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sabato 1 settembre 2018

Fascismo (4/?)

Ed ecco, dopo Fascismo (3/?), 2 e 1, il mio nuovo pezzo basato su Fascisti di Giordano Bruno Guerri, Arnoldo Mondadori Editore, 1995.
Speravo di concludere la miniserie con questa puntata ma per non appesantire troppo il pezzo, già abbastanza lungo di per sé, ne scriverò una quinta con le mie conclusioni.
Senza perdere altro tempo riprendo subito da dove ero arrivato... Ah! nel riassunto degli eventi che portarono il fascismo alla presa del potere ho evidenziato i miei commenti con un [KGB].

Giolitti, dopo le elezioni e la sua sostanziale sconfitta, lascia il governo e viene sostituito da Bonomi che, comunque, prosegue la politica del predecessore anche nella tolleranza della violenza fascista.
Ma Mussolini cambia di nuovo strategia: ormai giunto in parlamento vuole rafforzare la propria posizione senza impaurire la piccola borghesia: per questo cerca un accordo con socialisti e popolari per fermare le violenze politiche. I socialisti accettano mentre i popolari si tirano indietro.
Gli squadristi, che rischiavano di perdere la loro ragione d'essere, si ribellano ma Mussolini riesce, seppure a fatica, a imporre la propria decisione. Ma l'accordo è debole e infatti l'“armistizio” con i socialisti, firmato il 3 agosto, viene ripudiato pochi mesi dopo, il 15 novembre, dai fascisti!

Sempre nell'autunno del 1921, nel processo di “normalizzazione” di Mussolini, il movimento fascista viene trasformato in partito. Di nuovo Mussolini ha grandi difficoltà a imporre la sua decisione perché molti esponenti fascisti (come Balbo e Grandi) non gradiscono le pastoie imposte da un partito temendo che queste possano interferire con la loro rivoluzione.
Viene anche rinnovato il programma del partito che perde tutti gli aspetti più innovativi e libertari del precedente del 1919. Le nuove proposte sono: restaurazione economia, misure per industria e agricoltura, lotta al socialismo, apertura alla chiesa e, ovviamente, tutto condito dal nazionalismo. Gli squadristi sono poi rassicurati venendo direttamente assorbiti dal partito come un suo organo paramilitare.
Ovviamente il cambiamento di direzione non fu indolore e dal partito uscirono i futuristi e i membri più a sinistra: ma ormai questi non erano più necessari.

La manovra fu un successo per Mussolini: non solo rassicurò gli elettori moderati ma lui stesso apparve come moderato rispetto all'estremismo di altri fascisti! Mussolini fu quindi considerato come il miglior interlocutore politico all'interno del fascismo dalle altre forze del paese.

Nel febbraio del 1922 a Bonomi succedette De Facta incapace, come i suoi predecessori, di comprendere il fenomeno fascista: anch'egli tenette un comportamento ambiguo verso la violenza fascista.

Il 1° agosto del 1922 le sinistre (socialisti e comunisti) proclamarono lo sciopero generale contro il fascismo. L'adesione dei lavoratori fu solo parziale e lo scioperò fallì dopo appena due giorni. Ma nel frattempo il fascismo era riuscito a riproporsi come il miglior garante della borghesia contro il “pericolo rosso”.
Dopo questo sciopero la violenza squadrista riprese su grande scala e spazzò via la gran parte delle organizzazioni avversarie rimanenti.

A ottobre De Facta propone a Mussolini di divenire ministro: l'idea era quella di ottenere un riposizionamento, in ambito istituzionale, del partito fascista spartendo con esso il potere. Del resto, come detto, Mussolini sembrava un interlocutore relativamente moderato e l'unico in grado di controllare la violenza degli squadristi.
Ma Mussolini rifiutò: non voleva entrare in un governo ma formare il suo.
Il 25 ottobre dette infatti un ultimatum allo Stato: o il governo veniva affidato a Mussolini oppure i fascisti lo avrebbero preso con la forza: il 28 ottobre circa 25.000 camicie nere marciarono su Roma. Ma decisiva, più che la prova di forza, fu l'abilità di Mussolini di trattare in quei giorni con tutti (Salandra, Giolitti, Nitti, Orlando, Facta) sia rassicurandoli che illudendoli. Non per niente Balbo, in uno scatto d'ira, disse che Mussolini aveva fatto la rivoluzione col telefono e che considerava la marcia su Roma non una manovra militare ma una specie di parata.
Lo stesso 28 ottobre Facta presentò le dimissioni al re che però le respinse: a quel punto il re poteva o far intervenire l'esercito, rischiando però una guerra civile, oppure incaricare Mussolini di formare un governo. Il 30 ottobre del 1922 il re diede l'incarico a Mussolini.

