabile anche alla nascita della democrazia greca (*3). Per la solita serendipità il processo storico analizzato da Forrest potrebbe essere un ottimo esempio per il nuovo sottocapitolo sui poteri medi ([E] 7.3) che ho pubblicato con la versione 1.5.0 dell’Epitome.

Non solo! Vi è un elemento, che almeno per adesso (sono a pagina 105), sembra sfuggire a Forrest e che invece è fondamentale. Si tratta della mia elusiva (perché di non facile intuizione) teoria sull’evoluzione ([E] 5.13): la frammentazione geografica e politica delle diverse città greche (basti pensare alle numerose isole del mar Egeo) è una condizione fondamentale di diversità che insieme all’uniformità data da cultura e lingua comune è in grado di moltiplicare la capacità di evoluzione di un sistema. Ho la sensazione che se Forrest avesse conosciuto o intuito questa mia teoria l’avrebbe posta a elemento centrale e precipuo della nascita della democrazia! Ma vediamo, magari nei prossimi capitoli emergerà questa stessa idea in forma indiretta…

Conclusione: mi sono rimasti fuori degli spunti sul mercato invernale (calcio) e una teoria sulle reti sociali (di cui comunque ho già in parte scritto in passato)….

Nota (*1): altrimenti sarebbe stata chiamata rivolta ma rivoluzione come insegna il Barbero!
Nota (*2): il Bagnai è per me l’ideale come stile: egli distingue (ne “Il tramonto dell’euro”) chiaramente fra le ricerche di altri economisti e le sue proprie rielaborazioni e teorie: la lettura è piacevole ma comunque scientificamente ineccepibile…
Nota (*3): provate a farlo col marxismo che poi si ride!