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venerdì 19 febbraio 2021

Inedia e podere

Qualche giorno fa ho comprato su Amazon una mezza fregatura: “Media e potere” di Noam Chomsky, (E.) Bepress Edizioni, 2014.
Attratto dal basso costo (lo devo aver pagato intorno a 6.50€) l’ho preso senza rendermi conto che si tratta di un libriccino minuscolo di circa 80 pagine e scritto con un carattere piuttosto grande.

Il problema non è nel rapporto quantità/prezzo, che comunque mi fa un po’ storcere il naso, ma nel fatto che mancano completamente le indicazioni da dove siano tratti i passaggi proposti come pure il nome del traduttore. Mi sembra che sarebbe sempre una mancanza di serietà gravissima ma ancora più grave se si pubblica un libro definendolo una “raccolta di saggi”.

Per questa mancanza di informazioni mi è venuto perfino il dubbio che si tratti veramente di scritti/discorsi di Chomsky.

Qualche giorno fa ho comunque letto il primo articolo (*1), “Media e potere”, che dà il nome alla raccolta. Non sono un esperto di Chomsky ma vi ho riconosciuto la maniera di enucleare le problematiche in modo estremamente nitido e preciso, dritta al punto, che mi aveva colpito dell’intervista vista a gennaio (v. Noam Chomsky).

Di seguito qualche mia considerazione sull’articolo letto.
- Prima di tutto Chomsky considera il rapporto media/potere negli USA: questo è paradigmatico dell’intero mondo occidentale ma ha anche delle sue peculiarità.
- Negli USA, oltre ai media generici, ci sono i media delle élite ovvero che hanno un pubblico di potenti e uomini di potere: il “New York Times” e/o il canale CBS. In Italia potevano essere quotidiani (*2) come “Il sole 24 ore” o il “Corriere della sera”.
- I media “normali” hanno fondamentalmente lo scopo di distrarre il loro cliente dalla politica, vuoi con lo sport, gli scandali sessuali, la cronaca locale. È bene che l’uomo medio non si interessi di politica e che lasci fare agli “esperti”.
- I media delle élite invece sono quelli che dettano la linea e che tutte gli altri distributori di informazione prendono come proprio riferimento per “completare” la propria prima pagina. Secondo Chomsky il media che non segue questo comportamento viene col tempo ostracizzato se non peggio: insomma le voci “fuori dal coro” lo sono a proprio rischio e pericolo.
- Interessante è il ruolo attivo all’interno del potere delle università americane: queste si sostengono con fondi privati e, di conseguenza, collaborano con essi. È già all’interno delle università che si verifica una prima selezione degli studenti: a questi viene insegnato a pensare seguendo il punto di vista del potere e, chi non si adegua, difficilmente farà carriera (*3).
- L’effetto finale di questo processo di formazione e selezione è che «[i giornalisti] affermano con pieno diritto: “Nessuno mi dice che cosa scrivere. Io scrivo quello che voglio, Tutta questa faccenda di pressioni e costrizioni è assurda, perché io non sono mai sottoposto a pressioni”. Il che è assolutamente vero, ma il punto è che non sarebbero lì, se non avessero già dimostrato che nessuno dovrà dire loro cosa scrivere, perché loro scriveranno da soli la cosa giusta.» (*5).
- Non vi è censura ma una spontanea introiezione del punto di vista del potere.
- E qual è la linea editoriale di questi media di élite? Ovviamente riflette gli interesse di lettori ed editori (che appartengono a grandi corporazioni) più le istituzioni che gli stanno intorno.
- Poi Chomsky passa a una rapida disamina storica di come si sia evoluto questo meccanismo di conformismo ideologico e ne trova l’origine all’inizio del XX secolo quando si volle convincere l’opinione pubblica americana della necessità di entrare in guerra. Inutile dire che fu un successo che venne poi perfezionato alla vigilia della seconda guerra mondiale. Da l’ambito prettamente politico questa forma di manipolazione dell’opinione pubblica viene fatta propria dai grandi gruppi economici. Nasce la locuzione “fabbrica del consenso” applicata alla democrazia, ovvero alle opinioni degli elettori.
- Chomsky conclude poi che proprio le tecniche per manipolare l’opinione pubblica non vengono studiate all’università e, anzi, sono quasi un argomento tabù.

A mio avviso la parte più importante di questo articolo è quella che, almeno nei grandi media, non vi è censura ma una spontanea introiezione del punto di vista del potere. I giornalisti sono liberi di dire/scrivere quello che pensano perché sono stati selezionati e hanno raggiunto le posizioni di vertice quelli conformi al mondo del potere.

Proprio oggi, poche ore fa, mi sono imbattuto in un nuovo articolo di Andrea Zhok di cui consiglio la lettura: Andra Zhok - Il Fascino discreto della "competenza" di Andrea Zhok su LantiDiplomatico.it

Il passaggio fondamentale è secondo me il seguente:
«Nella replica del presidente del consiglio di ieri, tra le varie espressioni curiose mi ha colpito una frase utilizzata nel rispondere ad una sollecitazione sul problema dello "sviluppo sostenibile". Nella risposta il presidente Draghi parlava di "necessaria tutela del capitale naturale".
Ecco, in questa espressione c'è in nuce già tutto.
Il "competente" non è cattivo.
Riconosce le critiche e i problemi. Solo che ha montato internamente un traduttore automatico. Dove tu vedi l'ambiente, il mondo, la natura, la salute del pianeta, la preservazione degli habitat e degli umani in essi, egli vede l'oculata gestione di una forma di capitale, il "capitale naturale", che esiste accanto non alla formazione umana ma al "capitale umano", non a leggi e tradizioni, ma al "capitale sociale", ecc. E un capitale è ben gestito se riusciamo a farlo fruttare in modo duraturo, dunque certo che ci sta a cuore lo "sviluppo sostenibile"!
»

Anche Draghi quindi, come i giornalisti di Chomsky, è un prodotto dei grandi poteri finanziari che controllano il mondo: non è che si piega a essi ma spontaneamente ne ha assunto la mentalità, anzi è stato selezionato per le cariche che ha ricoperto negli anni proprio perché il potere era conscio che avrebbe difeso, senza bisogno di pressioni esterne, i suoi interessi.

Conclusione: ho trovato questo primo articolo molto bello e interessante ma, come scritto, sono molto perplesso per la mancanza delle fonti. Speriamo bene per il prosieguo.

Nota (*1): il pezzo di una ventina di pagine non è certo un saggio ma sembra più un articolo: ovviamente mancando le fonti originali non posso verificare.
Nota (*2): non so se lo sono ancora. Ha poi senso parlare di potenti a livello italiano?
Nota (*3): questo accenno mi fa comprendere l’idiosincrasia di Taleb verso il mondo accademico americano che faticavo a comprendere. Il suo disprezzo verso tale ambiente mi sembrava eccessivo poiché io avevo come riferimento il mondo universitario italiano (seppure con un’esperienza personale vecchia di oltre vent’anni!) che sicuramente ha altri difetti ma, suppongo, ideologicamente sia un po’ più autonomo (*4).
Nota (*4): anche se, in effetti, è probabile che anche qui la situazione sia profondamente degenerata. Quando tutto va a rotoli ci devono essere dei buoni motivi per salvarsi e per l’università italiana non me ne viene in mente alcuno.
Nota (*5): tratto da “Media e potere” di Noam Chomsky, (E.) Bepress Edizioni, 2014, pag. 15-16.

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