Mussolini, sottovalutato dal re e dai vecchi politici, era riuscito ad apparire come il male minore. Il popolo era soddisfatto perché pensava che il fascismo sarebbe entrato nell'alveo della legalità. Perfino i socialisti pensavano che si trattasse di una momentanea vittoria del fascismo e che questo sarebbe rapidamente imploso per le sue “contraddizioni”.

Una volta al governo il primo obiettivo di Mussolini fu quello di cercare di rassicurare l'opinione pubblica.
Per questo motivo chiamò a far parte del suo governo esponenti di tutti i partiti, compresi i popolari, e inutilmente cercò di coinvolgervi anche i socialisti. Il 16 dicembre (1923), nel suo discorso di insediamento, Mussolini rassicura gli italiani affermando che avrebbe potuto formare un governo monocolore fascista ma che invece non lo aveva fatto a dimostrazione della sua volontà di rispetto delle regole costituzionali.
Mussolini ottiene poi, per un anno, pieni poteri in ambito economico: attua misure liberiste che favoriscono gli industriali e taglia le spese. Nel complesso ottiene un aumento della produttività e del reddito nazionale ma anche una diminuzione del valore reale dei salari.
Nel complesso, grazie a varie iniziative, gli industriali furono grandemente favoriti. In teoria i lavoratori ottennero le 8 ore lavorative che però entreranno realmente in vigore solo dal 1931.
Vengono poi aboliti i sindacati (a parte quello fascista) e il diritto sciopero: le controversie dovranno essere risolte con una mediazione del governo (modello “sindacale-corporativo”). Ovviamente questo provvedimento è tutto sbilanciato a favore degli industriali.
Nel 1923 viene poi creato il Gran consiglio (essenzialmente per dare l'illusione di confronto all'interno del fascismo ma che, fino alla seduta del 24 luglio 1943, si limitò a ratificare il volere di Mussolini) e la milizia fascista (che nel 1924 entrerà a far parte dell'esercito).
Sempre nel 1923 viene dichiarata l'incompatibilità tra fascismo e massoneria ([KGB] interessante: perché? Non si fidava? (*1)); ci fu la fusione fra partito fascista e quello nazionalista (di destra; vicino agli ex combattenti e all'aristocrazia).
Eppure la manovra politica più importante fu il ravvicinamento alla Chiesa: Mussolini in pratica rinnegò il suo ateismo e anticlericalismo e già in un discorso del 16 novembre del 1922 disse «Iddio m'assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica» (un semplice accenno a Dio che però venne subito notato e apprezzato dalla Chiesa).
Non entrò nei particolari ma alla fine Mussolini e la Chiesa trovano un accordo proficuo per entrambe le parti: la Chiesa rientra nelle scuole (dalle quali era stata estromessa dal 1870!) e ottiene varie esenzioni e riconoscimenti, in compenso Mussolini (definito strumento della Provvidenza) ottiene la benedizione del Papa e, ancora più importante, viene delegittimato il partito popolare di don Sturzo. Quando infatti don Sturzo cercò un'alleanza antifascista con i socialisti venne fortemente osteggiato dal Vaticano.
Contemporaneamente però il fascismo si oppone alle associazioni cattoliche ([KGB] suppongo che temesse la creazione di un'organizzazione contraria al fascismo) e, ad esempio, proprio per questo viene ucciso don Minzoni che si era dichiarato fermamente antifascista.
Alla fine l'appoggio del Vaticano prima delle elezioni del 1924 si concretizzò in un'apparente neutralità tutta però a favore del fascismo e contro i popolari (cito il testo «...150 fra le più importanti personalità cattoliche firmarono un manifesto contro i popolari invitando a votare per il fascismo...»).

