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martedì 8 luglio 2014

KGB e Parkour

Parkour credo derivi da parcours che in francese significa “percorso”.
Conobbi questa disciplina qualche mese fa quando un amico mi fece vedere alcuni video su Youtube. Sul momento non ne rimasi troppo impressionato: il protagonista era vestito come il personaggio di un videogioco e, dal mio punto di vista, questo sminuiva e banalizzava le sue evoluzioni.
Secondo la Treccani.it (che conferma la mia etimologia: parkour deriva dal francese “parcours du combatant”) è una disciplina in cui gli atleti affrontano un percorso a ostacoli mediante salti e acrobazie varie. Io aggiungerei che c'è anche una notevole dose di fantasia e creatività perché spesso il “percorso” è costituito da normali giardini o semplici strutture cittadine (e in questo caso è richiesto anche un certo coraggio visto che è evidente la possibilità di farsi male in caso di errore...): questi elementi vengono trasformati in “percorso” fondamentalmente dalla creatività dell'atleta che li vede come ostacoli da superare. A me piace molto questo aspetto di reinterpretazione della realtà, questo andare oltre le regole e dare significati diversi a oggetti comuni. Un esempio per tutti: il significato di un muretto, che normalmente è “non attraversare” viene ribaltato e diventa “saltami e vai oltre”!
Forse è meglio inserire un video per far capire di cosa sto parlando:
The World's Best Parkour and Freerunning

Ecco, da qualche giorno sono rimasto folgorato da questa disciplina estremamente spettacolare. Se potessi tornare giovane l'aggiungerei alle cose da dover assolutamente fare insieme a suonare uno strumento musicale.

Poi ho cercato di capire quali siano le radici di questa mia attrazione: da una parte c'è l'aspetto intellettuale/filosofico di reinterpretazione della realtà ma, da un'altra c'è una insospettabile predisposizione “fisica”. Probabilmente solo chi mi conosce dall'infanzia potrebbe immaginarmi in una disciplina così impegnativa perché dalle medie in poi, non facendo sport, il mio fisico si è avvizzito senza esprimere tutto il suo potenziale.

Eppure da bambino, in effetti proprio alle elementari, facevo un paio cose lontanamente assimilabili al parkour.

La prima era il “salto delle vasche”. Nel giardino della mia scuola c'era infatti una vecchia fontana tonda con dei pesci rossi accanto alla quale ara stata costruito, sempre in pietra, un'altra vasca (non ricordo bene cosa fosse, mi pare avesse anche delle cannelle...), rettangolare di circa mezzo metro più alta della prima.
Ogni giorno quando uscivamo a ricreazione, io arrivavo di corsa e, a tutta velocità, a testa alta, facendo due salti intermedi sui bordi delle vasche, spiccavo poi un gran balzo finale e proseguivo nella mia corsa.
Le suore (andavo dalle suore) vietarono questa pratica ma io le ignorai.
Non è così banale come sembra perché io ero quasi l'unico bambino che faceva questo “percorso”. Avevo solo due imitatori. Il primo era Simone: a differenza di me però, prima del primo salto rallentava tantissimo e stava con la testa china attento a dove metteva i piedi col risultato che il balzo finale non era alto e lungo quanto il mio...
L'ultimo anno si aggiunse anche Cristian: lui era lentissimo, totalmente scoordinato, e faceva un saltino in più sulla vasca rettangolare. Decisamente poco “spettacolare”....
Il fatto che ancora mi ricordi non solo del mio salto ma anche di come saltassero questi miei compagni di classe è significativo: era un po' la mia firma e mi piaceva molto.

Il secondo elemento è il salto della rampa di scale.
La stessa scuola aveva poi una bella rampa di scale che congiungeva il piano terra col primo piano. La particolarità erano i gradini bassi e lunghi con dei pianerottoli intermedi (mi sembra!), forse fatta a posta per i bambini, non so...
Nota: riguardando il disegno mi rendo conto che non è chiaro: la grande freccia grigia che porta al primo piano corrisponde a un'altra rampa di scale!
Comunque io incominciai a saltare da metà scala (dal pianerottolo intermedio che però non sono più sicuro che esistesse) e solo un altro mio compagno di classe faceva altrettanto (Jacopo stavolta).
Proprio per sfida a Jacopo passai poi al salto decisamente più impegnativo dell'intera rampa: prendendo la rincorsa riuscivo a saltare tutti i gradini. Questo salto non lo facevo spesso perché vietatissimo e anche perché non avevo lo stimolo di farlo meglio di altri perché ero l'unico a farlo! In totale l'avrò fatto una decina di volte, non di più...

In conclusioni questi due lontani esempi mi fanno pensare che non solo avrei avuto la “mentalità” per il parkour ma anche l'agilità e il coraggio necessari per cimentarmi in questa disciplina.

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