«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo

giovedì 14 febbraio 2013

Zenit e nadir del troglodita



La mia caverna è silenziosa,
profonda nel ventre materno,
non ha porte né finestre.
Pareti infinite di solida roccia
mi circondano e proteggono.
Ma aria fresca circola
attraverso contorti cunicoli,
una fonte di acqua limpida,
ricca di sali e linfa della Terra,
mi disseta e mi sfama.
Strane luci fosforescenti
illuminano con ombre colorate:
i blu e i verdi di un'illusione marina,
ma anche il carminio.
Mio amico è un granitico masso:
ha la testa troppo piccola
e nel punto sbagliato,
ma, come con un amico
dall'occhio pigro,
dopo un po' non ci si fa caso.
Egli ascolta molto e parla poco,
ma se si ha pazienza,
si odono parole silenziose,
antica saggezza di ere lontane.
Il mio letto è di sabbia finissima
in essa sprofondo e sto ben caldo:
sogno le radici del bosco,
salgo su, dai solidi tronchi ai rametti più esili,
fino alle estreme fronde nel vento
mentre, in alto, le stelle sorridono benigne.

Nel mio mondo c'era pace e quiete.

Perché un giorno la vidi.
Immobile, anch'ella mi fissava:
pensai fosse un'illusione,
uno spettro scivolato quaggiù dalla sua tomba,
poi mi sorrise agitando la mano.
Attraverso passaggi inesplicabili
si era persa fino a me.
Le mostrai il mio regno:
anche lei ne conosceva la lingua.
Con affetto scorreva le dita
lungo le pareti apprezzandone le solide forme e
con religioso zelo baciava
la sacra stalagmite e
alla mia fonte ridendo si dissetava e
con guance arrossate assaporava
trattenendo in sé il sapere che era stato mio
e che con gioia sempre le donavo,
mentre imperscrutabili occhi grigi
leggevano segreti misteri.
La mia dimora era sua
e non mi capacitavo
di tanta insperata fortuna:
certo la mia metà avevo trovato!

Poi però le dissi che l'amavo:
seppi così che il suo cuore era di pietra.
Più dura di ogni roccia,
più fredda dell'acqua più gelida,
più vuota del silenzio,
più buia dell'oscurità,
più insensibile della morte.
Deluso la scacciai via
e lei se ne andò senza una parola
né mai voltandosi indietro:
su per il segreto passaggio
da dove era arrivata.

Da allora, speranzoso, scruto ogni anfratto,
scorgo, in ogni ombra il dolce volto
e nel mormorio dell'acqua la sua voce.
Aspetto che torni
mentre le vecchie rocce
ridono di me.

Nessun commento:

Posta un commento