Infine nel 1923 viene proposta una nuova la legge elettorale: il partito che avesse ottenuto più del 25% dei voti avrebbe preso i due terzi dei seggi. Ovvio che se i fascisti si fossero presentati insieme ai liberali avrebbero superato facilmente tale soglia: in altre parole le altre forze politiche sapevano che approvare questa riforma significava consegnare il parlamento a Mussolini. Eppure la legge fu approvata con 223 voti favorevoli e 123 contrari (alla Camera) non tanto per intimidazioni o violenze ma perché molti popolari erano divenuti filofascisti (*2).

Il 6 aprile del 1924 ci furono le nuove elezioni con la legge elettorale maggioritaria: come previsto i fascisti si presentarono insieme ai liberali in un listone unico (Giolitti presentò una propria lista) in cui erano presenti anche non fascisti.
Riguardo la violenza sembra che Mussolini non la volesse in questa occasione: da una parte non ne aveva bisogno e, contemporaneamente, voleva dare un'impressione di normalità per non impaurire la borghesia che comunque avrebbe votato fascista o, al massimo, liberale. Dette però l'ordine di reprimere gli oppositori interni (ex fascisti) che avevano creato liste proprie ma gli squadristi non andarono per il sottile e colpirono tutte le opposizioni sia interne che esterne.
Alla fine il listone fascista/liberale ottene il 66,3% dei voti e quindi, anche senza la nuova legge elettorale, avrebbe comunque preso i 2/3 dei seggi.
Le opposizioni erano deboli e divise: popolari 9,1% (ma senza l'appoggio del Vaticano) socialisti (divisi in due formazioni diverse) con un totale di 10.8%, comunisti 3.8% e pochi altri.

L'esponente di maggior spicco dell'opposizione fu il socialista Matteotti che, con grande coraggio, denunciò metodicamente le violenze fasciste compiute prima delle elezioni chiedendone l'annullamento. In particolare Matteotti tenne un discorso molto duro in parlamento il 3 giugno al quale Mussolini replicò in tono conciliante verso tutte le opposizioni (con l'eccezione dei comunisti) il 7 giugno. Tre giorni dopo però Matteotti veniva rapito e ucciso.
L'autore spiega che Mussolini cercava di normalizzare la situazione politica (da cui il discorso conciliante) ma che durante uno scatto d'ira dopo un discorso di Matteotti del 31 maggio avesse detto: «Cosa fa questa Ceka? Cosa fa Dumini? Quell'uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare» (*3). Evidentemente i suoi collaboratori, più ansiosi di ubbidire che dotati di acume politico, eseguirono all'insaputa del duce il rapimento e l'assassinio di Matteotti.
All'epoca in cui è stato scritto questo libro, nel 1995, la questione doveva essere molto dibattuta perché l'autore precisa più volte che la responsabilità morale dell'assassinio è in ogni caso di Mussolini.
Il 13 giugno si seppe che gli autori dell'assassinio erano stati i fascisti ([KGB] come? Un ultimo sussulto di indipendenza dal nascente regime?) e Mussolini si trovò ad affrontare una notevole crisi: molti iscritti al fascismo restituirono la propria tessera chiedendo un nuovo governo e, ([KGB]) suppongo io, anche l'approvazione della borghesia dovette vacillare visto che l'uccisione del principale esponente delle opposizioni indicava chiaramente che la direzione presa avrebbe portato a un regime illiberale.
Mussolini reagì permettendo l'arresto di alti esponenti fascisti coinvolti e dimettendosi da ministro dell'Interno per non intralciare le indagini ma il governo era debolissimo perché gran parte del sostegno popolare ottenuto alle precedenti elezioni era evaporato.
L'autore afferma, e mi pare credibile, che un'insurrezione popolare guidata dalle opposizione avrebbe potuto rovesciare il governo. Personalmente credo che in tale ipotesi sarebbe stata decisiva la posizione del re in quanto capo dell'esercito: la mia sensazione è che il re si fidasse ancora più di Mussolini che di un colpo di mano socialista e che, quindi, in caso di rivolte si sarebbe schierato col governo. Forse proprio questa consapevolezza spinse le opposizioni a non reagire energicamente ma a limitarsi ad abbandonare il Parlamento (l'Aventino). Le opposizioni presentarono al re le prove della violenza fascista e chiesero lo scioglimento delle camere e l'indizione di nuove elezioni: ma il re rifiutò anche questa ipotesi probabilmente temendo una guerra civile e per paura dei “bolscevichi”.
Per tutta l'estate la camera rimase chiusa si cercarono soluzioni: i socialisti proposero anche un'alleanza ai popolari (pronti ad accettarla) per un governo di minoranza ma intervenne il Vaticano che pose il suo veto.
A metà novembre il parlamento riaprì ma si presentarono solo fascisti e liberali più i comunisti, stanchi dell'inconcludenza aventiniana. Molti esponenti liberali che fino a quel momento avevano appoggiato il fascismo iniziarono ad allontanarsi: piovvero le denunce contro alti esponenti del partito fascista che furono costretti a dimettersi (come De Bono e Balbo) e Mussolini fu di nuovo in grande difficoltà.
A dicembre Mussolini reagì politicamente ricompattando la maggioranza proponendo collegi uninominali: la proposta era molto gradita dai liberali ([KGB] perché?), rimetteva in riga i fascisti più incerti (che rischiavano di non venire ricandidati) e indeboliva i socialisti che soprattutto al centro e al sud avrebbero perso seggi.
[KGB] Non mi è chiaro se questa manovra sarebbe stata sufficiente per permettere a Mussolini di conservare il potere: forse sì ma suppongo che in caso di nuove elezioni si sarebbero rafforzati liberali e popolari (nonostante il Vaticano).
Furono però proprio gli estremisti interni al fascismo, guidati da Balbo, a forzare la mano a Mussolini: il 31 dicembre una delegazione di questi si presentò a Mussolini chiedendogli di reagire con forza a questo processo di “normalizzazione” ([KGB] di cui probabilmente sarebbero stati le prime vittime) altrimenti lo avrebbero abbandonato.
Mussolini rispose che in pochi giorni avrebbe risolto tutto: il 3 gennaio del 1926 fa un discorso molto duro in parlamento e nelle ore successive vengono inviati telegrammi a tutti i prefetti con un lungo elenco di misure repressive, come l'ordine di compiere arresti e chiudere circoli e locali considerati ostili.
È la nascita della dittatura: nel corso del 1926 verranno sciolti gli altri partiti e il fascismo rimarrà incontrastato al potere fino al 1945.
[KGB] mi chiedo però, visto che Mussolini era così debole, come fece a imporre misure tanto drastiche e, se debole non era, allora perché non le aveva attuate prima. Sicuramente Balbo gli forzò la mano e Mussolini fu abile ad apparire al re (e ai liberali) come il male minore rispetto ai socialisti: immagino che i liberali sperassero in un rapido ritorno al voto con l'uninominale in maniera da riprendere il controllo del governo (ad esempio, ipotizzo io, presentandosi alle elezioni non con i fascisti ma con i popolari) ma, come al solito, avevano sbagliato i loro calcoli e quando Mussolini ebbe consolidato il proprio potere fu troppo tardi per opporsi a esso...

Da tutti questi eventi c'è da trarre le conclusioni su come Mussolini sia arrivato al potere e finire di rispondere alla domanda su quale sia la natura del fascismo.
Ma per motivi di spazio rimando tutte queste conclusioni a un prossimo pezzo.

Conclusioni: vedi poi!

Nota (*1): rileggendo le note ho notato che la Chiesa apprezzò particolarmente la dichiarazione di incompatibilità fra fascismo e massoni in quanto questi ultimi erano stati più volte scomunicati a partire dal 1738. Il “favore” alla Chiesa spiega probabilmente questo piccolo mistero.
Nota (*2): non so: mi pare che questa sia l'opinione dell'autore. Tutto sommato plausibile se si ipotizza un intervento diretto del Vaticano a favore del fascismo.
Nota (*3): “Ceka” era il soprannome (ispirato all'omonima polizia politica sovietica) di un'organizzazione di repressione politica fascista di cui, ovviamente, il Dumini era uno dei membri più importanti.

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